A Parigi

di Tiziana Franzolini

A casa – Julio Armenante

A Parigi non ci sono mai stata. È uno di quei posti di cui ci si immagina ogni angolo, ogni odore, ogni strana esalazione di fumo. Ogni abitante, cane, gatto o piccione che sia, ogni luce, ogni goccia di pioggia.

Esistono due Parigi al mondo, una è dentro la mia mente.

E nel terzo arrondissement, in Rue Lavande 43, c’è un piccolo bistrot con i tavolini che si affacciano alla strada, tondi, di metallo un po’ arrugginito, nascosti da piccole tovaglie ocra. Lunghi vasi di vetro contenenti della lavanda in fiore impediscono alle tovaglie di volare via. Le sedioline, un po’ ammaccate, sono d’un azzurro pallidissimo, reso ancora più pallido dal sole che le ha stinte. Dal muro giallo scuro del bistrot, sopra la massiccia porta in legno brunito, una grande tenda color dell’ambra si srotola, fresca ed estiva, fin quasi a toccare l’asfalto della strada a cui quel posticino pittoresco si rivolge. I lastroni di pietra del marciapiede sono in parte coperti da qualche tappeto dal colore indefinito, che forse un tempo era stato un rosso aranciato.

Nel settimo arrondissement, in un vicoletto sconosciuto ai più, in un minuscolo appartamento al primo piano, sempre ombreggiato da una folta ed eccezionalmente alta coltivazione di lillà che copriva, con i suoi 6 metri e 56 cm di altezza, l’intera apertura delle finestre, abitava l’ometto di cui mi accingo a raccontare la storia.

L’omino in questione era un tipo abitudinario. Aveva un lavoro che gli consentiva di stare spesso a casa, e si concedeva di uscirne solo al pomeriggio, quando il cielo era ancora chiaro, e percorreva sempre lo stesso percorso.
Dal vicoletto nel settimo arrondissement, fino al piccolo bistrot in Rue Lavande, c’erano almeno un milione di percorsi diversi, meravigliosi, ma lui, senza cambiare nemmeno una volta in più di vent’anni che abitava quell’appartamentino, faceva sempre la stessa identica strada.
Superava il negozio di stoffe, girava a destra dopo la farmacia, percorreva la strada fino al penultimo tabacchino, attraversava, prendeva il vicolo di sinistra, si fermava dal piccolo fioraio sulla destra dove comprava un giglio bianco, il suo preferito, e poi continuava senza più fare interruzioni per quella molteplicità di viuzze e vicoletti fino al bistrot suddetto.
Si sedeva all’ultimo tavolino sulla sinistra, spalle al muro, con il giglio appuntato alla giacca e il giornale sul tavolino. Raramente lo leggeva, il più delle volte solamente la pagina dedicata agli oroscopi. Più spesso lo teneva semplicemente aperto davanti a sé, fingendo di interessarsi alle notizie del mondo mentre sbirciava la vita cittadina susseguirsi placidamente di fronte a lui. Sul tavolino, scintillante in un bicchierino di vetro zigrinato, del Cointreau noir. Quando la sera cominciava a calare, e la luce si faceva d’un arancione carico e accogliente, socchiudeva gli occhi e si godeva per qualche istante la dolcezza dei pomeriggi assolati. Ma alla prima ombra raccoglieva il giornale, lo metteva sotto il braccio, lasciava tre monete sul bancone del bistrot e scivolava a casa, a rinchiudersi nell’oscurità rassicurante della sua camera da letto.
Per vent’anni quella fu la sua routine. Nient’altro lo portava fuori casa. In ogni condizione atmosferica, per ogni giorno dell’anno, persino i festivi, persino quando il bistrot chiudeva per ferie. L’unica cosa che variava, in quel caso, è che non lasciava le tre monete sul bancone prima di andarsene e, ovviamente, nessun Cointreau.

