Tatina

di Elena Cirioni

Senza titolo – Chiara Casetta

La lettera era arrivata un venerdì mattina dei primi di marzo. Poche parole scritte in stampatello, un indirizzo e un nome: Sara.
Gli occhi e il cuore di Vania si erano fermati su quelle quattro lettere.
Il momento atteso per quindici anni era arrivato senza alcun preavviso e l’aveva stordita come una botta in testa presa all’improvviso. Non riusciva a pensare, a parlare, a deglutire. Doveva fare una cosa sola: prendere il cappotto, rileggere con attenzione l’indirizzo e andare da lei.

In macchina tornò a essere lucida. Trovò la forza di chiamare al lavoro, cancellò tutti gli appuntamenti della giornata, si fermò in una pasticceria a prendere un vassoio di dolci. Nel negozio salutò fingendo naturalezza una persona conosciuta.
“Vai da un’amica?”
La voce di quella conoscente attraversò l’aria come un eco. Vania rimase muta, un tremore le scosse la schiena, annuì in silenzio e uscì dalla pasticceria.
Nessun’amica c’era ad aspettarla per una colazione e due chiacchiere, ad aspettarla c’era sua sorella. Sara, svanita nel nulla quindici anni prima.

Anni ad aspettarla.
Ricerche, d’indagini, interrogatori, Polizia, programmi televisivi e volantini con stampata la faccia sorridente di quella ragazzina di sedici anni, dai capelli ricci, con l’aria innocente.
Giorni passati a contare le ore da quella mattina in cui era uscita per andare a scuola e non era più tornata a casa.
Sulle prime si pensò a un rapimento, suo padre ne era convinto. Lui era un avvocato famoso, un uomo ricco.
L’hanno rapita e vogliono un riscatto.
La telefonata degli uomini cattivi, con la voce contraffatta e la richiesta della valigetta con i contanti, non arrivò mai.

Nessuno sapeva che fine avesse fatto Sara. Sparita, scomparsa, evaporata, dissolta.
La casa iniziò a diventare, vuota, silenziosa, scossa solo da singhiozzi notturni.
Anche la mamma era scomparsa sei anni prima, ma sapevano, dove andare a cercarla; nel cimitero del paese dove era nata.

Perché sparire così?
Ripeteva suo padre nelle notti insonni.
Nessuno trovò mai una risposta alla domanda e forse per questo, sette anni dopo la scomparsa della figlia, il padre di Vania e Sara si impiccò con la corda dell’accappatoio blu, nel suo studio.
Vania, lo trovò con le gambe per aria e la testa girata su una spalla. Restò a fissarlo per alcuni secondi, convinta che si trattasse di uno spaventa passeri di pezza, quelli che d’estate vedeva muoversi per il vento nei campi. Poi capì d’essere rimasta sola al mondo e si mise a gridare.

Passò il lutto. Passò l’ansia di dover prendere il posto di suo padre al lavoro. Di Sara, nessuna notizia. Vania si sposò una domenica di giugno con un altro avvocato.  Di Sara ancora niente.
 Passarono i giorni felici dei primi anni di matrimonio, i viaggi, la casa nuova. Vania, una volta a Praga, credette di aver visto Sara in un negozio. Lei e suo marito Carlo, seguirono la donna per oltre un chilometro, dovettero scusarsi, non era lei.
Passarono gli anni dei tentativi, delle visite mediche, per avere un figlio. Qualcuno chiamò per dire di aver visto Sara in Portogallo. Si sbagliavano, non era lei. Vennero gli anni dei silenzi e di una tranquilla e apatica vita coniugale, di Sara era rimasta solo una fotografia.

