Con tutto quel buio là fuori

di Andrea Herman

Puntata #1

Senza titolo – Chiara Casetta

Finisco di lavarmi, lascio il rubinetto aperto per il compagno a venire. Tengo lo sguardo alto in rispetto della sua nudità, lui dice qualcosa che fatico a comprendere a proposito dei suicidi. Ho le orecchie piene d’acqua, gli occhi arrossati dallo shampoo, la testa leggera e le gambe rotte dall’allenamento. Annuisco, mi scosto per lasciarlo passare; ha un volto, un nome, lo conosco, giochiamo nella stessa squadra. Ma per un attimo – il tempo che serve a sfregare l’asciugamano sui capelli per farli passare da fradici a umidi – mi sembra un estraneo: un corpo tra gli altri, nella stessa misura mai visto e già visto.
Quando ricordo chi è sono passati due-tre secondi. L’ho fissato troppo a lungo. Dice qualcos’altro che non afferro, mi sturo le orecchie e gli chiedo di ripetere.
«Cos’è, sei sordo oltre che frocio?», fa lui.
M’allontano dalle docce, tra facce deformate da risate che rimbombano nello spogliatoio come provenissero da anni futuri. Anche Malaga abbozza un sorriso; gli viene fuori d’istinto, ma lo ricaccia subito sotto il cappuccio dell’accappatoio azzurro in microfibra. Appoggia gli avambracci sulle cosce, spinge il mento contro il petto e resta così, a frustare il collo indolenzito con le balle all’aria sulla panca di legno. Viaggia a ventisette punti di media – il migliore della provincia – e poco meno di cinque rimbalzi. La settimana scorsa, contro i Lions, ne ha fatti cinquanta con otto su undici da tre. Gli avversari si sono fermati a quarantasei. Se siamo primi nel girone è merito suo. L’allenatore lo sa, il resto dei compagni pure, così come gli osservatori della pallacanestro reggiana. Vengono a tutte le partite, prendono appunti e sezionano gli aspetti del suo gioco: come lavora sui blocchi, scivola in difesa; la qualità dei tiri in palleggio-arresto-tiro, su ricezione; il tempo di reazione negli aiuti sul lato debole, le letture che fa sui raddoppi. Considerano la massa muscolare che ha, quello che potrà diventare; quant’è alto, quanto potrà crescere. Usano parole come prospetto, margine, potenziale.
Il presente di Malaga, invece, è fatto di quattro materie sotto, la patente da prendere; una partita e tre allenamenti a settimana con le giovanili, più le convocazioni con la prima squadra; un lavoro nel doposcuola al caseificio di Carnola, a sballottare forme di grana da quaranta chili per guadagnare qualche soldo e aiutare la madre (OSS), la sorella maggiore (Commessa), e il fratello che ha qualche anno in meno – rispetto a me e Malaga – un cromosoma in più.
Si chiama Francesco, Malaga lo chiama Baci (da baciarello) a volte gli dà del ritardato. Prenderebbe a schiaffoni chiunque altro lo facesse.
Infilo le AND1 bianche con i lacci rossi nella tasca laterale del borsone, sopra la roba sporca. Malaga toglie le infradito, inizia ad armeggiare con le mutande. Le porta all’altezza delle cosce e – in un unico movimento – si alza dalla panca, le indossa, inarca la schiena e fa cadere a terra l’accappatoio. Finisce di vestirsi alla stessa maniera: con il minor sforzo possibile, la massima resa. Adopera l’economia dei gesti che serve in campo anche quando è a riposo, come se la vita fosse una lunga partita.
«Sei in motorino?», gli chiedo.
«M’ha lasciato a piedi», fa lui.
«Viene a prenderti tua madre?»
«Il Piccolo Kaiser fa la notte in ospedale. Dovrebbe passare l’altra piaga, ma non prima di un’ora. Sai com’è, Baci si è messo di nuovo a guardarequel cazzo di Gobbo e non c’è modo di schiodarlo da casa».
Anch’io finisco di vestirmi, infilo la giacca. Frugo nella tasca ed estraggo il cellulare, controllo l’orario. Ignoro la carne greve che mi prende all’altezza dei polpacci, una fitta al costato per un colpo che non ricordo d’aver subito. Il dolore è improvviso e puntuale: non sai quando e dove arriverà ma sai che non c’è via di fuga.
«Ti do un passaggio», dico.
«Non ti preoccupare», fa Malaga.
«Ho la macchina».
«Buon per te».
«Non sei curioso di sapere come guido?».
«Come non lo sapessi».
«E come fai? Con me non ci sei mai salito».
«Intendevo mica quello, non fare lo gnorri. Speri solo di vedere mia sorella».
I due Pivot escono dalla doccia sull’ultima frase di Malaga. Sono sopra i due metri, sulla pagina sportiva della Gazzetta di Reggio li chiamano le Torri Gemelle. Uno è più di un quintale, ha occhi grandi e tonti da vitello. L’altro è uno stecco scoordinato, con la faccia e le spalle butterate dall’acne. Sono entrambi di Costa, vengono da due famiglie di allevatori di maiali e questo rende allevatori anche loro. La mattina – prima d’andare a scaldare un banco di scuola – gli tocca il porcile. Parlano sempre di figa, ma di figa non ne hanno mai vista una. S’ubriacano da quando hanno dodici anni e sperano di prendere presto la patente per andare a puttane giù dalla Bruciata. Quando hanno saputo del loro soprannome si sono fissati a lungo perplessi, senza sapere se Torri Gemelle fosse un complimento o cosa.
«Vuoi dire: quella gran figa di tua sorella», dice il Vitello muovendo tre dita all’altezza dell’orecchio.
«Gran figa dioccà», gli fa il verso il Brufoloso. Arrotola un asciugamano, dà una sferzata con quanta ne ha sulla schiena dell’altro e prova a scappare fuori dallo spogliatoio. Prima che ci riesca, il Vitello si gira di scatto e gli tira un calcio nel culo, con così poca cognizione che finiscono tutti e due a terra.
«Caschi male», dice Malaga.
«Te non ti preoccupare», faccio io.
«I mocciosi Elena li schifa, i cazzetti pure».
«Ho le mie carte».
«Tutti due di picche».
«Piantala mo’ di fare il peso, è solo uno strappo a casa. Vieni o preferisci aspettare qui con sti due bestioni?»