Un’assolata mattina di maggio, l’ometto si svegliò con il profumo inebriante dei lillà. Fece colazione con pane nero, marmellata di mirtilli e caffè nero, senza zucchero e senza latte, come sempre. Si fece una breve doccia e si rase la barba. Poi si vestì, infilò le scarpe, aprì tutte le finestre della casa, e si sedette davanti alla macchina da scrivere. Era sempre stato decisamente anacronistico, come tipo umano.
Fece una pausa per pranzo, scaldò una porzione di gratin di patate e formaggio che aveva preparato pochi giorni prima e si sedette sul tavolo di legno spoglio. Mangiava con calma, godendosi il silenzio e l’aria primaverile. Dopo aver finito rimase seduto a lungo, contemplando lo spazio attorno a sé e rimuginando sulla sua vita. Non che ci fosse molto da rimuginare, ma gli piaceva crogiolarsi in fantasticherie, immaginando quale vita starebbe conducendo se solo un particolare passato fosse andato in maniera diversa. Si immaginava militare, scrittore, casanova, perfino stunt-man di kolossal americani. Ovviamente il nostro ometto non si poneva mai il problema alla base di tutte queste elucubrazioni. Se veramente sarebbe potuto diventare qualunque cosa d’altro che non fosse quell’ometto lì seduto a un tavolo a immaginarsi vite diverse, perché era finito proprio in quell’appartamento, a condurre proprio quella particolare vita? A questa domanda non esiste una risposta. O forse, per vivere meglio con noi stessi, preferiamo non darcela.

La verità però era che lui, della sua vita, era completamente soddisfatto. Una risposta alla nostra domanda potrebbe essere semplicemente: “Perché gli andava bene esattamente così. Gli andava bene di fare ogni giorno le stesse cose. Gli andava bene di essere solo. Gli andava bene di avere gli stessi orari, gli stessi ritmi, gli stessi sguardi ogni giorno. E non c’è proprio nulla di male in questo.” Decisamente un ometto sereno.
Così, al termine di un sogno particolarmente vivido in cui si immaginava pilota di un piccolo aereo dell’Armée de l’air, si alzò come ogni altro giorno, lavò a mano i piatti come ogni altro giorno e come ogni altro giorno tornò a sedersi davanti alla macchina da scrivere per ricominciare a lavorare.
Alle 17.30 chiuse la macchina da scrivere. Si preparò con cura. Alle 18.00 in punto uscì di casa, percorse, come era solito, la strada per il piccolo bistrot e si sedette al suo solito posto con il solito Cointreau noir appoggiato accanto.
Mentre fingeva di leggere il giornale si soffermò a lungo a studiare una cartomante seduta al suo tavolino dall’altro lato della strada. Era l’incarnazione di ogni stereotipo. Lunghi selvaggi capelli neri, un foulard coloratissimo sul capo, trucco nero, pesante, sugli occhi, le labbra rinsecchite rosse come petali di una vecchia rosa. Agitava le mani con fare mistico, quasi ridicolo da quella distanza. Le vesti erano rattoppate in più punti, ma il corpo le manteneva vive come fossero appena comprate. D’un tratto la donna si girò verso di lui, e fissò a lungo dentro i suoi occhi. L’ometto si strinse imbarazzato dietro il suo giornale, cercando di nascondervisi. Quando ebbe nuovamente il coraggio di sbirciarla, lei stava già guardando altrove, non degnandolo più d’un cenno. Lui si sentì vagamente offeso.
Un rumore attirò la sua attenzione. Un aeroplano stava volando sopra la città. Sorrise. Quel pilota poteva essere lui.
Passò una coppia, giovane, lei aveva lunghi capelli color dell’oro, mossi, e un bel sorriso. Camminava stringendosi al ragazzo di fianco, come se avesse paura che potesse scappare via. Lui la guardava intenerito. Era molto più alto di lei, e aveva i capelli neri. L’ometto li osservò scomparire in lontananza. Pensava all’autunno, pensava alla dolcezza del tempo che passa.
La felicità sta nella ripetizione, ho letto da qualche parte. Se è vero, il nostro ometto era il più felice del mondo.
Una vecchia signora con un vecchio cane grigio gli sorrise mentre passava. Si teneva il cappellino con una mano, per paura che cadesse. Non c’era vento.
Un uomo in completo blu e cravatta rossa procedeva a falcate veloci sul marciapiede opposto parlando a voce troppo alta al telefono, inciampò su una bambina biondissima e riccioluta che si indispettì. L’uomo rivolse delle scuse frettolose alla madre. Guardandola in volto si spaventò. Andò via ancora più velocemente. La madre prese la figlia in braccio e lo guardò confusa mentre si allontanava. Le prese un gelato al gelataio all’angolo.
Una ragazza dall’aria triste stringeva la tiracca della sua borsa con una mano e con l’altro braccio stringeva un libro al petto magro. Aveva scarpe di pelle, pantaloni neri, e una giacca a quadri rossa e nera. Il libro era un saggio di filologia.

