Giocattolosa

di Gabriele Esposito

Puntata #1

Disegnetto #1 – Carlo Martello

Siamo le stesse persone

                                           ma ancora più lontane da casa

       su autostrade a cinquanta corsie

                               su un continente di calcestruzzo

                                 scandito da melliflui manifesti pubblicitari

                           che illustrano imbecilli illusioni di felicità

Lawrence Ferlinghetti, A Coney Island of the Mind

A

Prendete posto, vi prego.
L’ufficio di sei metri quadrati ci contiene tutti e tre con difficoltà. Oggi ci sono trentacinque gradi: il ventilatore ce la mette tutta ma non ce la fa a rendersi utile. L’aria condizionata non rientra nel budget, se possibile lavoro con elettricità zero. Ricevo i miei ospiti in canottiera, il pelo è abbondante, l’ombelico è scoperto, gli odori nell’aria chiusa di questa stanza sono i più disparati. Tengo chiusa la finestra, le persiane giù: il sole verrebbe a farci visita molto prima della brezza.
Loro fanno come dico: prendono posto, ubbidienti. Un punto a favore.
Lui sembra un tipo sui quaranta, ma dalla lettera che mi ha scritto so che ne ha cinquanta. Bell’uomo. Bel fisico. Il mio opposto. Ma non deve aver combinato molto nella vita: avventure, tante; educazione, elementare; lavoro, poco; bisogno di soldi, estremo. Io non posso pagare molto. Dovrò accontentarmi, lo so già.
Lei sarebbe anche una gran bella ragazza, peccato che le manchi un dente, un premolare, uno di quelli dell’arcata superiore. Di anni ne ha una ventina, venticinque al massimo, ma va rimessa in forma. Va ripulita dalla vita. Le va prima impartita un’istruzione di base, la dizione va corretta. Questo accento veneto non si può sentire.
Dico loro quello che posso pagare. Lui sbuffa. Lei non cambia espressione. Davvero, devo pagarle il dentista, così non va.
Chiedo loro fino a dove potrebbero spingersi. Sembrano non capire. Mi rendo più esplicito: chiedo loro se sono disponibili a lavorare senza vestiti, quando le esigenze lo richiederanno. Lui ride. Lei non cambia espressione. Credo che lei si faccia di qualcosa. Troppo apatica per essere naturale. Forse i pochi soldi che sono disposto a darle le servono a quello. Sembra tuttavia disponibile a fare quello che mi serve: come spenderà lo stipendio in fondo non mi interessa. Basta che si tenga in forma il tempo di finire il lavoro.
Chiedo a lui di levarsi la camicia. Non ha tatuaggi. Bene. A lei invece è permesso: se ne ha o meno non è rilevante. Faccio fare all’uomo qualche esercizio fisico: il corpo tiene, prova superata.
Dovrete studiare. Molto.
Lui si riveste, non sembra contento, si lamenta, mi dice di non essere un intellettuale, le sue prestazioni ideali sono di altra natura. Non è uomo di cervello. Lei continua a fissarmi. Se non fosse davvero così bella, pur nella sua inadeguatezza nello stare al mondo, le indicherei l’uscita. Non che sia difficile trovarla, viste le dimensioni della stanza.
Tiro fuori dallo zainetto due o tre libri e qualche quaderno di appunti. Qualche cd, soprattutto musica classica. Lui fa una smorfia. Lei annuisce, prima reazione negli ultimi dieci minuti. Dovrà cercare di astenersi, in questo periodo. Mi serve piena di vitalità. Forse non è la persona giusta, ma è l’unica che si è fatta avanti. Avessi più soldi.
Mi chiedono quando si inizia.
Se vogliono: anche subito. A lui la parola.

1

I vinili e la vaselina io li uso per le grandi occasioni.
La puntina del grammofono graffia lenta la patina del disco, le note di Mascagni escono gloriose dalla tromba dello strumento. È una meraviglia, lo ho appena fatto restaurare, profuma di resina naturale. Il tappo del tubetto cede solo dopo qualche insistente pressione del polso allenato. Trasparenze nell’olio che subito ne esce. Trasparenze nella biancheria intima di lei.
Intermezzo. Cavalleria Rusticana. Amore basico, primordiale, fragranze di erba appena tagliata.
La musica è così dolce, e anche Cinzia lo è, e Cinzia accetta tutto, anche la presenza latente delle altre mie amanti, l’odore complesso di queste lenzuola; perché Cinzia mi vuole, sempre, così quanto Lola vuole Turiddu, così quanto Santuzza vuole Turiddu.
Io pure lo accetto, il ragazzetto che ogni tanto la viene a prendere all’università.
Se lui accetti me non lo so, certo è che io, Enrico Proci, professore ordinario, critico televisivo, nudo con ventimila euro al polso, alla fine mica mi faccio ammazzare come un contadino qualsiasi. Per gelosia: figuriamoci.
I colpi di reni che regalo a Cinzia sono perfetti, frutto di duri allenamenti in palestra, frutto degli stacchi da terra, dei box jump, della forza esplosiva così sviluppata nei muscoli delle mie natiche, della schiena, delle cosce.
Chissà quello che sta pensando. Amore mio stupendo. Gli archi dell’orchestra filarmonica – condotta così bene da Gianandrea Gavazzeni – ci accompagnano là, dove sappiamo entrambi, dove nessun altro partner ci sa portare in maniera così netta e così perfetta.
Cinzia viene a casa mia quelle due o tre volte a settimana, fa quello che deve fare, quello che voglio fare, si riveste e se ne va. Per parlare d’amore c’è tempo, quello si può fare anche a ricevimento, che è sempre il martedì alle dieci e mezzo nel mio ufficio. C’è sempre solo lei che aspetta, ogni volta. Guarda la carta da parati verde fastidio, seduta in quella panchina così squallida che il bilancio del dipartimento non riesce a cambiare. Un giorno o l’altro gliene ordino io una nuova, su Amazon, a mie spese. Cosa sarà mai. Per quel suo bel culo, che non si appiattisca ad aspettarmi, poveretto.
Perché ci sia sempre solo lei ad attendermi non lo so – e poche sono le cose che ignoro – ma sospetto di fare paura a tutti i mediocri studenti del master. Gira voce che una volta ne ho morso uno, uno che aveva detto una coglionata, uno più mediocre degli altri. Non perderò tempo ora a smentire o meno una malignità simile. Basti sapere che se io mordessi qualcuno come minimo mi comporterei come Mike Tyson nei confronti di Evander Holyfield nel 1997, e storie di sangue all’università finora non ci sono state. Ci tengo al mio lavoro.
Cinzia è l’unica studentessa che mai abbia accettato di fare il dottorato di ricerca con me. La aspetta una brillantissima carriera accademica.
Oggi rimane più del solito, si stende prona nel letto, stanca, attende il finale dell’opera, sono solo pochi minuti dopo il passo strumentale che ha accompagnato il nostro amplesso. Il duello, l’urlo agghiacciante – hanno ammazzato compare Turiddu! – che riposino in pace, Turiddu e Cinzia. Oggi faccio un’eccezione, mi rivesto prima io, mentre la guardo, così bella, ancora persa nell’estasi, non dovrebbe nemmeno perdere tempo a studiare così tanto, potrebbe far altro nella vita.
Ho messo la camicia, il completo blu, le scarpe marroni di cuoio inglese. Sono pronto. Lei è lì che esita, e mai bisognerebbe far aspettare il proprio relatore. Oggi ho pure fretta, a mia volta non voglio fare aspettare qualcuno, il direttore del dipartimento, lo voglio dell’umore giusto, devo chiedergli più fondi di ricerca. Perché Cinzia non si leva dalle palle?
Si siede nella posizione del loto. Come stanno su le tette a lei, nessuna. Però muoviti, Cinzia. Rivestiti. Vattene, te ne prego.
Le sorrido. Devo mettermi la pomatina, ieri mi sono dimenticato. Quella che sbianca i denti. Oppure quasi quasi chiedo a Serena, la segretaria, di prenotarmi il dentista. Così ho un motivo per parlarle. Ah, Serena mi resiste sempre.
«Professore.»
«Mi dica, Cinzia.»
Rimane una relazione professionale, prima di ogni altra cosa. Meno male. Se dovesse iniziare a chiamarmi Enrico mi preoccuperei, poi da lì a darmi del caro, dell’amore, del tesoro, ci mancherebbe poco.
Si accende una sigaretta, fuma con fare seducente, sì, peccato però che vista e olfatto non convergano verso il piacere e che a me l’odore del tabacco bruciato dia fastidio. Se poi mi brucia le lenzuola è un problema, ché mi toccherebbe cambiarle, e a me piace dormire con l’odore di femmina appena colta. Le ripeto l’ordine, più veloce, più sonoro.
«Mi dica, Cinzia.»
«Mi è venuta un’idea.»
Anche a me ne vengono tante, ogni giorno, ogni ora, è per quello che sono uno stimato accademico, è per quello che ora il professor Mauro mi accorderà il finanziamento che ho in testa, se almeno non arrivassi tardi all’appuntamento, ché questo è uno più preciso di me e ci tiene, non per niente è il capo. Il mio capo.
«Cinzia, possiamo parlarne martedì, a ricevimento. Come sempre. Appuntati l’idea. E rivedi il capitolo terzo della tesi che, fatto strano per i tuoi standard, è sottotono.»
Carota e bastone. Entrambi simboli fallici, non ci avevo mai pensato. Forse è per questo che la mia dottoranda preferita rimane imperterrita di fronte alle critiche. Devono piacerle.
«Non è per la tesi.»
Quando un ricercatore junior si mette ad avere idee che esulano dalla propria tesi non è bene. Se poi questo ricercatore è la mia amante e le idee sono in merito alla nostra relazione, è anche peggio. Devo terminare la conversazione.
«Martedì, Cinzia. Se vuoi restare, resta. Chiudi bene la porta dietro di te, poi.»
Non ho niente da nascondere, a casa. A me basta non avere rogne con il suo ragazzetto. Che non si faccia beccare da lui a casa mia. Ché se poi mi obietta qualcosa devo per forza mandarlo all’ospedale e avrei grane con i genitori, con Cinzia stessa – ma in fondo chissenefrega –, con il professor Mauro – più grave – e niente, insomma, non mi va. Le rotture di coglioni vanno evitate il più possibile.
Cinzia chiude gli occhi e aspira la sigaretta. Poi mi manda un bacino e sorride. Che bella.
«A martedì, professore. Sto ancora dieci minuti, poi vado.»
«Ciao. In frigo c’è lo skyr, quello che piace a te. Serviti pure. La colazione è importante.»
Esco di casa. Faccio ancora in tempo a camminare, una ventina di minuti e sono all’università. Così stimolo il pensiero creativo. E soprattutto, evito i pendolari. Sono dappertutto, ne siamo invasi. La gente la mattina va a lavorare. C’è troppa gente, troppo lavoro. Corrono, spingono, si ammassano nei mezzi pubblici. Bloccano le strade con le loro macchine. La mattina io ho bisogno di silenzio, di pulizia, di profumo, di musica, note limpide. Ho bisogno di tenere fisso il ricordo del culo di Cinzia, l’odore della ragazza, il suo ritmo perfetto da ballerina di tango; e il timbro dei violini di Mascagni, il sapore del legno antico che solletica ancora le mie orecchie, così dolce. Non queste stecche, questo puzzo di sudore, i clacson, questa normalità giocata al ribasso. Allora canticchio, canto male ma lo faccio lo stesso, almeno do fastidio alla gente anche io, O Lola ch’hai di latti la cammisa, si bianca e russa comu la cirasa, Pavarotti mi farebbe un appunto e farebbe bene. Ah, come posso io salvare il mondo dalla sua mediocrità?

