Tu che eri ogni ragazza – intervista a Emanuela Cocco

Tu che eri ogni ragazza; Emanuela Cocco: Wojtek Edizioni; 2018

Piuttosto che farlo io (lo farei sicuramente peggio di te), ci racconti di cosa parla il romanzo in modo che chi non lo conosce ancora possa avere qualche coordinata di riferimento?

Ve lo racconto, certo, ma lo lascio fare al romanzo. Ci sono tante storie dentro.
La prima è la storia di una ragazza, le è successo qualcosa, è scappata di casa, è corsa alla stazione per andare a Roma, è la prima volta che lo fa. E quando la vediamo per la prima volta è in questo stato:

Jungla. Alla stazione. Prima il suo aspetto: i capelli come se il vento vi avesse urlato attraverso, ai piedi calzini notturni sgretolati dal freddo, flosci sulle caviglie e scarpe un tempo bianche ora pietrificate, del colore della terra battuta, le gambe infilate in fuseaux verde smeraldo, calzati al contrario. Ke Skifo. Poi: il gesto, irrelato, intermittente, inesauribile. Il pugno alzato, a dire: Ke Skifo – Ke Skifo e ancora e ancora. Come i frame in bassa risoluzione catturati dai film e replicati in rete all’infinito. Una gif di Jungla alla stazione. Un messaggio in due tempi a velocità standard di immediata leggibilità: Ke Skifo. L’eterno ritorno della paura nel suo corpo, lo shock di un movimento di pensiero nello sguardo iperstatico. Due tempi: apparizione e gesto. Minuscolo zaino di tela nera coricato sulle spalle enormi, maglietta troppo corta, rigonfia sul davanti, occhi conficcati nei finestrini: Ke Skifo

Poi ci sono un padre e una madre e ognuno reagisce come può alla catastrofe, e la loro storia più o meno è tutta qui:

A – Uccidono la ragazza.
La madre e il padre piangono.
La madre dice: perché noi?
Il padre: lo prenderanno e gli faranno il culo.
La madre: non poteva capitare a qualcun altro? Gli faranno molto male, risponde il padre.
La madre: pensavo che saremmo stati risparmiati.
Il padre: sputerà sangue e rimpiangerà di essere nato.
La madre: mi manca.
Il padre: gli faranno il culo.
E il giorno dopo (sempre il padre): l’hanno preso!
La madre: e adesso?
Il padre: mi manca.

Poi c’è la storia di due tipi, A e B, che si sfidano online a colpi di storie pietose. Loro sono quelli che chiudono i loro racconti con la frase: Votate pietà

Poi c’è Duca, una che lavora nel privato sociale e lei è una che si vergogna, perché non può fare nulla, per nessuno, mai, e si vergogna perché a volte è così preoccupata per se stessa che non le importa più. Lei è una che un giorno, oltre a vergognarsi, mentre torna dal lavoro, vive questa cosa e prende una decisione.

Al ritorno dal lavoro, sul Cotral, passando per via dell’Acquafredda, i visi delle nigeriane affiorarono tra gli oleandri e le pompe di benzina cogliendola di sorpresa. C’era tutta una vita operosa dietro quei canneti. Giovani corpi boscosi sotto le fronde cotonate di biondo, su cui sborravano i vecchi parcheggiati lungo la strada. Culi recisi nel mezzo da perizomi rossi si agitavano a favore degli automobilisti, ballando una musica immaginaria. I fari delle macchine appostate, le gambe livide delle ragazze. Nessuno le costringe, no? No, è risaputo: le nere si divertono, le rumene son fatte così, le prime sono esperte, le altre piccole e minute. Il culo piccolo, il volto angelicato. Duca si vergognava. Erano piccole. Nessuno le costringeva, no? Seduta sul sedile forforoso del pullman, decise che avrebbe cercato la ragazza.

Il romanzo parla attraverso queste storie di cose di cui sono riuscita a parlare solo scrivendolo.

