Il mio ultimo saluto a Torgeir Wethal – Nessuno è innocente, amore. Intervista a Nicola Castellini

Con Nicola siamo amici. Amici da vent’anni, anno più, anno meno. Abbiamo condiviso una città, le sue periferie, le nostre cucine, progetti mai realizzati, esattamente quello che fanno gli amici.
Io sono andato via da Perugia nel 2008, la vita e le circostanze mi hanno portato altrove. Nicola è rimasto, tra Perugia e Ponte San Giovanni, che non è più Perugia eppure lo è ancora, in quella strana concezione della prima periferia umbra, che non assomiglia alle periferie delle altre città italiane, segue strade più lente. Ci sono dei tratti, tra Perugia e Ponte San Giovanni, in cui gli alberi garantiscono ombra perenne, anche nelle giornate afose.
Questa premessa serve a chiarire che questa è un’intervista che parte da una nostalgia, la mia, per arrivare, si spera, al futuro ignoto, all’ombra degli alberi, dietro cui temo non si nasconda niente ma al cui fascino si fa fatica a resistere.

Il libro di cui si parla nell’intervista si può acquistare presso l’autore direttamente alla mail nicocast1972@gmail.com

Nicola Castellini

Nicola, come ci siamo conosciuti io e te? Non me lo ricordo più. Prima di parlare del tuo libro, ti dispiace parlare un po’ di noi? Forse hai una memoria migliore della mia. Facciamo conto di voler raccontare una storia iniziata tanti anni fa, mi sembra il modo più giusto per arrivare al libro.

Caro Francesco, se la memoria non mi inganna ti conobbi ingaggiandoti per le riprese di uno spettacolo folle che dirigevo e interpretavo proprio a Ponte San Giovanni, il cui titolo corrisponde a Glacoma Sicu. Era in parte in dialetto siciliano, e io dovevo dare l’aria, interpretare Joyce ma non solo. Tu partecipasti con la tua videocamera in modo inusuale, in pieno delirio iperreale. Avevi infatti scartato la distanza che occorre tra te e gli attori, mostrando dettagli in modo molto accurato. Erano tempi di piena energia, che si liberava en plain air sotto il cielo ponteggiano, in piena estate.

Un’autobiografia è una responsabilità. Come hai gestito il peso della scrittura di sé? E come la presenti, in quale chiave interpretativa? Infine, per concludere questo blocco di domande, che importanza ha Torgeir Wethal? Perché il libro è un omaggio alla sua memoria? Chi è Torgeir Wethal?

La scrittura di sé in fondo è una derivazione dei diari, annotazioni, quaderni ed esperienze su carta, una fonte, quindi, cui ho sempre attinto. Persino nel mio primo romanzo, scritto nel ’97, prendevo spunto dalla realtà che mi circondava per trascenderla e creare una non storia. Questa autobiografica prende spunto dalla dipartita di Torgeir, venuto a mancare nel 2010, anno in cui ho cominciato a scrivere il testo a lui dedicato. Lui per me era un maestro di vita e di teatro, un potente mago che riusciva a farti liberare energie a lungo represse e a trasmetterle agli altri attraverso l’utilizzo del corpo-voce.Torgeir Wethal ha fondato l’Odin Teatret insieme a Eugenio Barba, aveva fatto suoi gli insegnamenti di Grotowsky e Cieslak; al di là degli enormi meriti artistici e pedagogici, era un uomo umile dal carisma enorme, dotato di un’umanità fuori della norma e se qualcuno, come me, seguiva il suo metodo, lo ricompensava con dell’autentica luce interiore. Molto spesso, nel corso del progetto Verso una compagnia teatrale Atipica, cui facevo parte, ho sentito la luccicanza. Spiegarla è cosa sminuente. Il progetto è ben documentato con una rassegna stampa in mio possesso che prima o poi scannerizzerò e metterò online gratuitamente.

Torgeir Wethal

Il libro nasce dal corso del CUT (Centro Universitario Teatrale) o sarebbe uscito da te lo stesso, magari in forma diversa? Quanto è stato importante il percorso di formazione teatrale rivolto a soggetti in trattamento psichiatrico? E quanto ha pesato la sua interruzione? Cosa significa sperimentare le pratiche dell’Odin Teatret a Perugia, negli anni tra il 2005 e il 2007/2008? Perugia ha una fortissima tradizione teatrale, anche di sperimentazione, che negli anni però io ricordo sbilanciarsi sempre più verso la memoria e poco sulla pratica del lavoro. Cosa significa lavorare in questa direzione?

Il lavoro in sala era cosa seria. Avevamo due tipi di insegnamento, quello proposto da Roberto Ruggieri, direttore del Cut, e quello proposto dai membri dell’Odin teatret. Non c’era solo Torgeir, ma anche Roberta Carreri, Ian Ferslev e il fu Augusto Omolu. Tutte persone che avevano varcato la soglia della percezione, capaci di trascendere la realtà e attrezzare i laboratorianti come noi, di prepararli a far volare. Noi eravamo utenti in terapia e si sentiva. Avevamo volontariamente accettato il progetto dell’Atipica consapevoli della durata triennale. I sacrifici erano tanti e dovevi dare un colpo di reni rispetto alle gabbie mentali personali che inevitabilmente facevano capolino in sala. Arrivò la fine del secondo anno con la promessa che l’anno successivo, quello finale, si sarebbe arrivati a una compiutezza della compagnia e a uno spettacolo finale, che sarebbe derivato dalle diverse dimostrazioni di lavoro per addetti ai lavori e che ci avrebbe permesso di andare in tournée. Non fu mai possibile, ci dissero che avevano tagliato i finanziamenti. Ci rimasi malissimo. Il mio testo compiuto è una forma di reazione e rivendicazione per l’esperienza monca che ho descritto.