Puntata #2

Disegnetto #2 – Carlo Martello

B

Prendete posto, vi prego.
Continua a fare caldo. Appuntamento a mezzogiorno, non è ideale, devo accogliere i miei ospiti a petto nudo, non sono un gran bel vedere. Io.
Prendono posto.
Lei è strepitosa: è meglio, molto meglio dell’altra ragazza. Peccato avere già investito tanto tempo, risorse, anche economiche, in quell’altra. Questa mi serve meno, è uno spreco, ma tant’è. È qui davanti a me, ora, ed è comunque perfetta. La voce è intensa: ipnotizza. Mi sembra di ascoltare Debbie Harry, la cantante dei Blondie.
Indossa una protesi: le manca un pezzo di gamba, me ne accorgo solo ora, nei messaggi scambiati lei non ne faceva menzione. Accidenti. Un destino poco amichevole, questa avrebbe potuto lavorare come modella, ad altissimi livelli, e invece eccola qui a elemosinare le poche banconote che posso rifilarle io. La prendo lo stesso, è perfetta così. Faremo attenzione a non mostrarla mai dalla vita in giù.
L’uomo che è con lei, seduto di fronte a me, è un vecchino grinzoso vicino agli ottanta. Me ne servirebbero circa quindici in meno, ma posso davvero essere così schizzinoso? È pieno di tic, ogni venti secondi ruota la spalla sinistra, poi inclina la testa e si aggiusta gli occhiali. Gli occhiali sono belli. Gli domando dove li ha acquistati e ne prendo nota sul taccuino.
Bisognerà lavorare sul tic, farlo sparire. Lui annuisce, poi ruota la spalla e inclina la testa.
A lei chiedo solo di parlare, a braccio, che mi racconti la sua giornata, la sua vita. Non me ne frega niente, devo solo valutarne la voce, cerco di lacrimare un attimo mentre mi parla del suo incidente, lacrima anche lei, lacrima anche il vecchietto, tiro fuori i kleenex dal cassetto, ne distribuisco due o tre per ciascuno. Ne approfitto per asciugarmi anche il sudore. Fa caldo.
Le menziono la cifra. Non pare contenta, ma cosa volete che vi dica. Accetta.
Lui anche, la sua pensione è minima, è un pover’uomo, questi denari gli servono molto. Dovrà studiare. Non tanto, ma qualcosina sì. Dovrà imparare a tenere ben dritta la colonna vertebrale. Il petto sempre in fuori. Portamento. Apro l’armadio, gli passo una giacca, non è il massimo ma è meglio di quella bucata che indossa lui. Mi domanda se poi se la può tenere. Può.
Adesso, al lavoro.

2

È un piacere davvero grande parlare con il professor Mauro, soprattutto come prima incombenza professionale della mattina. Per due motivi principali. Il primo è senza dubbio alcuno Serena, che siede nell’anticamera del decano, così composta, così presente, pare una valchiria, senz’altro Brunilde, la più provocante, la più forte, la più stronza. Saprei bene con quale brano del repertorio lirico fare l’amore con lei. Wagner ogni tanto mi manca, non lo ascolto più da qualche settimana, non mi rilassa, mette in tensione tutti i miei muscoli e poi mi vengono in mente gesti inconsulti di ogni tipo. Ma per Serena non ci sarebbero problemi a rispolverarlo. Se solo mi facesse un cenno…
Il secondo motivo è che parlando con Mauro ci si sente dei luminari davvero di livello. Non che io non lo sia – lo sono – ma in questi frangenti la cosa si esalta, ci si sente pronti per tenere un discorso a Stoccolma un 10 dicembre qualsiasi: davanti al Re, davanti a tutti, con il frac cucito su misura dalla sartoria Stellini – come mi si disegnerebbero bene tutti i muscoli! – e la medaglia del Nobel in mano.
Anche il mio completo blu non è male, e il professor Mauro somiglia a Gustavo di Svezia, allora io parlo e lui ascolta, sempre, tanto sa che tra tutti qui dentro io sono quello che dice le cazzate meglio, e meno. E poi porto visibilità, qualche volta appaio in televisione, sono conosciuto, e pubblico anche, pubblico bene. Riviste internazionali, mica come gli altri. Allora questi due milioni me li deve dare: è metà di tutto il budget lo so, lo so. L’aumento a Serena? Quello va bene, lo accetto, è giusto. E a lei, professor Mauro, certo, qualche finanziamento al direttore ci sta. Ma rimangono cifre piccole, io qui parlo della grande ricerca accademica. Gli altri? Si accontenteranno. Un milione e mezzo? Va bene, posso accettare, rinuncerò a qualche dottorando, tanto ho solo Cinzia e può fare tutto lei e farlo bene.
Neanche un quarto d’ora di colloquio e pare che anche per l’anno 2019 l’attività sia coperta.
Che noia.
È sempre così.
«Senta, Proci, un’ultima cosa.»
Richiudo la porta. Torno a sedermi.
«Direttore», sorrido, perché sorridere mi viene bene, e si dice nei corridoi che Mauro apprezzi. Che apprezzi molto. Lo si vede da come ora si passa la mano tra i capelli brizzolati.
«Siamo un dipartimento di scienze della comunicazione, giusto?»
Mi sento davvero come un premio Nobel innanzi al Re, ora, lo giuro. Sta giocando con me?
«Beh, sì, direttore.»
Meglio non infierire, non entrare in polemica, non farlo sentire l’idiota che è: il milione e mezzo di fondi è ancora solo nella sua e nella mia testa, non c’è inchiostro a provarlo.
«Allora, mi piacerebbe che facessimo anche delle attività più audiovisive: non solo ricerca pura, insomma, che producessimo dei filmati, delle cose nuove, contemporanee, mi segue?»
«Una buona idea, certo, direttore, però non la seguo, non capisco.»
«Eh, non mi capisce, lo so, per questo lei è professore e io direttore.»
Davvero, un discorso da sovrano. Il potere prima del sapere. Sempre. Da ufficiale di complemento, durante la naia, mi sarei anche messo sull’attenti, e per bene, davanti al meno stellato dei generali. Io, che all’epoca avevo già finito il dottorato a Stanford. Ininfluente.
«Vede, Proci, in questo milione e mezzo che ora io le colloco, mi piacerebbe lei trovasse spazio per qualche produzione video di qualità. L’argomento lo trovi lei. Ma non si bruci tutti i soldi per qualche inutile paper che leggeranno in tre. Ci dia visibilità vera. Con il grande pubblico. Chi, se non lei, qua dentro.»
Non ha tutti i torti. Vogliamo fare questa pagliacciata? Allora tanto vale che la facciamo bene, e quindi che la faccia io. Do il mio ok, tutto, purché questo colloquio finisca. Non sopporto lo scarno arredamento di questo ufficio, la foto della madre del direttore, stampata su carta ad alta grammatura; il padre da bambino, bianco e nero di rigore, vestito da balilla. Le pareti dipinte di arancione chiaro.
Dopo trenta secondi di silenzio passati a guardarci negli occhi, mi alzo e mi ritiro nel mio sgabuzzino personale. Lascio la porta aperta e con il volume al massimo faccio vibrare il computer sugli acuti di Donna non vidi mai, Manon Lescaut, primo atto. Giacomo Puccini. Canta Beniamino Gigli. Chissà che Serena mi senta, dal suo ufficio. È per lei.