Poi la lettera.
L’indirizzo portava fuori città. In una periferia sporca e degradata, Vania non l’avrebbe mai associata alla città, dove era nata e cresciuta. Il numero settantasette, scritto in grande sulla lettera, apparteneva a un grosso edificio in costruzione, abbandonato da parecchi anni.
Quindici anni a cercarla in tutto il mondo e lei era a meno di mezz’ora da casa. A Vania venne quasi da ridere ripensando alla squadra di agenti e ai loro cani reclutati per cercare la sorella in una remota favelas brasiliana. Chissà poi perché il Brasile. Se non ricordava male, c’entrava qualcosa con il traffico d’organi. E invece Sara era lì, nella stessa città, dove era nata e dove era sparita.
Viveva in quell’edificio decrepito, una montagna grigia, buttata in un campo circondato da rifiuti di ogni genere, dove una natura ostinata continuava a far crescere piante infestanti e cespugli di rovi. Non c’era traccia dell’uomo in quel panorama desolante, solamente i suoi rifiuti, era una grande discarica a cielo aperto.
Vania scese dalla sua Audi nera, si guardò intorno e con in mano il plateau di pasticcini, attraversò la strada. Le suole delle sue decolleté nere, calpestavano vetri, cartoni, scarti di ogni tipo. Urlò quando vide con orrore un preservativo annerito dall’asfalto attaccato al tacco della scarpa sinistra.  Per fortuna riuscì a liberarsene. Riprese a camminare. Qualcosa o qualcuno si mosse da sotto una coperta lurida abbandonata sul marciapiede, accelerò e senza guardarsi indietro si ritrovò davanti all’edificio.

Accanto all’entrata c’era una sedia di plastica con stravaccata sopra, una donna di una magrezza raccapricciante. Era forse sua sorella? No, quello scheletro apparteneva a un’altra persona. Chi era? Cosa ci faceva lì? Sembrava dormire con gli occhi spalancati, smarriti in un punto indefinito. Era la portiera dell’edificio? Conosceva Sara? Erano amiche? Voleva farle tutte queste domande, ma capì che sarebbe stato inutile e inoltre era terrorizzata da quella figura pelle e ossa.

Nessuno mi capisce!
Gridava Sara e si chiudeva nella sua cameretta, sbattendo la porta.
Non avevano mai dato peso a quelle parole, normali sfoghi adolescenziali, niente di cui preoccuparsi.
Forse in quel posto dimenticato da Dio, aveva trovato delle persone con cui si sentiva a suo agio, in grado di capirla? Era con loro che voleva stare. Non con suo padre e sua sorella, nella loro bella casa, con il prato all’inglese, la governante e Belle il pastore tedesco che aveva guaito per giorni e giorni, dopo la sua scomparsa.
No, Sara aveva scelto quel posto, per crescere e crearsi un futuro.
Stupida, stupita, stupida!
Ripeté Vania nella sua testa tanto forte da farle arricciare il naso e strizzare gli occhi.

Un uomo altissimo con una camicia a righe sbottonata sul davanti, le sorrise mostrando i denti neri. Non si mosse, rimase immobile stringendo forte il vassoio di pasticcini. L’uomo era sceso da una scala di ferro arrugginita, secondo le indicazioni della lettera doveva salirci, svoltare a destra e poi trovare l’appartamento di Sara.
Vania, con i suoi quaranta anni, portati magnificamente, stretta in un paltò fatto su misura, con la borsa firmata da ottocento euro e un paio di decolleté, nere di Prada, si avvicinò verso la scala. La donna che aveva meeting, pranzi di lavoro, due start up già ben avviate, convegni da condurre, sentenze da stabilire, parcelle da firmare e tre segretarie personali, si trovava in una zona sconosciuta della città, dentro un edificio fatiscente, su una scala di ferro arrugginita dall’aria pericolante. Era sempre la stessa che la sera prima era stata invitata alla cena di gala dell’ambasciatore inglese, dove aveva mangiato servita da camerieri impeccabili in livrea, osservando con naturalezza tutte le regole dell’etichetta e sfoggiando il suo bell’accento inglese davanti agli occhi ammirati di Mrs. Williams, lei lo aveva ringraziato con un sorriso, capace di mettere in pericolo il rinomato self control dell’ambasciatore.
Ora, si trovava dentro un edificio abbandonato con la convinzione che da un momento all’altro tutto potesse cadere, seppellendola. Nessuno l’avrebbe più trovata, anche lei sarebbe svanita nel nulla, come Sara.

