Roma, agosto

di Alberto Meletto

Estate #1 – Julio Armenante

Casa di Lavinia sta in un mezzo a un labirinto di palazzoni gialli, fra viali con uno spartitraffico in cui hanno piantato degli alberi. L’asfalto è spaccato in prossimità delle radici. Due cassonetti traboccano di sacchetti bianchi annodati, cassette della frutta, pezzi di cose. Mi infilo fra due auto e spengo il motore.
Le otto meno venti. Ho fatto presto. A Roma in agosto non c’è nessuno. Nessuno tranne me, Lavinia, gli altri ragazzi della band e quei due cani che ciondolano fra un marciapiede e l’altro. Uno grande, nero, e uno piccolo. Quando due cani randagi girano assieme, sono sempre uno grande e uno piccolo. Passano di fianco ai cassonetti, annusano un sacco sfondato e procedono oltre.
Scendo dalla macchina e mi arrotolo una sigaretta. Sento da una finestra al primo piano la voce di qualche presentatore che annuncia il prossimo concorrente. Ventisei anni, studia ingegneria, ha la passione per il tennis. Lo accompagnano la mamma e la fidanzata. L’ha iscritto la mamma al gioco. Dice che è sempre stato un secchione. Il presentatore ride e inizia con le domande. Io accendo la sigaretta e m’incammino verso la fine del vialone. Il sudore mi appiccica la maglietta alla schiena. Rabbrividisco. Cammino e tiro boccate e mi vibra il telefono. Sullo schermo compare un messaggio di Luca: Teo, stiamo in ritardo. Tu inizia a salire. Il citofono è Rutelli.
Te pareva. Io Lavinia non la conosco neanche tanto bene. L’ho vista una volta, l’ultima volta che abbiamo suonato al Vladivostok. Ci ha portato un paio di birre in camerino, dopo il concerto. Ha detto che le eravamo piaciuti un botto. Sembrava abbastanza fatta. Poi siamo tornati in sala a sentire i Devil’s Kiss, che non erano niente di che, e l’ho persa di vista.
Alla fine del vialone non c’è niente. Altri palazzi e campi. Più oltre, poche automobili passano sibilando sul Raccordo. Le otto meno dieci. Cincischio col telefono, controllo se mi ha scritto qualcuno. Nessuno, ovviamente. Mi arrotolo un’altra sigaretta e torno indietro. Una coppia di anziani siede a un tavolo di plastica su un balcone. L’uomo prende qualcosa da un’insalatiera. Lei ha un vestito azzurro e si fa aria con un ventaglio. Guardo la pelle pendula del suo braccio che dondola avanti e indietro. I due cani sono scomparsi.
Lavinia sta al numero cinquantadue B. Eccolo. Guardo ancora il telefono. Nessun messaggio. Le otto. Cerco fra i citofoni della scala A. C’è un Rutelli da solo. Non ce ne sono altri. Premo il pulsante.
– Sì?
– Matteo. Degli Anoressia. Sono da solo, gli altri…
– Ciao, sali pure, quarto piano! e mette giù.
– Non hai preso l’ascensore? – mi dice Lavinia sulla porta di casa.
– Era occupato, – mento con un po’ di fiatone. Mi piace fare le scale.
– Accomodati, – mi dice indicandomi il divano. – Posso offrirti una birra?
Accetto volentieri.
– Mi stavi dicendo degli altri? – fa lei da dietro lo sportello del frigo.
– Mi ha scritto Luca che stanno in ritardo. Come sempre.
Il salotto di Lavinia è grande e illuminato da una porta a vetri che dà sul balcone. Sul tavolino davanti a me c’è un posacenere con mezza canna sul bordo, una busta di tabacco, un accendino, un pezzo di cartoncino strappato. La televisione ultrapiatta è bloccata su un fermo immagine di Kevin Spacey in giacca e cravatta che sta urlando qualcosa. Ha gli occhi semichiusi e una mano alzata. Su una parete c’è un poster dei Misfits incorniciato con un autografo scarabocchiato.
– Sono ritardatari cronici, eh? – mi dice Lavinia porgendomi una Beck’s.
– Sì, – rispondo mentre faccio tintinnare la bottiglia contro la sua. – Dovrei imparare ad arrivare sempre mezz’ora dopo.
– Infatti vi aspettavo almeno per le otto e mezza, – ride lei spegnendo la tivù e sedendosi sul divano.
– Non mi sono neanche cambiata, ancora.
– Non ci formalizzeremo, – sorrido e mi cade l’occhio sulle sue gambe bianche e lisce sotto il vestito corto, nero.
– Li conosci da tanto, Luca e Simo?
– Cinque o sei anni. Prima suonavamo assieme in un altro gruppo.
– Tu non sei di qui, vero?
– No, sono di fuori Milano.