Indico le Torri Gemelle che si stanno rialzando a fatica, in una nube di vapore. Sbraitano e ridono, così come i compagni che si sono attardati sotto la doccia e iniziano a uscire. Lo spogliatoio alterna odore di fatica a quello di bagnoschiuma e deodoranti da poco. Il calore artificiale dei fon dilata il tempo, asciuga i minuti e li secca per conservarli al domani.
Non aspetto la risposta di Malaga e m’avvio fuori dalla palestra. Saluto il bidello con il mocio in mano, faccio un salto per evitare la zona che sta pulendo. Quando atterro, le ginocchia mi reggono a malapena. Con le gambe così deboli basterebbe perdere il controllo di un unico movimento per ritrovarsi in una sala operatoria, con un chirurgo che ti fruga nella carne per togliere pezzetti di menisco e ricostruire legamenti; poi un paio di giorni di degenza, mesi di stampelle e riabilitazione, punture addominali e punture per drenare i versamenti con l’ago ficcato dritto nell’articolazione e, per il resto della vita, un dolore infernale quando cambia il clima o finisci di salire o scendere una rampa di scale.
Almeno così dice Francone: ex giocatore di diverse squadre che facevano l’altalena tra la serie C2 e la D, una breve esperienza giovanile con la Virtus Bologna nel ‘92 – l’anno in cui arrivò Danilović – e parecchi rimpianti per quello che poteva essere e non è mai stato. Prospetto, potenziale: parole buone a riempirsi la bocca il tempo di uno sputo; quando la bocca, Francone, preferisce riempirla con delle grappe giù al Circolo del Pianello.
«Aspetta cazzetto», fa Malaga uscendo dallo spogliatoio, «accetto il passaggio a mio rischio e pericolo. Ho deciso che sono stanco di vivere».
Cammina sul pavimento bagnato, fa incazzare il bidello che aspettava solo quello per lamentarsi. Parla fitto e non si capisce quasi niente di quello che dice. Usa le bestemmie come intercalari, immerge il mocio nel secchio, lo strizza e ripassa nei punti dove aveva già pulito. E così dovrà rifare ancora, finché non saranno tutti usciti dalla palestra.
«Per la fretta d’andare in branda quello lì lavora il triplo», fa Malaga. «Da far cosa, poi. A letto ci si muore».
Usciamo nel piazzale e ci dirigiamo verso la macchina. Apro il baule, carichiamo i borsoni. Malaga fuma la sigaretta post-allenamento – l’unica che si concede durante la giornata; con i polmoni aperti, boccate lunghe e calme per gustarla a fondo – e mi lascia il tiro dello stronzo.
«L’ultimo è il migliore», dice.
«Gli ultimi saranno i primi», faccio io con il fumo che mi va di traverso, provando a trattenere lo spasmo.
«Dipende da quello che pensi di dio».
«Penso più alla carne greve».
«Quella passa in un attimo».
«E dio?», chiedo senza riuscire più a controllarmi, in un accesso di tosse violento.
Malaga mi batte una mano sulla schiena.
«È già passato», fa sogghignando.
Saliamo sulla Punto di mia madre, accendo il motore e gratto la marcia per fare manovra.
«Cominciamo bene», fa Malaga. «Sei sicuro di saper guidare?»
Lo mando a cagare, sterzo un paio di volte nel piazzale prima di riuscire a mettermi la palestra alle spalle. Lui fa partire il cd dei Tool e appoggia i piedi sul cruscotto, batte il tempo sul tettuccio con le nocche e cantain un inglese maccheronico, alternato a mugugni e parole inventate lì per lì. Gli dico di tirare giù i piedi, o almeno togliersi le scarpe sennò chi la sente poi la vecchia. Lui replica con un peto e mi costringe ad abbassare il finestrino.
Superiamo Parisola e Carnola, poi l’incrocio per Ginepreto. La puzza di scoreggia nell’abitacolo si mischia a quella di letame che viene da fuori. Scendiamo il cavatappi che collega Castelnovo al Pianello e sto molto attento alla fauna che potrebbe spuntare dal bosco, soprattutto cinghiali e caprioli. Volpi e simili le schiacci e nemmeno ti fermi. Così va la vita. Ma prendere in pieno un capriolo o un cinghiale significherebbe giocarsi la Punto la prima settimana di patente, in un posto dove senz’auto non vai da nessuna parte a un’età in cui hai solo voglia d’andare.
«Te la cavi niente male», dice Malaga.
«Toccherà campare n’altro giorno».
«Anche due».
«Some say the end is near…», fanno i Tool dopo i primi sussurri di Aenema.
«Somsei ui sì te na-na-neddon sum!», storpia Malaga fregandosene che inglese sia una delle materie sotto. Abbassa il suo finestrino, questa volta per sentire l’aria fresca che viene dal fiume. Il Secchia scorre per la valle: un clistere pronto a purgare l’organismo costipato del distretto ceramico che va dalla Fora a Sassuolo. Ai due lati della strada, i gessi franano in silenzio come negli ultimi duecento milioni di anni. Grotte, inghiottitoi e risorgenti restano nascosti tra rocce e sterpe, in un mondo sommerso e inaccessibile.
Scalo in seconda e inizio a risalire verso le Braglie. La tana di Malaga rimane sulla sinistra. Fermo l’auto davanti l’uscio, lui raccatta il borsone dal baule e mi fa segno di scendere. Gli dico di lasciar perdere, che i miei m’aspettano e faccio tardi per la cena. Lui mi guarda spaesato: con una madre che fa i turni e un padre che se n’è andato anni fa questa cosa non la capisce. Insiste finché non spengo il motore, zoppico dallo zerbino e mi tengo con una mano allo stipite per pulire le scarpe.
«Permesso», dico.
«So io dove lo vuoi mettere», fa Malaga. Getta il borsone nel corridoio, entra in cucina. Lo seguo e sbircio nella stanza di fronte, illuminata dalla luce fredda del televisore sparato a tutto volume. Nella penombra, trovo il profilo di Baci con la lingua di fuori e gli occhi rapiti da Il Gobbo di Notre-Dame.
«Smorza sto casino», sbraita Malaga.
