Testa al muro

di Riccardo Meozzi

Suo padre e l’allenatore stanno parlando. Li sente e li immagina: corridoio dietro gli spalti, sopra il soffitto in cemento armato e tutto intorno il buio freddo. Uno tiene le braccia incrociate, forse l’allenatore, e suo padre, come fa sempre quando espone un problema e la sua soluzione, muove le mani e sta leggermente inarcato verso l’interlocutore.
Immaginare che le cose stiano andando così lo calma. Si passa le mani sui polsi, prima uno e poi l’altro, e con la punta delle dita tenta di carpire i peli biondi che stanno crescendo al ritmo di un millimetro alla settimana. Che quella sia la misura precisa non gli importa, ma pensarlo gli dà conforto. Prova a strappare anche i peli dei polpacci, ma laggiù invece non cresce nulla di consistente. O meglio, dei peli ci sono, ma sembrano lanugine: lisci e morbidi, gli stessi da una vita, fili che brillano al sole. Si concentra. Ne afferra un paio, ma non appena scatta per strapparli questi gli fuggono tra i polpastrelli e rimangono agganciati alla carne bianca. Che schifo, pensa.
Unisce le ginocchia. Le riapre. Si dà del cretino: solo le donne, che non hanno le palle, tengono le gambe chiuse. Gli uomini e i suoi compagni di squadra, invece, le tengono larghe con le ginocchia puntate verso l’esterno oppure stendono le gambe e accavallano le caviglie, ma mai, mai, serrano le cosce. Però non resiste: la sensazione di espandersi in quello spazio freddo e umido gli fa venire il cerchio alla testa, e puntando gli occhi al soffitto unisce le gambe e vi strofina le mani sopra. Ogni volta che i suoi polpastrelli passano dal tessuto sintetico del completo alla carne gli viene voglia di staccarli da lì; ricordare che quel corpo è suo, adesso, gli fa un’enorme fatica. Ma resiste, e sa che più resisterà più la forzatura di toccarsi si farà incosciente e quindi più automatica.
«Per questo l’hai fatto uscire?»
La voce di suo padre si espande nello spogliatoio e lui si guarda intorno. La porta è chiusa, i borsoni sono sparsi a terra e l’odore di sudore rinsecchito è ancora lì. L’aria è ferma. Lui è solo, e anche se per un attimo ha tremato sa che suo padre non entrerà. Non l’ha mai fatto e non inizierà certo ora che è troppo tardi, ora che non è più in grado di chiedergli perché. Quattro mesi fa sarebbe stato ancora capace, oppure all’inizio del campionato, ma ora no, e quando due settimane prima ci aveva provato la sua risposta non era stata all’altezza. Si era incazzato, e fermando l’auto gli aveva detto di smetterla con tutte queste cazzate, che aveva quattordici anni e che a quell’età un uomo deve iniziare a prendersi delle responsabilità, che sarebbe arrivato in fondo a quella stagione come tutti gli anni e che poi, a anno nuovo, ne avrebbero riparlato.
«Sì» sta dicendo l’allenatore. «Per questo».
«Per le battute?»
«Batte dal sotto, lo capisci? Faccio l’allenatore di pallavolo da vent’anni e queste cose ormai le riconosco subito. Capisci? Lui batte ancora dal sotto. Non è questione di tecnica o che non è sveglio, è che proprio il suo corpo non ce la fa. Non ha abbastanza muscoli per fare una battuta dall’alto».
«Perché, gli altri sì?»
«La maggior parte».
«Solo i titolari. Quelli che tieni in campo tutto l’anno. Ma paghiamo tutti, no? E allora devi far giocare tutti, fosse anche solo per cinque minuti».
«Ma l’ho fatto. Non ha giocato anche lui?»
«E ha fatto punto. Si meritava di stare di più».
«A me non è sembrato scontento quando l’ho tolto».
Non si era lamentato, ma avrebbe volentieri pianto. Il caldo alla bocca dello stomaco gli si era formato quando l’allenatore, avvicinandosi alla panchina, gli aveva detto bravo e gli aveva dato una pacca sulla spalla, e era aumentato quando Giovanni, uno che frequentava un istituto agrario, gli aveva sorriso senza scoprire i denti. A quel punto, contro ogni volontà, le lacrime gli erano entrate nel campo visivo. Prima che cadessero a terra però era già nello spogliatoio e lì era rimasto, in silenzio, con l’accappatoio in mano. Aveva sentito suo padre e l’allenatore arrivare qualche minuto dopo.
L’allenatore dice a suo padre di stare calmo. Dice che non si parla così alle persone, che gli si porta rispetto, e che lui non può stare dietro a simili cazzate mentre la partita è ancora in corso.
«La partita un cazzo» fa suo padre. «Perché l’hai tolto?»
«Perché non poteva più fare un cazzo, ok? Con quel punto è stato fortunato e niente di più. Non può competere con nessuno, nemmeno coi suoi compagni di squadra. Non ha il fisico, non è sviluppato, e per questo non ci posso fare niente. Conosce gli schemi, sa come si fa ma non può farcela. E comunque non si impegna, perché sai, se si impegnasse un po’ allora forse che non ha il corpo di un uomo non sarebbe poi ‘sto gran problema. E invece manco quello».