– E che ci fai a Roma?
– Mi sono trasferito per lavoro. – Bevo un sorso di Beck’s. Non è granché, ma è comunque birra. – Trasferito per lavoro e rimasto… – Rimasto per Martina, penso, ma mi blocco.
– Rimasto per amore?
– Rimasto per amore, e poi rimasto e basta.
– Oddio, scusami, – dice lei posando una mano fra noi. – Non volevo… Cioè, era così per dire…
– No, figurati, tranquilla, – sorrido e scrollo le spalle. – È una storia vecchia. – Due anni a settembre, penso. È quello che il resto della gente chiama “una storia vecchia”.
– E che lavoro fai? – riprende lei per cambiare discorso. Posa la birra sul tavolino, prende la canna e l’accende. Si scosta il ciuffo di capelli viola dal volto e sbuffa una nuvola densa di fumo bianco.
– Il traduttore. Dall’inglese e dal russo, – l’anticipo mentre mi passa la canna.
Lei alza le sopracciglia e inarca l’angolo della bocca dove sta il piercing con la pallina. – Ma dai! Quindi lavori da casa?
– Ah-ha.
– Che figata, dio mio! Ti alzi quando vuoi, lavori in pigiama…
– Non uso il pigiama. Dormo nudo. – Non so come mi è uscita. Lei si ferma per un attimo. Mi guarda di sottecchi con un mezzo sorriso e fa un sorso di birra. Ha gli occhi azzurri e le labbra sottili e quando sorride le compare una fossetta. – E tu? – le chiedo.
– Be’, dipende dalla stagione. Con questo caldo, magari anch’io… Ma perché stiamo parlando di pigiami?
Rido. – Veramente intendevo che lavoro fai.
– Ah, – dice lei ridendo a sua volta. Butta la testa all’indietro e solleva le gambe. Io le sbircio l’orlo del vestito che si alza. – Lavoro alla temutissima Agenzia delle Entrate.
– Davvero? E ti lasciano allo sportello con i capelli viola?
– Non sto allo sportello. Comunque il tuo lavoro è molto più divertente.
– È un lavoro un po’ da eremita.
– Il mio è un po’ da vampira.
– Ti ci vedo, come vampira.
Lei mi lancia di nuovo quel sorriso di sottecchi. – La vuoi un’altra birra?
– Ma sì, grazie.
Mentre mi passa davanti sento il suo profumo buono e fresco, e il frusciare del vestito. – Scaldo due pezzi di pizza? – mi chiede dalla cucina. – Gli altri quando arrivano s’arrangiano.
– Se vuoi sì, ma non vorrei approfittare…
– Approfitta pure, – ribatte.
– Approfitterò, – sorrido.
Mio dio, sto flirtando? Sto davvero flirtando con una ragazza che mi offre birra ed erba e pizza e decora casa con un poster dei Misfits? È anche autografato. Da Jerry Only, verifico guardando da vicino.
– L’ho preso due anni fa, quando hanno suonato al Forte, – mi dice Lavinia da dietro la mia schiena. Sento il suo respiro sul collo. Mi volto e prendo la birra che mi porge. Brindiamo guardandoci negli occhi.
– C’ero anch’io al Forte, – le faccio mentre torniamo sul divano.
– Ma dai. Peccato non ci conoscessimo ancora.
– Già, peccato.
Parliamo del concerto, di quanto fosse osceno il gruppo d’apertura e di quanto fossero stati fantastici i Misfits anche se Jerry con la voce non ce la faceva più, e di quel cazzotto che aveva tirato a quel ragazzino che gli aveva tirato giù il microfono. Mangiamo pizza bianca con fiori di zucca e alici (“Sono quasi vegetariana,” dice, “ma ancora mangio un po’ di pesce”), faccio una canna e stappiamo altre due birre. Parliamo degli Anoressia e lei mi dice che ci ha invitati a casa sua per proporci alcune date con una band di amici suoi toscani. Mi svela quanto le piacciano i nostri testi. – Sono miei, – rispondo. Sono miei e ti prego non mi chiedere di spiegarli perché ci sono dentro tutti i cazzi miei e li scrivo così perché non riesco a parlarne. Lei non me lo chiede. Parliamo e fumiamo e io mi sforzo di guardarla negli occhi e di non far cadere lo sguardo sulle sue spalle nude e sulle sue gambe affusolate. Lei ha appoggiato una mano sullo schienale del divano e io ho voglia di toccarla.
– Posso andare un attimo in bagno? – chiedo.
– Sì, certo. In fondo al corridoio.
Per andare in corridoio passo di fianco alla sua libreria. Rallento per istinto, scorrendo le coste dei volumi. Welsh. Palahniuk. Pratchett. Pirandello. Rodari. Yoshimoto. Saramago. Dostoevskij. Joyce. Bukowski. Murakami. E rivolto di fronte, Cesare Pavese.