Il fratello sussulta come preso da una convulsione, ritrae la lingua e mugugna qualcosa. Cerca il telecomando e abbassa di un paio di tacche. Al piano di sopra si sentono dei passi, poi la voce di Elena che chiama senza avere risposta.
Resto sulla porta della cucina, pronto ad andarmene alla prima occasione. Guardo Malaga che mette a scaldare del ragù in un pentolino e abbrustolisce del pane bianco. Tira fuori una Peroni dal frigo e fa saltare il tappo con l’accendino. M’invita a sedermi, chiede se voglio bere qualcosa. Rifiuto, ma lui non m’ascolta: stappa un’altra birra e l’appoggia sul tavolo. Gli ripeto di stare fermo, che i miei m’aspettano, devo guidare. Grazie, no, un’altra volta, davvero no. Mi fissa per un attimo, poi sbatte il fondo di una bottiglia sul collo dell’altra e la schiuma inizia a zampillare come una fontana. D’istinto la prendo e me la ficco in bocca.
Malaga sogghigna.
«Avevi sete, eh?»
I passi al piano di sopra si muovono veloci verso la scala. Un attimo dopo, Elena è davanti a me: scalza, struccata, con i capelli raccolti in una coda; un paio di braghe da basket del fratello e una maglietta nera con una stella rossa sul petto.
«Ah, siete voi», dice.
«Chi credevi che fosse», fa Malaga.
«Mi sembrava d’aver sentito qualcuno».
«Il padreterno?»
«Spiritoso».
«Quello è già passato».
«Lo so, ha lasciato un messaggio per te».
«E cosa vuole?»
«Che t’inculi».
La birra mi schizza fuori dalla bocca, inizia a colare per terra. Elena ride, mi scivola accanto, mi sfiora. Prende uno straccio da sotto il lavandino e si china ad asciugare il pavimento.
«Guarda che macello hai fatto, proprio un bel lago».
Cerco di spiegarle che non è stata colpa mia, ma lei m’anticipa e fa segno di stare tranquillo. Ripone lo straccio, stacca un pezzo di carta assorbente dal rotolo appoggiato sul piano di lavoro e me lo porge.
«Tieni, campione», dice. Torna nel corridoio e si china ancora, questa volta per raccogliere il borsone di Malaga, con le braghette targate “L.G. BASKET” che da larghe e penzolanti iniziano ad aderirle alle cosce. Mi sporgo per vederla camminare via, di nuovo su per la scala. Il tostapane scatta e nella stanza di fronte parte una musica da chiesa. Nel film, una voce accorata intona “Beata Maria…”, con Baci che muove la parte superiore del corpo avanti e indietro, tenendosi strette le ginocchia. M’asciugo la bocca e resto a fissarlo, mentre alle mie spalle il ragù comincia a ribollire.
Malaga smorza il fornello.
«L’ha fatto apposta», dice.
«È il fuoco…
«È il fuoco…
«Quando mai quella si è presa la briga di pulire o raccattare su della roba».
d’inferno…
d’imm-ferno…
«Voleva farti vedere il culo».
che brucia dentro me…»
che brucia dem-mm-trom-me…».
Baci si alza dal divano con uno scatto degno del fratello, incrocia le braccia davanti al petto e finge d’estrarre qualcosa dal colletto della felpa. Fruga nella tasca davanti, prende un fazzoletto smoccolato, lo solleva e si mette a danzare di fronte al televisore con una grazia ipnotica, anche se ogni suo passo è fuori tempo rispetto la musica.
«Elena di Troia», sbuffa Malaga. Continua a sparlare della sorella, ma non lo ascolto. Rimango su Baci, il suo ballo. D’un tratto si volta verso di me: il viso rischiarato solo sul lato che dà verso il televisore.
«Le fiamm-me oppure mmm-mia!», grida, tanto forte da coprire l’audio del film. Si getta a terra, con le ginocchia che franano sul cotto e riecheggiano per la casa come il boato d’un tuono.
«Cos’è stato?», fa Elena dal piano di sopra.
«Cristo», dice Malaga. Mi spinge via, corre nella stanza di Baci; accende la luce che sfarfalla e fatica a scaldarsi, poi spegne il televisore. Guarda il fratello inginocchiato, con entrambe le braccia protese verso il soffitto in una specie di preghiera. Dopo pochi secondi arriva anche la sorella, questa volta con i capelli sciolti e un accenno di matita nera sotto un occhio.
Malaga si rannicchia sulla destra di Baci, lo supplica di rialzarsi; Elena si sdraia alla sua sinistra, appoggia la testa contro il suo petto e gli sussurra parole leggere come una brezza che attraversa il bosco. Nessuno dei due lo rimprovera per quello che ha fatto, nessuno lo sgrida. La lampadina a basso consumo smette di friggere, aumenta d’intensità e le ombre vengono inghiottite da una luce bianca. Fuori dalla finestra, oltre i tre fratelli, riesco a vedere la sagoma di un capriolo che balza giù da un pendio e finisce in mezzo alla strada. Capisce d’essere allo scoperto, una facile preda. Il panico gli impedisce di ritrovare la via e allora si ferma, immobile come una statua di sale. Per un attimo ho l’impressione che ci stia osservando, ma la luce nella stanza aumenta ancora e non riesco più a vederlo con tutto quel buio là fuori, oltre i tre fratelli che pian piano si alzano.
Malaga sfrega le nocche tra i capelli di Baci, Elena gli fa il solletico. Lui inizia a ridere e a dire “bas-tta, bas-tta”, poi si getta sul divano come se niente fosse successo.
«Sei proprio un ritardato», gli fa Malaga.
«No! Tu-m m-sei ritardato», risponde Baci.
Appoggio la birra piena – a parte quello che è finito per terra – sul tavolo in cucina, getto il pezzetto di carta assorbente nel pattume. Baci fa il dito al fratello, riaccende il televisore e torna a guardare il film. Elena mi s’avvicina e vorrebbe dirmi qualcosa, ma non sa cosa; alla fine mi ringrazia per aver accompagnato Malaga, mentre lui si siede a sminuzzare il pane nel pentolino.
Li saluto e poco dopo sono sulla Punto a fare manovra. Sul cellulare vedo due chiamate di mia madre e una di mio padre. Scrivo a entrambi che sto arrivando.
La notte è senza luna e per qualche ragione so che non potrebbe essere altrimenti. I fari arrivano fino a dove serve, lasciano in pace il resto.
Del capriolo nessuna traccia.