Martedì mattina vedo Cinzia. Questa ragazza si impegna, ma diciamocelo, se troverà lavoro in accademia sarà solo grazie alla mia firma sulla sua tesi, per la mia co-authorship dei suoi paper. Sarebbe anche bene che iniziasse a pubblicare, un altro rifiuto da parte di una rivista e la scarico. Grazie all’anonimia i colleghi di ogni paese mi pugnalano, mi bocciano, criticano con durezza futile gli articoli. Lo faccio anche io con loro. Arrivo in ritardo, quaranta minuti, lei è lì sulla panca, con il solito tailleur da giorno del ricevimento, la collanina regalo del fidanzato, il diamante – piccolo, forse artificiale – l’occhiale Ralph Lauren portato senza le lenti, solo perché in fondo è un’intellettuale e vuole farlo vedere.
«Vieni pure, Cinzia.»
Faccio il galante, le apro la porta, la faccio sedere nella solita sedia degli ospiti, in fondo è riservata a lei. Mi piazzo dietro la scrivania, metto su l’Intermezzo. Lei arrossisce. Può darsi che lo faccia anche apposta, sa che la adoro con quel colorito tra le guance.
«Ora posso raccontarle la mia idea, professore?»
Sbuffo. Nota il mio disappunto.
«Cinzia, dovresti concentrarti sugli articoli da revisionare, lo sai, le nuove idee tienile per quando sarai ricercatrice confermata.»
Mi interrompe. Non lo fa mai, neanche durante il coito. Vuol dire che è qualcosa di importante.
«Gira voce che Mauro voglia finanziare dei progetti audiovisivi.»
«Sei informata bene, e meglio di me: l’ho saputo solo adesso. E allora?»
Si toglie gli inutili occhiali, li poggia sulla mia scrivania. Una mossa impostata: controllo del territorio.
«E allora, secondo me, ti ha coinvolto.»
«Certo. Chi dovrebbe coinvolgere? Carlo Giusti, la cariatide? O il dandy, come si chiama, Alberto Massimini? O un banale professore associato? Dai, su, Cinzia, le deduzioni facili lasciale a qualcun altro. Tu devi scrivere le conclusioni del nostro articolo. Quello è un compito difficile, adatto a una studentessa brillante come te.»
Questa volta non arrossisce, a conferma di quanto pensavo, è capace di controllare queste emozioni. È una che andrà lontano. La guardo nella scollatura, penso che abbia già parlato abbastanza, vorrei spogliarla e fare quello che andrebbe fatto, ma poi non si sa mai, magari entra Serena, per invitarmi a qualsiasi cosa, che ne so: un tè da lei, e perderei la grande occasione. Mi trattengo.
«Ma professore, ho un’idea.»
Mi arrendo. Sentiamo l’idea. Apro la mano, le faccio cenno di continuare.
«Ronald Reagan.»
Qualche secondo di pausa, mi sforzo ma non capisco: devo prenderne atto.
Mi limito a ripetere la sua battuta, lo faccio col sorriso, speriamo che non si notino le rughe.
«Ronald Reagan.»
Poi, per tenere il tono, il docente dopotutto sono io, aggiungo: «Quarantesimo presidente degli Stati Uniti d’America.»
«Sì, proprio lui. Sai cosa fece nel 1981?»
So anche questa: «Iniziò il suo mandato presidenziale.»
Mi alzo spazientito, oggi tutti mi stanno trattando come un cretino. Mauro può. Cinzia no, è rimpiazzabile. Anche se non facilmente, dato il livello estetico molto alto. Allora continuo, alzando la voce.
«Iniziò, e di sicuro fece molte cose, un presidente firma un sacco di scartoffie in un anno. Ti prego, vai al punto, oggi non ho molto tempo da dedicarti.» Quantomeno durante il giorno, di notte se vuole può venire a casa mia. Non serve nemmeno dirlo perché tanto viene sempre e sarebbe venuta anche stasera. Sfigato permettendo.
«Sì, certo, professore.»
Ora esita, l’ho intimidita, viva Dio. Ce l’ho fatta. Però ora sono curioso, devo assolutamente sapere che minchia ha fatto Reagan nel 1981.
«Cinzia, piccola: senti. Stasera andiamo a cena fuori e poi a casa mia ti sorprendo come neanche la volta scorsa. Va bene? Non ti preoccupare. Ora dimmi di Reagan, dai.»
Si rimette gli occhiali, sta di sicuro per sciorinare dati, aggiusto le mie chiappe sul cuscino, per stare più comodo. E infatti: lo spiegone.
«Nominò un tizio nuovo alla Federal Communications Commission. Tra le altre nomine, suppongo», vai avanti Cinzia, cazzo, vai avanti, al punto, basta sorrisetti e non fare la timida che non lo sei.
«In pratica, questo nuovo tizio deregolò il mercato. Permise di pubblicizzare giocattoli durante i cartoni animati, e l’industria fece soldi a palate. Ti ricordi He-Man
Me ne ricordo. Ci assomiglio. Ho meno petto, ma di coscia ci siamo. Gli squat, miracolosi. Faccio sì con la testa.
«Ecco, dunque. Ascoltami bene.»
Mi sta dando del tu. Non so cosa pensare. Per il momento la perdono. Stanotte però la sculaccerò per benino, colonna sonora Mussorgsky, mi vestirò da diavolo, quello del Monte Calvo.
«Ti ascolto.»
Tu confermato. Ora sarà difficile tornare ai rapporti formali.
«Mauro ti avrà dato un budget. Produciamo una serie. Almeno un episodio pilota, come si fa di solito in questi casi. Prendiamo un tema serio, che possa essere giustificato, nel caso, ai revisori dell’università. Ma facciamola divertente. Facciamola giocattolosa.»
«Giocattolosa?»
«Toyetic. Facciamo in modo che poi ci possiamo vendere dei giocattoli. Come negli anni Ottanta. Faremo soldi a palate e sarà divertente. Inventiamoci, che ne so, un supereroe nuovo. Etico. Uno che salva l’ambiente. Uno che…»
Ho capito. Ora basta.
«Va bene, Cinzia. Ci penserò.»
Un no secco avrebbe messo a rischio la scopata selvaggia di stanotte. Meglio prendere tempo. E poi forse ci avrei anche pensato, dovevo sì produrre un audiovisivo, tanto valeva prendere in considerazione le idee dei giovani. Anzi, dei più giovani. Odio ammetterlo, ma io per il momento non ho idee su come soddisfare il glorioso direttore del dipartimento. Una sì, ce l’avrei, ma sodomizzare gli uomini non figura tra le mie competenze.
Cinzia si alza e va verso la porta. La richiamo all’ordine.
«Per stasera ce la fai a produrre una sinossi? Anzi, la prima scena, che è più divertente, per vedere anche il ritmo che questo episodio pilota potrebbe avere.»
Mi salta addosso. Ricevo un bacio sensazionale, rispondo strizzandole una tetta, lei mi mette anche l’altra in mano. Riesco a fermarmi. A darmi un contegno. Esiste sempre il bagno per calmare da solo certi impulsi.
«Stasera, Cinzia. Tutto stasera.»
Mi fa l’occhiolino e finalmente si toglie di mezzo.

Puntata #3

Disegnetto #3 – I supereroi sono tutti pazzi – Carlo Martello

3

Interno notte.
C’è Marco, un giovane cameriere: ha l’aria di uno che è frustrato, stanco della vita. È in camera sua, in silenzio. Va su e giù per la stanza, sbuffa, si gratta la testa. Poi si ferma. Guarda fuori dalla finestra. Ci sono le stelle. Il cielo è limpido.
MARCO: «Mamma. Lo so che mi guardi da lassù. Ma per quanto tempo potrò io continuare a vederti. L’inquinamento. Lo smog. Tra qualche anno un cielo così bello non lo potrà ammirare più nessuno. E io ti perderò. Per sempre.»
Lacrime scorrono copiose sul volto di Marco.
Si volta, va verso l’armadio. Ne estrae una tuta di materiale plastico. Lucente. Verde smeraldo. Una grande “B” ricamata sopra.
Si spoglia, i muscoli sono ben definiti, indossa la tuta. Infila una mascherina. Esce dalla finestra.
Esterno notte.
Marco scivola giù per la grondaia, atterra in un giardinetto.
MARCO: «Inquinatori, avete vita breve. Sta arrivando la vostra nemesi: Breeze.»
Marco esce di scena correndo.
Entrano due bambini.
PRIMO BAMBINO: «Ma, l’hai visto quello?»
SECONDO BAMBINO: «Che costume incredibile!»
PRIMO BAMBINO: (urlando) «Forza Breeze, puoi farcela! Devi punire tutte le persone incivili!»
SECONDO BAMBINO (le mani giunte): «Il mondo domani sarà un posto migliore.»

