L’hanno fatto evaporare

di Matteo Lorenzi

Bonaccia – Julio Armenante

Pensava che la vita corresse su binari conosciuti, invece qualcuno o qualcosa si è voluto divertire, a sue spese ovviamente. Beh, insomma alla fine l’hanno fatto evaporare. Sì evaporare, pof, come quando si preme il bottone del vapore di un ferro da stiro e il calcare crea quella piccola resistenza prima dello sbuffo: pof!. Di lui più nulla, almeno per come lo si conosceva prima.
Prima c’era l’uomo e che uomo, quelli tutti d’un pezzo, l’uomo alfa, di quelli che scansati che passo io. Ora solamente della fastidiosa e temporanea umidità.
Che l’anima sopravvivesse al corpo lo sperava, ci sperano la maggior parte delle persone, ma che poi in realtà tutto si limiti a del banale vapore acqueo, quello no. Mentre saliva verso l’alto, leggero e lieve come non s’era mai sentito, qualche domanda se la fece. Com’è piccolo il mondo e quanto son piccole le cose se viste dall’alto o semplicemente da una prospettiva diversa. Poi ovviamente si chiese anche se fosse morto ma a quello non trovò risposta. Piuttosto si ritrovò presto etereo e biancastro in mezzo alle nuvole, confuso fra esse, forse egli stesso nuvola, probabilmente sì o probabilmente no.
Beh, a guardar bene la plebaglia vista da lassù era ancora più plebaglia. Piccola, brulicante e insignificante. Forse l’essere morti non era poi così male. Certo, averlo saputo prima che si sarebbe diventati del semplice vapore acqueo…però, è vero che le soluzioni sono sempre le più semplici. Paradiso, inferno, anima e chissà cos’altro. Macché, la risposta era la più semplice: vapore acqueo. L’eterno riciclo dei liquidi.
All’inizio fu quasi divertente, il vento, la velocità, l’altitudine, l’impossibilità di percepire a pieno i confini del proprio corpo. Poi invece iniziò a fare i conti con le leggi della meteorologia. Si trovava direttamente sopra una vallata, ovvero il luogo in cui era morto e perpendicolarmente asceso. Come accade in tutto il mondo, in quella zona agglomerati nuvolosi e perturbazioni si formano o percorrono avanti e indietro più o meno gli stessi percorsi. Avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro. Una volta che raggiungeva i confini più a sud ecco che inesorabilmente il vento girava e lo riportava verso nord e una volta là, viceversa verso sud. Insomma, dopo pochi giorni ne aveva già pieni i coglioni. Ma questa esistenza vaporosa sarebbe stata eterna? Il silenzio, la noia, la solitudine. Sorse spontanea la domanda: era una condizione comune diventare vapore acqueo o era una situazione riservata solo a lui? Perché di fatto non percepiva alcuna presenza lì intorno, forse i vari vapori acquei di gente morta potevano solo pensare ma non comunicare? Dei piccoli agglomerati di umidità condannati alla solitudine eterna peraltro noiosa? O la vaporizzazione era capitata solo a lui per qualche sorta di elezione o premio alla vita? Questo pensiero lo inorgoglì non poco. Lui non si era mai considerato plebaglia ma uomo di comando, figlio del mondo dove vige la legge della natura, ovvero quella del più forte. D’altronde ci sono uomini che sono naturalmente superiori ad altri sia per razza che per cultura, nel pieno rispetto della selezione naturale. Lassù, mischiato fra le nuvole poteva celarsi un premio all’onnipotenza che lui al momento doveva ancora far suo a pieno. Questo doveva essere, che altro?

Imbrunire – Julio Armenante

Le risposte arrivarono quando un bel giorno la routine si spezzò. C’era stata qualche avvisaglia, turbini, sensazione di schiacciamento, aumento della velocità, strane correnti, ma quello che successe in seguito fu molto peggio. D’altronde era uno sviluppo naturale facilmente prevedibile ma al quale ingenuamente non aveva pensato: la trasformazione in pioggia.
Una disgregazione alla quale non era preparato, cadere senza gravità in una folle discesa verso il terreno. Il proprio Io costretto a separarsi in decine e decine di unità parallele. Lui non era più intero. Era lui ed era mille altri lui, con mille altri pensieri ma non necessariamente uguali. Era quella sensazione a sconvolgerlo. Era unico e nello stesso tempo disunito in centinaia di gocce di pioggia indipendenti l’una dall’altra. L’uomo tutto d’un pezzo si era trasformato in una sorta di plebe piovasca.

Il primo lui ad arrivare si spiaccicò sul parabrezza di un auto, nessun dolore ma tanto fastidio per il fatto di non riuscire a governare il proprio moto. Quel vetro scivoloso e pendente lo faceva scivolare inesorabilmente verso il basso. Da buon prepotente individuò ben presto un rivolo più piccolo del suo, un rivolo da fagocitare per diventare ancora più grosso e una volta grosso poter disporre di più forza. Serve, si disse, diventare più grossi serve e basta. Il rivoletto tentennava, lui si aggrappò per quel che poté al vetro e con tutte le forze si spinse in diagonale per intercettarlo.
A pochi centimetri dalla meta quando era oramai certo di avercela fatta, un colpo di tergicristallo spazzò via lui, il rivoletto e tutto il resto disgregandoli e amalgamandoli a una pozza marrone che prese forma sul terreno. Lì diventò fango.

Il secondo lui piombò direttamente su un prato, anzi prima sbatté su delle foglie, si divise in tre e poi colò nel terreno. Discese lentamente annusando la terra, diventando parte di essa. Discese fin quando la terra non si fece dura e lì capì di essere intrappolato fino al prossimo sole.
Un altro lui cadde su un cane e la botta lo divise in due. Resistette fra i peli dall’odor della stoppa anche dopo un paio di scrollate da parte dell’animale. Resistette finché poté ma poi quando il cane leccò dovette mischiarsi alla sua bava e finire ingurgitato in un luogo dove conobbe l’oscurità. Diventò merda e la cosa brutta era che tutti glielo potevano dire e lui non poteva obiettare.
Un altro lui cadde su un tetto, scivolò fra le tegole prendendo spallate dagli altri, unendosi e separandosi in commistioni involontarie che mai avrebbe immaginato. Ora governava e ora non più, a intermittenza irregolare, come se il timone del comando fosse in mano a una forza caotica o semplicemente alla corrente più forte. Lui, individualista, solitario, prevaricatore, in quello specifico contesto era un’anima finita. Era costretto, se voleva procedere, a unirsi, a condividere. Piuttosto muoio, si disse, ma poi si rese conto della cazzata.
Rimase lì un po’, schifato dalla situazione finché un piccolo ruscello proveniente da sopra arrivò come un treno e lo portò con sé, interrompendo quei pensieri idioti e permeandolo di altri mille pensieri diversi, alcuni nobili altri meno, la maggior parte in mezzo a questi.

Ci furono altri mille lui e mille altre gocce, intersecate ora in un pensiero e ora in altri. Poi ci fu il sole che strappò lui e gli altri sé dal luogo dove giacevano. Si disgregarono ancora una volta per risalire da dove erano venuti, per tornare infine a ripercorrere noiosamente avanti e indietro quella valle fino alla prossima pioggia. Risalivano ed evaporavano cercando e disperando di ricongiungersi gli uni agli altri, ma senza successo.
Lui era sempre lì, ma nello stesso tempo era anche altrove, contaminato e contaminante, miscelato, corrotto e sverginato della sua nobiltà. Mescolato per sempre agli altri, come il sangue, dopo secoli di discendenze.

Foto di Julio Armenante

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