Puntata #2

Senza titolo – Chiara Casetta

Il simbolo dell’L.G BASKET è un cinghiale stilizzato, rosso, dallo sguardo vacuo e feroce – come quello di Nago durante l’attacco al villaggio di Emishi – soprala scritta in grassetto “Mountain Pride.
Le Torri Gemelle riempiono le borracce, parlano di quando si sono ritrovati circondati da un branco di cinghiali in un bosco sotto Talada. Erano lì per passare il pomeriggio con una dozzina di birre e una caccola di hashish. Hanno legato un’estremità di alcuni fili di spago a una roccia e l’altra estremità al collo delle bottiglie, poi le hanno immerse in un ruscello. Si sono messi a far su qualche metro più avanti, dove le fronde degli alberi si diradavano e il sole scaldava una fetta striminzita di terra intorno al silenzio in cui rispecchiava l’umido. Davanti a loro c’era una scarpata, non molto alta, ma abbastanza da lasciarci la pelle con una caduta. Erano dieci, forse dodici cinghiali bruni, alcuni grossi quanto i verri che tengono nel porcile. Gli sono arrivati alle spalle, non si sono accorti subito della loro presenza, anche se non avevano ancora fumato e bevuto niente.
Il Brufoloso lo ripete con lo stupore di un neonato per la luce del mondo: non avevamo fumato e bevuto niente. Il Vitello sgrana gli occhi e annuisce, dice che fino a quel momento animali simili li aveva visti così vicini solo cotti in cima a un piatto di tagliatelle o di polenta. Bestie selvatiche, su cui non aveva controllo.
«E come ve la siete cavata?», chiede qualcuno.
Il Vitello riempie l’ultima borraccia e la ripone nel cestello assieme alle altre. Fa spallucce e si specchia nello stesso gesto del Brufoloso.
«Niente», fa.
«Cosa vuol dire niente?»
«Niente è niente».
Racconta che si sono voltati di nuovo verso la scarpata e hanno continuato a far su, poi hanno fumato. Quando si sono rigirati, i cinghiali erano scomparsi.
«Così com’erano venuti».
«Ma va a cagare, e chi ci crede».
«Lo giuro sulla testa di mia madre».
«Tu odi tua madre».
«Hai ragione, dio boia. Allora lo giuro sul mio John Deere».
Scoppiamo in una risata che dura fino l’ingresso dell’allenatore nello spogliatoio. Ci sediamo sulle panche per ascoltare il discorso pre-partita. Giochiamo contro la Rosta, una sfida senza importanza: con la vittoria di Correggio su La Torre siamo sicuri del primo posto – e molti di noi stanno già pensando alla festa che ci attende – mentre loro non hanno più possibilità di accedere ai playoff.
L’allenatore ci chiede di non guardare la classifica e mantenere la solita intensità. Il basket è fatto di singoli possessi: si attacca, si difende; avanti così fino a che non suona la sirena che indica la fine. Eseguite i giochi, ribaltate il lato, fate girare la palla, prendete decisioni veloci. Non pensate all’errore, non c’è errore. Solo possessi, uno dopo l’altro. Prestate attenzione agli angoli dei blocchi, il tempo dei passaggi, prendete tiri puliti. E divertitevi, sennò cosa siamo qui a fare? Anche se il divertimento dipende dal risultato, è innegabile. Per divertirsi bisogna vincere.
L’allenatore fa un’ultima precisazione tecnica disegnando l’uscita da uno stagger sulla lavagnetta. Il pennarello stride sulla superficie bianca, lascia segni che saranno corpi, movimenti. C’è chi si sgranchisce la schiena, chi le braccia; in due si mettono ad allungare i polpacci. Qualcuno applaude, qualcun altro grida dai raga, forza raghec.
Malaga rimane con gli occhi incollati alla finestrella che dà sul parcheggio, ad altezza asfalto. Lì, i piedi dei primi tifosi transitano sotto il suo sguardo, scompaiono oltre gli infissi incrostati e lasciano spazio ad altri piedi. Arrivano, passano, sono già passati: mocassini beige, scarpe di tessuto con la zeppa, scarpe da tennis; altre eleganti di vernice da cui spuntano calzini rosso sangue con bordi blu e oro, qualche tacco che incede con vanità. Muovono come nuvole che spediscono pioggia e rimandano al mittente il sereno.
«Malagoli, ci sei?»
Un passaggio breve, da un punto all’altro della finestra.
«Terra chiama Malagoli».
L’azione di un attimo dimenticato prima d’iniziare.
«Abbiamo una partita da vincere».
«Vincere», ripete Malaga con un filo di voce. «E divertirsi».
Si alza con il ghigno di chi la sa lunga, unisce la mano alle nostre e in coro gridiamo: un, du, tri L.G!
Un attimo dopo ci ritroviamo in campo a far rimbalzare i Molten di pelle sintetica bianco-marroni. Gli spalti si stanno riempiendo, i tifosi più accaniti intonano cori al ritmo di un tamburo. Riconosco i miei genitori, poco distanti ci sono gli osservatori della pallacanestro reggiana. Elena e Baci si sono seduti in alto, nel gradone centrale. La madre non è con loro: ha un turno, smonta da un turno, o si sta riposando in vista del prossimo turno. Gli arbitri chiacchierano appoggiati al tavolo di gara, un segnapunti scarabocchia qualcosa sul referto mentre l’altro accende il tabellone luminoso. Poco più in là, il bidello fruga tra i suoi stracci come a volerne fare uscire qualcosa di raro. Resta con lo sguardo basso, concentrato sul suo lavoro futuro – una cosa piccola ma utile: asciugare il parquet dalle patine di sudore che lasciano i giocatori caduti e così impedire ad altri giocatori di cadere – lo alza per osservare i ragazzi della Rosta sbucare dal tunnel, ancora nauseati dal viaggio in pulmino di quaranta minuti lungo le curve della Sessantatré. In tutto sono in otto, compreso l’allenatore. Attaccano a fare qualche esercizio d’allungamento, osservano preoccupati Malaga che sta tirando triple da otto metri senza mai sbagliare. Contano sei, sette canestri di fila. Disarmati, smettono di contare. Restano un paio di minuti in semicerchio ai bordi del campo, a cercarsi i piedi con il culo all’aria; poi continuano il riscaldamento con la flemma di una mattina d’inverno, fino a che le squadre vengono chiamate al tavolo per il riconoscimento.
Malaga dice all’arbitro il suo nome, il suo numero. Riprende il pallone, si lancia verso il canestro e schiaccia a due mani.
Il ferro trema, gli osservatori si sussurrano qualcosa all’orecchio e scrivono sui loro taccuini, il ritmo del tamburo aumenta. Alcuni tifosi iniziano a insultare gli avversari – anche se sono ragazzi come noi, solo con una divisa diversa – pianzi, mastorchi, morgaioni, c’avete solo la nebbia, tornate a casa vostra, la merda finisce sempre nel pari.Altri li compatiscono, ma non dicono niente per farli smettere. Una striminzita accolita di tifosi in trasferta s’innervosisce e risponde a tono: guarda che bestie, sti montanari, montanér; di pundgòuni schifosi, tutti fiōl ed fradèl. Sembra si possa arrivare alle mani da un momento all’altro. Su entrambi i fronti ci sono facce paonazze che sbraitano bile alla ricerca di una boccata d’orgoglio, qualcosa che riscatti ogni respiro sprecato della loro esistenza.
Gli arbitri chiamano le squadre in campo, i tifosi scattano in piedi. Malaga prende un istante per osservarli: scorre gli spalti come fossero pagine di un dépliant, si sofferma sugli osservatori, poi continua finché non trova Elena e Baci. È tutto diverso da quando erano distesi sul pavimento, eppure è tutto uguale: che siano stretti in un abbraccio o distanti chilometri, ognuno di loro esiste nei fratelli come in se stesso; persi non uno dell’altro, ma uno nell’altro, come volessero scomparire al prossimo per ritrovarsi nell’intimo, lontano da una realtà in cui la madre è costretta a un lavoro sfiancante e il padre se n’è andato anni fa, chissà dove.
Malaga non parla mai di lui, probabile non lo ricordi nemmeno. C’è chi sostiene li abbia abbandonati dopo aver saputo di Baci e sia scappato all’estero con una donna piena di soldi. Per altri sono solo pettegolezzi. Resta il fatto che ha lasciato la famiglia su due piedi. Una vita per un’altra, come fosse un film da scegliere in una domenica smorta, o una spuma da bere allo scopo di combattere l’arsura. Una vita basta sia, senza far caso a ciò che ci si lascia alle spalle, o facendo caso al denaro.
Secondo alcuni, basta sia senza un figlio disabile.
Malaga fissa i fratelli come parti di sé che gli vengono asportate, possessi che non potrà mai giocare. Ha l’aria di voler saltare sulla cavallina, scavalcare il muretto che separa il campo dagli spalti per raggiungerli e riaverli, saperli in lui. Ma lo spettacolo deve cominciare. L’arbitro alza la palla a due, il primo possesso lo prende la Rosta. Il Molten rimbalza sul parquet come un battito cardiaco impercettibile nel fracasso del mondo. I tifosi continuano a urlare e inveire, rinunciano ad ascoltare il suono del cuore che hanno perduto.