Estate #5 – Julio Armenante

Apro la porta del bagno e accendo la luce con la copertina de La luna e i falò stampata sulla retina.
Due anni fa. Uno scatolone pieno di libri. Martina che mi passava tutto il contenuto della sua libreria senza dire una parola, e io che, senza dire una parola, impilavo i volumi gli uni sopra gli altri, in ordine, zitto, metodico. Murakami. Joyce. Yoshimoto. Welsh. Saramago. Pirandello. Bukowski. Rodari. Dostoevskij. Pratchett. Palahniuk. Non mi ero accorto che stesse piangendo fin quando non mi aveva passato La luna e i falò con una singola lacrima al centro della copertina.
Piscio.
Il telefono mi vibra nella tasca. È un messaggio di Luca. Oi bello, abbiamo avuto impicci e non riusciamo a venire. Saluta Lavinia. Oh guarda che al concerto ha detto che le piaci. Daje forte fratè.
Fanculo.
Mi guardo allo specchio. Ho gli occhi rossi e la faccia stanca. Sono passati due anni. Settecento giorni. Sono settecento giorni più vecchio e ancora al punto di partenza. Fra altri settecento giorni sarò ancora qui.
Quando torno in salotto, Lavinia ha tolto il piatto della pizza. Finiamo la birra.
– Senti, mi devi scusare ma domattina ho un’alzataccia, – mi fa. – Non vorrei fare quella che ti sbatte fuori di casa, cioè, è stata una bella serata…
– Non preoccuparti, anzi. Magari replichiamo, – mi alzo e butto lì con un mezzo sorriso. – La prossima volta offro io le birre.
– Certo, volentieri. Per le date con quell’altra band, mi fai sapere cosa dicono gli altri?
– Assolutamente. Ti trovo su Facebook?
– Sì. Grazie della serata, Mat.
– Grazie a te, Lavinia. – Ci baciamo sulla guancia.
Scendo le scale a piedi.
Fuori, l’afa mi fa appiccicare di nuovo i vestiti addosso. Mentre raggiungo la macchina, incrocio di nuovo i due cani. Quello nero mi guarda. Io lo guardo di rimando. – Ciao, – gli dico.
Lui non sembra capire.
Si alza un soffio di vento.
Un tuono rimbomba in lontananza.
Forse stasera piove.

Le foto sono di Julio Armenante

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