4

«Cinzia, fa schifo questa roba.»
È una delle dichiarazioni più convinte che abbia mai fatto in vita mia. Una sentenza, peraltro molto giusta. Lo dico abbracciandola, facendole le coccole, in un’intimità mai provata prima, come se ci amassimo davvero invece di essere solo dei pallidi amanti, pronti a scomparire dalla memoria dei posteri non appena la morte ci colpirà.
Devo comportarmi così, non voglio che la prenda male. Vorrei davvero leccarla dappertutto e farla gridare di piacere, e magari darle anche un secondo round di colpi da maestro, ma non è il momento, devo essere dolce, è delusa, è triste. È nuda, in tutti i sensi. E direi anche soprattutto in senso figurato. Strappo le poche pagine che mi ha consegnato, le lancio dall’altra parte della stanza.
Una lacrima segna il viso della ragazza. La tocco dove piace a me. Almeno fa un sussulto, un urlettino, le si blocca il pianto per qualche secondo.
«Ma non hai nemmeno letto tutto.»
«Cinzia, sono professore ordinario per qualcosa. Ti dico che fa schifo. Sottoporre questa cosa alla mia attenzione è stata un’offesa grande. Te lo dico senza rancore.»
Toglie bruscamente la mia mano dalle sue parti private. Mi devo correggere altrimenti stanotte non segno il secondo rigore. Senza però smorzare la severità del mio giudizio: ho una deontologia professionale prima di tutto.
«Sì, fa schifo, però la tua idea no. Si può arrangiare in modo diverso. Serve un personaggio migliore. Un ideale migliore. Una scrittura migliore.»
Noto che riprende ad accettare i miei massaggi. Continuo a parlare nella stessa direzione di intenti.
«Lo script lo scrivo io.»
«Mi rubi l’idea, quindi.»
«No. In una produzione ci sono tanti ruoli. Troveremo il tuo. Intanto potrai leggere il copione mano a mano che lo scriverò. Pensare al merchandising: i giocattoli ispirati dai protagonisti. E poi magari ti incaricherò di scrivere le parti di un secondo personaggio del film, uno più da cliché, visto che farne ti riesce così bene. Un detective. Che ne dici?»
Cinzia si rigira nel letto. Assume una posizione fetale. Chiude gli occhi. Pensa. Tutti pensano. Chissà in che modo tutti pensano. Chissà in che modo la gente normale pensa.
«Un detective… Perché?»
«Perché il supereroe che ho in mente non sarà canonico. Diciamo che potrebbe avere problemi con la legge. Quindi serve un detective che indaghi su di lui.»
Sembra soddisfatta, sia della risposta che della mia mano vagante.
«E come lo chiamiamo?»
«Gastone Longhena.»
Riapre gli occhi e li tiene sbarrati per qualche istante.
«Ma esiste davvero: è piuttosto noto qui a Villacarla.»
Ride. Longhena è piuttosto famoso, sì.
«Certo cara. È il nome che useremo nella lavorazione dell’episodio pilota. Lo cambieremo poi. Così ti sarà più facile creare il personaggio. Basati pure su di lui.»
«Ma non è un idiota?»
Continua a ridere. Forse le sto facendo il solletico. Rallento.
«In una serie televisiva non c’è spazio per due personaggi brillanti, Cinzia.»
«Giusto. E il supereroe come si chiama?»
«Enrico Proci, ovviamente. Ne conosci altri?»

Al mattino mi rinchiudo nel mio studio, all’università. Penso. Prendo appunti. La scrittura creativa è diversa da quella accademica cui sono abituato. Io scrivo di fenomeni reali, osservo la società. Ne ascolto la musica. Serena è a casa con il raffreddore, una ragione di più per la quale avrei dovuto mettermi in malattia anche io, ma almeno Mauro è costretto a venire da me invece che farmi chiamare. I dirigenti non sanno usare il telefono. Si siede sulla seggiola di Cinzia, quella che lecco tutte le volte alla fine dei ricevimenti, dopo che se ne è andata, ma che da oggi non leccherò mai più. Nemmeno dopo averla lavata per bene.
«Ci ha pensato a quella cosa del filmino?»
Nulla di peggio di un burocrate che ha fretta. Riesco ad annusare lo stress. Forse non si fida di me. E allora che dia l’incarico a qualcun altro. Mi alzo, spiego meglio in piedi. E in fondo spero che faccia lo stesso così la smette di sporcarmi la sedia sublime che odora del sesso di Cinzia. Rimane seduto, addirittura accavalla le gambe con fare provocante, vuole sedurmi, non c’è dubbio. E allora stiamo al gioco e partecipiamo a questo gioco di seduzione. Fuori il carisma. Diciamo qualcosa di incomprensibile, che piace tanto a chi comanda.
Prendo una posa ancorata al terreno, con il petto in fuori e le gambe divaricate. So dove mi guarderà.
«Viviamo in un mondo iperconnesso. Ma, e mi perdoni l’ossimoro, è un mondo di uomini soli. Uomini – e donne, certo – che vivono bruciandosi. Veloci. Con riti quotidiani, sempre gli stessi, un rito per i giorni feriali e un rito per i giorni festivi.»
«Sì, certo: la Santa Messa.»
Infatti non capisce.
«No: per i giorni festivi, e includo il sabato, penso al supermercato, la passeggiatina al parco, il pranzo in famiglia, piuttosto. Per alcuni anche la Santa Messa. Ma parlo soprattutto di riti pagani.»
Mauro si alza di scatto, allarga le braccia, alza la voce. Gocce di sudore cadono ai suoi piedi.
«Niente video satanici, Proci, non voglio problemi con il prefetto né con il sindaco. E soprattutto con il personale docente, votante, di ampia ispirazione cristiana. Che poi è pure l’ispirazione mia. Lo sa che punto a diventare rettore.»
Ecco spiegato tutto. Politica. Un bel video promozionale, vuole, pagato con i fondi di ricerca. E diamoglielo, allora, can del porco.
«Mi segua. Niente demonio. I riti pagani della società sono soprattutto il pendolarismo, il lavoro, la cura dei figli e della casa, tutti i quotidiani escrementi a cui è votato l’uomo contemporaneo e che contribuiscono – anzi ne sono la causa primaria – alla sua infelicità.»
Allento la cravatta perché così mi infervoro e magari mi scoppia una vena, qua, davanti al decano, finisce che gli macchio anche la camicia – sarebbe un peccato, veste con gusto – e poi non voglio essere soccorso da lui, e Serena non c’è per sedersi al mio capezzale. Ah, il capezzolo di Serena, mi domando se sia rosa o marrone. Concentrati, Enrico, stai parlando con il professor Mauro.
«La nostra è una Repubblica fondata sul lavoro, Proci, le ripeto, non voglio casini con…»
«Con nessuno, professor Mauro. Con nessuno. Niente casini. Si fidi di me. Sarà un bel film. Inizio a scriverlo di persona, questa notte. Vedrà che roba.»

5

Interno giorno.
L’uomo è al centro del salotto. Tappeti, quadri. Eleganza. Arredo evidentemente curato da prezzolati professionisti della decorazione d’interni. Indossa un piccolo tanga di seta nera. Le sue fasce muscolari sono di alta qualità. Lo sguardo va verso la grande palla medica rasente il muro portante del palazzo. La prende. La stringe per bene, come farebbe Linus con il Grande Cocomero qualora mai lo incontrasse uno dei prossimi trenta ottobre; e quindi si accuccia, come un cecchino. All’improvviso esplode con sapiente uso dei muscoli del culo da competizione che si ritrova e tira la palla sul muro. La palla torna subito, obbediente, nelle sue braccia. Ripete l’operazione venti volte. Acqua salata cade copiosa sul pavimento.
Veloce afferra la palla di ghisa, con il maniglione, quella da ventiquattro chili.
Sguardo al centro della scena.
ENRICO (affaticato): «Ancora roba per i glutei: non è mai abbastanza!»
Fa quindi volare l’attrezzo tra le gambe e con potenza lo proietta davanti al viso. Che per inciso deve essere quello di un attore che non ha nemmeno una ruga, perché la Giusy è davvero bravissima, con tutti i soldi che le lascio (NdA). Altalena la mole una trentina di volte, fino a quando tutto brucia (faccia sofferente) e il respiro si rompe.
Poi si tira sulla barra d’acciaio, presa a palmi in giù, come la gente seria. Dieci ripetizioni, una performance tra il discreto e il buono.
Alla fine di tutto, cinquanta flessioni. Mentre le fa: orazioni quotidiane andando su e giù con tutto il corpo.
ENRICO: «Prego per un po’ di gente, oggi soprattutto per il direttore di dipartimento, che stia bene in salute. E poi anche per il prefetto, e per il sindaco.»
L’intero circuito si ripete per tre volte. La ginnastica va fatta a casa, così non serve vedere cazzi e culi di ogni età negli spogliatoi delle palestre.
L’uomo è pronto.
Una rapida sfogliata all’ultimo numero di Vanity Fair. Una bella doccia. In bianco e nero, per una resa più artistica, per delineare bene i risultati dell’allenamento. Una parca colazione.