Puntata #3

Senza titolo – Chiara Casetta

«N’è ora che la smetti con ste fole e te ne vai a dormire?».
«Cosa c’è? Sei matto? Non sai che a letto ci si muore?»
Francone butta giù mezza grappa e l’altra metà la divide tra la barba e il colletto della camicia di flanella. Fa una pernacchia al barista del Circolo e la condisce con una risata grassa quanto lui. Tira due manate sul tavolo, attacca a tossire e per poco non si strozza; allora si versa un altro goccio per spegnere l’incendio che ha in gola. Prende qualche secondo per ritrovare fiato, poi prova a raccontare, per la terza o quarta volta di fila, l’unica storia che non l’ha mai stancato ma che nessuno gli ha mai permesso di portare a termine.
«Una volta ho messo a sedere lo zar».
«Non mi dire», lo interrompe subito qualcuno. «Ti credevo mica bolscevico».
«Al massimo sto qui l’è un socialista», fa un altro.
«Ciuccia-lista».
«Ciuccia-litri».
«Di grappa».
«Di quel che trova».
«Parlate perché c’avete la bocca, voi», fa Francone. «Lo zar, Predrag “Saša” Danilović».
Ordino un bicchiere, anche se devo guidare. Il barista non chiede il documento, non l’ha mai fatto, come non direbbe a un cliente d’andare a dormire se non fosse sicuro di venire ignorato. Da questa o quella parte del Secchia manca ogni cosa, ma di certo non si patisce la sete. Il limite è ciò che vuoi, ciò che devi bere, qualsiasi sia la tua età o la tua condizione. Le Torri Gemelle lo hanno imparato presto, Francone lo sa da decenni; Malaga lo sta capendo questa notte, semi incosciente su una sedia di plastica a ridosso dell’ingresso del Circolo, sotto una luce dove svolazzano zanzare e falene, con davanti una piccola radura che anticipa qualche albero e il fiume.
La festa è finita da tempo, il resto della squadra se n’è andato, così come il più della gente. Pago e raggiungo Malaga di fuori, mi siedo al suo fianco mentre lui appoggia gli avambracci sulle cosce e inizia a ciondolare la testa. Alla nostra destra, la carraia s’immette sulla strada prima del ponte del Pianello. A sinistra, degli uomini sui trent’anni fumano come turchi e discutono di smonto-notte, riposo, un po’ di ferie, un po’ di cassa, straordinari, cambi, trasferte, malattie, infortuni.
Uno di loro racconta di un amico finito sotto un muletto con i freni guasti che tra poco perde l’uso delle gambe. Dice che per fortuna la forca era messa in un modo rispetto a un altro – spiega la posizione con dei gesti che non riesco a vedere – sennò sarebbe crepato sul colpo. Ha subito due interventi, è stato dieci mesi allettato con la prospettiva di una vita in carrozzina. Adesso sta bene, ma è in causa con la ditta che non vuole riconoscergli il risarcimento.
«Che schifo», fa un altro, e ricorda un collega morto in un incidente mentre tornava a casa dalla fabbrica. L’avevano costretto a fare sette turni di fila con quattro notti nel mezzo, senza riposo, con degli stacchi di otto ore tra un turno e l’altro, quando per legge ce ne vogliono minimo undici.
È arrivato alla fine dell’ultima notte. Alle quattro e un quarto del mattino è partito come al solito da Casalgrande diretto verso il Cigarello. Lo hanno trovato in un fosso, con quel poco che rimaneva dell’auto, appena prima dell’alba.
Un colpo di sonno, hanno detto, una disgrazia.
«Ma la verità è diversa», fa il tipo. Non c’è tristezza, né rabbia nella sua voce. «Anche se non è morto sul lavoro è il lavoro che l’ha ucciso».
Getta il mozzicone e ne accende un’altra. Malaga rinviene e bofonchia che vuole un Avana e Coca. I fumatori lo guardano con un disprezzo da adulti, già dimentichi di cosa significhi avere la nostra età. Uno di loro lo indica e chiede chi è quel pistamota; un altro risponde che è quel ragazzo delle Braglie buono a giocare a basket e orfano di padre, con la sorella topa e il fratello ritardato.
Malaga si alza di scatto, rischia di finire steso a terra provando ad andargli addosso. Loro fanno finta di niente, lui scorda la sua rabbia in un nuovo abbiocco. Gli prendo un braccio, me lo getto intorno alle spalle e lo sollevo come sua madre fa tutti i giorni con delle vecchie cariatidi in ospedale. Lì non ci sono muletti, finché la schiena le regge può andare avanti senza preoccupazioni. Poi due figli su tre già lavorano e non staranno a casa per sempre, e anche il terzo prima o poi si darà da fare. Se gioca bene le sue carte, uno potrebbe diventare un atleta professionista.
Tengo stretto Malaga e cerco di portarlo via da lì, lui fa resistenza e prova di nuovo a gettarsi contro i trentenni. Riesce a divincolarsi dalla mia presa e finisce con la schiena contro il muro, di fianco alla finestra aperta. Mi ripete in una specie di salmodia di lasciarlo fare, che quelli meritano una lezione. Da dentro, sento Francone che sbava parole con la stessa cantilena. Un tempo, nemmeno troppo lontano, anche lui come Malaga aveva carte buone. Poi, in un amen, è passato dal farcela a essere disfatto, dimostrare dieci anni in più di quelli che porta, trascinato dall’alcol in un Circolo dove la memoria arriva al giro pagato e riparte in quello da pagare.
Gli rimane un solo ricordo a illuminargli gli occhi. A differenza di prima, lo sta provando a raccontare senza enfasi, quasi fossero parole di un suggeritore al protagonista che poteva diventare.
Una volta ho messo a sedere lo zar, Predrag “Saša” Danilović – dice – era il primo allenamento che facevo con le V nere, la Virtus di Bologna. Sono uscito da uno stagger, ho ricevuto palla in punta e l’ho messa per terra con la mano forte. Subito Saša mi è venuto sotto per spiegarmi l’antifona: che lui era lui, e io solo un mastorchiello del cazzo – come nel film con Sordi, quello del Grillo; ch’era il cognome, intendiamoci, mica la pistola – perché al tempo lo ero, certo, un mastorchio, avevo neanche vent’anni; ma posso assicurarvi che non era così facile farmela. Infatti mi sono accorto di come si fiondava su di me e l’ho anticipato. Lo Zar, capite? Quello della finale scudetto nel ’98, che se non era per queste dannate ginocchia forse anch’io…
ma lasciamo fare, con le malinconie la balla sale triste e a noi ci tiene in piedi l’allegria. Poi ne ho già conosciuti un paio che a forza di se si sono ritrovati con la testa nel forno a gas o una doppietta tra i denti. Uno si è perfino fatto esplodere un piombino in bocca, infilandolo in un tubo di rame con della polvere da sparo e picchiandoci contro con un martello. È entrato in garage una sera come un’altra e l’ha fatto davvero. Provate a immaginarvi la scena, cosa c’è voluto anche solo per pensare a una roba del genere. Poi trovi il tubo, la polvere, il piombino, un martello, combini il tutto e speri che la palla ti si conficchi nel cranio. Dev’essere stato ubriaco come pochi, perché non puoi essere sicuro che fili tutto liscio. Infatti, sapete cosa? Il piombino gli è finito giù per la gola ed è morto soffocato dopo un quarto d’ora. Almeno così ho sentito. E anche fosse meno di un quarto d’ora, mettiamo dieci o cinque minuti, ma anche solo un minuto, provate a pensare a quel tempo passato in un garage con qualcosa che ti strozza. Ogni volta che mi torna in mente mi sento una roba addosso come d’insetti. Sapete quando vi sentite formiche o cose così che vi corrono per braccia e gambe ma non ce n’è mica?
Però adesso basta, ero dietro a spiegare n’altro lavoro, un discorso tutto diverso. Dov’è che ero arrivato? Ah sì, dallo stagger. M’arriva la palla e la metto subito per terra con la ma⸺
di nuovo qualcuno lo interrompe.
«E ancora sto staggèr, ma cos’è mo’ uno staggèr?».
«Viene dalla bassa?», fa un altro.
«Roba da magnèr?».
«O da bèr?».
«Me vag a Scinc Scèr», dice un terzo.
«Da fèr?»
«Al mèr».
«Ghe al mèr a Scinc scèr
«Davvèr!».
