La caffettiera

di Carmen Zinno

Anonimo metropolitano

Quando girai la chiave nella toppa, ne fui certo. Ciò che più temevo si era avverato.
Il corridoio della nostra casa, al buio, sembrava l’interno di un cappello a cilindro dal quale sarei spuntato innocuo, carezzevole e scemo come un coniglio. Il mago mi avrebbe afferrato per le orecchie e voilà, applausi ed esclamazioni di meraviglia dalla folla: la mia mutazione da fiore a roditore.
Quantomeno sarà contento di vedermi, no? Voglio dire, anche se uno litiga malissimo, poi se sta lontano una settimana, dopo, gli passa. Cioè a me passa. Anche dopo qualche ora. Mi succede così. Non mi ricordo più niente, anche le parole più brutte. Sono fortunato. Secondo me, sì, sono fortunato.
Lasciai che l’ansia montasse, aggrappandosi ai muri ornati di figure geometriche, crocifissa alle spine della collezione di piante grasse all’ingresso. L’odore d’unto di cucine ripetute mi colpì colloso le narici. Nessuna brezza di mare – perduto com’era oltre i vetri serrati – era entrata da quando ero partito.
Forse non avrei dovuto dirgli che vivere insieme era stata solo una sua scelta. È che da sempre subisco le scelte, le parole, le azioni, gli occhi degli altri. Sarei volentieri rimasto da solo tutta la vita, te lo giuro, a leggere i romanzi di Patricia Highsmith, sì, che lui detesta, a guardare i polizieschi di giorno e di notte i film d’amore con le storie perfette, porno bdsm senza vergogna, i master-chef con le cucine sempre illibate, i wedding planner che sanno dov’è la felicità quando ti sposi. Se avessi potuto scegliere davvero sarei rimasto a casa tutta la vita, a non occuparmi di nessuno, nemmeno di me stesso.
Non gli avevo chiesto di vivere con me; era successo e basta. Dallo spazzolino da denti a qualche mutanda in un cassetto vuoto, dalle ciabatte alle chiavi di casa, in un vortice di silenziose occupazioni di cantucci, lati del letto, accappatoi nuovi così lo uso solo io.
I pavimenti scricchiolarono di sporcizia sotto le mie scarpe e li percorsi lento, immaginandomi la trama d’orme seccate di lui; il viottolo microbico, invisibile eppure certo, dall’ingresso al salotto.
Avevo bisogno di ferirmi, quando l’ho incontrato, d’imparare a sbagliare. Senti che ti dico. Ero pronto, me l’aveva detto Minari, il costosissimo freudiano da cui ero stato in analisi quasi dieci anni. Mi aveva congedato dicendo che ero pronto. Per cosa non si sa, ma ero pronto. Dentro o fuori. Avevo scelto fuori. E infatti uscivo tutte le sere, ma non conoscevo nessuno e siccome non conoscevo nessuno ero una preda facile. Però non aveva previsto di stare con uno come me, lo sai? E io, alla fine, accettai la sua presenza, giorno dopo giorno, senza chiedermi niente.
Appoggiai le valige a terra senza far rumore, attaccando il cappotto al muro col timore del buio che s’ammantava alle mie spalle. La forma contusa delle cose usate e non riposte trionfava ghignante e blu della mia appena finita assenza. Mi feci coraggio e accesi la lampada: il paesaggio era peggiore di quello intuito nella penombra lunare. Libri, tazze, scarpe, asciugamani, padelle, cartacce, scatolette di tonno, di yogurt, di cibo per cani, giacche e cappelli, cuscini ed aspirapolveri lievitavano, per ripicca, tra salotto e corridoio, marcivano nella dissolutezza sperando di diventare ingombranti, forse, e al fine, un giorno, venire riposti.
Spaccava le cose quando si arrabbiava. Tecnicamente erano le mie cose, perché era la mia casa, ma non gli davo soddisfazione. Senza scompormi raccattavo tutto e tornavo a fare quello che stavo facendo. A quel punto lui se ne andava, con un fragore di demone. Tornava dopo qualche ora, piangeva, si genufletteva, mi pregava di riprenderlo e facevamo l’amore. Ridevamo, dopo, di quei melodrammi. Erano nostri, eravamo così.
