Nuvole barocche

Paola e Antonio sono innanzitutto due amici, il loro figlio ha fatto l’asilo con il mio, ci incontriamo a tutte le manifestazioni in città, frequentiamo le stesse librerie, quel che si dice amici, insomma. Questa intervista segue l’amicizia che c’era prima e c’è ancora.

Nuvole barocche è uscito ormai da quasi un anno, che peraltro per l’editoria è un tempo paragonabile all’infinito, eppure ancora se ne parla. Avete anche vinto un premio di recente. Diciamo subito che il romanzo è bello, lo dico io così ci togliamo il pensiero. Però invece cos’è, di che parla, perché, in che modo, ditelo voi, grazie. Ci raccontate anche del premio?
Nuvole barocche è un tipico giallo all’italiana – con rispetto parlando, come direbbe la Santamaria – con la prerogativa di avere per protagonista il vicequestore aggiunto Nigra, della questura di Genova, omosessuale dichiarato. In questo romanzo si fa conoscere, insieme ai sui collaboratori, indagando sull’omicidio di un ragazzo massacrato di botte al Porto Antico. È il primo romanzo di una serie, scritta secondo le regole del genere, anche se a partire dal terzo romanzo il giallo inizierà a tingersi un po’ di noir e a sconfinare anche nel thriller.
Del premio Nebbia Gialla possiamo dire che non ci avremmo scommesso una lira, e quindi siamo molto grati ai lettori della giuria che ci hanno votato, anche per le belle considerazioni che hanno fatto sul romanzo. È stata un’esperienza davvero bella. E poi tra i finalisti c’era Gino Vignali, cioè la metà di Gino e Michele. Senza nulla togliere agli altri, per noi è stato bellissimo incontrare uno dei papà della Smemoranda.

Non ho idea di quanto abbia venduto, spero per voi tantissimo, so che ne uscirà un altro, si può dire? Immagino che non si possa aggiungere molto e non ve lo chiedo. Quando uscirà però si può anticipare.
Uscirà fra pochi mesi, al massimo anni. No, sul serio, fra pochi mesi: nella prima metà del 2020.

Con queste due domande io sono a posto con la coscienza.
Diciamo la verità, il libro è bellissimo, funziona tutto, io l’ho letto quando è uscito, ma in questi giorni l’ho riaperto per queste domande e non c’è una virgola fuori posto. Premesso questo, voi veramente cosa avreste voluto scrivere?
La cifra dell’anticipo. Invece ci tocca rispettare i ruoli e scrivere solo i romanzi. Ma, scherzi a parte, la tua domanda ci permette di rispondere a un dubbio che in molti hanno sicuramente avuto, perché in effetti c’è in giro l’idea che scrivere dei gialli sia un’operazione furba, perché di più facile successo, rispetto ad altre. Per noi non è stato così. Anzitutto scrivere un romanzo di genere è molto più difficile di quanto anche molti addetti ai lavori credano. È comunque una cosa che non puoi fare, se non sei mosso da vera passione, da sincerità e slancio creativo. Cioè, puoi anche farla, ma normalmente viene una schifezza.
In verità pensiamo che la maturità (se non altro anagrafica) ci abbia portato a capire che una buona letteratura popolare può avere molto più valore, anche letterario, politico e sociale, di tanta letteratura di nicchia, che troppo spesso è solo autorefenziale. E poi il giallo, il thriller, il noir sono una nostra passione da sempre, da lettori, da spettatori e da autori.

Il buon Nigra indagherà sui 49 milioni che la Lega ha fatto sparire?
Pensavamo anche di spedirlo in missione speciale a Mosca. Con il colbacco ci farebbe la sua porca figura. Ma dipende. Siamo in attesa di un bonifico da Soros e ancora niente, questi poteri forti sono un po’ liguri pure loro.

Ora che Samuel è un giudice di X-Factor, Nigra continuerà ad ascoltare i Subsonica o virerà sugli Inti Illimani?
I Subsonica non si discutono, nemmeno quando non riescono a bissare Microchip Emozionale. Sia detto comunque, per amore di cronaca, che Nigra ha sempre preferito Boosta a Samuel. Anche quando Samuel aveva i capelli (scusa Samuel, ma al cuore, come sai…).

Quante copie del romanzo ha comprato la lobby gay? E Pillon?
La lobby gay poteva pure fare uno sforzo in più, con tutto quello strapotere che ha, ma vabbè, non ci lamentiamo. A Pillon abbiamo seriamente pensato di spedirlo, nella segreta e inconfessabile speranza che sbroccasse e ci facesse un po’ di pubblicità a costo zero, ma ci faceva impressione pensare di mettergli in mano la vita di un personaggio che amiamo così tanto – anche perché alcune persone danno l’idea di leggere certi libri con una mano sola, come dire.