«Andate mo’ tutti a caghèr», fa Francone tra le risate generali. Li sento continuare a ghignare anche oltre la radura, nello spiazzo dove ho lasciato la Punto. Appoggio Malaga sulla fiancata, apro la portiera; lo ficco dentro come viene e gli allaccio la cintura. Tiro giù di una spanna il suo finestrino nella speranza che un po’ d’aria fresca gli faccia bene. Percorro la carraia, con le fronde degli ontani e dei pioppi che accarezzano il tettuccio. Poi trovo l’asfalto, il ponte, il lungo rettilineo che corre tra i gessi fino ai tornanti per le Braglie. Prendo le curve con dolcezza, sto attento alle buche, cerco di evitare degli strattoni quando cambio marcia. So che non è abbastanza, ma è tutto quello che posso fare.
Quando siamo circa a un chilometro da casa sua provo a svegliarlo.
«Oh, ci sei?»
«…»
«Dai che siamo arrivati».
«…»
«Terra chiama Malagoli».
Lui apre gli occhi di getto, li tiene sbarrati sul parabrezza per qualche istante, con la bocca semiaperta e un tanfo di Avana che non ha nulla d’esotico.
«Vincere dura un secondo», biascica.
Gli chiedo cosa significhi, ma non risponde. Inizia a trafficare intorno al freno a mano, con un po’ di fatica slaccia la cintura. Tira giù del tutto il finestrino, si sporge fuori e solleva il braccio destro in un saluto romano.
«Vincere!», grida. «Vincere!»
Prova ad alzarsi, dà una capocciata contro il tettuccio e cerca di scavalcare il montante della portiera. Prima che ci riesca, lo afferro e lo strattono per riportarlo nell’abitacolo. Gli tiro dei cazzotti rabbiosi sulla spalla, ma è troppo cotto per sentirli. Senza fare una piega, si sbraga sul sedile e inizia a ridere di gusto.
«Che cazzo combini», gli dico. «M’hai fatto venire un tocco, ritardato di merda».
«Tu-mm-sei ritardato», fa lui imitando il fratello. Continua a sbellicarsi, poi inizia a cantare a squarciagola sulla falsariga di un vecchio pezzo di Spingsteen.
«E me son down, down, down, down; me son down, down, down, down; son down, down, down, down; e me son down, down, down, down».
Lo fisso allibito, con lo sguardo strabuzzato e stanco dall’ora tarda. Mezzo secondo, non di più: il tempo di stupirmi e riavermi. Quando riporto gli occhi sulla strada trovo una volpe accecata dagli abbaglianti; non un capriolo, né un cinghiale, ma una piccola volpe istupidita dalla luce che avanza come un nuovo giorno. Immagino la sua carcassa che si decompone sull’asfalto, l’odore di morte e il ronzio delle mosche.
Così va la vita. Così dovrebbe andare.
D’istinto sterzo il volante per evitarla, perdo il controllo della macchina e la schianto contro un declivio. L’airbag esplode, il mondo si fa morbido e bianco, poi si sgonfia sulle fronde degli alberi sorprese da un fanale rimasto acceso; sembrano dita gialle e avvizzite, le fronde, che frugano nel cofano accartocciato, oltre il vetro rotto del parabrezza, alla stregua di quelle di un vecchio tra le pagine di un giornale.
Il dolore arriva puntuale, ma non mi pare d’avere nulla di rotto. Andavo piano, in salita, e questo ha attutito l’impatto. Però Malaga ha messo in scena il suo spettacolo, per farlo si è slacciato la cintura. Ora ha il volto cereo come quello di una madonna; una strana espressione, quasi serena, con una specie di sorriso sulle labbra. Un rivolo di sangue gli corre lungo la fronte.
Il battito c’è, il respiro pure. Provo a chiamarlo, ma niente. Gli dico comunque che andrà tutto bene, cerco il cellulare per chiedere aiuto. Trovo la batteria ai miei piedi, quello che rimane del resto sparpagliato nel portaoggetti, ridotto in pezzi.
Faccio per aprire la portiera, scopro che si è bloccata. In qualche modo, riesco a forzarla quel tanto che basta per scivolare di fuori. Mi taglio un fianco contro una lamiera, lo tengo stretto con una mano e inizio a zoppicare verso le Braglie. Del paese riesco a vedere solo i contorni, come accenni di civiltà che fanno a cazzotti con la notte. Un lampione illumina se stesso e nient’altro, la terra e il cielo si distinguono grazie a un pugno di stelle. Le montagne sembrano un bozzetto a matita pieno di cancellature. Il silenzio è così denso da riuscire a sentirne il peso.
Cammino per tanto o per poco: forse dieci minuti, forse di più; a me sembra di camminare da una vita. Ogni tanto mi volto per vedere se arriva qualcuno, ma non c’è vìtta, nessuno che passa anche fosse per sbaglio.
Arrivo alla tana di Malaga con il fiatone e le gambe tremanti. M’attacco al campanello, sento la testa farsi leggera. Una faretto s’accede sopra di me e m’acceca come prima era accecata la volpe. Ora sono io l’animale che entra nella luce, chiede d’essere salvato; ma dio è passato e ci ha lasciati soli a rovistare nelle nostre pochezze, alla ricerca di una risposta che vada oltre gli stracci della sopravvivenza.
La madre di Malaga viene alla porta: una donnina minuscola con mani minuscole e inadatte al suo mestiere, occhi gonfi e languidi che sembrano poter sopportare tutta la sofferenza del mondo. Ha il volto livido e segnato dal troppo lavoro, un’aria trascurata ma piena di dignità.
«Dio santissimo, cos’è successo?»
Dietro di lei, vedo Elena che scende le scale e si appoggia alla ringhiera. Cerca le scapole con le mani come chiamasse a sé un abbraccio.
«Dov’è mio figlio?»
Immagino le sue braccia e mi lascio andare tra quelle della madre. Lei non si fa impietosire, perde la pazienza e mi spinge via.
«Dimmi dov’è!»
Evito d’incrociare lo sguardo del Piccolo Kaiser e le indico la strada invisibile verso i gessi.
«Una volpe», le faccio con la poca voce che mi rimane, «è spuntata all’improvviso».
Capisce cos’è accaduto, dice qualcos’altro che non afferro. Non riesco a chiederle di ripetere che ha già ordinato a Elena di chiamare un’ambulanza e si è lanciata di fuori. La vedo montare in macchina, dirigersi verso il niente d’asfalto e di boschi che fino a un attimo prima era il mio cammino.
Elena si precipita al telefono, solleva il ricevitore. Le passo accanto – mentre cerca di spiegare la situazione all’operatore del 118 – e mi siedo al tavolo della cucina. Resto immobile, con gli occhi sbarrati, fissi sul muro davanti a me. Ripenso al racconto del trentenne, mi chiedo se anche l’operaio nel fosso avesse un’espressione simile a quella di Malaga, quanto gli c’è voluto per morire.
«Era cosciente?», mi chiede Elena dall’altra stanza. «Vogliono sapere se era cosciente».
Le dico che aveva il battito, respirava, anche se non ne sono più sicuro. Ho la memoria avvolta da una nebbia impossibile da dipanare, tutto quello che è successo mi sembra un brutto tiro. Immagino Malaga che spunta d’improvviso alle mie spalle e mi offre una birra, io che lo mando a cagare e questa volta accetto senza problemi. Le cose si sistemano, tornano al solito; un’altra estate insieme, magari senza materie sotto o lavoro, solo io e lui, a gettare tempo in un continuo far niente, persi nella vastità della nostra compagnia, senza ambizioni o future professioni, convinti del nostro presente e di nient’altro.
Ma Malaga non è qui, e per quanto mi sforzi ricordo il suo volto ma non il suo respiro. Sua madre saprà capire, vederci più a fondo. Fino a un attimo fa dormiva, adesso sta raggiungendo il figlio che sorride tra le lamiere. Qualsiasi cosa troverà al suo arrivo – qualsiasi cosa succederà dopo – anche stanotte dovrà passarla in ospedale.
Abbasso gli occhi sul tavolo, ciondolo il busto avanti e indietro. Attacco a piangere e a ripetere “non è giusto, non è giusto”, finché una mano mi sfiora i capelli. Alzo lo sguardo e trovo Baci dietro le mie lacrime, intento a piangere le sue. M’aiuta a rimettermi in piedi, mi dà l’abbraccio che sua madre mi aveva rifiutato. Sento il fianco bruciare, umido di sangue; provo un dolore tremendo, ma non è niente in confronto alla sensazione di pace del suo corpo unito al mio, come fossimo una cosa sola.
Trovo Elena in lui. Trovo Malaga.
«Non sono riuscito ad ammazzarla», gli dico.
«Adesso bas-tta piam-mgere, bas-tta».
«L’ho chiamato ritardato».
«Forzam-mm-mforza».
«È l’ultima cosa che gli ho detto».
Rimaniamo così, mentre Elena riaggancia il telefono e segue la madre; anche dopo, quando si sente il suono di una sirena risalire la valle. Dalla finestra inizia a intravedersi una processione di luci blu che vanno e vengono sul ponte. Dietro di esse, alla fine di una carraia stretta tra ontani e pioppi, gli ultimi ubriachi rimandano il domani in discorsi opachi, versandosi ancora da bere.