Il romanzo è ambientato a Roma e include alcune delle sue periferie. Roma è una città in cui si passa velocemente, a volte senza neppure rendersene conto, da uno dei tanti centri cittadini, spesso iper-turistici, a zone di campagna o di periferia industriale, a terre di nessuno. L’unica altra città europea in cui, parzialmente, succede questo è Berlino. Cosa ha significato ambientare il romanzo a Roma? Non parlo tanto delle trame del libro, quelle potrebbero vivere ovunque, ma del sentimento che soggiace all’intero romanzo, a quei tratti tipici di Roma tanto da essere diventati a volte dei luoghi comuni: il cinismo, la capacità di sopravvivenza nonostante tutto, la vicinanza e allo stesso tempo la distanza che la città comunica, il rapporto che Roma ha, anche storicamente, con la violenza.

Per prima cosa Roma per me vuol dire non capire mai dove stavo andando e come arrivare in diversi punti della città. Dato che non ho il minimo senso dell’orientamento e ancora adesso mi muovo con lo stradario o appuntandomi su un taccuino il tragitto che devo fare per arrivare da un punto all’altro della città, Roma per me resterà sempre un labirinto. Poi è lo scenario degli affari della mafia transazionale, questo vuol dire che nulla è quello che appare, e anche che una cosa che ci sembra tanto lontana magari è la stessa che ci farà crepare sotto casa. Questa è la città in cui uomini liberi passano accanto a uomini e donne vittime di tratta e neanche ci fanno caso. Poi Roma è la città degli antichi e alti palazzi, come dice Goethe, ma anche quella della periferia in cui convivono normalità e sofferenza estrema, a Roma ho dedicato la parte più lirica del romanzo (La primavera a scatto) perché è così che la vedo, come una forma di bellezza che ti può colpire alla gola come un coltello a serramanico, un tipo di bellezza che può uccidere chi se ne sente escluso, senza nessuna redenzione possibile, è la città con le pizzerie lavatrici, che riciclano il denaro sporco, una città presidiata dalle voragini, congestionata, gambizzata, protagonista della cronaca nera ma anche delle cene eleganti. Una specie di giostra in cui puoi divertirti come venire schiacciato sotto i cavalli in movimento, non è una questione di merito ma di casualità e fortuna.
A volte ci va bene e tutto sembra giusto, a volte restiamo stupiti dall’iniquità della vita, ma a chi importa del nostro stupore o della nostra soddisfazione? A nessuno. Allora ci mettiamo a scrivere, forse lo facciamo per questo motivo.

Ippodromo, Roma – Julio Armenante

Mi sembra di avere avvertito nel romanzo un movimento simile a un elastico rotto. Mi spiego meglio: Attraverso le voci dei personaggi e le scritture, diversissime, che li accompagnano, si scoprono, ci vengono raccontati, una serie di dettagli, a volte più ampi, a volte ristrettissimi, senza mai arrivare a uno sguardo dall’alto. È interessante che questa prospettiva d’insieme, questa visione collettiva, manchi in un romanzo corale.
Passiamo attraverso il romanzo e si ha l’impressione di avere osservato un quadro troppo da vicino, di averne colto le singole pennellate ma di essere impediti a vederlo per intero. Questa sensazione è in un certo senso avvalorata anche dallo sviluppo narrativo del romanzo: tutti i personaggi restano in fondo soli, i pezzi non si uniscono mai. Sei d’accordo con questa impressione di lettura?

