Salvo

di Francesca Mattei

Cinque Cerri – Andrea Herman

Salvo sale le scale del soppalco reggendosi al corrimano. Il cameriere lo raggiunge alle spalle e cerca di crearsi un varco, ma lui occupa l’intera rampa. Arranca lentamente, barcollando da un piede all’altro, con gli occhi fissi a terra. Indossa un paio di pantaloncini da basket neri e una maglietta stinta dei Ramones. Quando raggiunge la cima si ferma un istante a riprendere fiato e il cameriere lo sorpassa, portando un vassoio carico di bicchieri e bottigliette colorate.
La ragazza al tavolo affianco al mio indossa una decina di braccialetti metallici che tintinnano a ogni suo movimento. Dalla mia postazione vedo il bancone dall’alto e una miriade di testoline in fila. Il cameriere fa su e giù svelto mentre Salvo è ancora immobile, appoggiato con entrambe le mani allo schienale di una poltroncina rossa. I braccialetti tintinnano.
Dopo diversi minuti Salvo mi raggiunge. Puzza di sudore e ha le orecchie paonazze, si lascia andare sulla sedia e sospira. Si toglie il cappellino con la visiera e si asciuga la fronte con l’avambraccio. Io guardo altrove, ma lo vedo con la coda dell’occhio. Mi infilo le mani nella barba e mi gratto un punto a caso sotto al mento, giusto per fare qualcosa.
“Ehi, fa caldo stasera.”
Mi volto verso di lui. Ha di nuovo il cappellino in testa. Grosse gocce di sudore sono rimaste impigliate sotto al naso e tra i peli delle braccia, come cristallizzate.
“Abbastanza.”
Prendo un sorso di birra per non darmi il tempo di dire altro. Una sonora risata femminile riempie l’aria, poi è il turno dei braccialetti.
Il respiro di Salvo è tornato regolare. Indica la mia birra con il mento leggermente sollevato. Faccio scivolare la bottiglia sulla superficie del tavolo e la condensa crea una piccola scia. Salvo la tracanna, poi appoggia le mani con il palmo rivolto verso il basso e si sporge in avanti.
“Me li presti tre euro per una bevuta?”
L’odore di sudore è insopportabile. Un paio di macchie più scure si allargano ai lati del busto, sotto le ascelle. Resto in silenzio per un po’, giocherellando con la zip della mia felpa, fino a che non scoppiamo entrambi a ridere.
“Ma come stai messo, coglione? Tra un paio d’anni ti trovo in stazione a vendere cartoline.”
Mi sforzo di ridere anche quando Salvo inizia a tossire di una tosse grassa e catarrosa che lo fa diventare rosso. Solleva le mani e se le porta davanti alla bocca. Sul tavolo restano le impronte delle sue dita grassocce. L’attacco di tosse dura almeno mezzo minuto, poi si calma e sparisce del tutto. I braccialetti tintinnano brevemente.
“Se sarò ancora vivo, tra un paio d’anni.”
Strizza gli occhi e si appoggia allo schienale, nel movimento la pancia ballonzola e aderisce ancora di più alla maglietta, che adesso è bagnata anche all’altezza dell’ombelico.
“Che combini stasera, a parte scroccare?”
“Dopo devo fare un salto in centro, ché un tipo mi deve trenta euro.”
“Riscossione crediti.”
“Per forza, ho duecento euro di chiodi con Bullo.”
Bullo non si chiama davvero così, ma il suo vero nome non lo so e neanche mi interessa conoscerlo.
“A te serve qualcosa?”
Scuoto la testa: “No, c’ho già il fumo di mio fratello.”
“Tu coca niente, eh?”
“Magari settimana prossima, quando mi pagano.”
Nel silenzio che si crea tra noi il tintinnio è fortissimo. Il locale si è riempito di gente e il chiacchiericcio è un rumore indistinto che si mescola alla musica di sottofondo. Mi volto a cercare la ragazza dei braccialetti: è una moretta con le labbra rosse e un maglione color senape. Avrà sui sedici anni.
Quando mi giro di nuovo vedo Bullo entrare dalla porta d’ingresso. Il suo faccione abbronzato sbuca da una camicia hawaiana celeste e bianca. La montatura degli occhiali è enorme. Fa un sorrisone asimmetrico e si guarda intorno. Ha la faccia tutta tirata e si vede da qui che è impizzato fin sopra le orecchie. Alla fine ci avvista e agita la mano con tutto il braccio per salutarci. Io gli faccio un cenno di rimando, ma Salvo non mi vede. È impegnato a scrivere qualcosa sul suo cellulare, la pelle lucida risplende alla luce bluastra dello schermo. Bullo fa le scale due alla volta, arriva alle spalle di Salvo e gli tira un’amichevole pacca sulla nuca. Salvo sussulta, il telefono gli scivola di mano e atterra sul pavimento. Bullo prende una sedia e ci si siede a cavalcioni, con gli avambracci poggiati sullo schienale. Tra la peluria bionda spicca un grosso orologio d’oro.
“Vi piace?”, dice facendo oscillare il polso, “è per i miei venticinque anni: un quarto di secolo.”