L’uomo apre l’armadio. Vede il completo, esita. Vede il costume di plastica, nero. Esita di nuovo. Non ci sono altri capi di abbigliamento.

Indossa il completo.
Esce di casa.
Esterno giorno.
L’uomo cammina in una via trafficata, solo, in mezzo a una folla di uomini ancora più soli. Ogni tanto qualche corpo si sfiora.

Puntata #4

Disegnetto #4 – Carlo Martello

6

«Ogni tanto qualche corpo si sfiora, ma le anime no. C’è poco amore in giro. Che ne dici? Le ultime dieci parole non ci stanno in una sceneggiatura, allora le ho tolte.»
Oggi ho portato Cinzia a fare il brunch. Un rischio grande, no, non per via del pischello, quello è ininfluente, conta zero in questa storia: non apparirà mai, promesso. Il problema è che non voglio che si innamori, accidenti a lei. Ma questo brunch è un male necessario, per le idee in libertà, per la creatività, dobbiamo vederci in un posto fico, non nel mio ufficio con la mobilia in gran parte pagata con i soldi pubblici, né a casa mia ché tanto lì si finisce sempre e solo a letto. Casa sua non voglio neanche vederla.
Ha un paio di occhiali nuovi, sempre senza lenti. Questi sono tartarugati. Si intonano meglio con i suoi occhi color miele. Il vestito però è castigato, il collo alto, le sta bene, sì, ma per una festa con i vecchietti, non per un appuntamento con l’amante. Forse spera che così io mi concentri sul lavoro. Allora concentriamoci.
«Professore, sì: non è male. Direi che è un buon incipit. Presenta il personaggio. Poetica, la frase finale. Peccato doverla togliere.»
«Dimmi la verità, Cinzia, lo sai che non possiamo permetterci di sbagliare.»
Io non sbaglio mai. Ma so come motivare una squadra, e di lei ho bisogno, costa poco e non si produce un film da soli, neanche se si è Enrico Proci. Devo darle l’impressione che la sua opinione conti qualcosa.
«Magari qualche dettaglio in più. La verità è che la tua colazione di solito non è parca.»
Di solito è porca, a dire il vero, soprattutto se la faccio insieme a lei. Ma qui siamo in un locale pubblico e quello che posso fare al massimo è togliermi una scarpa e infilarle l’alluce dentro la gonna. Le cade qualche goccia di caffè sul tavolino. Bello il rossetto viola: identica sfumatura della tazza. L’impronta nitida è rimasta sul bordo. L’ho distratta ma è ben abituata, infatti rimette subito in fila il suo discorso.
«Il matcha, professore. Immagini la scena? L’uomo mette a bollire l’acqua, l’inquadratura mostra la temperatura che sale a sessantacinque gradi, poi riempie la ciotola, la scalda, butta via il liquido nel lavandino. Infine mette la polvere verde, il tè, dentro la ciotola e il resto dell’acqua. E qui mettiamo un primissimo piano di lui con il mulinello di bambù che sbatte il liquido con gran velocità fino a farlo diventare tutto schiumoso e bam, parte il gran finale della Danza delle Ore di Ponchielli a fare da colonna sonora. Infine si vede l’uomo in piedi, al centro della stanza, che beve. Lunghe, potenti sorsate. Che ne dici?»
Non parlo per un paio di minuti. Finisco il biscottino, un ottimo speculoos belga che mi è stato servito insieme al cappuccino. Vado in bagno, devo pisciare. È molto pulito questo posto, dietro di me non attende nessuno allora inclino il pene e la faccio, in parte – una buona parte – fuori. Torno da Cinzia.
«Stai dando indicazioni che deve dare il regista. Le inquadrature, la musica. Non si fa. Ottima scelta, comunque. La scena la teniamo.»
Sembra soddisfatta del mio commento. Anche più della mia manovra d’alluce. Maledetta carrierista.
«E il regista chi è?»
«Ancora non lo so.»
La cameriera viene a portar via la roba. Ha le anche come piacciono a me. Allora penso che dovrei farle un cenno, prendere lei e Cinzia per mano, dolce come la Liebestraum numero 3 di Liszt, magari suonata da Daniel Barenboim, e andare a casa insieme a loro. Ci divertiremmo molto tutti insieme. Un vero sogno d’amore. E invece no. Devo andare a fare lezione. Sì: agli studenti del master, sono obbligato. Mi controllano, se poi non mi presento mi chiamano a casa e mi interrompono durante l’orgia, con i pantaloni calati e la videocamera in mano, quindi tanto vale non farla nemmeno, l’orgia. Tanto vale andare a spiegare due cose di vita a questa gioventù, a questa Generazione Z. Dicono che questa fascia di popolazione così socievole, anzi sociale nel senso di social media, sia tra le più prone a fare qualcosa di buono per gli altri. Giovani caritatevoli, quindi ammirevoli. Io invece dico che Z stia, senza dubbio, per zombie.

Ed eccoli, gli zombie, mi aspettano, sbavano al solo vedermi entrare. Sanno che oggi pomeriggio torneranno nelle loro case con neuroni aggiuntivi, neuroni allenati e formati dagli insegnamenti del professor Proci, nozioni che si ricorderanno anche all’improvviso, un giorno, più o meno lontano, in punto di morte. Dappertutto foruncoli, smartphone, occhiaie, grandi cuffie vintage, barbe non fatte, hoodies. Salgo in piedi sulla cattedra, così da guardare negli occhi i ragazzi seduti in ultima fila. Estraggo un pesante volume cartonato dallo zainetto The Bridge, poi, cercando di non lussarmi la spalla – me la dovrebbe far rientrare uno tra questi mentecatti e non oso pensare al dolore – lo tiro con forza verso quello che ha l’aria particolarmente sfigata. Ha le cuffie più grandi di tutti. Il ragazzo lo manco, ma non la sua attenzione. Raccatta il libro da terra, è una collezione di strisce di Popeye – Braccio di Ferro, certo – la versione originale di Elzie Segar. Non conosco altre versioni.
«Leggi il caveat
Non capisce, cosa mi aspettavo? Salto giù dalla cattedra, facendo ben attenzione a tirare dentro gli addominali per proteggere la colonna vertebrale dall’impatto con il suolo, poi rapido percorro la scalinata dell’anfiteatro. Strappo il libro dalla mano di questo uomo delle caverne e leggo io.
«Ecco, questo pezzettino qui. Traduco: “Dovremmo notare che questo libro contiene alcuni stereotipi etnici che un pubblico contemporaneo potrebbe trovare offensivi. Non c’è prova che Segar avesse un animo intollerante e questi esempi rappresentano gli standard comunemente accettati del periodo, e speriamo che vengano letti con questo spirito.” Ho finito.»
Chiudo il libro e torno al mio posto. Nessuno fiata. Parlo io.
«Braccio di Ferro, in queste strip, forse – vado a memoria – prende a pugni un indiano, o qualche selvaggio», faccio una breve pausa per estrarre un secondo tomo dallo zainetto: oggi sto rischiando la scoliosi per questi deficienti.
«Tintin in Congo, ancora incellophanato. Qua il caveat è evidente, sulla fascetta, non è neppure nascosto come nel caso precedente. Stessa storia. Ebbene sì, negli anni Trenta Hergé faceva trasportare il suo Tintin in portantina dai nativi di quel Paese, come fosse un dio. È uno scandalo, vero?»
Finalmente reagiscono: annuiscono in silenzio.
«Vi risparmio ora la visione di questo DVD che ho portato con me, una collezione di cartoni Warner con protagonista Speedy Gonzales. Roba per bambini. Altro caveat: “Questi cartoni sono un prodotto del loro tempo. Blablabla, pregiudizi etnici e razziali comuni in quel periodo blablabla. Quello che vedrete non rappresenta la visione della Warner Bros di oggi. Li presentiamo a voi senza censure perché non facendolo sarebbe come dire che questi pregiudizi non sono mai esistiti.” Questo è il migliore dei tre. Parliamo di cartoni di Speedy Gonzales, parla con l’accento messicano ed è tutto. Qualche topo che fa la siesta o che beve troppa tequila, al massimo. Grossi pregiudizi.»
Sembrano non capire. Allora li faccio capire io.
«Lo sapete perché io sono quello che sono, e voi no, non siete quello che siete? Siete un gregge formato dal politicamente corretto, ecco cosa siete!»
Spacco il DVD sulla cattedra, tanto è rinnegato dagli stessi produttori, e che qualcuno mi fermi se con i cocci provo a tagliare la gola del coglione seduto in prima fila, l’unico che sta prendendo appunti.
«Che i bambini leggano i fumetti di oggi, che guardino quello che passa in TV! Gli animaletti, le canzoncine, la tenerezza. Che diventino come voi, peggio di voi! Rincoglioniti! Io sono stato formato da Tex Avery, Friz Freleng, da Romano Scarpa, Guido Martina, da questa gente qua; Segar, Hergé, non dagli scribacchini di oggi incapaci di scrivere uno scenario di qualche interesse e infilarlo in prima serata. Questo comportamento collettivo – buonista – aumenterà una sola cosa all’interno della società: l’ipocrisia. Volete vivere tra gli ipocriti? Io no. Tu! Cancella tutto quello che hai scritto! Dammi qua.»
Strappo il foglio del secchione.
«Non servono appunti, da oggi smetterò di fare lezione. Sto lavorando io a una sceneggiatura: la leggerete, la commenterete, imparerete. Fate avere i vostri indirizzi email alla mia collaboratrice, la dottoressa Cinzia Olivato, e presto diventerete tutti come me. È l’alba di una generazione brillante come quelle del passato, una Generazione Enrico Proci.»
Me ne vado tra gli applausi. E se non capiranno, se non altro questi poveracci compreranno le action figures della serie, i pupazzetti che sta progettando Cinzia.
C’è una mano alzata. Che parli.
«Professore, chi è la dottoressa Olivato? Non l’ho mai sentita nominare.»
In effetti Cinzia non si è ancora fatta il nome, però di certo è una molto visibile.
«La mia dottoranda, quella che somiglia vagamente a Mary Patti.»
Non sembra capire, devo sbuffare come al solito e continuare a parlare.
«Una delle tipe di “Non è la Rai”, cercala su Google, aveva la nonna che si chiama “Mosqu”, che è pure la soluzione del suo famoso gioco, appunto “Il nome di mia nonna”. Crederci o meno, in queste cose, è il caposaldo dello spettacolo. E fatevi una cultura, Cristo…»

