Scivoli d’acqua

di Flavia Cidonio

Nostalgia – Federica Olmo

Lia continua a passare lo straccio sul tavolo in salotto, sul bordo ligneo del divano. Lo fa con serena dovizia, come fosse un’abitudine antica a cui le è difficile rinunciare. Sebbene la polvere non sia mai esistita là dentro. Come tutte le mattine Antonio legge il quotidiano che trova sullo zerbino della loro villetta e ancora una volta con vaga sorpresa si domanda chi si prenda la briga di arrivare fin lì per portarglielo. Un’alzata di spalle: rientra e delega al mondo esterno l’onere di fornire una risposta.
La coppia si gode quella porzione intima di silenzio quotidiano come fosse una benedizione. Di lì a poco Antonio dovrà uscire di casa per andare al lavoro; sarà compito di Lia invece pensare al pranzo, alla cena e alle altre commissioni. Quel silenzio nella loro immaginazione sarà dunque irrimediabilmente turbato, per potersi riallacciare nuovamente alla sua conclusione serale del dopo cena. Carico di tutte le energie raccolte durante il giorno.
Antonio ogni tanto solleva gli occhi. Osserva il corpo pesante ma armonioso di Lia come guarderebbe i fiori che cura giorno per giorno sul loro piccolo terrazzino. Si amano da così tanto tempo da aver dimenticato quasi come si sono conosciuti.
Certe volte quando si rilassa o è particolarmente stanco può capitare che brevi immagini si raggomitolino di fronte ai suoi occhi, creando scenari imprevedibili: la memoria che comincia a far scherzi, forse?
Oggi ha visto la via di un lungomare, con tutte le macchine parcheggiate.
Una ragazza bionda entra velocemente nel suo veicolo, portandosi dietro una risata cristallina e l’odore salmastro del costume. Antonio le sorride, «posso cambiarmi qui? Tutte le cabine sono occupate». Ma certo. La ragazza si libera del pezzo superiore del costume tirando lievemente un filo. Abbassa il busto per non farsi vedere da fuori. Il tempo di pochi secondi ed è già vestita nuovamente, «ti aspettiamo in spiaggia, Antonio, che fai ancora qui?».
Fantasie? I capelli biondi somigliano a quelli di Lia, ormai tinti, sicuramente, e raccolti in uno chignon morbido.
Tutte le mattine Antonio si alza con un sospiro dalla tavola ancora imbandita; Lia aspetta che lui sia uscito per fare colazione. Per ora si limita a sorbire un caffè in silenzio.
Si volta e gli allunga un bacio lezioso da lontano. Antonio ride fra sé, raccoglie la borsa dal tavolino basso e controlla che dentro sia tutto in ordine, sebbene sappia già che è così. Si infila la giacca e augura buona giornata a Lia.
Tutte le mattine Antonio indugia sul pomello, spalanca anche la porta; qualcosa lo trattiene. La donna è ancora lì, dietro di lui: hai tutto? Dimentichi qualcosa?
Lia sorride con tenue tenerezza a quei momenti di svanimento. Li ha spesso anche lei, è talmente immersa nelle sue incombenze quotidiane da dimenticare realmente perché si trovi lì. Persino come ci sia arrivata.
O addirittura certe volte ricorda (o forse immagina, sogna?), qualcosa che sembra non appartenerle neppure.
Vestiti che si slacciano, mani che solcano le forme sode e ben fatte del suo corpo. La sua risata, cristallina e giovanile in una stanza in penombra. Un uomo dai capelli scuri e un po’ argentei, col volto immerso fra le sue gambe. Lia si vergogna a volte di quelle immagini, non ne parlerebbe mai con Antonio. Pur non sapendo certamente con chi farlo, sente il bisogno di condividerle con qualcuno però. Anche solo per sentirsi dire che è perfettamente normale, che capita anche a loro. 
Antonio rientra, posa nuovamente la borsa e per qualche ragione cerca l’abbraccio di sua moglie. Sente l’eco di un’oscura tristezza che arriva da lontano, rifrangersi dolcemente sulle sue spalle. Gli annebbia quasi la vista. In quei momenti Lia è tutto ciò che sa.
Si siedono un momento sul divano, lei gli prende le mani e nessuno dei due sente il bisogno di pronunciare una parola, non si guardano neppure. I loro occhi scivolano lievi sulle pareti, sui mobili, infine sugli scaffali pieni di libri.
Si erano conosciuti in biblioteca, svariate decadi prima. Avevano ritenuto il loro un amore tardivo (sebbene non avessero ancora compiuto trent’anni), entrambi parevano aver dimenticato tutto ciò che era stato prima di conoscersi.
l corpo di Lia aveva acquistato una forma quando Antonio l’aveva accolto: prima non si era mai vista realmente. Solo attraverso le sue mani ogni superficie ha cominciato ad avere uno scopo, un’occorrenza. I fianchi, il petto spazioso, la bocca.
Ora siedono a tavola e la luce del mattino ha raggiunto il suo fulgore: le ombre sembrano aver abbandonato quelle stanze, come non fossero mai neppure esistite. Ma è un’illusione con una data di scadenza ben definita, non dovranno attendere molto perché facciano ritorno. Antonio posa il suo tovagliolo, fino a qualche anno prima questo sarebbe stato il momento deputato alla sigaretta.
«Forse dovremo andarcene di qui.»
Lia solleva lo sguardo, di fronte, il tavolo della cucina si trova di fronte alla finestra della quale tutti e due sembrano ignorare l’esistenza. Passano lì accanto, condividono i pasti proprio lì di fronte. Eppure non entra mai realmente nel loro campo visivo. «Ma andare dove?» pronuncia Lia con accortezza, come se formulando quella domanda avesse già risposto.
Allora anche Antonio guarda di fronte a sé, sebbene conosca bene quello spettacolo. Ha solo imparato a dimenticarsene. Con un braccio cinge la vita di Lia. Attorno alla loro casa l’acqua lambisce i confini dell’orizzonte, senza lasciare agli occhi alcuna via di scampo.

Illustrazione di Federica Olmo

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