Non ci fu bisogno di bussare o di suonare il campanello, la porta dell’appartamento settecentoventuno, non c’era. Rimase ferma a osservare la stanza davanti ai suoi occhi. Intravedeva una cucina di latta bianca macchiata di ruggine e un lavello stracolmo di oggetti sporchi. Al centro un tavolo di legno torturato dai tarli, con un posacenere stracolmo di cicche e bottiglie di vetro. Sulla sinistra un divano verde scolorito e logoro, dove era disteso un uomo nero. Accanto a lui seduta sul pavimento pieno di giornali e cartoni, una donna trafficava con qualcosa d’inedificato.

Ripensò a tutte le notti che aveva passato a immaginare dove si potesse trovare la sorella. Il posto peggiore era un buco sottoterra, una sorta di bunker dove dei criminali senza scrupoli e incappucciati, la tenevano incatenata, dandole solo pane, acqua e un catino dove fare i bisogni. Il posto che aveva davanti, era decisamente peggiore.

Fu Sara a riconoscerla, si alzò dal pavimento e le andò incontro. Come avrebbe potuto non riconoscerla? Sua sorella, la ragazza più bella della scuola, quella che aveva fatto persino la modella ed era stata in televisione. Vania, la più bella di tutte.
Appena vide quella donna avvicinarsi a lei, d’istinto scattò indietro.
Riuscì a riconoscerla solo dagli occhi marroni, grandi come quelli di suo padre.
Quindici anni a immaginare cosa le avrebbe detto una volta ritrovata e alla fine con un sorriso disperato disse queste parole:
-Ti ho portato questi.
Il plateau di pasticcini finì in un piccolo spazio libero sul tavolo.
-Grazie!
Era la sua voce.

Ricordava bene la prima volta che l’aveva sentita parlare. C’era ancora la mamma e Sara, un nanetto di un anno e mezzo, alla richiesta materna di fare il pisolino pomeridiano, aveva risposto, seria e decisa:
No!
Ed era corsa con i suoi passetti sbilenchi tra le braccia di Vania. La sorella maggiore, la stessa bambina che quando era ancora un embrione le aveva dato il nome di Tatina.
Tatina mi senti?
Avvicinava le labbra alla pancia della mamma.
Tatina, quando esci?
Rimaneva in silenzio concentrata ad aspettare una risposta.

Sotto un maglione logoro e un paio di jeans stinti, notò il corpo di sua sorella. Era diventata magra. Anni di diete, sport, nutrizionisti all’avanguardia non erano serviti a nulla, per dimagrire, aveva avuto bisogno di sparire per quindici anni.
Vania mosse cinque passi nella stanza e si sedette accanto al tavolo, su una sedia traballante.
Fu allora che scoppiò a piangere. Un pianto dirotto, soffocato da singhiozzi regolari. Pianse come non aveva mai fatto in vita sua, nemmeno al funerale del padre.
Sara non ebbe nessuna reazione a quel pianto, rimase a guardarla con uno sguardo indifferente. Poi prese uno straccio umido e iniziò ad asciugarle le guance.

Viveva in quel posto da qualche anno. Forse due o tre, non ricordava bene. Lavorava lì, faceva l’infermiera. Accudiva le persone che si drogavano. Arrivavano per farsi, lei somministrava la dose e li assisteva. Si prendeva cura di loro, prima e dopo la fattanza. Stava attenta che non si facessero male, disinfettava i buchi, le piaghe della pelle, ascoltava i loro sproloqui. Li andava a prendere quando per i sintomi dell’astinenza non riuscivano a salire i gradini della scala. A volte, ma solo in casi rari, lavorava a domicilio e per questo servizio si faceva pagare di più.