C

Venite, venite.
Non ci stiamo tutti nel mio ufficio. Apro la finestra ché mi manca l’aria. La porta deve stare aperta, dobbiamo occupare anche parte del corridoio, spero di non ricevere nessuna lamentela.
Vengono a prendere il compenso pattuito, poche lire, roba che se tratto male qualcuno questo si vendica e mi denuncia per sfruttamento.
Del resto chi altri la pagherebbe, questa gentaglia? Presi dalla strada con un furgone, dal mio socio, l’altro giorno. Una scena, forse due. Hanno accettato subito. Non devono nemmeno fare sforzi, la richiesta è che si comportino spontaneamente. Che rispondano nel modo più naturale possibile alle domande poste da quell’uomo. Sono stati bravi. Cerco di dar loro un supplemento, a malincuore perché poi chissà come lo spendono. Se lo berranno, se lo scoperanno, se lo tireranno: non lo saprò mai. La cosa non deve interessarmi, puttana curiosità.
La stanza è troppo affollata, non riesco a controllare tutti, mi circondano, c’è uno che mette mano al mio schedario, apre l’armadio, fruga. Mi stanno derubando. Inevitabile. Mi alzo, allargo le braccia, dico loro di uscire, via, canaglia, fuori di qui. Mi lasciano solo, finalmente, a riflettere.

7

Esterno giorno.
L’uomo cammina tra la gente, come un demagogo, come un ominicchio politico locale (mi si perdonino i suggerimenti per la regia, NdA). Si struscia con uomini e donne, con vecchi e bambini. Fa il pendolare tra i pendolari. Annusa l’odore del popolo, lo si vede con le narici bene aperte, la bocca spalancata per assaporare. Metabolizza l’intero gregge.
Le facce di ogni altro attore in scena sono tutte le stesse. Tutti col capello corto, l’occhio marrone, il completo grigio, la ventiquattro ore.
L’uomo rincasa.
Interno giorno.
Lo si vede nella sua camera da letto, ha un quadro, piuttosto grande, tre metri per due, ce l’ha appeso sopra la testiera. L’ha dipinto lui, lo si nota dalla firma, Enrico Proci, regale, elegante, tratto fino. Raffigura quello che si è visto nella scena precedente, lui, il nostro uomo, in mezzo agli altri uomini, tutti identici. Oltre alla firma vediamo il titolo dell’opera: il Salvatore.
Va verso l’armadio, lo stesso già visto in precedenza, quello con dentro il completo e la tuta. Questa volta prende la tuta, la bacia, ci si struscia le parti intime. L’indumento, nero notte, ha un grosso logo nel mezzo. Un ovale con dentro una linea retta verticale e, staccata, una linea più corta, orizzontale. Una faccia stilizzata priva di sguardo e priva di espressione, né triste, né allegra. Bocca impassibile, occhi assenti. È il volto del pendolare.

ENRICO (occhi penetranti, sguardo dritto verso la telecamera): «Lo troverò. Il prescelto. E sarà quello con la bocca più dritta di tutti.»

Stacco.

Puntata #5

Disegnetto #5 – Uallera man – Carlo Martello

8

«Suggestivo. E Gastone Longhena, quando farà la sua apparizione?»
«Un po’ di calma, Cinzia» le dico carezzandole la guancia, pretesto per carezzare anche più in basso.
Oggi passeggiamo nel giardino dell’università, c’è un bel sole e quando c’è un bel sole le ragazze si svestono e allora io esco dalla tana.
«Il nostro protagonista, il nostro Enrico Proci, ancora non ha combinato niente. Non c’è bisogno di scomodare un detective della grinta di Longhena prima del tempo.»
«Lo sto preparando, ho qui una bella scheda personaggio.»
Tira fuori una sconcezza senza senso dalla borsetta, le faccio cenno che non la voglio vedere.
«Ricordati solo che veste sempre di bianco, è in leggero sovrappeso – con tutta evidenza non fa un allenamento HIIT –, e soprattutto è claudicante. Però piace alle donne, pare. Come tutti i detective. Cliché.»
Cinzia prende appunti. È una cara ragazza. Non vorrei essere suo padre, beninteso, con tutte le cose che fa con me di notte che nemmeno io saprei come raccontare, tendo ad arrossire, poi mi devo mettere il fard, è poco virile. Ma Cinzia è diligente, anche troppo, quasi zelante. Comunque una cara ragazza. Non stroncherò la sua carriera, come suo relatore potrei, quando voglio, come voglio. Le sorrido.
«Piuttosto, hai iniziato a disegnare il modellino di Pendulo? La nostra è una serie giocattolosa, ricordatelo, è stata una tua idea.»
«Di chi?»
Si ferma. Non dovrebbe, quando si passeggia si deve continuare a camminare, così rompe il ritmo, il flusso dei miei pensieri si perde, il culo che cammina a cinquanta metri dai miei occhi si distanzia di altri cinquanta – volevo vederlo meglio – ma è chiaro che è in panico, non sa chi è Pendulo, non ha fatto quello che le avevo chiesto di fare, ha paura per il rinnovo del suo assegno di ricerca, finché non firmo la macchina non si mette in moto e da settembre non potrà pagare più l’affitto, il riscaldamento, la benzina, l’abbonamento di Netflix – e quello sarebbe un peccato perché fanno ottime produzioni, al passo con i tempi, tra i pochi che ancora non si sono rincoglioniti, e può servirle da ispirazione per la nostra serie. La rassicuro. Le spiego chi è Pendulo.
«Pendulo è l’alter ego di Enrico Proci. È un gioco di parole, vedrai, farà robe con i pendolari. E dato che la tuta è molto attillata, si vede vagamente il suo coso, il suo ego, lì, nel mezzo: pendulo.»
Fa una faccia di merda. Vedo che suda, forse vuole dire qualcosa, ma esita. Di sicuro non ha fatto quello che le avevo chiesto di fare.
«Parla.»
«Il nome del personaggio, cioè del suo alias…»
«Pendulo?»
«Pendulo. Secondo me non funziona. Fa ridere. Immagino la nostra sia una serie seria. Un drama
«E allora come lo chiameresti? E soprattutto, l’hai progettato il giocattolo?»
«Ancora non so cosa tu voglia far fare a questo supereroe. Ma io lo chiamerei “il Pozzo”. Rimane il gioco di parole: “Il Pozzo e i pendolari”, che potrebbe anche essere il titolo della serie.»
Questa volta la ragazza ha colto nel segno. Il Pozzo. Avrei dovuto pensarci io. Edgar Allan Poe mi perdonerà. Ma forse, ancora non lo so, anche questa si rivelerà essere una storia di torture, proprio come “Il pozzo e il pendolo”. E il Pozzo li risucchierà tutti, salvandoli dalla banalità delle loro vite.
«L’idea è buona. E poi, nelle mie prime bozze, l’eroe dipinge la lettera “P” ovunque vada. Non dovrò cambiare il dettaglio.»
È la “P” di Proci, questo è ovvio, l’avrete già capito, no?
«Il modellino non l’ho progettato. Forse è il caso che prima legga le tue carte, chi è esattamente questo Pozzo, come si muove, cosa fa, di quali accessori è dotato, sai, i ragazzi vogliono i gadget, vogliono che un pupazzo sia dotato di armi, che sia il più possibile fedele a come è ritratto nella serie, insomma, cose così…»
Non le rispondo neanche tanto sono assorto nei miei pensieri. Lascio che continui a blaterare, e mentre parla indosso le cuffie e ascolto la marcia funebre di Sigfrido, Atto terzo del Götterdämmerung di Wagner. Tre note gravi e secche d’archi, un colpo fortissimo di timpani, e già so dove andrà a parare questo pazzo Pozzo.