Puntata #4

Con tutto quel buio là fuori – Chiara Casetta

Chiudo il rubinetto della doccia, raggiungo i colleghi del turno di notte nello spogliatoio. Se ne stanno impalati davanti agli armadietti, prendono e ripongono vestiti e oggetti; fanno una mucchia della roba lercia di polvere e smalto da portare in lavanderia, godono del silenzio dell’alba che avanza e lascia alle spalle le linee di produzione.
Per oggi il lavoro è finito. Con lo smonto arriva pure il riposo di due giorni. Qualche parola viene gettata lì senza che nessuno la colga, la stanchezza è l’unico discorso che si fa valere. Nel corridoio c’è un ronzio di neon e passi da sonnambuli che dirigono all’uscita. Le sale conferenze sono chiuse a chiave, gli uffici deserti; i colletti bianchi hanno ancora un paio d’ore per voltare gallone nel letto, dei padroni non mi è dato sapere.
Nella saletta comune due operai che attaccano al mattino si versano del caffè da un bricco, sbadigliano un sonno perenne; li supero come cose di ieri, raggiungo l’immenso piazzale di fuori. Proseguo in macchina lungo incroci e rotonde, circondato da bancali e bancali di piastrelle impilati uno sull’altro per chilometri, come una città morta e mai vissuta. Passo il badge sul lettore e la sbarra si alza sul mondo degli altri. Guido con calma, rispettando limiti e distanze, come ho fatto negli ultimi vent’anni.
Mi fermo in un bar per pisciare, ordino qualcosa com’è d’uso. Tiro lo sciacquone e lavo le mani; pago, consumo, saluto il barista e resto davanti alla soglia a fumare, così da non impestare la macchina con l’odore di sigaretta.
Il piccolo starà con me tutto il giorno e sua madre ci tiene che respiri aria buona. Gli ho promesso che oggi saremmo andati al rifugio in Bargetana, se non siamo stanchi potremmo arrivare anche al lago. Il tempo speso con lui è un toccasana, anche quando gli occhi si chiudono da soli. Ma per dormire ho domani e domani l’altro; poi a letto si muore, diceva qualcuno.
Arrivo a casa e prendo il pollo avanzato dal frigo, lo ingoio freddo con un tocco di pane secco e maionese. Scorro serie, docu-serie, film e altro in streaming; prima che riesca a scegliere cosa vedere ho già finito di mangiare. Persevero davanti a quella lista di nomi e d’immagini che non dicono niente e sembrano uguali, vado avanti così finché il campanello suona.
Il piccolo getta lo zainetto in corridoio, sua madre lo raccoglie e me lo porge. Si raccomanda delle solite cose. Annuisco a tutto, aspetto che ci lasci soli.
«Fai a modo con tuo padre, campione».
La guardo scomparire dietro la porta che si chiude. Poi prendo mio figlio per mano, lo porto a vedere le montagne per la prima volta nella sua vita.
Superiamo Castelnovo, Parisola e Carnola. Davanti a noi c’è una grande berlina blu che inchioda ai tornanti, rallenta ai pochi incroci e poi, al primo spiazzo abbastanza grande, si ferma e mi fa segno di superare. Guardo l’uomo alla guida nel retrovisore: è un signore distinto sui sessant’anni – forse di più portati bene – con un cappello a tesa larga sulla testa. Da come guida sembra un forestiero che non sa dove sta andando, ma il suo volto mi è familiare.
A Ligonchio il piccolo vede la centrale idroelettrica e insiste per fare una sosta. Mi supplica con un tono sfiancante, ripetendo Possiamo! Ti prego! Ti prego! finché non gli dico che va bene, basta che la pianti con sta lagna. Allora lui s’ammutolisce subito per non rischiare di rovinare tutto, felice per la sua piccola vittoria.
Giriamo intorno al bacino, restiamo qualche minuto a osservare la valle dell’Ozola che tracanna nebbia e la digerisce nella gola degli Schiocchi. Sull’altro lato, da basso, si vedono le case di Piolo e un accenno di Cinque Cerri. Lì sotto, guardando verso la pianura, le montagne sono tinte d’azzurro e danno l’impressione di enormi frangenti con le nuvole a fare da schiuma.
«C’è il mare a Cinque Cerri», dico.
«Non è il mare papà, è il cielo», fa il piccolo. Gli sfrego le nocche sulla testa, rido con tenerezza della sua innocenza e lui riflette la mia risata; poi mi tira le braghe verso la macchina: la sua attenzione per la centrale è finita, ha fretta di scoprire altre cose.
Di lì alla Presa Alta ci mettiamo un quarto d’ora, poi all’incirca due ore a piedi lungo la forestale, con una pausa nel mezzo per contemplare il bosco delle Candele.
Il piccolo chiede il perché di quel nome, io gli dico che ci deve arrivare da solo. Prende il passatempo sul serio, con l’impegno che solo i bambini riescono a dedicare al gioco, come se dal successo di questa prova dipendesse il resto della sua vita. Si spreme le meningi, rimane in silenzio fino al rifugio dove ci facciamo riempire dei panini con l’affettato e ordiniamo anche due spume. Mangiamo su una panca di legno, all’ombra di un grosso castagno. A una certa il piccolo scansa le briciole dalle labbra e riattacca a parlare.
«Ho capito papà», dice sicuro di sé, «è perché sembrano tante candele».
«Proprio così», faccio io.
«Allora anche il cielo può diventare il mare?».
«Lo hai visto anche tu prima, no?».
«E le montagne possono essere qualcos’altro?»
«Sicuro. Quella lì, per esempio, prima era un pastore».
Indico il Cusna e gli racconto la sua leggenda. Lui fa mille domande, chiede altre storie. Prendiamo il sentiero che arriva al lago e gli parlo della capra albina di Burano, di un cavallo ubriaco che girava da Collagna, poi dell’acqua di Busana che fa diventare baciarello chi la beve.
Facciamo saltare le pietre sul lago che s’increspa e prende le venature della foglia; le montagne riflesse in quell’acqua ondeggiano e perdono la loro calma; poi il cielo annerisce sul Sasso del Morto, il vento si mette a tirare come un mulo nella nostra direzione e a ragliare tra le faggete. Le nuvole s’addensano e promettono pioggia, un tuono rimbomba in Garfagnana e l’eco che produce ha lo stesso suono di una risata.
La cicatrice che mi segna il fianco inizia a dolermi, come ogni volta che muta il clima: pare aprirsi, bruciare come all’origine e tornare ferita. Ogni cosa è la stessa a distanza di minuti e millenni. Guardo mio figlio e lo immagino già vecchio e consumato, senza curiosità o fame di racconti, con la bocca cucita dal disincanto e il rancore che lo divora.
«Cos’è un baciarello?», mi chiede.