A differenza mia, lui attraversava la casa come si attraversano le strade, pestando e sfregando i tappeti come strisce pedonali e si serviva di arredi e utensili – le ‘nostre’ cose che con tanta cura io facevo brillare – con la stessa pressura sgarbata con cui si afferra il corrimano del metrò o la maniglia per reggersi nel tram. Non traeva piacere alcuno dal sistemare i colori, né dall’apprendere l’esattezza delle forme di una casa, o dall’esaltarne la lucentezza e i profumi, strigliando e sgrassando, come facevo io.
Da qualche mese abbiamo smesso di litigare, forse perché abbiamo anche smesso di fare l’amore per tenere in piedi questa relazione. Adesso lo facciamo e basta. È l’amore che fa noi, come si dice. Non lo dice nessuno? Lo dico io, allora. L’avrò sentito dire da qualche parte. Comunque volevo solo dire che non c’è più tutta sta pressione, paura, senso di vuoto. Almeno per me e mi va bene così.
In punta di piedi andavo scoprendo anfratti diventati in mia assenza assembramenti di lussurioso scompiglio, chiari indizi di un crimine più grande, che la mia mente stentava a ritenere possibile. Svoltai l’angolo del salotto con lentezza, temendo di svegliarlo e mi diressi verso la debole luce della cucina.
Lo so, sono romantico, anche lui è romantico, ma in maniera diversa. Gli piacciono i gesti plateali, a me no. Gli piace dichiarare le cose, a me no. Lui sa dirle le cose, io no. Sono chiuso. Mi restano dentro, le cose da dire, sullo stomaco, come la peperonata, hai presente? Ma non la vomiti, al massimo lei ti citofona e tu non la fai salire.
Un tristo desiderio di sorprenderlo, mortificarlo, obbligarlo a dirmi che era come dicevo io, che mi tradiva, che non mi amava, che fingeva, che non mi aveva mai voluto davvero, mi lacerava la gola erosa dai venti implacabili del silenzio.
Poi non conta tanto quello che voglio io. Ho perfino smesso di grattugiare il formaggio sui calamaretti in umido perché la sua espressione schifata mi dà su i nervi. Sembra che mi disprezzi, non lo sopporto. Comunque m’è venuta fame.
Sistemavo la casa, lo avevo sempre fatto, fin da quando vivevo da solo: la mia dedizione mi dava pace. Qualche volta gli veniva lo sghiribizzo di cucinare e conoscevo benissimo lo stato in cui avrebbe lasciato fornelli e lavandino. Che era lo stesso di adesso. Qualcosa però mi diceva che stavolta c’era un crimine ben più feroce. Il mio incubo peggiore, quel pensiero che non volevo pensare perché non sapevo come pensarlo.
Ho il magone. Non so nemmeno io quello che voglio adesso. Voglio dire, l’unica cosa che so è che ho fatto bene ad andar via. Il resto sono dettagli. Posso sempre riprendere le mie cose domani, o tra una settimana. Chi se ne frega.
Tra tumuli di briciole, chiazze di liquidi secchi e cibo avariato stava, infatti, la mia caffetteria. O quel che ne restava. Languiva sul fornello l’acciaio suo vivo, ormai morto. Il manico si era sciolto prendendo la forma di una liquirizia e un colore nero e appiccicaticcio aveva riempito tutti i lati della sua base gorgogliante. Era questo l’odore di bruciato stantio che sentivo nell’aria, dunque. Ebbi orrore di sollevare la piccola sommità e affacciarmi su di essa per guardare all’interno. Da tempo prevedevo la perdita della caffettiera, di quella caffettiera, della mia adorata caffettiera. Un acre spasmo di dolore mi afferrò lo stomaco e i miei occhi si riempirono di lacrime di stizza, aguzze come vette d’una montagna d’odio che mi premeva tra le costole e trafiggeva le carni. Avevo curato quell’oggetto con reverenza fin da quando mio fratello me l’aveva regalato, quel primo Natale universitario, lontano da casa, cinque sconosciuti in una casupola fatiscente che diventavano undici con facilità per via di fidanzate, sorelle, amiche che passavano a trovare ciascuno di loro. Tranne me, ovviamente.
Non ho mai pensato fosse pazzo. Non ha solo questo trauma, ne ha diversi. Tutte cose legate alla conservazione, capisci? Mantenere in vita le cose vecchie, riparare, evitare di comprarne di nuove, sempre. All’inizio non lo capivo. Poi piano piano si è confidato, anche se non gli ho mai chiesto niente. Mi faccio i fatti miei di default, come si dice.