Il viaggio – Julio Armenante

L’ometto sospirò, ripiegò il giornale e afferrò il bicchiere. Poi, con il bicchiere in mano, si voltò nuovamente verso la strada.
Ma non ne aveva una visione completa. Soprattutto perché la sua attenzione si era d’un tratto spostata molto più vicino, esattamente di fronte a lui, sulla sedia che prima non aveva minimamente notato.
– Buonasera.
Ne fu stupefatto. L’esserino seduto di fronte a lui lo guardava con quello che aveva tutta l’aria di sembrare un sorriso. Non riusciva bene a comprendere cosa fosse accaduto. Un attimo prima guardava come al suo solito la vita nascosta di un marciapiede della città, un attimo dopo si ritrovava a socializzare con un qualcosa del tutto sconosciuto e per di più comparso dal nulla. Ma si poteva dire che stesse socializzando, se la sua unica reazione era fissare il nuovo arrivato con aria stupita senza proferir parola?
– Buonasera.
Ripetè, a voce più alta, l’esserino.
– Mi scusi se la importuno, sono del tutto nuovo da queste parti e mi farebbe piacere scambiare due parole con qualcuno. È molto tempo che sono solo.
Il nostro ometto si guardò intorno. Nessuna espressione sorpresa sul volto dei passanti. Nessuna curiosità dai tavoli adiacenti. L’oste s’asciugava le mani sull’uscio, guardando sereno la strada. Tornò a voltarsi verso l’esserino. S’intuiva che questo avesse un’espressione di condiscendente attesa.
L’ometto tossì.
L’esserino sospirò e incrociò le braccine su quello che doveva essere un petto.
L’ometto si decise ad assentire con il capo. Si schiarì la gola, e balbettò:
– Oh, ehm, certo, nessun problema, prego.
L’esserino non sembrava troppo soddisfatto, ma si strinse addosso gli indumenti e chinò il capino verso il nostro protagonista.

