Più scrittori che lettori – mo’ allora la colpa è la nostra.

Le piccole case editrici

“Questo è un Paese dove tutti scrivono e nessuno legge” non è solo un luogo comune, è una maschera di carta del capitalismo.
Mi spiego meglio: l’industria editoriale sommerge il mercato di libri di cui si vendono pochissime copie e su cui il guadagno è in pratica inesistente perché il soggetto dominante, la distribuzione, guadagna esattamente sulla movimentazione, sui volumi. Il sistema si è modellato sui bisogni della distribuzione.
Non è successo solo nell’editoria, le stesse dinamiche si possono ritrovare nella distribuzione alimentare e con alcune differenze dovute ai supporti nell’industria del cinema e delle sue nuove forme distributive.
Ad ogni modo, tornando ai libri, i guadagni maggiori sono della grande distribuzione, non degli autori e nemmeno degli editori. Le case editrici più piccole, per scelta razionale e comunque per necessità di sopravvivenza, non riescono a stare al passo con la mole di libri pubblicati dai grandi editori, che date le dimensioni maggiori e alcune economie di scala (Feltrinelli e Mondadori posseggono e gestiscono le loro librerie), si possono permettere di drogare il mercato per mantenere una posizione dominante, se non nel processo produttivo, quantomeno rispetto alle case editrici più piccole.
Tutti gli editori, grandi e piccolissimi, cercano l’autore o l’autrice in grado di fare scalare loro qualche gradino. Ogni tanto capita: è il caso di Elena Ferrante o di Camilleri, in misura minore di Paasilinna, esempi ce ne sono diversi. Del resto è il lavoro dell’editore, che è un imprenditore, dunque vuole guadagnare e cerca di farlo con gli autori che gli sembrano più remunerativi. Si assume anche del rischio imprenditoriale, e non è cosa scontata in questo periodo storico.

Le librerie indipendenti

Proviamo a fare un quadro parziale (manca a questo breve ragionamento, che altrimenti diventerebbe un saggio, tutta la politica degli sconti che in buona sostanza legittima e consolida le posizioni dominanti, da un lato della distribuzione nei confronti degli altri attori del processo produttivo, dall’altro dei grandi editori nei confronti delle case editrici “minori”): si pubblicano molti libri perché la distribuzione guadagna nella movimentazione e perché, in seconda battuta, all’interno di questo sistema modellato sulle necessità della  distribuzione, i grandi editori, alla ricerca, come gli altri, dell’autore o dell’autrice in grado di vendere tanto, riescono ad ammortizzare meglio i costi e possono permettersi di provare, di fare molti tentativi o di mantenere in “vita commerciale” autori o autrici che non vendono o che vendono poco. I piccoli editori ricercano le stesse cose all’interno di una nicchia (Iperborea in senso “geografico”, Minimum Fax con un pubblico di riferimento molto connotato, ecc.); le percentuali di trovare l’autore che fa fare il salto, con numeri piccoli, sono evidentemente molto inferiori (Kent Haruf per NN non capita tutti gli anni).
I librai, ovvero le librerie che non fanno parte di una catena, non hanno in pratica alcun potere contrattuale. I lettori, che sono fuori dal processo produttivo, perché in un sistema capitalista chi compra è semplicemente al di là del muro, e idealmente non dovrebbe neppure conoscere come e perché arriva quel “prodotto” nelle sue mani, in teoria libere di scegliere nell’universo infinito delle possibilità, si vedono però attribuita buona parte della responsabilità di un sistema che pubblica più di quanto sia ragionevole si possa mai anche solo sperare di vendere. Tutti scrivono e nessuno legge.

Che in Italia si legga poco è un dato oggettivo, specie se confrontato, a parità di sistema industriale, con i dati di altri Paesi. Possiamo dire che in Italia si legge meno che in Francia. Non possiamo dire però che questo è connaturato a una natura animalesca e brutale degli italiani. E lo stesso si potrebbe dire dei tedeschi, degli stessi francesi e di qualsiasi altro popolo mondiale, perché in tutto il pianeta si legge meno di quanto si pubblica, questo è il dato oggettivo strutturale.
Questo non è un sistema industriale che favorisce l’allargamento della cultura o l’aumento anche solo numerico dei lettori, questo è un sistema che favorisce la distribuzione e i grandi editori e che in realtà sfavorisce, tra gli altri, i lettori, perché c’è troppa offerta di scarsa qualità, troppe sovrapposizioni, nessuna attenzione a eventuali innovazioni, pochissimo coraggio, perché agli autori e alle autrici non si dà il tempo di stare nelle librerie, perché ai librai non si dà il tempo di investire su un libro, ché la settimana seguente ne arriveranno altri venti, perché la critica è diventata marginale in questo mercato immenso, perché i lettori non hanno la possibilità di seguire un flusso, di leggere, anche, per vivere nel proprio tempo, essendo il tempo di vita di un libro equivalente a quello di una farfalla.
Tutti scrivono (perché la domanda è alta) e nessuno legge (perché l’offerta è troppa).

Un incontro pubblico tra autore e lettore

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