Dovrei raccontare di come fin d’allora e ogni mattina, l’amaro, indocile, conturbante liquido che scaturiva dalla mia caffettiera fosse parte di un rituale sonoro e ipnotico che agiva solo su di me. “Il nero serpente della vita / evocato dal cesto della notte / per farmi sveglio e sognante”, scrissi una volta in una poesia. Era vero. All’alba posavo il sonno dentro la mia caffettiera e lei ne faceva vita nuova. Perfino i sogni più dolorosi si sperdevano nel suo alacre borbottio e a quell’ora, tutto ciò che più desideravo, nell’udirla, era lasciarmi contaminare da quella lieve droga del risveglio.
Però chi siamo noi per giudicare? Voglio dire, di cazzate nel cervello ne abbiamo tutti. Fissazioni, ossessioni, andiamo dall’analista per questo, no? Quando te ne accorgi, certo, se no t’arrangi. Vai al pub e torturi il o la barista. È indifferente. Ti serve solo qualcuno con cui parlare, qualcuno che ti dica quello che devi fare quando non lo sai. Oppure quando lo sai, ma è meglio se te lo dice pure qualcun altro oltre te stesso. Al pub c’è sempre una specie di mago che conosce la risposta a tutto.
La vista del povero congegno domestico semi-carbonizzato mi ammolliva nel sangue marcio della passione che io, io solo, povero Cristo, sapevo contemplarmi. Non aveva bruciato solo una caffettiera, ma un angolo in quiete di mondo, un farmaco contro il suo entrare malvagio. Non avrebbe dovuto, no, non avrebbe dovuto. Solo e rabbioso mi buttai a spalancare finestre.
Forse non è tanto importante cosa ti dice, ma il fatto che ti dice qualcosa. Che fuori di te c’è un altro essere che un po’ ascolta e un po’ parla. Tam tam, tam tam. Tipo ping pong, capito? Il tennis, ecco.
In alto le stelle diradavano verso il mare che batteva da qualche parte al buio le sue liquide lenzuola spumate d’abisso sulla roccia accartocciata del tempo. Ero furioso. Mi risolsi ad escogitare la maniera giusta di vendicarmi. Vagai per un istante nel corridoio ormai illuminato a giorno e da lì al bagno dove tirai fuori dall’armadietto a specchio le sue frivole cremine all’aloe, i suoi dentifrici sbiancanti, i dopobarba, i rasoi, i suoi fanghi termali, i vezzi inutili di una vita da copertina che non aveva e che desiderava certo più della mia grigia presenza. Lo disprezzavo. La sua mascolinità tirata a lucido per il circo della socialità in cui sperava che tutti si accorgessero di lui e cadessero ai suoi piedi. L’ombra lunga che calava sui miei sorrisi condiscendenti alle sue boriose affermazioni circa i miei studi, le mie fatiche, i miei sacrifici. Di colpo tutto si faceva vano dinanzi ai suoi inni alla tecnologia, allo sprezzo dei libri dove, a suo dire, non era compreso nulla di nuovo, e quindi di vero, di vicino all’umana specie.
Non mi arrabbio mai veramente con lui, ma con me stesso. E non è facile da spiegare. Se mi succede qualcosa di brutto, che ne so, qualunque cosa, penso sempre che è colpa mia. Ci metto un sacco di tempo per accorgermi che invece ci sono degli stronzi veri, nel mondo, che non li attiro io perché me lo merito. Vengono e se ne vanno. Come la pioggia. Una pioggia di stronzi che t’infanga come se piovesse merda. Ecco, così. Tu a volte non c’entri niente.
Chiusi con rabbia l’armadietto e il mio volto vibrò nello specchio. La barba rada, le occhiaie, la forfora sul mio gilet senza tempo. Un uomo era tornato in quella che credeva la sua casa e nessuno era lì ad accoglierlo. Di colpo il peso di tutti quei flaconi e vasetti mi sembrò ridicolo. Li lasciai cadere nel lavandino e mi lasciai cadere a mia volta, un ultima volta, nello specchio.
Tutto era inutile.
Io ero inutile.
O meglio, c’entro certo, perché sono lì, sono io che sento le cose, il male, però non è detto che l’altro voglia davvero fartene e non è detto che non voglia fartene per niente. Il punto non è quello che l’altro vuole farti o non farti. Il punto è il male che senti tu e quello che ne fai a tua volta. A te stesso, certo, ma pure agli altri. Sono noioso, lo so, e banale, lo so.
