Piano rialzato

di Raffaele Calvanese

Il mio ufficio è al centro di una città bruttissima.
La maggior parte dei palazzi sono di epoca fascista, un’architettura rigorosa che concede poco alle emozioni. Lo stesso ufficio è talmente rigoroso che le emozioni sono un lusso che difficilmente ci si può concedere. A volte penso che i pezzi mancanti dalle facciate, le parti scrostate a causa del maltempo o dell’incuria siano le uniche sezioni davvero vive di quegli edifici che costeggiano il corso principale, sembra di essere in un Canyon. Raggiungere il mio posto di lavoro è una vera e propria odissea. Lungo il famoso Canyon tutti i parcheggi sono a pagamento, strisce blu a perdita d’occhio. In alcuni tratti si può lasciare la macchina senza pagare, ma solo per mezz’ora, devi lasciare il disco orario, non si sgarra, gli ausiliari sono lì all’orizzonte come indiani sui costoni del canyon.

Mi dico: che pezzi di merda. Infami. Senza pietà.

Per evitare questo casino tocca lasciare la macchina molto lontano. Dieci minuti o forse di più di camminata. Odio quell’ufficio, odio quel lavoro, odio quella città. Tutto cospira contro il mio fegato, contro la mia pazienza, contro la mia voglia di stare quieto. Lascio l’auto di fronte ad una scuola, quando arrivo lì i ragazzi sono già tutti entrati, tranne quelli che non hanno intenzione di farlo per nulla. A volte lungo la strada trovo coppie di ragazzi sedute qua e là. Alcune sono lì per baciarsi e stringersi forte come solo i ragazzi a quell’età sanno fare. Altri sono seduti a terra con dei libri aperti davanti a ripetere all’amico la lezione che probabilmente dovranno affrontare alla seconda ora.

Mi dico: beati loro. Il bello verrà dopo. Godetevi questi anni.

Lascio l’auto lungo il marciapiede con le strisce bianche. Prendo lo zaino e mi avvio, chiudo le sicure con il telecomando. Faccio qualche metro e comincio a chiedermi se ho chiuso la macchina. Ricaccio il telecomando dalle tasche e chiudo le sicure da lontano. Continuo diretto verso il gran Canyon, il tempo di percorrere qualche altro metro e mi assale di nuovo il dubbio atroce delle sicure chiuse o meno. MI giro verso l’auto, tiro fuori il telecomando tirando il filo rosso che inanella una serie di piccoli peperoncini e premo di nuovo il tasto della chiusura. Tre controlli penso possano bastare. Rimetto il telecomando con le chiavi in tasca e punto verso la gola profonda che mi inghiottirà per tutta la giornata. Lungo il percorso c’è un palazzo con i balconi quasi ad altezza strada. Il primo piano è in realtà un piano rialzato. Non ha ringhiera solo un muro alto poco più di un metro da cui si affaccia una coppia di pensionati che osservano i passanti. Sotto quel balcone stazionano un numero imprecisato di gatti. La maggior parte guardano in direzione del balcone con la coppia di anziani. Altri dormono sulle auto parcheggiate lungo il marciapiede. Non tutti ci fanno caso, i gatti non si lasciano scomporre dall’andirivieni dei passanti. Nei pressi del balcone c’è anche una scodella con dell’acqua. Quando passo i gatti mi distraggono dai miei pensieri.

Penso: che costanza devono avere questi due per riuscire a sfamare tutti questi gatti in continuazione.

Ci passo tutti i giorni e ogni giorno trovo un numero di gatti diverso, mai gli stessi gatti. La costante è che non passa giorno in cui non ci sia qualche felino sotto quel balcone. Faccio attenzione a non colpire la ciotola, allungo la mano verso qualche gatto che meno si fa spaventare dall’andirivieni delle persone. Cerco di attirare la loro attenzione facendo qualche verso con le labbra strette. Quasi mai ottengo risultati degni di nota.

Andare al lavoro prima era più semplice, ci abitavo vicino e riuscivo a non prendere l’auto per arrivarci. Usavo i mezzi pubblici che per quanto scassati e un po’ rattoppati servivano allo scopo. Guidavo meno, camminavo di più, non dovevo rendere conto agli automobilisti mitomani, ad ogni passeggiatore delle quattro ruote che scende di casa la mattina presto solo per ammirare il paesaggio. Non avevo dovuto ancora imbattermi nella categoria umana di quelli che guidano col braccio penzoloni fuori dallo sportello, indice che afferma con matematica certezza che quella persona non è lì per sbrigarsi né tantomeno per lasciarti camminare spedito. Quello col braccio fuori dal finestrino è lì per intossicarti.