La figura ricorrente e anche la forma che volevo dare al romanzo è quella di una gif. Mi piace pensare alla storia come a una gif in cui le parole simulano il movimento della vita realizzando la sua negazione, una ripetizione mortifera, la simulazione di uno scatto in avanti che invece ci risospinge indietro, Nelle gif le cose si muovono ma restano ferme e questa stasi in movimento è inquietante, genera frustrazione, è come se la realtà che viviamo non facesse che prendersi gioco di noi. Jungla è un’immagine ritagliata e messa su un fondale in cui ripete sempre gli stessi gesti, l’intera struttura del romanzo è una gif in cui ci sono solo i fatti, nessuna storia. Perché ci sia una storia dovrebbe esserci un disegno, una progressione drammatica, un apice, una risoluzione, un movimento finalizzato degli eventi. Ma nella vita, e nel romanzo, tutto questo non è possibile. Dobbiamo accontentarci di assemblaggi parziali, arbitrari, che il più delle volte non significano nulla se non che ci sono stati diversi momenti, tante scene irrelate che non diventano mai sequenze, a meno che non bariamo un po’ e forziamo la mano, ricostruendole nella nostra testa come una storia. Ma qui i personaggi rifiutano l’idea che il dolore possa insegnare qualcosa. Non è detto che accada, pensare in questo modo alla sofferenza umana è una semplificazione irritante. Non c’è nessun premio alla fine del tunnel. Il bello sarebbe non entrarci affatto, ma quello è fuori dal nostro controllo. Nel romanzo non c’è una visione d’insieme perché la sola idea di una visione d’insieme, di un affresco storico, o generazionale, mi sembra presuntuosa e falsa. Credo solo nei singoli individui, ma anche loro restano inconoscibili.

Restando in tema: l’individualismo, la convinzione che i problemi si risolvano in prima persona, da soli, che la sopravvivenza sia in ultima analisi una questione personale, mi sembrano tratti (evidentemente anche politici) fondamentali della poetica dei personaggi del romanzo. È del tutto assente una prospettiva comunitaria di lotta. La stessa Jungla cerca continuamente contatto umano, è vero, ma lo fa in una dinamica uno a uno, non seguendo un’idea di forza collettiva. E lo stesso fa il padre che cerca di redimersi. Questa impotenza, questa frustrazione, mi sembra diano al romanzo uno dei respiri, una delle linee guida. Cosa pensi a riguardo? È una scelta solo narrativa o anche politica? O invece è la storia che ti ha portato a questo tipo di ambiente mentale?

A un certo punto nel romanzo il padre di una ragazza uccisa dice alla moglie: “Perché ora oppure domani o forse mai? Perché il punto è proprio questo, non ti pare? Il punto è che avrebbe anche potuto essere mai.” Questa frase per me è il senso della loro storia. Le cose che viviamo non diventano sbagliate solo nel momento in cui ci feriscono a morte, lo sono anche prima. Se non lo vediamo, se fino a che non arriva il colpo fendente restiamo ciechi vuol dire che siamo responsabili di quanto è accaduto. Vivere pensando sempre al “potrebbe essere mai” è vivere come ciechi, ed essere ciechi vuol dire essere soli, per sempre. Io credo nell’impegno del singolo che sta tutto nel capire che scegliendo quello che si è si sceglie davvero l’uomo come dovrebbe essere. Tanti singoli che la pensano in questo modo possono essere la mia comunità di riferimento, che li conosca o no. Questa è la vera responsabilità con se stessi, con la società umana. Nessuno può sfuggire a questo modo che ha la vita di chiamarci a prendere un impegno. Credo nel singolo in questo senso. Ogni volta che si parla in nome di un gruppo si perdono i contorni delle responsabilità individuali che devono nascere dentro di noi e non essere stabilite dall’alto. I personaggi del romanzo sono soli perché non sanno compiere quel passaggio che li porterebbe a capire che il loro dolore è indicativo di un tutto di cui fanno parte. Perché non ci riescono? Perché ognuno vuole solo le sue barrette di cioccolata, costi quello che costi. I casini arrivano quando solo finite, ma non per tutti, quando sono finite e tu sei tra quelli che non hanno più diritto ad avere la tua di cioccolata, ma a quel punto è già troppo tardi, la reazione dovrebbe arrivare prima che tutto diventi una questione personale. Come dice Pagliarani esiste solo la pietà oggettiva, la carità di sé non vale nulla.