Salvo si è allontanato dal tavolo, producendo un rumore di plastica su mattonelle e poi un altro, simile a un respiro molto profondo. Avverto i braccialetti avvicinarsi, poi li vedo passarci accanto e sfilare in direzione del bagno. Bullo punta gli occhi sulla ragazza e poi su di me e ne strizza uno, indicandola con un sorriso malizioso. Salvo prova a piegarsi in avanti, allunga le braccia per raggiungere il cellulare, ma un piccolo movimento involontario del piede di Bullo lo fa scivolare ancora più lontano. Salvo si raddrizza per prendere fiato e il sangue ha invaso le sue guancione gonfie.
“Cosa bevete? Stasera offro io, visto che è il mio compleanno.”
Prima che qualcuno di noi possa rispondere, Bullo ferma il cameriere tirandolo per il bordo del golfino. Ordina tre birre, poi lo costringe ad avvicinare l’orecchio alla sua bocca piccola e rosa e gli borbotta qualcosa sottovoce. I braccialetti ci passano di nuovo accanto.
Salvo ha cambiato tecnica: estende una gamba sotto al tavolo, mentre con l’altra si puntella a terra e tenta di avvicinare il telefono colpendolo con la punta della scarpa. Ha tutto il corpo teso e sotto sforzo. Mi fa così schifo che devo distogliere lo sguardo e preferisco puntarlo su Bullo, che è altrettanto disgustoso, ma in modo diverso.
Bullo lancia occhiate alla ragazzina e ogni tanto si passa la mano tra i capelli biondicci pettinati all’indietro.
“A te serve qualcosa, bello? Stasera offro io, non fare complimenti, eh.”
Faccio di no con la testa. Faccio di no piano piano, abbassando il mento perché all’improvviso mi sento molto stanco. Sbadiglio e sento il tintinnio e poi un grugnito profondo, quasi animalesco, che lo copre. Il verso viene da Salvo, che sta ancora sgambettando, e attira l’attenzione di Bullo, che attacca a ridere ridere ridere forte e la sua risata, a sua volta, attira l’attenzione di tutti i clienti, che si voltano verso di noi e vedono Bullo che si tiene la pancia indicando Salvo e Salvo che arranca, più viola che rosso, completamente bagnato.
“Lascia stare, Salvo, faccio io.” Sussurro.
Mi infilo sotto al tavolino e recupero il telefono in un secondo, ma Bullo non ha ancora smesso di ridere.
“Questo animale.” Dice, tra una ghignata e l’altra.
Salvo prende il cellulare dalla mia mano e sento le sue dita fradice e fredde appiccicarsi alle mie.
“Tho.” Gli dico, per non essere troppo gentile.
Mi ringrazia e controlla che lo schermo sia intero, poi si infila il telefono nel marsupio che porta a tracolla e chiude gli occhi, stremato.
Bullo si calma solo quando arriva il cameriere con le nostre birre, ma invece di tre ce ne sono quattro e una la porta alla ragazza con i braccialetti. Vedo Bullo fare un gesto di saluto e poi sento il tintinnio di risposta.
Bullo alza la bottiglia per brindare, io lo imito e gli dico “grazie”, mentre Salvo sta ancora riprendendo fiato e non capisco se è colore blu-cadavere o rosso-fuoco, ma mi sembra di vedere i suoi bulbi oculari muoversi sotto le palpebre abbassate, creare dei rigonfiamenti prima da una parte e poi dall’altra dell’occhio, senza fermarsi mai.
“Non si ringrazia il tuo amico, ciccione?” A mano aperta, Bullo tira un’altra energica manata alla spalla di Salvo, che approfitta di un sorriso per buttare fuori un bel po’ d’aria.
“Che schifo…” Fa poi Bullo, asciugandosi il palmo sui jeans.
Salvo riesce a dire “grazie” e anche “auguri” senza fare una pausa tra le due parole e mi sento un po’ sollevato per questo, un po’ fiero del mio amico schifoso che sa dire due parole di seguito senza affannarsi come un maiale.
I braccialetti si muovono a un ritmo più fluido, segnale che la ragazza sta bevendo. Bullo sta raccontando la serata di ieri, quando ha festeggiato il compleanno con quelli del calcetto: “Non potere capire, ragazzi, ci siamo bevuti anche la barista, che poi va beh era una figa assurda, quella col tatuaggio sul collo e i capelli blu. Mi ha detto che è lesbica, ma poi in bagno la coca l’ha voluta lo stesso e allora lì, va beh, sapete come finisce.”
Salvo è incollato alla birra. Ogni tanto lancia occhiate cagnesche a Bullo, che non si accorge di niente e continua a parlare. A quanto pare stamani è stato il turno dei festeggiamenti con i colleghi, che “hanno portato tre bottiglie di vino e ce le siamo scoppiate in due, ché le tipe non bevono un cazzo e quell’altro sfigato meno di loro.”
Salvo e io non lo seguiamo, ma non sembra che questo gli interessi. Quando finisce la birra si alza e va al tavolo della ragazza.
“Salvo, tutto bene?” Domando.
“Sì, ma fa un caldo stasera.”