Uh, domanda seria, già mentre lo leggevo ma ancora di più una volta conclusa la lettura, una delle cose che ho pensato è stata: questa è già una serie tv. In verità ho pensato: minchia, è uno sceneggiato, e nel mentre vedevo mio nonno dormire, svegliarsi alla fine e dire: bello. Ma questo è un problema mio.
Invece, ma nessuno ve l’ha ancora chiesto? Vogliamo la serie tv di Paolo Nigra.
La risposta confidenziale è: minchia, la vogliamo anche noi, la serie tv!
La risposta depressa è: ma secondo te questa gente che fa le interpellanze parlamentari perché il vicequestore Schiavone si fa le canne, per uno sbirro che bacia il suo uomo che cosa farebbe, si farebbe esplodere davanti agli studi televisivi?
La risposta istituzionale è: ci stiamo lavorando, facciamo tantissimi scongiuri e andiamo avanti.

Scrivere a quattro mani io non lo farei nemmeno con il mio amico immaginario, che pure è persona dotata di grande pazienza e diplomazia. Quante volte avete litigato a morte? No, lo trovo inconcepibile, non tanto nella struttura del romanzo, su quella degli accordi secondo me si possono anche trovare, ma sui dialoghi è impossibile. Insomma, vi amate ancora?
Incredibilmente sì. Ma sappiamo di avere alcune fortune. Una è la stima reciproca come autori, perché ci piacevamo a vicenda già da autori singoli. Un’altra è la voglia di non fare gli autori egocentrici. Cercare una scrittura che soddisfi entrambi ci aiuta a renderla meno personale, meno egoriferita. Anche se è chiaro che ognuno di noi due deve rinunciare a qualcosa. Un’altra ancora è il piacere di lavorare un po’ come fanno gli sceneggiatori, quindi badando al risultato finale, come un team dove ognuno di noi due è più “forte” in qualcosa, e la voce dei personaggi conta più delle nostre. Comunque, in generale, il nostro segreto è litigare, litigare tantissimo. E del resto, finché non volano pentole, va bene.

Genova è strana, voi ci vivete come me, lo sapete. Ha dei momenti di enorme generosità e una chiusura da cella frigorifera. Soprattutto è tra le città italiane più conosciute per gli stereotipi sotto cui si nasconde. Quanto è difficile raccontare Genova per come è davvero?
Questa era seria come domanda. Mi è uscita così, senza volerlo.
È una domanda molto interessante, anche. Si potrebbe rispondere che è proprio la complessa identità genovese che per noi fa da scintilla alla voglia di scriverne. Genova è un posto così ricco di autenticità, contraddizioni, peculiarità umane da essere uno stimolo narrativo come pochi. Nello spirito di Genova c’è una mescolanza straordinaria tra drammatico e comico, forza reattiva e consapevolezza, senso pratico e visionarietà. Più che un’ambientazione è una specie di macro-personaggio assai avvincente. Genova è difficile, parecchio, e anche per questo abbiamo deciso di avere un protagonista ‘straniero’ come Nigra. Uno che come noi viene da fuori e vive la città da perenne outsider, innamorato e di parte, certo, ma sempre alle prese con un ambiente che non è nel sangue e nella carne.

Vi daranno dei buonisti o vi hanno già dato dei buonisti?
Per mia esperienza, meglio buonisti che buoni pasto, che sono una fregatura. Poi ciascuno se la vede con il proprio supermercato.
Al contrario dei buoni pasto, un buonista non si nega ormai più a nessuno, quindi sicuramente nemmeno a noi, figurati. Ma a noi non dispiace essere definiti buonisti, anche perché è un’accusa che non ha praticamente alcun senso logico.

Come avete fatto a convincere un editore mainstream a pubblicare un giallo, cioè un romanzo inserito in un genere popolare, dove il protagonista è omosessuale e dove la critica politica emerge, con leggerezza, ma molto chiara? L’avete ingannato e vi è andata bene? Cioè, in un Paese in cui le ultime elezioni sono state peggio del Maracanaço, a questo come gli è venuto di pubblicare la storia di uno sbirro gay scritta da due dei centri sociali? Cos’è, deve riciclare denaro?
Questa domanda non è affatto scema come vorrebbe sembrare, quindi merita una risposta seria, che esuli dalla nostra perenne, fastidiosissima e incontrollabile sindrome dell’impostore. Vale la pena insomma dire con chiarezza che per fortuna, fuori dalla narrazione propagandistica, e specialmente in certe realtà come quella dei libri, in Italia c’è anche molta gente competente, che lavora con serietà e professionalità. Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare prima un’agente, Loredana Rotundo, e poi Lara Giorcelli e Francesca Lang, a Segrate, con le quali ci siamo intesi immediatamente. In generale, con l’editore non si è mai discusso di limature, tagli o censure di alcun tipo. Almeno fino a questa tua domanda, che potrebbe averci appena fatto saltare la copertura di agenti segreti dei centri sociali.