Vi era un secondo crimine quella notte e forse questo l’avevo compiuto io. Stava nel letto disfatto senza nessuno dentro, nell’assenza del mio odiato amato che non potevo riempire di improperi, lì, seduta stante. Non avevo idea di dove si fosse cacciato, sapevo soltanto che erano le 2 e mezza di notte e l’unico essere umano che avevo trovato per famiglia risultava mancante, incapace, in tutto questo vuoto pieno di disordine, a far la fotosintesi clorofilliana alla livida pianta della mia rabbia. A poco a poco la furia si mutò in disperazione e poi in rantolo. Non avevo mai accettato la maniera con la quale usava le mie cose, i miei libri, me, eppure non avevo mai detto niente. Non ne aveva cura, non ci pensava, non gliene fregava nulla. Non mi aveva mai concesso il tempo di pensare a ciò che stavamo facendo, a come trovare una risposta diversa dal silenzio alle spine che mi conficcava in petto sotto forma di domande. La casa era l’unica mia maniera di palesarmi, far sentire che c’ero, ero vivo anch’io anche se muto.
Dici che non sono noioso? Meno male. Nemmeno banale? Questo non lo so. Forse lo siamo tutti quanti. Magari un po’ di banalità ogni tanto ci salva. Magari se è una cosa che appartiene a tutti, allora ci possiamo fare tutti qualcosa. È di tutti. Sì, un po’ comunista sono, lo ammetto. Che male c’è?
Chi potevo mai permettermi di essere nell’angusto spazio in cui mi aveva costretto il suo abbraccio? Non era forse meglio quella solitudine antecedente, quel ‘prima di lui’ dove erano tutte le mie cose, quel ritrovarle nel punto preciso dove le avevo lasciate? Mi mancava la tana di prima, lo spazio che mi ero ricavato con tanta pena sottraendolo all’ostile mondo là fuori. Mi mancava la mia pace, il mio tempo vuoto, la mia caffettiera.
Adesso devo andare, pensare alle cose serie, lavorare. Il lavoro è una cosa importante. No, non per i soldi, ma perché ti distrae, ti tiene occupato, mentre fai una cosa pratica, voglio dire, non pensi. E poi quando ci ritorni dopo fa un po’ meno paura, meno male.
Tirai fuori dal taschino del gilet il telefono e mi misi a cercare una moka su internet. Ce n’erano tante, d’infinite forme, prezzi e funzioni e nessuna era come la mia. In quell’appartamentaccio universitario di muffa e porte che non si chiudevano, il caffè, a tutto dire di mio fratello, faceva davvero orrore. Ebbi cura di non farla toccare ad anima viva per mantenere intatte le sue qualità. La tenevo nascosta in un mobiletto e avevo dato disposizione ai coinquilini di prendere tutto ciò che servisse loro della mia artiglieria igienica e culinaria, ma di trattenersi all’uso della beneamata. Essa doveva ritenersi un oggetto del privilegio e come tutti gli oggetti del privilegio non importava quanto la richiesta potesse apparire arbitraria. Tirchieria, avarizia, pagai ogni loro risatina di scherno senza angoscia: il divieto restava. Qualche volta, li rassicuravo, avrei fatto con piacere un caffè per loro, ma le uniche mani che avrebbero potuto toccare la caffettiera dovevano essere le mie. Un giorno accadde che uno di essi la usò, per sbaglio – mi riferirono – e, come avevo immaginato, il filtro si era intasato e non avendo ripulito per bene il bordo dell’avvitamento, ecco che alla prima fiammata si era tutto incrostato. Non dissi niente, ma fu da quel momento che decisi di riporla su un ripiano nascosto che conoscevo solo io. Al mattino presi ad alzarmi molto presto, anche per via della caffettiera, cosicché nessuno mi vide mai più usarla. In questa maniera sparì il problema di dover spiegare e sopportare sospiri e risolini. A poco a poco tutti si abituarono alla sua assenza e nessuno chiese più notizie. Fine della questione. Se dopo anni era rimasta ancora intatta e avvezza come il primo giorno a compiere il suo dovere al meglio, era anche perché l’avevo sottratta all’incuria altrui.
Anche i soldi sono importanti, lo so. Uno deve campare. Adesso ti dico un’altra cosa, una cosa scema delle mie. Secondo me uno deve trovarsi un lavoro anche per pagare, che ne so, le cose agli altri, non solo per sé stesso. Non devi lavorare solo per te stesso e basta, perché te stesso e basta non basta mai. Perché ci stanno tante persone che non si possono permettere nemmeno di pensare. Che hanno più paura di te, magari. E a quelli che fai, non glielo paghi, ogni tanto, che ne so, un caffè?