Iniziarono la conversazione nel più banale dei modi, parlando del tempo. Era decisamente una giornata assolata, a differenza di solo qualche settimana prima il clima era finalmente adatto a non indossare la giacca durante il giorno. Stranamente, il disquisire continuò tranquillamente, e in breve tempo l’ometto si sorprese tranquillo e del tutto a suo agio. L’esserino aveva l’aria decisamente più soddisfatta. Dalle condizioni atmosferiche si spostarono sull’atmosfera stessa, discussero di nembi e cumulonembi, di piogge acide e buchi nell’ozono. Scivolarono dolcemente sulla società odierna, sulle opinioni di quei tutti di cui tutti noi facciamo parte, delle assurdità della gente e di noi stessi, sulle diverse caratteristiche fisiche delle persone.
A questo punto l’ometto si irrigidì. Non sapeva bene come parlare di questo argomento a un esserino che sì aveva qualcosa dell’essere umano, ma che di certo non si poteva dire interamente tale. In particolare sembrava evanescente e sfuggevole, troppo pallido forse, troppo liscio anche, troppo amichevole, pure. L’esserino si accorse dell’imbarazzo del suo interlocutore. Abbozzò un sorriso divertito e slittò sull’argomento. L’eterocromia, quant’era interessante.
Presto si ritrovarono a parlare di filosofia, del lavoro, dei grandi massimi sistemi in cui il nostro mondo è immerso.
Il tempo fluiva vischioso tra le loro parole, saltellava sul bicchiere intonso di Cointreau, scorreva ai bordi del marciapiede e scivolava in strada, macinando secondi su secondi, minuti su minuti, ore su ore. Si alzarono continuando a discorrere, l’ometto del tutto dimentico delle sue ferree abitudini. Pagò il Cointreu che non aveva bevuto e con la notte che avanzava si ritrovò a camminare fianco a fianco con quella strana e affascinante creatura, senza badare affatto alla direzione da prendere.
La luce forte e arancione del tramonto in cui l’esserino aveva fatto la sua comparsa, illuminato e surreale come un miraggio nel deserto, era stata lentamente sostituita dalla più inquietante e pallida luce lunare. I due passeggiavano sotto quei raggi argentei sempre più affascinati dai discorsi che intraprendevano, sempre meno coscienti di dove fossero. Se non altro, il nostro ometto. Perché ad oggi sono piuttosto certa che invece l’esserino sapesse perfettamente dove fossero per tutto il tempo della loro passeggiata.
Difatti, camminando e parlando, osservando le anime più disparate incrociarli e venirgli incontro, chiedere soldi, amore, o altre richieste folli, arrivarono quasi casualmente alle porte di un gigantesco cimitero.
Père Lachaise.
Straordinariamente (e per volere dell’autrice, che ha potere creativo anche sulle regole comunali dei cimiteri della Parigi che le sta dentro la testa) le porte del cimitero erano aperte.
Dentro, è il caso di dirlo, non un’anima viva.
Così i due si incamminarono lungo i viali deserti, abbassando il volume della conversazione e anche i suoi toni, in rispetto a coloro che stavano dormendo da secoli poco lontano dai loro piedi.
Girarono a lungo, fermandosi spesso a controllare date troppo vicine di nascita e morte, a riassestare fiori sgualciti, a discorrere sui nomi scritti in ottone ormai rovinato.
L’esserino si faceva sempre più silenzioso, sempre più sereno, come se lo scopo finale della sua persistenza in quel luogo stesse giungendo al termine. L’ometto non se ne accorse, attribuendo il silenzio del suo amico alla stanchezza, inevitabile dopo tutte quelle ore passate a camminare e discorrere.
Ma quanto tempo era passato? L’ometto rivolse lo sguardo al cielo popolato di stelle, la luna non era nient’altro che una falce sottile, un sorriso luminoso di uno stregatto galattico. Si stupì di quell’ombra. Si stupì di non essere a casa, nel letto, tra le braccia di Morfeo. Si stupì del buio pesto che c’era, la notte sembrava più nera di sempre. Guardò le punte degli alberi del cimitero, gli sembrò che fossero pennelli, e che fossero proprio loro a dipingere il cielo tutte le notti. Sorrise per una sensazione che non provava da anni, e che non pensava avrebbe mai più provato.
Si girò verso l’esserino con quello stesso sorriso e divenne immediatamente espressione di stupore.
Il suo novello amico era diventato luminescente, quasi etereo, seduto su una lapide a pochi passi da lui. Sorrideva anche l’esserino. Si guardarono per un po’, poi l’esserino strizzò un occhio e scomparve sotto la lapide.
L’ometto si avvicinò. Sulla pietra grigia c’era un nome che non aveva mai sentito. “Oscar Wilde”, diceva. L’ometto non riusciva a capire.
Non che ci fosse nulla da capire. In breve tempo una sensazione simile a quella che aveva provato guardando il cielo si impadronì nuovamente di lui, e con un sorriso beato si adagiò sulla pietra. Gli occhi, prima di chiudersi per sempre, videro i raggi rossastri di una nuova alba.

Foto di Julio Armenante

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