Vania, ascoltava in silenzio con il petto ancora scosso da qualche singhiozzo. Gli occhi rossi, sporchi di mascara si guardavano intorno confusi. Quel posto non era mai stato pulito. L’aria era densa di un pulviscolo fitto che rimaneva attaccato alla gola insieme a un odore di marcio. Le pareti erano ricoperte di pile di giornali. Sara li raccoglieva per strada e li leggeva durante il suo tempo libero. Sottolineava le frasi più importanti o le parole che attiravano la sua attenzione e poi le riscriveva su un quaderno. Fiera le mostrò le pagine fitte di frasi incomprensibili, erano scritte con la stessa calligrafia della lettera.
Sua sorella, quella che scriveva i temi più belli di tutta la scuola. Gli articoli del giornalino del liceo, sulla crisi media orientale, sul capitalismo americano e i governi progressisti dell’America Latina.
La piccola giornalista impegnata, l’orgoglio di papà che aveva convinto un suo amico giornalista a farla andare una volta alla settimana nella redazione di quel giornale famoso, per imparare il mestiere. Ora Sara, viveva in quel tugurio, faceva l’infermiera per i tossici e non aveva perso l’abitudine di scrivere.

Vania la fissava sperando di trovare un dettaglio che le potesse far credere che non si trattasse di lei. Le labbra sottili rosse, il naso all’insù, potevano tranquillamente non essere suoi. Ma quegli occhi, grandi e scuri, era sicura, erano gli stessi occhi che la scrutavano con curiosità dalla culla, quando faceva finta d’essere lei la madre di Tatina.
I suoi splendidi capelli, dove erano finiti? Li aveva tagliati a zero o quasi, sul cranio tondo c’erano delle macchie più rade e dei piccoli ciuffi più lunghi.
Chissà se Jonny il suo parrucchiere di fiducia poteva rimediare a quel disastro. I suoi meravigliosi capelli che spazzolavano tutte le sere.
Mi fai la treccia?
No, stasera non ho tempo, Tatina. Vai in camera tua!

Jonny avrebbe trovato il modo di farli ricrescere e le avrebbe fatto la treccia come piaceva a lei. Si sfiorarono per un attimo le mani. Quelle di Sara erano più sottili, le unghie delle dita nere, alcune gialle con la punta più scura. Poteva essere certa, erano le stesse mani che stringeva quando giocavano alla Regina Gigante.
Vania la prendeva sulle spalle e si mettevano una lunga camicia da notte bianca che le trasformava nella Regina Gigante.
Ecco che arriva la Regina Giganteeeee!
Facevano la loro entrata trionfale nella stanza da letto dei genitori. Una volta Sara aveva riso così tanto che si era fatta la pipì sotto, bagnandola tutta.

Vania trovò le forze per aprire il vassoio di dolci.
-Sono i pasticcini al cioccolato, quelli che ti piacciono tanto.
I frollini ricoperti di cioccolata che Sara mangiava di nascosto nella pasticceria vicino alla scuola. Ora non li vedeva nemmeno tutta presa a mostrale le pagine del suo quaderno.
Fu allora che Vania si rese conto di un fattore evidente.
Dopo qualche anno dalla scomparsa era arrivata a pensare che la sorella se ne fosse andata di sua spontanea volontà, magari in uno dei paesi dei suoi articoli. L’aveva immaginata in qualche sperduto villaggio stroncato da carestie e guerre, vicina a profughi, a bambini denutriti e donne violentate. E invece no. Sara era semplicemente impazzita. Come altro si poteva giustificare quel comportamento? Impazzita. Fusa. Svalvolata. Matta. Pazza da legare. Demente. Squilibrata. Folle.
Eh Sara?
Tu che sai usare bene le parole, dimmi quante ce ne sono per dire che sei pazza?