Non ero un taccagno, solo non mi fidavo. Vero è che non avevo mai chiesto a nessuno di usare accortezza e di lavarla bene subito dopo l’uso perché temevo il dover sopportare l’indifferenza alla mia richiesta o il malevolo giudizio consequenziale. Le persone non accettano ciò che non capiscono lo sapevo, l’avevo imparato. Ecco perché non chiedevo a nessuno di trattare la mia caffettiera come volevo io. Lui era l’unico ad aver preso con allegria questa mia fissazione e anche se non la lavava e non ci stava attento, gliela avevo messa a disposizione senza badare alle conseguenze. Quando gli avevo raccontato i motivi e i modi in cui strutturavo l’azione sulla mia caffettiera si era fatto una delle sue risate spampanate alle quali non potevo resistere. Avrei dato qualunque cosa per quella risata. Perfino lei, la mia caffettiera.
L’ultima e poi vado. No, non sono generoso, sono soltanto uno che s’è reso conto che la faccia di chi ami è casuale, ma che, al tempo stesso chi ami non è mai casuale. Ma che ho detto, perché ridi? Lo penso davvero. Voglio dire, non si ama quasi mai chi è brillante e perfetto. Cioè tu stai lì, dietro a quelli che ti sembrano perfetti – che poi non lo sono affatto, sei tu che hai bisogno di vederli perfetti per darti importanza almeno attraverso di loro, dato che da solo ti fai abbastanza schifo. Insomma quello che volevo dire è che non mi ricordo che stavo dicendo.
Non valeva la pena cercarne una su internet. Non l’avrei più trovata una come la mia.
No, non ci torno. Mi faccio un giro, vado a vedere l’alba, che ne so. Me ne vado da qui. L’amore è difficile? E basta con queste cretinate. L’amore è difficile. E certo, mica stai in vacanza. Voglio dire, certi giorni stai pure in vacanza, ma altri no, e sono la maggior parte. E nei giorni che non stai in vacanza butti il sangue per procurartela sta vacanza. O no?
Mi distesi sul letto. Il soffitto era un campo minato di ombre e dopotutto ero io che non l’avevo chiamato. Lui non mi chiamava mai quando ero in viaggio perché aveva paura delle distrazioni alla guida. Uno che fa il bulletto ogni volta che ne ha occasione e che sfoggia la sua noncuranza verso le ansie e i ghirigori emotivi degli altri, che si spaventa come un infante quando ti chiama al cellulare e sei in auto. Avrei dovuto chiamarlo, gli accordi erano questi, ma non l’avevo fatto e adesso lui non c’era. Non avrei più dormito quella notte e così decisi di vendicarmi su me stesso facendomi un caffè che avrei detestato. Riafferrai il telefono e schiacciai il tasto di chiamata sul suo nome.
Mi manca.
Mi mancava.
Dove cazzo sono le chiavi?
… quando sentii la chiave nella toppa e le zampe del nostro cane obeso di nome Cane precedere le sue.
È tornato.
Sollievo.
Fine.
S’era addormentato davanti al televisore e poi, senza guardare l’ora si era ricordato di portare fuori Cane, disse. Il suo telefono doveva essere ormai spento e perduto tra le fessure morbide del divano dove razzolavano le cicche delle sue sigarette, i suoi spiccioli, le chiavi di casa dei suoi e della macchina e della cassetta della posta e del lucchetto della bici.
È tornato.
Venni via dalla camera da letto e m’intrufolai nella cucina prendendo a sciacquare la caffettiera. Sentii la sua voce allegra e assonnata insieme che mi chiamava, ma feci finta che l’acqua del rubinetto m’impedisse di udirla. Lui venne da me e mi abbracciò forte mentre io rimasi di spalle, sfregando l’acciaio a più non posso e tentando di mutare l’espressione vile del mio volto. Posai la caffettiera bagnata a testa in giù perché l’acqua non stagnasse durante la notte e perché scorresse via lontano dal lavello al buco di scarico.
« Non sono stato io » disse dopo un po’ guardando la caffettiera « è passata mia madre, ha voluto fare il caffè e non ho fatto in tempo a dirle di prendere l’altra. Se l’è dimenticata sul fornello. Domani ne compriamo una nuova ».
Baciami.
In fondo era solo una cazzo di caffettiera.

Foto e scritta di anonimi. Rielaborazione di Julio Armenante

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