Penso: cazzo, ecco un altro col braccio fuori dal finestrino, ora come cazzo lo supero?

La vita del pendolare è lastricata di ingorghi, buche, pensionati che guidano le loro Panda alla velocità di crociera che nemmeno un gruppo di boy scout a piedi. La vita del pendolare è un inferno in cui si scontano pene per delle colpe non ancora commesse. La vita del pendolare è un’espiazione preventiva, sulla fiducia. Di sicuro farò qualcosa di male per cui verrò punito, intanto comincio a fare il pendolare così inizio a scontare la pena. IO probabilmente scontavo pene per la mia vita in stand-by. Espiavo i miei anni vissuti in una perifrastica attiva perenne. Una porzione considerevole della mia vita spesa “sul punto di…” senza mai finire la frase.

C’è un territorio, infatti, non indicato su nessuna mappa ufficiale dove le cose funzionano. Dove funzionano i rapporti di coppia, dove le frasi ad effetto non vengono accolte con una risata. Un territorio dove tutto può succedere ma niente succede veramente. Quel terreno è l’immaginario, sono i rapporti pensati e non vissuti. Quel territorio è situato nella testa di molti come il sottoscritto. Un posto dove non ci si fa male, dove non si sbaglia, dove ogni ragionamento ha dignità di esistere ed è perfettamente coerente con tutto il resto. Niente può scalfire la sicurezza solipsistica di chi si posiziona a metà strada tra il fare ed il non fare. Tra l’agire e l’immobilità, è un terreno in cui abbondano promesse, progetti, sogni. Tutto molto leggero ed etereo, l’aria è rarefatta ed ogni cosa può restare promessa per sempre.
Io e Loredana abbiamo vissuto in quel territorio per parecchi anni. Un eterno faremo, diremo, andremo, decideremo. Un susseguirsi di ora non è il caso, non è il momento giusto, forse è meglio rimandare. Una vita immaginata più che vissuta. Il lavoro che non arrivava o che non ingranava, la casa giusta che non si trovava, il maltempo, l’inverno, il caldo, il freddo, i debiti e tutto il resto. Ogni scusa era buona per rimandare, per procrastinare. Lo avevamo cominciato a fare senza accorgercene fino a che poi era diventato un pezzo di noi. Rimandare era diventato parte del nostro DNA. Poi col tempo ci eravamo abituati a non fare, a non dire, a girarci dall’altro lato. Un equilibrio tossico che ci stava facendo invecchiare senza crescere mai. Non vedevamo al di là dei nostri weekend. Mentre tutto intorno a noi il mondo si muoveva, non sempre in meglio, noi restavamo ancorati ad un eterno presente che puzzava di chiuso.

Poi un giorno la telefonata, il contratto, la stabilizzazione e la caduta del castello di carte, non si poteva più rimandare. Una casa insieme lontano da tutto, lontano dalle nostre vite precedenti e vicinissima ad un futuro che improvvisamente ci sbatteva sul muso. Un impatto frontale capace di stordire chiunque. Le difficoltà di una vita finalmente vissuta. La superficie ruvida delle cose da fare per davvero. E quindi la strada, la distanza dal gran Canyon, il capoufficio che mi aspetta alle volte sul balcone come un indiano armato di arco, frecce e orologio per segnarmi i ritardi.
La macchina lasciata fuori un liceo, il percorso, sempre lo stesso. Quel balcone con una ciotola piena d’acqua lasciata lì vicino, i gatti a fare da sentinella sulle auto parcheggiate di fronte. Io che mentre cammino rimugino sulle cose da terminare, sulla benzina da mettere, le gomme da cambiare la spesa da fare. Il tempo che non basta più per guardare i miei film, le mie serie tv, per leggere i miei libri, per ascoltare i dischi nuovi. 

Poi un fischio, qualche secondo di silenzio e poi subito un altro.

Mi guardo intorno. Dal balcone spunta un omino che mi chiama col dito, come se mi avesse arpionato con un amo, fa per tirarmi verso il balcone. Mi avvicino.
Mi dice: Può salire un momento?