Bancomat – Chiara Casetta

Oppure era stata la droga a ridurla così. Perché era chiaro, anche lei si faceva, come i tossici che diceva di curare. E che droga usava: cocaina, eroina, anfetamine… dove la prendeva? Come?
E soprattutto dove aveva imparato.
A casa l’unica cosa vietata che aveva il coraggio di fare erano pancake al cioccolato. Si alzava la mattina presto, cucinava in silenzio e poi rimetteva tutto a posto. Com’era passata da strafogarsi di pancake alla nutella, alla droga? Non riusciva a trovare il tassello mancante, la zona d’ombra invisibile ai suoi occhi, capace di spiegare il comportamento e la vita di sua sorella. Era per la madre morta, per il padre troppo preso dal lavoro o per lei. Da qualcuno o da qualcosa doveva essere partita la miccia che con il tempo aveva fatto esplodere quella bomba nella sua testa. Se solo le avesse dato il tempo di capirla, se solo non fosse scappata di casa.
-Papà è morto, lo sai?
Aveva aspettato per pronunciare questa frase, incapace di prevedere una sua reazione.
-Sì, l’ho letto sui giornali.
Ancora i maledetti giornali.
– E sai anche com’è morto? – Vania deglutì trattenendo i singhiozzi.
-Prima o poi tutti moriamo.
Detto questo tornò a sedersi per terra, accanto all’uomo sul divano. Sulla stanza scese un silenzio surreale, si riusciva a sentire solo il respiro pesante dello sconosciuto.

Vania chiuse gli occhi, aveva voglia di gridare, ma una sensazione, le bloccò la gola. Sentì qualcosa sfiorargli il piede sinistro. Pensò a un topo o chissà quale altro animale, poi vide sotto la tavola, tra fogli di giornale sporchi e residui di cibo, un bambino di non più di sei mesi. Gattonando si avvicinò a Sara che lo prese in braccio e tornò vicino alla sorella.
-Vieni a conoscere la zia!
Rimase immobile, pallida, non riusciva a connettere e articolare nessuna parola.
-Non è la bambina più bella di tutta la galassia?
Dove sono le bambine più belle di tutta la galassia?
E loro due a questa domanda correvano per la casa a cercare un nascondiglio per non farsi trovare, ma finiva sempre che il padre riusciva a scovarle.
Eccole le bambine più belle di tutta la galassia!
Le loro urla di gioia riempivano la casa, mentre correvano, felici di farsi prendere in braccio.
D’improvviso l’uomo cadde dal divano, Sara si precipitò verso di lui e Vania prese in braccio la bambina.