Il professor Mauro mi riceve nel pomeriggio, Serena è tornata ed è conforme anche lei alla giornata di sole. Mi fa un cenno col capo, un mezzo sorriso, questa notte certo qualcuno deve averle dato un orgasmo multiplo per renderla così ben disposta nei miei confronti.
Mauro no, dal volto teso sembra quasi che sia in periodo mestruale.
«Proci, cosa cazzo stai facendo?»
«Mi siedo, di solito non ci sono problemi affinché mi metta comodo nel suo ufficio, direttore.»
Non mi lascio intimidire. La gerarchia è una cosa relativa. Si gioca su livelli multipli, nessuno è superiore a te in tutto. Mauro lo è solo nell’ambito della burocrazia universitaria. È un politico. Io sono un intellettuale.
«Questa roba cos’è?»
Mi porge un foglietto. Indosso gli occhiali, sta venendo fuori che sono presbite. Leggo.
“Esterno giorno.
L’uomo cammina tra la gente, come un demagogo, come un ominicchio politico locale (mi si perdonino i suggerimenti per la regia). Si struscia con uomini e donne, con vecchi e bambini. Fa il pendolare tra i pendolari. Annusa l’odore del popolo, lo si vede con le narici bene aperte, la bocca spalancata per assaporare. Metabolizza l’intero gregge…”
«Sì, conosco. L’ho scritto io. Fa parte della sceneggiatura dell’episodio pilota de “Il Pozzo e i pendolari”, la serie che produce l’università. Che ne pensa?»
Gli rendo il foglio con la dovuta cura. Ci tengo.
«Lei sta scherzando, immagino. Sa chi me l’ha dato?»
Lo immagino. Come le è stato chiesto, Cinzia ha girato il materiale agli studenti, affinché ne facciano l’analisi del testo, punti in più per l’esame, come spiegato loro per bene. E qualche studente ha coinvolto il mio direttore. E ha fatto male. Troverò un modo per punirlo, non che manchi d’immaginazione in questo senso. Estraggo il taccuino dalla tasca interna della giacca, mi appunto di chiedere a Cinzia di non inviare più il materiale ai ragazzi.
«Uno studente, direttore.»
«Uno studente. Il figlio dell’assessore Astori, che frequenta con lei.»
Non dovrò nemmeno indagare. Trovato il whistleblower. Non professionale da parte sua, direttore. Le fonti vanno protette.
«E dunque?»
«Dunque la smetta subito e si concentri sullo scrivere un video più istituzionale, qualcosa che esalti il nostro dipartimento, che presenti i risultati. Qualcosa di standard.»
«Mi serve carta bianca. Vedrà solo il risultato finale.»
Mi alzo, non saluto uscendo come non ho salutato entrando, restituisco il cenno a Serena – ah, Serena – e me ne vado a casa. C’è tanto lavoro da fare: la ricerca, lo studio, la preparazione della sceneggiatura. La gestione di una risorsa umana anarchica come Cinzia. La pianificazione accurata e priva di elementi casuali della conquista definitiva di Serena, il mio obiettivo professionale più importante. Sì, lo realizzo e lo decido: ne sono innamorato. Ne prendo atto, è una parola forte. Deve essere qualcosa che di base ha a che fare con il suo profumo, una sensazione che respiro nell’anticamera del professor Mauro, un che di floreale che mi accoglie ogni volta che la finisco con il vecchio e il suo odore di palle sudate. Il benessere, il conforto. Una madeleine.
Amor!

La notte non resisto ed esco, verso il nadir della mia vita. Sono imbarazzato. Addento un plum cake, stoppososurrogato della merendina di Proust. È quel che è, ma mi aiuta a mantenere la memoria ben focalizzata sul fulcro dei miei pensieri: lei.
Devo saperne di più su questa persona. Mentre cammino piano e teso, respiro l’aria avvelenata di Villacarla, il suo retrogusto di petrolio e politici, gli effluvi di funzionari stressati o semplicemente psicopatici, simili all’olezzo delle mie ascelle.
Serena non abita in centro, fa bene, si avvicina di più al potere, alla carriera sicura: lì c’è la villa del sindaco, poco in là vedo parcheggiata la Dodge di un famoso industriale. Qui non c’è tristezza.
O forse sì: la vedo alla finestra del piano terra, seduta sul divano, il braccio dietro le spalle poco palestrate di un ragazzo. Che faccia da scemo: non può essere il fratello di una tipa dal DNA così perfetto. Di fronte, i genitori ridono di qualche battuta irripetibile. Che misera esistenza che conduce Serena. Sono contento di avere un obiettivo tanto importante come quello di ridarle gioia. Suono il campanello. Corro via. Velocità. Bellezza.

9

Esterno giorno.

L’uomo cammina per strade secondarie. Vicoli, calli, chiaroscuri figli dei pochi raggi di sole che filtrano tra gli opprimenti alti palazzi. Egli trova un posto che sembra fare al caso suo. È un incrocio a “T” con un’arteria principale. Poco più in là c’è la scala che porta alla metropolitana. Poggia la schiena contro il muro, qualche gocciolina di sudore, roba da poco, comunque. Scruta il flusso. La gente passa. Hanno tutti la stessa faccia. C’è chi è più allegro di altri, qualcuno che magari passeggia mano nella mano con il partner o con il figlioletto. O che parla al telefono, se non con gioia almeno con finta cortesia. Tutti aumentano il passo sui gradini che portano giù, nella galleria che conduce al trasporto pubblico.
La camera si sposta e centra lui: l’uomo con la bocca più dritta di tutti.
Agli altri ci somiglia, certo. Ma ha un che, un qualcosa di ancora più anonimo, non di triste: non è il più triste, proprio per niente. Chiamiamolo Daniele.
Seguiamolo, Daniele, giù per la rampa di scale, dentro il cunicolo. Giallastre le pareti, quasi tutto grigio il pavimento, non fosse per le macchie nere ogni due-tre metri e i piccoli bigliettini bianchi gettati per terra da qualcuno del gruppo. Daniele ha il soprabito lungo, grigio scuro, di sicuro lo indossa in primavera come in inverno, giorno dopo giorno. Le scarpe perfette, lucide, il capello tagliato da poco, ciuffi bianchi solo ai lati. La valigetta tenuta dal braccio teso, a peso morto, chissà cosa c’è dentro. Non ha rilevanza in una sceneggiatura, nemmeno in quella di Pulp Fiction. Daniele non guarda nessuno, e sono tanti i nessuno in questo mondo sotterraneo. Lui stesso è nessuno: è il più nessuno di tutti. Seguiamolo, dentro al treno. Prende posto tra il grasso e la smorta, chiamiamoli così e tanto sono tutti uguali. Tutti e tre lo sguardo perso nel vuoto, ma Daniele di più; nessuno dei tre cede il posto alla vecchia appena entrata con le buste della spesa, e Daniele lo cederebbe meno ancora, se solo si potesse. Daniele non ascolta musica come la smorta, non legge il quotidiano gratis che ha in mano il grasso. Non si dondola come fa il macabro, qualche sedia più in là; non sorride alla vicina come fa l’unto, nel vagone successivo. Daniele attende. Attende la morte.
Qui il concetto bisogna renderlo esplicito, altrimenti il pubblico non capirebbe. Non può dirlo Daniele, non lo sa. Guardiamo Enrico, tira fuori un piccolo registratore dalla tasca.
ENRICO: «Quell’uomo. Attende la morte. Più di tutti gli altri presenti.»
Enrico è salito sul treno, anche lui, e anche lui cerca di assumere una posizione compita, priva d’espressione, ma non ce la fa, cerca di evitare il contatto con gli oggetti presenti nel treno, sono sporchi, hanno i microbi. Questo ultimo concetto lo si capisce dalla sua mimica facciale. È l’unico sul treno ad avere una mimica facciale. Ad avere una faccia. Tiene le gambe divaricate, ammortizza le copiose vibrazioni per non cadere.
Tutti qui attendono la morte, forse anche Enrico, e comunque Daniele più degli altri.
Quindi è deciso.
ENRICO (scendendo dal treno, parlando nel suo piccolo registratore): «È Daniele il prescelto. L’uomo con la ventiquattro ore.» Daniele scende.