Quadraro, Roma – Julio Armenante

A tradimento: è vero che le librerie sono le farmacie dell’anima? E quindi, le prime edizioni sarebbero i farmaci di marca e le edizioni economiche i farmaci generici? Giusto?

Tempo fa mi vestivo da medico, mi facevo chiamare Dr Script e facevo le visite prescrivendo letture. Poi mi sono stancata di dover di spiegare e ripetere che si trattava solo di un gioco di animazione alla lettura. No, basta, i libri non sono una medicina, sono qualcosa che spesso mi diverte o che mi ossessiona, non voglio sentirmi malata quando mi metto a leggere, non voglio mettermi ad aggiustare quello che non va in me, voglio sguazzarci dentro, semmai. Questo è un modo di parlare dei libri che mi ha stancata. La frase farmacie dell’anima ormai la detesto e per reazione dico no, i libri non sono farmaci, preferisco siano dei bei cannoni molto carichi.

Il movimento dentro/fuori è un altra delle dimensioni fondamentali del romanzo. Ne parla esplicitamente il personaggio del padre che sceglie di fare l’elemosina a Termini (geniale la scelta del ristorante Amore).
Dentro/fuori dalla città e dalle periferie. Dentro/fuori dal sotto proletariato e dall’indigenza, dal lavoro o dal precariato, dall’amore o dalla violenza sessuale, dalla vita e dalla morte. E da un punto di vista letterario, dentro/fuori da un linguaggio a un altro, dalla lingua di Jungla e del suo ambiente marginale a quella di Duca, che ha uno sguardo critico, o a quella del padre Gesù.
Questo movimento che potrebbe apparire duale in realtà secondo me segue le curve di una spirale a cui manca il centro. Un enorme groviglio in cui nessuno ci capisce niente e da un momento all’altro si trova dentro o fuori per decisioni o azioni non sue. Manca il punto interrogativo ma è una domanda.

Il movimento dentro e fuori è una dinamica costante della vita e anche della scrittura. Scrivere vuol dire cosa ammettere nella storia, cosa far entrare nel campo visivo del lettore, cosa rendere accessibile, e cosa alienare. La porta d’uscita della stazione è anche una porta d’entrata. Lo stesso vale per la vita: capita di essere messo alla porta dalla vita, di non riuscire ad entrare, oppure di essere risucchiati dentro. A differenza della scrittura nella vita i meccanismi di inclusione ed esclusione sono gli stessi: del tutto casuali. Scrivere è una forma di controllo, anche nella scelta di restituire una perdita di controllo c’è un esercizio di potere e la volontà di ordinare attraverso una struttura.

Tutto il romanzo, pur nella diversità degli stili e dei linguaggi, non ha paura di affrontare la retorica e alcuni luoghi comuni terribili da maneggiare in un’opera di narrativa. Come ne sei uscita fuori da questo ginepraio?

Non mi sono posta il problema, sono solo rimasta ancorata al mio personale, limitato, fallato punto di vista. Ho sempre pensato che quanto più si è personali più c’è la possibilità di dire qualcosa che possa parlare anche agli altri. Io non ho mai la curiosità di sapere cosa pensa la gente, quindi non cerco neanche di intercettare i suoi gusti, perché so che la gente non esiste. Poi riesco a scrivere solo quello che avrei voglia di leggere.

Ero sicurissimo che Dos Passos fosse stato tra i tuoi riferimenti e invece mi hai detto di no. Ma allora chi cazzo sono questi tuoi riferimenti?
Comunque Dos Passos mi sta sul cazzo, meglio così.