«Per oggi basta domande», faccio io, «il tempo sta cambiando, bisogna che ci muoviamo».
Fa una faccia delusa ma non arriva a ribellarsi, cammina ancora un poco e poi si fa prendere a cavalcioni fino alla macchina. Suono una playlist con alcuni pezzi di Caterina Bueno (cantata da Rovelli) Ciampi (cantato da Rondelli) e Guccini (cantato da vari) così da farlo addormentare. Arriviamo a Cerré e mi fermo al bar per compare le sigarette. Il vecchio barista fa scivolare un dito grinzoso sui pacchetti e mi chiede se gentilmente posso dargli un segnale quando arriva a indicare quello che desidero. Ha un paio d’occhiali legati al collo con un cordoncino, che non indossa. Della vista non può più fidarsi, e da quello che sembra nemmeno del resto. Tiro fuori i soldi giusti per non farlo tribolare. Non li conta, li ficca nella cassa come vengono: non può fare altrimenti. Vuole offrirmi un toscano, ma gli dico che ho mio figlio che dorme in auto e quando guido non tocco alcol. Una storia di tanti anni fa. Un vecchio errore. Gli chiedo come vanno le cose in paese e il resoconto ha la misura di un lungo epitaffio. La sua bocca è come la balera abbandonata qui di fianco: fatiscente, piena di un dialetto ammuffito, usurata dal troppo silenzio. Gente con cui parlare n’è rimasta poca, e ormai il bar lo apre per abitudine e nient’altro; ma non bisogna piangere, né meravigliarsi: l’Appennino è più memoria che vita, e lo era già quando mi muovevo tra le sue valli da figlio e non da padre.
La berlina blu parcheggia davanti all’ingresso. Il signore distinto entra facendosi strada con un bastone di mogano. Appoggia il cappello sul banco e liscia l’abito su misura. Ordina un caffè con un accento tedesco, senza averne l’aria; pare volerlo esasperare a forza per mantenere un confine, farci capire che con questo luogo non ha niente da spartire.
Il barista sbatte il portafiltro, strizza le palpebre fino a ridurre gli occhi a una fessura. Indossa gli occhiali e fissa il coetaneo attraverso le lenti. Settant’anni e passa portati bene, ora mi sembra evidente.
«Ci siamo mica già conosciuti, noi?», chiede il barista.
L’altro abbassa lo sguardo e impallidisce.
«Mi sembra di ricordare… ma sì!»
«In einem anderen Leben vielleicht», dice il signore distinto,«als unsere Augen scharf und reiner Hoffnungen waren».
«Pardonne mua», fa il barista. «Devo essermi sbagliato».
«Und ohne Schuld».
«Sa, ormai sono quasi cieco».
Il signore distinto prova a sorridere ma non ci riesce, mentre l’altro gli serve il caffè. Il piccolo entra sfregandosi il viso e si attacca ai miei pantaloni. Cerca di tirarmi via da lì come prima alla centrale, ma questa volta, senza sapere perché, non ho intenzione di assecondarlo. Insiste, comincia a frignare. Gli caccio dietro un urlo e allora ammutolisce, mette su il broncio e inizia a singhiozzare piano. Lo consolo per farlo smettere, non voglio che la nostra giornata finisca in questo modo.
«Ist das Ihr Kind?», chiede il signore.
«Come?», faccio io.
«Suo figlio?»
«Sì».
«È proprio un bel bambino. Du bist ein schönes Kind, weißt du? Guarda cos’ho per te».
Prende una manciata di caramelle dall’espositore di fianco alla cassa. Il piccolo riscopre l’allegria così come l’aveva dimenticata, cerca il mio consenso e poi le accetta.
Rivolgo un gesto di riconoscimento al signore distinto levandomi un cappello immaginario. Gli chiedo da dove viene.
«Vivo a Bonn da quasi quarant’anni», fa lui, «è d’allora che non parlo italiano».
Il barista continua a scrutarlo da dietro gli occhiali, ma non si attenta a fare domande. Lui porta una mano al viso e glielo nasconde, prende altre caramelle per il piccolo.
«Anche lei ha figli?», gli chiedo.
Il signore distinto ritrova la sua età. Tutta la vecchiaia che era riuscito a trattenere arriva a segnargli la fronte.
«Ne ho avuti», dice.
«Mi dispiace».
«Anche a me».
«Quand’è successo?»
«Una vita fa».
«Davvero, mi dispiace».
«È solo colpa mia, lei non può capire».
Si siede su uno sgabello e appoggia gli avambracci sulle cosce. Abbassa il mento sul petto e inizia a singhiozzare. Gli batto una mano sulla schiena, con l’altra accarezzo i capelli di mio figlio, troppo preso dallo stupore di quei regali inattesi per accorgersi di qualcosa.
«Credo di capire», dico. «Credo proprio di capire».
Lui si asciuga gli occhi, non dice niente. Lascia i soldi sul banco, molto più di quello che dovrebbe pagare. Saluta me, il barista che è ancora alle prese con gli occhiali.
«Eppure sono sicuro», inizia a ripetere. «Sicuro, sicuro».
«Ringrazia il signore», dico al piccolo.
«Echt ein schönes Kind».
Indossa il cappello, punta il bastone verso l’uscita, si gira a guardarci un’ultima volta. Finalmente sorride.
Il cielo tramonta sulla via del ritorno. Delle luci si dispiegano lontano, verso il monte di Valestra. Penso a un matrimonio a cui non sono stato invitato, a un funerale. La madre del piccolo arriva all’ora di cena, viene a prenderlo per riportalo via da me. Il giudice ha stabilito così e io mi sono prestato al gioco. Anche quando si tratta di una vita è sempre questione di possessi. Chi attacca, chi difende. Avanti così fino alla sirena che indica la fine. La mia ha già suonato quella notte di vent’anni fa, oggi. È risalita su per la valle come un sussurro.
Sono sveglio da ventiquattr’ore e comunque non trovo la forza di dormire. Scarto il pacchetto preso a Cerrè ed esco sul balcone a fumare. Guardo le montagne, un lampione; alcuni ragazzi si stanno divertendo a colpirlo con un pezzo di metallo. Un vociare si alza e gli intima di smettere, ma loro continuano a picchiare senza sosta. Il rumore incede nel buio, risuona nella gola, nella testa.
Mi manca il fiato, il petto inizia a prudermi senza una ragione. Lo gratto, fin quasi a scorticarmi. Un colpo secco, un altro ancora. Metallo su metallo; se non ci fosse il piccolo, una possibilità.
Per lui non sarà mai troppo tardi, lo giuro, non diventerà quel vecchio disilluso che ho visto per un attimo al lago. Gli darò modo, le giuste occasioni. Parole per riempirsi la bocca, ma lo farò davvero. Anche se il mondo è un grande incendio, brucia perpetuo, e gli uomini gridano al fuoco senza far niente, respirando le ceneri.

2 pensieri riguardo “Con tutto quel buio là fuori

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close