Puntata #6

Disegnetto #6 – Carlo Martello

D

Venite pure, prego, prendete posto.
Come vorrei poter affittare un posto migliore, qui è da vergognarsi. La gente che attiro ne è all’altezza.
Oggi si siedono davanti a me un anziano signore, una quarantenne prosperosa, una ragazzina – forse minorenne – in stato di evidente tossicodipendenza e infine un tontolone dal capello ribelle. Dovrò inviarlo a farsi sbiancare i denti, che schifo che fa.
L’anziano signore mi è arrivato qui dietro raccomandazione, è uno spretato, è adatto alla parte. Gli faccio pronunciare le parole dell’Elevazione, non ne sbaglia una, il tono di voce è perfetto, finalmente un professionista. Gli offro una sigaretta, una di quelle sottili, la fuma con l’aria di un gran signore. Quando apro la bottiglia di scotch si fanno sotto tutti e quattro, uno dei bicchieri cade, il liquido si riversa sul pavimento ammuffito. Lo spretato beve per primo, prende grandi sorsate, ma la ragazzina non è da meno. Smetto di contarle i piercing, ci provo da quando è entrata ma devo ricominciare ogni volta che apre la bocca, intravedo dei ciondoli di metallo all’interno ma non ne sono sicuro. Porta anche l’apparecchio.
La quarantenne sarebbe anche piacente, ma quando parla la voglia scompare. Biascica, perde saliva ogni volta che pronuncia una P. È una casalinga, il marito è in prigione, le servono soldi. Prega di poter restare. Resterà. Il tontolone è al terzo bicchiere, non ha detto una parola. Ne dovrà comunque dire poche, sarà pagato lo stesso, a giornata. Non ho grandi alternative.

10

L’unica cosa che amo della partecipazione ai talk show su canale nazionale è il fatto che, statisticamente, per ogni x spettatori che mi guardano esiste una piccola frazione y che prima di andare a letto si masturberà pensando a me, alla mia presenza scenica, al mio sguardo deciso, all’eleganza della mia figura. Donne e uomini alla ricerca del piacere solitario, ispirati dalle mie parole, la voce melliflua, il bicipite così ben evidenziato dalla camicia bianca, che porto di una taglia sotto. La cerniera dei pantaloni la lascio aperta, un pochino, una cosetta non troppo esplicita che attiri solo l’attenzione delle maliziose, dei birichini, mai dei benpensanti che poi mi causano problemi. La mia teoria è che chi l’occhio lo butta lì è poi ancora più propenso a desiderarmi. Immagina! Trovare un pertugio a sorpresa che conduce all’oggetto così tanto bramato equivale allo scatto di un grilletto che veloce farà correre il pervertito verso il bagno più vicino a scaricare la tensione. Un bisogno impellente. Tattiche per aumentare y, ne conosco a migliaia.
Mi immagino nel podio, bacchetta in mano, con indosso il solo farfallino del frac, a dirigere questa orchestra che con così tanta foga ricerca la soddisfazione suprema. Suoni gutturali, sospiri, brevissimi acuti: le tonalità che con grande sapienza riesco a mescolare in una lunga, poderosa sinfonia.
Stasera sono nei locali di una televisione nazionale, roba grossa che tanto influenza il mio tenore di vita, roba con cui non posso scherzare troppo pena la retrocessione e un finale di carriera come quello del professor Mauro. Un sipario a cercare di trovare la motivazione nel dirigere gli altri, senza mai metter brio nel proprio lavoro. Per giunta in un’università di provincia. Orrore.
Il presentatore mi mostra i bianchissimi denti, sono più immacolati dei miei, la visita dal dentista è imminente. Anche i capelli sono più folti dei miei, le truccatrici del programma non hanno fatto un buon lavoro, dovevano mettermi più spuma. Con finta distrazione abbasso di altri due millimetri la zip, che la camera possa vedere qualche frammento del fucsia delle mie mutande Tommy. Il presentatore non lo nota: è un benpensante.
Mi chiede un’opinione. Non ho seguito il dibattito, ero preso dalla mia sinfonia, ero immerso in una direzione totale, alla von Karajan, di quelle dove impartisci le istruzioni a ciascuno degli orchestrali. Occupato ad accudire e far raggiungere l’orgasmo a ciascuno dei miei strumentisti. La solista è Cinzia, sono sicuro che sta guardando la trasmissione completamente nuda, sul divano. Magari insieme al fidanzato, anche lui nudo ma ignaro di tutto quello che sta accadendo nei cervelli sempre così in sintonia della dottoranda e del suo professore.
E poi c’è Serena, sì, proprio lei, sono sicuro che anche lei si stia stracciando le vesti, sono sicuro che la sua frustrazione di avermi così vicino e così lontano la stia portando verso la follia, la immagino mentre si tocca tutto il corpo davanti allo schermo, avida nel suo monolocale da dieci metri quadri, e allora una potente erezione si sviluppa in me e punta dritto verso la telecamera, verso gli occhi di tutti i telespettatori x, mentre rispondo alla sciocca domanda, dopotutto cosa volete che alla gente importi di quello che ne penso io: «Guardi, dottor Fresco, cosa ne penso. Penso che come per ogni cosa l’importante è saper interpretare correttamente il fenomeno. I giovani non vanno lasciati soli. Non in questo periodo storico.»
Poi lo dico. Non so se c’entri. Il sorriso totale davanti a me mi incoraggia quindi credo di sì.
«Serve una tv responsabile. Servono produzioni finanziate da denaro pubblico. Inclusive. Che insegnino, che educhino. Se mi permette vorrei ringraziare il professor Egidio Mauro, il direttore del mio dipartimento all’Università di Villacarla, che ha appena stanziato del denaro per poter realizzare uno show da me ideato, una serie, un telefilm si diceva ai miei tempi, che possa andare in questo senso, che possa aiutare la gente, i giovani, a salvarsi.»
Un minuto di applausi. Applaude il prete che mi siede a fianco, applaude la sottosegretaria. La più contenta pare essere la giovane cantante del talent. Tette piccole ma dopo me la porto in albergo lo stesso, lo sa già anche lei.
Anche la sottosegretaria lo sa, tanto che insiste per essere dei nostri, lo chiede persino gentilmente. Non le dico di no. Il prete è tentato: esita. E alla fine rinuncia.

Arrivo in ufficio, Mauro lo ignoro, è lui che mi deve un favore ora. L’avrà chiamato anche il Presidente del Consiglio, dopo l’annuncio di ieri sera. Che mi cerchi lui. Io sono un insegnante, tengo a dare la precedenza al ricevimento, ai miei studenti, a Cinzia quindi. Mi deve dire cosa ne pensa della scena con Daniele, siamo praticamente al climax del primo atto, cosa farà ora Enrico, cosa farà il Pozzo. Un feedback, Cinzia.
«Sei stato magnifico, ieri sera.»
Così hanno detto anche le mie compagne di giochi, poche ore fa, al check-out.
«Dimmi della sceneggiatura: l’ultimo pezzo che ti ho mandato per email. Che ne pensi.»
«Inquietante. Mi interessa. Intriga. Ma cosa succede poi? Enrico segue Daniele, e…?»
«Io dico che lo segue, senza nemmeno curarsi troppo di non farsi vedere. Lo segue a pochi metri di distanza. A pochi centimetri.»
«Che paura.»
Cinzia rabbrividisce davvero. La sua pelle mi piace, quando è affilata come carta vetrata. Allora insisto.
«Gli ruba il portafoglio.»
Sembra non capire.
«Gli ruba il portafoglio? Ma questa è una caduta di tensione!»
«Enrico deve saperne di più. Come si chiama quest’uomo. Dove vive. E però non può seguirlo tutto il giorno, Enrico è un uomo impegnato. La sera ha da fare in televisione, al talk show, lo sai.»
«Io dico che Enrico dovrebbe sorvegliarlo di più, in maniera ossessiva, intrigare il pubblico, devono morire nell’attesa di un nuovo episodio. Metti Daniele a casa sua, mentre si fa la doccia, mentre cena, mentre dorme, sempre con la presenza di Enrico, vicina, come dici tu, a pochi centimetri di distanza.»
«Non serve. L’uomo si chiama Daniele Spada, abita in via Bellini 41, poco lontano da qui.»
«Infodump.»
«Sì, hai ragione, ma io mica metto questi dati nella sceneggiatura. Enrico però li legge nella carta d’identità, giusto prima di rimettere il portafoglio in tasca alla sua vittima.»
«E adesso?»
«Adesso tocca al Pozzo. Anzi no. Prima Longhena.»
«Il detective? Ma ancora non è successo niente. Daniele non ha neanche perso il portafoglio.»
«Voglio una scena breve, un minuto al massimo, per introdurre il personaggio. Stemperiamo un attimo la tensione, creiamo il disappunto nello spettatore, deve desiderare di più la venuta del Pozzo. E allora noi la ritardiamo.»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close