La domanda mi spiazza, non so che rispondere. Vorrei chiedere perché, che intenzioni hanno, cosa vuole da me. Data la mia statura e la sua non penso alla mia incolumità ma in qualche modo mi scoccia perdere anche solo pochi minuti ed allungare il mio pomeriggio di traversata di ritorno dal lavoro. Non riesco comunque ad obiettare nulla e mi faccio indicare la via per salire. Abitano al piano rialzato, in un paio di balzi sono alla porta. Mi fa entrare la moglie, una signora tarchiata con un grembiule che le cinge il collo e le arriva fino alle ginocchia. Mi indica il salotto, la casa è piccola, un quadrato diviso perfettamente in quattro stanze, all’entrata a sinistra la cucina, a destra il soggiorno, nell’angolo opposto suppongo ci fosse il bagno e poi la stanza da letto. Entro in soggiorno e trovo una grande cesta in cui una gatta allatta una serie di piccoli gatti che si affannano a trovare un capezzolo libero per sfamarsi.

Mi dicono: prenda un gatto.
Rispondo: non posso.
Ribattono: l’abbiamo vista passare parecchie volte, è sempre pensieroso, prenda un gatto, vedrà, non se ne pentirà.
Rispondo: ma io non ho mai avuto un gatto, e nemmeno la mia compagna, non so come potrebbe prenderla. Poi siamo fuori tutto il giorno.
Mi rispondono senza scomporsi: lo prenda, vedrà.

C’è qualcosa in quelle persone che anestetizza le mie ansie. Quella casa mi mette addosso una sensazione di pace che mi impedisce di rispondere alle loro richieste come vorrei. Non riesco a tenere le distanze da quello che potrebbe succedermi, come se la fase difensiva fosse totalmente disattivata.

Mi dicono: lei passa tutte le mattine, è l’unico che evita accuratamente di disturbare i gatti sono il nostro balcone, una delle poche persone che non ha mai provato a rovesciare l’acqua che abbiamo messo per loro qui sotto. Prenda un gatto, vedrà che starà bene.

Mi ritrovo con un gatto in mano. Li saluto e vado via. Lo porto in auto, lui non fiata, forse non si rende conto. Quando torno a casa Loredana non c’è. La aspettiamo sul divano. Ho messo due lenzuola a mo’ di copridivano per evitare casini. Lei entra e lancia un urlo.

Cos’è?
Le rispondo: un gatto non vedi?
Mi dice: e dove lo hai preso?
Esito: te lo spiego con calma.

Ora mentre guido osservo le mie mani tutte graffiate, durante il tragitto che mi separa dal lavoro penso al gatto, è tutto nero, l’ho chiamato Franco. Franco nero. Ha cominciato a fare casino dal giorno dopo che l’ho portato a casa, ma pare che a Loredana faccia piacere averlo tra i piedi. Quando sono a lavoro mi scrive messaggi in cui mi chiede cosa starà facendo Franco.
Al ritorno quando apro la porta lo cerco, lui esce sempre dalla stessa stanza, miagola. In qualche modo credo che mi dica: dove cazzo sei stato fino ad ora?

Il tempo che non basta più per guardare i miei film, le mie serie tv, per leggere i miei libri, per ascoltare i dischi nuovi lo passo a capire dov’è Franco, spesso è tra i miei dischi o tra i libri. Cosa sta facendo Franco, a giocare con lui, a turno con Loredana. Il tempo passato a fare le cose per davvero, la vita vera, quella che non fai in tempo ad immaginare, quella che ti graffia le mani ma che non fa male, anzi. Franco, la fine della frase “sul punto di…”.

Quando ho spiegato a Loredana perché ho chiamato il nostro gatto nero Franco lei mi ha risposto come spesso mi risponde: sei un cazzone.

Qualche volta dopo il lavoro mi fermo dai signori del piano rialzato. Citofono, prendo un caffè, parliamo di Franco, mi spiegano alcune cose sui gatti. Le vaccinazioni da fare, le crocchette. Gli racconto dei casini che combina a casa nostra. Una volta ci ho portato anche Loredana.

Alla fine non abito così lontano dal lavoro, tutto sommato guidare un po’ non ha mai fatto male a nessuno, i dischi li ascolto in macchina. Il mio ufficio è al centro di una città bruttissima, e tutto sommato vivere molto lontano dall’ufficio è stata decisamente una buona idea.

Rielaborazione grafica di Julio Armenante

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