Prima che finisca

di Elena Costa

L’occhio della farfalla – Carlo Martello, Pablo Follieri, Emiliano Oliva

Narra la leggenda che i capelli di Maria Antonietta, imprigionata alla Bastiglia, divennero tutti bianchi in una notte.

All’angolo destro delle labbra, trova un piccolo taglietto, un’ulcera impercettibile, rossa e dolorosa.
Appiccicata allo specchio del bagno, con la lingua che preme a evidenziare il punto incriminato, la analizza cercando un motivo. Si sarà tagliata con il filo interdentale o è un herpes che preme per nascere? Pulsa e brucia, fin dalla notte.
Si veste approssimativa, solo poco più accessoriata che durante la reclusione, almeno il reggiseno per facilitare la chiusura del piumino leggero. È una bella giornata.  Gente poca. Le immancabili coppie di vecchi con il carrello della spesa. La farmacista dietro il vetro montato in una notte consiglia Alovex e pace così.
Fuori il timore di infrangere altre regole la spinge a rientrare velocemente a casa dove l’attendono le infinite cose che non farà mai, neanche rintracciare il cavo per attaccare il computer al modem e rendere la connessione meno ballerina.
È solo lunedì. Pensava di avere una storia con Paolo il poliziotto, lui che può deambulare con tutti i diritti non si vede da giovedì. Hanno scopato, anche se era il primo giorno del ciclo e grumi di sangue vivo sono caduti sul tappeto quando Paolo si è levato il cappuccio. Il tappeto è rosso marocchino e le macchie si confondono con la trama. Quando la sera le schiaccia con i piedi nudi sa che ci sono e che forse potrebbe pulirle ma le sembrano tracce di un passato recente che non è scontato che ritorni.
I giorni non sono tutti uguali. A casa puoi inventare un colore diverso da assegnare al mercoledì o al venerdì, o un odore, pesce o gateau di patate ma è l’unica nel mondo occidentale che non ha preparato il pane o la pizza. L’unica che non ha bevuto il vino, che non ha stappato neanche una delle Corona che aveva stipato in frigo.
L’ulcera si è estesa da un angolo all’altro e le labbra sono piene di tagli, si screpolano, ingoia pezzetti della sua stessa pelle insieme ai Pavesini. Si guarda nello specchio diventato enorme, e rivede immagini della tv dell’infanzia. Madre Teresa tra i lebbrosi senza labbra, quando esistevano ancora i lebbrosi e si facevano le collette per loro. Ma era quella suora dalla faccia cattiva a spaventarla più dei lebbrosi.
È un altro lunedì. Ha chiamato Simona, che sta facendo la guardia in una clinica di lunga degenza, altri vecchi pericolosi e a rischio, ma sono più pericolosi o più a rischio ‘sti vecchi? La diagnosi per lei è cheilite angolare, una stomatite diffusa, meglio prendere un antimicotico.
Non si cambia. La tuta da casa. Niente reggiseno. Solo le scarpe e il piumino. Sta piovendo, nessuno in giro, neanche i vecchi. Un’altra farmacista dietro il vetro le porge il farmaco con la mano guantata.
Torna a casa. Decide di prendere le scale fino al quinto piano e così potrà credere di aver fatto sport. Tira fuori il Micostatyn dalla scatola. Lo scuote e lo apre, l’odore del liquido giallo e il suo sapore sono la madeleine che aspettava, era il suo elisir preferito anche da bambina. Lo tiene in bocca più del necessario e lo ingoia pensando allo sperma degli uomini che ha sempre sputato, suscitando in alcuni notevole disappunto.
Considerata la condizione delle labbra, alla fine è stato meglio non averla la storia con Paolo il poliziotto, tanto era solo l’inizio, solo tre o quattro volte, chiacchiere culinarie e scopate canoniche.
Eppure nonostante la prigionia non le viene voglia di pensare a Fabrizio. Al suo odore. Altre scopate, meno canoniche, pathos patologico e tutto il corollario. Sistemizza per minimizzare. Da Paolo il poliziotto e ancora indietro, tutta la sfilza di uomini che le son piaciuti, veramente però, niente di introspettivo o non detto, solo corpi nel passaverdure. Non se li ricorda. Allora fa qualcosa. Fare è ricordare come si fa. Trova i post-it colorati e ci scrive con le matite, gialle, rosse, viola, fuxia, rosa, nere, i nomi di tutti gli uomini con cui è stata, i ragazzini di allora e gli uomini di adesso, se non ricorda i nomi scrive la specifica con cui li aveva battezzati, per ridicolizzarli con le amiche. Omologato Pessimo Schiavista insieme a Pacifico Marco Riccardo Giorgio Giovanni Antonio Michele Elvio Daniele Ermanno Andrea Emanuele Fabrizio1 Fabrizio2 Fabrizio3 Fabrizio4 Fabrizio5 Ferdinando Federico – si accorge con stupore che prevalgono i nomi con la F ma non è mai stata con un Francesco – Alessio1 Alessio2 Tiziano Evandro Giandomenico Luca. Lo specchio è pieno di nomi. Solo un piccolo spazio libero, quello che le serve per guardarsi le labbra cadere e ricomporsi, in una settimana e in un’altra ancora. Micostatyn, tree tree oil, burro di cocco, olio di oliva e di nuovo Micostatyn, liquido giallo bevuto ormai a canna senza manco il misurino.
Scale a piedi e farmacia. Farmacia e scale a piedi.
La ripetitività delle azioni quotidiane diventa inequivocabile e non si riesce più a nascondere. Finestre aperte, fare il letto, guardarsi allo specchio, mangiare1, leggere, scrivere, parlare al cellulare, videovedersi, accendere i termosifoni, toccarsi, finestre chiuse, mangiare2, dormire, sognare il mare e i treni, svegliarsi, aprire le finestre, rifare il letto, caffè, guardarsi allo specchio, recitare un mantra, prendere una decisione, cambiarla, mangiare1, mangiare2, letto, sogno.
Sogna di essere in una casa, non sua, a piano terra, in questa casa un uomo nudo la aspetta per scopare, ne intravede il corpo estremamente bianco, i muscoli scolpiti marmorei, si avvicina per accarezzarlo e ci si trova subito a letto per accorgersi che era un corpo senza testa, come capita a certe statue greche nei musei.
Il sogno la lascia spossata per qualche giorno.
Le labbra migliorano. L’ulcera a destra però è ancora viva e vegeta, bucata, continua a premere. Simona ordina ferro e vitamine. Esce mascherata per proteggere gli altri dalla vista delle sue labbra. C’è fila per entrare in farmacia. Appoggiato al muro, vicino al cilindro per la raccolta dei medicinali scaduti, c’è un barbone dai capelli rasta che non ha mai visto nel quartiere. Un uomo anche giovane, forse anche bello. Parla da solo di questioni insolute, è calmo, ragionevole con il suo interlocutore invisibile. Muove le mani in aria e ha le unghie lunghissime, le unghie più lunghe che abbia mai visto da vicino, talmente lunghe da arcuarsi su se stesse a formare un ricciolo. Ha paura. Prende i farmaci e quasi corre per tornare a casa. Strada, portone, scale a piedi. Chiude la porta bloccandola con il catenaccio. Senza togliere il piumino e le scarpe va in bagno a lavarsi le mani.  Apre il rubinetto, l’acqua calda emette il suo vapore, alza gli occhi e si intravede riflessa nello specchio coperto dai post-it  con tutti quei nomi e pensa che adesso, prima che finisca, potrebbe anche piangere.

Il dipinto è un’opera collettiva di Carlo Martello, Pablo Follieri e Emiliano Oliva

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