Per il romanzo i miei riferimenti certi sono di sicuro questi: “Berlin Alexanderplatz” di Alfred Döblin, perché avevo in mente di avere un approccio epico alla vita di un personaggio che brama un destino, ma che è destinato a non averlo, proprio come il Franz Biberkpf di Döblin, ma anche perché tutto quello che scrivo ha sempre a che fare con quel romanzo, e poi, mentre lo dico è la prima volta che me ne rendo conto, di certo la protagonista del romanzo è debitrice a “Woyzeck” il dramma di Georg Büchner, perché la ragazza è una versione femminile di un uomo che diventa feroce suo malgrado, perché nelle parole che non possiede, nelle parole che gli mancano per comprendere il mondo e se stesso si cela il germe dell’autodistruzione. Poi “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo, per via della domanda che aleggia per tutto il racconto, e che, in definitiva, è anche una domanda che è alla base del mio romanzo. Poi, ovviamente, Pagliarani, per il suo “La ragazza Carla” e per la sua pietà oggettiva, la sua “città fatta di parole”, come direbbe Fortini. Ce ne saranno anche altri, di riferimenti, ma ora mentre scrivo è a questi che penso. Poi ovviamente Fassbinder de “Il mercante delle quattro stagioni” perché anche i miei personaggi potrebbero ammazzarsi tutti brindando alla salute di chi li guarda morire senza muovere un dito, questo perché la vita, giunta a un grado di ferocia insostenibile, non ha più nessuna attrattiva per loro, proprio come in quel film di Fassbinder.

L’idea delle classi sociali è molto presente nel romanzo (e di nuovo si ritrova il movimento dentro fuori, con la sola differenza che sembra impossibile riuscire a entrare dentro, si può solo essere sbattuti fuori). È una scelta dettata dall’analisi della realtà? In altri termini, è semplicemente che il mondo che viviamo è così e se si vuole descriverlo si è costretti a muoversi in questo scenario o invece è una scelta che segue logiche più narrative?

No no quali logiche narrative, la scala mobile è bloccata, per tanti in questa vita non c’è nessun riscatto possibile, mai, in nessun caso. Io ne ho conosciute tante di persone che non hanno mai avuto una sola occasione di farcela. Non le dimentico. Quando mi metto a scrivere ancora meno. Chi parla di pari opportunità o di meritocrazia semplicemente ha vissuto al riparo e non sospetta cosa accade nel fuori campo, la sua opinione, quindi, non mi interessa.

Il personaggio del padre, attraverso il flusso di coscienza del diario che decide di scrivere, sembra essere il personaggio che più di altri riflette su sé stesso, sul rapporto con gli altri, sulla città, sui meccanismi della città. Non si può dire che sia un personaggio lucido, non lo è affatto, e soprattutto non è escluso dalle dinamiche di tutto il romanzo. Tuttavia, mi sembra che assegni alla scrittura, proprio all’atto di scrivere, un grado di potenza sconosciuto agli altri personaggi. È così?

Nel lavorare alle voci narranti avevo le idee molto chiare. Volevo una voce tecnica con uno stile più piano che funzionasse come elemento di raccordo tra la storia e il lettore, e quella è data dalla narrazione in terza persona immersa nel personaggio di Duca. Poi volevo un io lirico libero di vedere la realtà deformata e guasta, senza nessun filtro, dove poter esercitare una sorta di espressionismo della scrittura: questa è stata la per me la voce in cui il narrato segue Jungla dall’interno. La voce del padre è un lavorio mentale in cui un uomo scopre all’improvviso di non sapere nulla di certo sulla vita, su se stesso, su chiunque altro. Un uomo scopre di aver vissuto tutta la sua vita in piena cecità, la sua voce è quella di chi si sta lentamente abituando alla luce, ma questa luce gli provoca un dolore incredibile e lui, per non impazzire, prova a descrivere quello che sente.

Premessa alla domanda: non è un romanzo di impostazione teatrale, per niente. Però ci ho ritrovato dentro alcuni procedimenti tipici del teatro, a partire proprio dalla separazione tra palco e platea (di nuovo, dentro/fuori), e poi penso alla ricerca dell’uniformità attraverso linguaggi diversi, all’autonomia dei personaggi, alla gestione degli spazi e degli ambienti.
Ancora una volta, manca il punto interrogativo ma è una domanda.