Una delle cose riuscite del romanzo, e non era facile, è stata evitare che i personaggi secondari diventassero delle macchiette. Il famoso rischio Catarella, per capirci. Immagino che scrivendo il problema ve lo siate posto e abbiate cercato di evitarlo. Come avete fatto a controllare di esserci riusciti? O invece sticazzi?
Sui personaggi abbiamo fatto un lavoro proprio in questa direzione. Abbiamo cercato di mettere in pratica le lezioni dei grandi autori, ma anche degli attuali sceneggiatori di molte serie tv. Quello che cercavamo era un giusto equilibrio tra caratteristiche molto forti, che sono sempre necessarie ai personaggi secondari, e fuga affannosa dai personaggi appiattiti su quelle caratteristiche. Poi è subentrata una fase in cui hanno proprio cominciato a prendere vita autonoma, e a decidere per conto loro come reagire. A quel punto è doveroso dire, sempre per citare la nostra ideologa Marta Santamaria, sticazzi, facciano come vogliono.

E i vostri romanzi precedenti? Ne vogliamo parlare un minuto? Se no sembra che siete usciti dal nulla.
E avete dei progetti individuali per il futuro oltre a questo in coppia?
I nostri romanzi precedenti – Flemma, Salto d’ottava, Piano americano per Paolacci, Corpi estranei e La luce che illumina il mondo per Ronco – sono una cosa che in editoria si definisce “più di nicchia”. Non erano propriamente di genere e tendevano verso la sperimentazione letteraria. In qualche modo, oggi li vediamo come tappe necessarie. Per i nostri lavori futuri non ci poniamo limiti, è probabile che ne scriveremo ancora a due mani, perché comunque entrambi abbiamo le nostre ossessioni personali. Sicuramente continueremo a lavorare alla serie Nigra insieme. Di progetti in cantiere ne abbiamo sempre, se poi vedranno la luce si vedrà.

Non ho il polso della situazione: i romanzi di genere sono ancora considerati di serie b o siamo usciti da questa rottura di coglioni?
Credo che questa sia una cosa intramontabile, i romanzi di genere sono e saranno sempre considerati di serie b. Se sono gialli, poi, scatta in automatico la convulsione schifata. Anche se, va detto, scrivere un giallo può essere molto più complesso e interessante rispetto allo scriversi addosso in modo contorto, che spesso porta all’effetto ‘guarda mamma, senza mani!’ di cui parlava David Foster Wallace. In ogni caso noi abbiamo scritto per anni romanzi non di genere, e siamo testimoni di come adesso l’attenzione di alcune persone dell’ambiente stia cambiando. Per noi va bene, comunque. Ne prendiamo atto e continuiamo a fare la cosa che ci riesce meglio, cioè andare costantemente fuori tema.

Nel prossimo romanzo (o nei prossimi romanzi?) ci saranno personaggi nuovi che entrano in pianta stabile nell’universo Nigra?
Sì, assolutamente. Anche perché la serie ha una sua trama orizzontale, che va avanti parallela alle trame conclusive di ogni romanzo. Alcuni saranno nuove conoscenze anche per Nigra, altri affioreranno dal suo passato, e qui ci sarà da divertirsi. Nel secondo romanzo conosceremo, tra gli altri, una donna cinese che resterà fissa nei romanzi seguenti – cosa che viola clamorosamente la quinta regola del decalogo di Knox per scrivere i gialli, sia detto – e inizieremo a sentir parlare di altri personaggi che poi appariranno nei successivi.

Ci sono alcuni riferimenti molto evidenti, Camilleri, Fruttero e Lucentini, per dire i due, anzi, i tre, più evidenti. Poi date addirittura un ruolo a Dürrenmatt. E invece quali sono i riferimenti letterari o non letterari che nessuno ha sgamato?
Le prime righe del romanzo sono un omaggio nascosto, anche se qualcuno lo ha individuato. Naturalmente lo abbiamo rielaborato, ma è un omaggio all’incipit di Posizione di tiro di Jean-Patrick Manchette, forse uno dei migliori incipit mai scritti da un autore di noir. Poi dentro ci sono moltissimi testi che ci hanno ispirato, consciamente o meno. Di sicuro abbiamo fatto riferimento a Conan Doyle in alcuni passaggi, ma anche a Manzini, a Lucarelli, a Carlotto, oltre che a diverse serie tv.

C’è nel romanzo un lavoro sui dialetti che alla lettura sembra immediato, ma che invece non è per niente semplice, perché bisogna entrare in suoni e musicalità diverse, anche in velocità diverse, alcuni dialetti sono più veloci di altri. E poi il dialetto risveglia in molti lettori delle parti ancestrali. Insomma, è un rischio. Poi possiamo dire che ha funzionato, ma chi ve l’ha fatto fare?
È che noi abbiamo questo problema con l’ossessione, a volte anche compulsiva. Siamo ossessionati dalla voglia di inventare personaggi il più vicini possibile alla realtà. Per i poliziotti, per esempio, ci siamo documentati non solo sulle procedure della polizia, ma anche sulla realtà quotidiana delle questure. E la lingua dei personaggi è una delle cose più importanti da costruire. Se decidi di essere il più realista possibile, in molti contesti non puoi far parlare la gente in italiano perfetto. Nella realtà italiana, i dialetti e le inflessioni sono molto usati e spesso indicano spontaneità, onestà, confidenza. C’amma fa, chest’è.

Siete contenti? Avreste preferito fare gli agenti immobiliari?
Come scrittori non sappiamo, ma come agenti immobiliari sicuramente saremmo stati pessimi.

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