“Ti porto a casa, se vuoi. Ho la macchina qui, senza che vai a piedi.”
“No grazie, devo andare in centro a recuperare i miei trenta euro.”
“Eh va beh, vedi tu, che a me non costa niente, la strada è quella.”
Salvo fa di sì con la testa e spunta qualche altro mento sotto al mento vero e proprio. Sento il tintinnio.
Bullo torna camminando con le braccia larghe: “Allora, ragazzi, andiamo in bagno?”
Salvo si rianima. Raddrizzandosi, appoggia la birra e solleva la testa. Lungo i lati del naso scivolano due gocce gonfie come lacrime. Subito dopo, come punto da una vespa, il suo corpo viene percorso da un movimento breve, incontrollato, una sorta di spasmo, mentre gli occhi virano in direzione opposta, imbarazzati.
Bullo avverte la sua perplessità e lo rassicura con un sorriso e l’ennesima pacca, decisa e vigorosa come le precedenti, atterra sulla spalla massiccia di Salvo.
“No, no tranquillo, bello, stasera è il mio compleanno e offro io. Non ci pensare al chiodo: duecento euro di merda, cosa vuoi che siano? Stasera ci penso io a te.”
Salvo gira di nuovo la sua facciona da bestia mite, afferra goffamente l’avambraccio di Bullo con entrambe le mani e lo palpa senza una logica.
“Grazie, Bullo, guarda mi salvi la serata. Grazie, sei un fratello.”
Bullo se lo scrolla di dosso schifato: “Sì, ma levami ‘ste zampe dall’orologio.”
Salvo non se lo fa ripetere. Salvo remissivo, Salvo obbediente, Salvo bravo bambinone contento a cui il papà ha appena dato una caramella.
“E tu cosa fai?”
Mi guarda, Bullo. Mi fissa con i suoi occhi stretti dietro le lenti sottili, forse neanche graduate. Si sistema indietro i capelli. L’odore di dopobarba si espande intorno a lui come una nube. Reprimo un conato. Mi annoio come ci si può annoiare solo in presenza di altre persone, di quella noia insofferente che forse è tristezza o forse rabbia o forse rassegnazione. Voglio solo andare a casa.
“No grazie.”
“Dai, ma non fare complimenti, offro io.”
È tutto uguale qui. Uguale a ieri, alla settimana scorsa e a domani.
“No davvero, prendo una birra e vi aspetto qui.”
Bullo fa un gesto sprezzante, quasi lo avessi offeso. Salvo non mi guarda neanche più, gli occhi bovini, impazienti, rivolti al suo benefattore.
“Fai come vuoi. Andiamo, Salvo?”
Si incammina senza aspettare risposta. Quando arriva in fondo alle scale, Salvo non si è ancora alzato in piedi del tutto. Sfilano via, destinazione cesso. La schiena di Salvo, che barcolla con un moto ondulatorio, è una montagna di grasso e sudore. Il tintinnio alle mie spalle è cristallino come il suono di una cascata.
Sbadiglio, tormentandomi la zip. In lontananza vedo il Bianco, sbronzo come al solito, che parla a una tavolata di persone che non lo ascolta. È seduto, ma fatica a reggersi dritto. Sorseggia un whisky che non vuole stare fermo nelle sue mani, poi nasconde il viso nelle braccia ripiegate sul tavolo e resta così. Dall’ingresso entrano le Ragazze del Bar Bellocci. Portano enormi cerchi argentati alle orecchie e glitter sparsi un po’ ovunque. Hanno queste facce serie e annoiate, mentre marciano sui loro Dr Martens, che non si rallegrano neanche di fronte ai cocktail colorati che ordinano una alla volta, guardandosi intorno distrattamente. Billy e l’Orso fumano un cicchino dopo l’altro appoggiati allo stipite della porta, senza scambiarsi una parola e a malapena un’occhiata. Al bancone ci sono Muffa, Dado e la Maga, tuffati nei rispettivi bicchieri di birra. E poi Zorro, Tonto, Spalla, la Gemma e non ce n’è uno che abbia un nome vero qui, sono tutti personaggi o elementi o sagome o tipi, sono tutti qualcosa di breve e finto e anche io, che gioco con la cerniera, che mi annoio come sempre, a vederli tutti così, morti dentro e fuori e magari pieni di brillantini in faccia, ma non cambia nulla; anche io c’ho un nome che non è il mio nome, c’ho un nome che è quello che mi hanno dato queste persone qui, che mi incontrano in un bar e poi in un altro, mentre pizzico la zip e poi la barba, mentre bevo birre e birre e ascolto le storie di gente che beve birre e birre e racconto le mie storie di birre e birre perché non si può fare nient’altro qua, forse al massimo ogni tanto pippare o fumare qualcosa. O forse tormentarsi la cerniera.
Bullo esce dal bagno. Avanza sicuro, a scatti, sorridendo e tirando su col naso. Mi alzo e gli vado incontro perché ho cambiato idea. Offrimi ‘sto tiro, bello, amico mio, amico di sempre, uomo meraviglioso, che ‘sta serata altrimenti non finisce più.

Foto di Andrea Herman

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