Si ammutoliscono. Lui intanto fa il punto della situazione: se oggi hanno giocato i due Mattia, Marco e Stefano allora la partita dovrebbe finire a momenti. Li immagina alti e sudati parlottare e ridere mentre battono palloni impossibili da recuperare o così forti da spaccare uno zigomo. Si concentra su quella violenza. Alza il braccio in aria, serra le dita, e socchiudendo gli occhi per lo sforzo tende il muscolo del braccio fin quando non riesce a ascoltare il flusso di sangue dietro le orecchie. Immagina che sia lui quello capace di generare colpi tanto violenti, di battere i palloni a gran velocità e di lasciare gli avversari a terra o con il naso pieno di sangue, e che i volti degli avversari siano quelli dei suoi compagni di squadra, dell’allenatore, della sua famiglia. Vorrebbe la forza soltanto per trasformarla in violenza, è consapevole di quanto sia sbagliato, eppure a quel pensiero si sente felice. Poi rilassa il muscolo e il volto, smette di ascoltare il sangue e apre le dita: subito lo coglie uno spasmo, un brivido che nasce tra le scapole e si espande ovunque senza timore, fino in mezzo alle gambe. Come punizione, pensa.
«Che vuol dire che non si impegna?»
«Non ha voglia, non ci si mette».
«Ma come» fa suo padre. «Viene a tutti gli allenamenti».
«E si allena. Ma non c’è mai, è sempre in mezzo ai suoi pensieri».
Tre fischi, urla concitante, un po’ di silenzio, poi altre urla. Sono suo padre e l’allenatore. Forse sono muso a muso e gocce di saliva gli si sono formate agli angoli delle labbra. Le voci sono così alte che vorrebbe non sentirle.
«Vai dentro a chiederglielo tu, no? Chiedi a tuo figlio se per caso si impegna. Dai, entra».
«Col cazzo. Sei tu l’allenatore, lo dovresti motivare tu!»
«Bravo, hai detto bene, io sono l’allenatore, mica una babysitter per neonati.»
«Come ti permetti?»
«È quello che è, o sbaglio?»
Si sentono una frotta di passi che si muovono veloci, passi che all’improvviso si fermano, poi ripartono lenti in direzione dello spogliatoio.
Lui allora scatta in piedi e si sfila le scarpe, i calzini, e quasi in un blocco unico pantaloncini e maglietta. Ora è in mutande. Non ha più tempo e tutti i pensieri gli si stanno accavallando.
«Facci caso quand’è in mezzo al campo,» sente dire dall’allenatore. «Sta lì immobile con quel corpo magro da ragazzino mentre gli altri intorno saltano e tirano palle allucinanti. Ma tu l’hai mai visto un titolare che manco si muove? Un titolare che ha il corpo di un bambino? Io no».
La voce di suo padre viene inghiottita dalla porta che si apre e dalla voce di Stefano, che sudato e senza maglietta ulula la sua vittoria. Gli altri entrano dopo di lui, e sentendolo fomentarsi gli si affollano intorno, gli danno colpi sulla schiena e provano a montargli in groppa. Ma Stefano se li scrolla di dosso, ne afferra uno, con un movimento lo blocca e lo spinge a terra mentre digrigna i denti e continua a urlare la sua gioia.
Lui è in piedi, con solo le mutande addosso, e li guarda; sa che potrà continuare a farlo per qualche altro secondo e basta prima che loro lo notino, ma stavolta Stefano lo fissa subito. Lascia andare il ragazzo e gli va incontro. Sembra altissimo, forse arriva al metro e ottanta e ha le mani larghe e grasse, perfette per imprimere forza al pallone. Con l’indice nodoso gli dà un colpetto all’inguine. Alcuni li fissano, altri parlano fra loro e non hanno tempo per cose di quel genere.
«A ‘sto giro con o senza mutande?» gli chiede Stefano.
Lui resta zitto. L’altro gli sorride, poi si volta e va verso i due Mattia, che sono già nudi e con l’accappatoio in mano. Insieme si avviano alle docce, e poco dopo gli si accoda anche qualcun altro, qualcuno di cui non ricorda mai il nome.
Si avvia anche lui. Non è l’ultimo, ne restano due, ma le docce sono solo otto. Si mette nel cubicolo più esterno, quello con le finestre in plexiglass che oscurano la vista. Tira l’acqua, ma non ne percepisce la temperatura; di sensibile, in quel momento, ha soltanto la bocca dello stomaco. Il getto gli arriva sul corpo e gli scivola lungo le gambe inzuppando le mutande e rendendole, da bianche che erano, traslucide, quasi trasparenti. Guarda le sue forme e poi, alzando prima la gamba sinistra e poi l’altra, si sfila le mutande e le fa cadere a terra. Immagina che là, vicino allo scarico, il tessuto si stia riempiendo di germi e dei rimasugli di detergenti per il corpo.
«Ho finito lo shampoo,» dice qualcuno. «Chi me ne presta un po’?»
Una voce dice io e un corpo, in mezzo al vapore, si muove e poi torna indietro nel suo cubicolo. Qualche risata, una storia divertente su una tale Marta con le tette grosse, altre risate e poi considerazioni sulla partita, sugli schemi da utilizzare la prossima volta.
Lui prima appoggia la testa alla parete del cubicolo, poi tutto il corpo. Non chiude gli occhi: l’aria è così satura di vapore che non vedrebbe comunque nulla e gli altri non vedrebbero lui, e questo è quello che più gli interessa.
Stare così per sempre, pensa, con la testa al muro e credere che non ricorderò niente di tutto questo.

La foto è di Julio Armenante.

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