Quella piccola, malvestita, che odorava di pipì e di rancido, era sua nipote. Iniziò a giocare con i capelli color rame di Vania, stringendo le ciocche con le sue manine sporche. Era forse nata lì, sul materasso che intravedeva da una stanza vicina? Era nata tra i tossici e i rifiuti, magari suo padre era uno di loro e stava crescendo dimenticata da tutti, persino dalla madre.
Ma adesso era arrivata la zia, non doveva più temere nulla.
Vania pensò di stringere forte la bambina e andarsene via. Fare di corsa le scale arrugginite, passare davanti a quell’orrida donna seduta sulla sedia, oltrepassare la strada, salire in macchina, accendere il motore e partire.
Per strada avrebbe chiamato suo marito:
– Carlo, ti prego vieni subito a casa.
Le avrebbe trovate sul divano o in camera da letto. La bambina lavata e vestita. Si sarebbe fermata prima in farmacia a prendere, i pannolini, qualche tutina e le pastine o quelle cose che mangiano i bambini e anche un orsacchiotto per farla giocare.
Carlo avrebbe trovato il modo per poterla tenere.
Finalmente avrebbero avuto la loro bambina. Era lei la figlia che tanto avevano aspettato e desiderato.
-Aiutami!
Il grido di Sara fece ripiombare Vania nello squallore di quella realtà.
Cercava di rialzare l’uomo che era di nuovo svenuto, vomitando una sostanza giallastra.
Restò immobile, si sentiva mancare, era come se non riuscisse più a respirare. Posò la bambina sul pavimento e s’avvicinò alla sorella.
L’infermiera dei tossici. Lei, la ragazza intelligente che scriveva temi impegnati, e ragionava come un’adulta, quella che sarebbe potuta diventare qualsiasi cosa avesse desiderato. Quella che avrebbe potuto passare il resto della sua vita a casa a scrivere tutte le frasi prese dai giornali, tutte le parole e tutte le stronzate del mondo, senza fare altro per vivere. Come aveva osato sprecare tutto, ridursi così e trascinare in quell’incubo tutta la sua famiglia, compresa la creatura innocente di cui era madre.
Chiuse gli occhi, vide il corpo appeso al soffitto del padre, il suo volto con la bocca semiaperta e i capelli scomposti, la puzza di piscio e di morte nella penombra dello studio. Le membra inerti di quell’uomo, affettuoso e gentile, il più bel padre che una figlia potesse desiderare. L’uomo in carriera, spinto al suicidio dalla figlia che adorava. L’uomo distrutto dall’angoscia di non poter fare niente per salvarla.
Vania raccolse tutte le sue forze e gridò:
-Tu non sei mia sorella!
Quella donna orrenda, lurida, sporca di vomito non poteva essere la loro Tatina. Non c’entrava niente con le loro vite. Era un’impostora, cercava soldi e si era approfittata del suo dolore.
-Tu non sei Tatina!
Lo gridò ancora più forte. Sara la guardò confusa, la bambina iniziò a piangere.
Vania, quasi senza pensare uscì dalla stanza. Scese la scala di ferro, rivide la donna sulla sedia nella stessa identica posizione di prima. Raggiunse la sua macchina, non fece caso allo sfregio sul cofano fatto da alcuni ragazzini poco prima, con del fil di ferro. Entrò in macchina, si pulì le mani con due salviettine igienizzate, accese il motore e partì.
Pianse lentamente. Più si allontanava da quel posto, più tornava a essere calma e lucida. Appena riconobbe i luoghi familiari della città, trovò un bar, si sedette in un tavolino e ordinò un tè.
Mentre beveva ricominciò a piangere forte, un uomo con un loden verde si avvicinò e le mise una mano su una spalla.
-Forza – Le disse.
Aveva un buon profumo di tabacco e una barba bianca, curata. Fu allora che raccolse tutto il suo coraggio e tornò verso casa.
Si sentì veramente al sicuro solo quando le inferriate del cancello della sua villa a prova di zingaro, di negro o di tossico, si chiusero dietro le sue spalle. Telefonò a Carlo gli propose una cena fuori in un ristorante del centro. Si fece un lungo bagno caldo e dopo essersi spalmata su tutto il corpo, la crema alla calendula, scelse uno dei suoi vestiti da sera più belli.  L’abito nero con la scollatura e i riflessi d’argento. Quando entrò nel ristorante stringendo forte la mano di Carlo, tutti si voltarono verso di lei.
– Cosa hai fatto oggi? – Chiese il marito.
Vania guardava in un punto imprecisato della grande sala, oltre il pianoforte e il via vai dei camerieri.
-Niente, le solite cose. – Rispose, abbassando gli occhi verso le scarpe. Aveva rimesso le decolleté nere. Notò un piccolo pezzo di giornale attaccato sotto una delle suole. Sfregò forte il piede contro il pavimento, finché non lo vide più. Ora si sentiva meglio, solo per un attimo la sua mente era ritornata nella stanza dell’edificio abbandonato, dove una parte di se stessa era rimasta per sempre.

Foto di Chiara Casetta

3 pensieri riguardo “Tatina

  1. Riccardo Sapia 16 Mag 2020 — 8:08

    Molto bello 🤗

    "Mi piace"

  2. Anna Bartolozzi 20 Mag 2020 — 19:42

    Elena sono stordita..una storia al limite dell’incredibile..ma poi ti guardi intorno e la scena la scopri proprio dietro l’angolo della tua città. La scopri appunto..ma poi non fai niente..neanche se li vedi gli occhi di tua sorella!… In poche righe sei riuscita a farci vivere la realtà in cui viviamo. Bello davvero grazie. Ti abbraccio Anna

    "Mi piace"

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