Il teatro è parte del romanzo perché ogni capitolo si apre con un piccolo atto teatrale, in più la forma dialogica tipica del teatro è stata una linea guida, perché volevo che le varie voci narranti dialogassero tra loro. Io mi ritengo una drammaturga che poi è approdata al romanzo per un’esigenza di libertà e inventiva. La drammaturgia è letteratura a tutti gli effetti, l’approccio del drammaturgo spero non mi abbandoni mai perché è quello che mi fa scrivere senza indulgenza per me stessa, con la sensazione di avere sempre qualcuno davanti a me a cui parlare, qualcuno che non posso permettermi di ignorare e che partecipa anche lui all’evento della storia che è un’esperienza, non un resoconto.

Quadraro, Roma – Julio Armenante

La copertina del libro è stupenda. Non si giudica un libro dalla copertina, va bene, ma una buona copertina è importantissima per portare i lettori nell’atmosfera del romanzo e questa secondo me ci riesce benissimo. Com’è stato lavorare con Wojtek? Che tipo di lavoro si sviluppa con una casa editrice come Wojtek?

Per la copertina devo ringraziare Antonio Bobo Corduas che ha assecondato i miei desideri, che erano quelli di una copertina che ricordasse un po’ i romanzi di Derek Raymond pubblicati da Meridiano zero. Con delle indicazioni così vaghe lui ha ideato questa copertina fantastica. La foto in copertina è mia, l’ho scattata a due ragazze che frequentavano con me un laboratorio di reportage sociale. Lavoravo in un doposcuola particolare e le portavo in giro per la città a fotografare secchi della spazzatura, giardinetti condominiali scritte sui muri. Ragazze splendide e fiere che non dimenticherò mai. Sono felice che siano lì sulla copertina del mio primo romanzo.
Riguardo a Wojtek il nostro è stato un bellissimo incontro, e anche inaspettato. Avevo finito il romanzo e non lo avevo spedito a nessuno, tranne un unico capitolo adattato a racconto che era stato pubblicato dalla mia rivista preferita, “Verde”. Lucio Leone mi ha chiamato e mi ha chiesto se avevo qualcosa da fargli leggere. Io avevo il romanzo e dopo una settimana loro mi hanno richiamato, e Ciro Marino mi ha detto che lo voleva pubblicare con Wojtek. Il romanzo, chi lo ha letto lo sa, aveva una forma strana ed era costruito un po’ come un rompicapo. La mia unica preoccupazione era non demolire quella stramba struttura per crearne una tradizionale, che avrei saputo riprodurre ma che non mi interessava più, ma non c’è stato bisogno di discutere su questo, perché a Wojtek interessa la sperimentazione. Anche in fase di editing mi hanno lasciato la massima libertà di restare fedele a me stessa. Ora sono degli amici e hanno tutta la mia stima, hanno tenuto la schiena dritta e il loro catalogo è impeccabile: niente cazzate.

Domandona da blog di merda: a cosa stai lavorando ora? Cosa ci aspetta?

Tra poco dovrebbe uscire il mio ultimo testo teatrale, in parte anticipato nel romanzo, ma in versione integrale. Sto scrivendo il mio secondo romanzo, sto diventando pazza ma lo scriverò come voglio, e senza avere la minima idea di cosa ne farà quando lo avrò terminato.

Hai fatto la pizza della quarantena? Stai sbroccando pure tu?

La pizza surgelata per me è il massimo, non ho impastato e non mi sogno di farlo. No, in realtà io sbrocco solo sulla pagina e quando mia figlia mi chiede di ballare a tarda notte le canzoni di Bugo e Morgan, ma questo accadeva anche prima della pandemia.

Alcuni link utili:
Alla scheda del romanzo
A Wojtek Edizioni
Una pagina che spiega come riconoscere i funghi velenosi, che torna sempre utile

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