Negli ultimi anni Perugia ha visto la scomparsa di Paolo Vinti, di tuo padre, più recentemente di Straccivarius, per me un maestro autentico, la cui morte mi addolora ogni volta che ci penso. Mi sono fatto di Perugia un’idea funebre, che spero non corrisponda alla tua. Forse sono influenzato anche dalla deriva politica della città, è possibile. Il tuo libro risente di questo o è solo una mia percezione della città e del tempo che la sta attraversando?

Come ti accennavo, il testo è stato concepito nel 2010 in seguito al dispiacere per la morte di Torgeir, assai prematura e inaspettata. Paolo Vinti era vispo e razionalmente attivo e delirante, Giorgio si esibiva spesso. Pensa che lo convinsi a esibirsi insieme a Francesco Bolo Rossini in un mio testo intitolato Sono andato via prima. Ho il video della cosa, sul mio canale youtube. Paolo Vinti hai ragione, poteva considerarsi il mio padre di giornalismo freelance, tanto è vero che mi ispirai a lui per Le periferie. Forse più che padre lo definirei fratello maggiore un po’ svitato in senso buono. Aveva una cultura fuori della norma, una sensibilità eccezionale. Giorgio era performer totale, vederlo in scena diretto da me fu un’esperienza arricchente e molto umana, troppo umana. Sono andato al suo funerale perché quello di Paolo non potevo, al tempo abitavo a Bruxelles. Non ho quindi cantato Bella Ciao. Ma basta parlare di defunti. È normale che le generazioni si diano il cambio. La morte è un cambio di dimensione e non dobbiamo cedere alla nostalgia ma valorizzare gli insegnamenti di vita che ci han lasciato i precedenti. Nel mio libro ironizzo sull’ultimo saluto a Torgeir, ovvero l’ultima volta che lo ho visto. Una circostanza che, se non lo avessi intuito, fu unica e sincronica.

L’associazione che hai fondato è ormai molto longeva e le auguro vita lunghissima e feconda. Che stai organizzando in relazione al libro? E in generale?

L’associazione culturale Arrivo è attiva dal 2001. Come avrai saputo Daniele ci ha lasciato. Ora stiamo vivendo una seconda giovinezza e ci sono nuove teste pensanti. Ci muoviamo coi testi e le performances, come sempre. Per quanto riguarda il libro, la buona notizia è che è stata finanziata la prima tiratura di 25 copie, mentre le successive esporranno il logo del Comune di Perugia che ha patrocinato il testo e il progetto che ci stiamo costruendo. Tra poco avremo una nuova presentazione e la relatrice sarà una psicologa gestalt entusiasta di questo viaggio psichico (o meglio psiconautico) all’interno del testo, perché vado a scavare nel profondo ma sempre con molta complicità comica o tragicomica.

Non scopro certo io che siamo, anche, le nostre esperienze. Mi chiedo allora quanto la formazione teatrale, oltretutto così specifica, con le caratteristiche proprie dell’Odin Teatret, abbia contribuito a formare uno stile di scrittura. Ce lo racconti?

Mah, riguardo la mia formazione teatrale, ho cominciato verso la metà degli anni ’90, quindi un po’ tardi anagraficamente rispetto al consueto. Col teatro cercavo di esprimermi e venire fuori, comprendermi meglio in relazione al mondo. Lo stesso con la scrittura. Lei è venuta prima. La relazione tra le due arti è logica, ma non immediata. Ho cercato di essere asciutto pur concedendomi dei deliri in termini di componimento e di costruzione del pensiero. Dopo tanto tempo di praticantato, sento che questo è un momento topico, sia per una prosa più popolare ma comunque poetica, sia per un tipo di teatro più rigoroso, che segua gli insegnamenti del mio regista e pedagogo attuale, Danilo Cremonte. C’è sempre spazio per la scoperta che parte da dentro e le immagini che fioriscono dall’inconscio, questa volta applicato in un’azione specifica, una sequenza con delle variazioni e quindi motivata. Poi la ricerca del clown interiore è un ulteriore viaggio sconosciuto che spalanca scenari che mi sono congeniali come la distruzione, il kaos, la confusione. È dall’infanzia che cerco di capirmi, mio malgrado, ma va bene così, c’è modo di continuare la recherche e stanare linguaggi. Riferito all’esperienza con l’Odin Teatret, ci portavano a scendere dentro di noi e a vedere cosa sarebbe successo. A me si incasinava il ragionamento classico e quando smettevo di pensare (la mente scimmia) riuscivo ad arrivare al livello richiesto, in parte simbolico, onirico, forse junghiano: l’attore redento e sacro che sacralizza lo spazio-tempo, lo rende immortale perché fonde sé stesso con lo spettatore, in un’orgia di sensi acuiti dalla sua scrittura scenica. Va da sé che il mio libro tenta un’azione improbabile e innesca un anti-ragionamento, facendo dell’esperienza il proprio mantra. Questo può risuonare dissonante, e i temi toccati combattono tra di loro per emergere, si va dal rapporto con il sesso all’ossessione per la destra, la paura di sapere che dentro di me ci siano elementi di destra, autoritari, superomistici, di una scrittura autocompiaciuta e onanista. Io tento di frullare le cose e mixarle a modo mio.

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