Il colloquio

di Laura Marinelli

Azione – Antimonio

Scendo dalla macchina e i mocassini che ho lucidato per l’occasione si inzaccherano di poltiglia fangosa. Sono giorni che non piove ma la terra è bagnata. In campagna, con gli animali che ci sono, è normale. Credo di aver calpestato piscio.
C’è silenzio, è presto ed è ancora buio. Non chiudo occhio da ieri sera. Speriamo di non avere un calo di prestazione durante il colloquio, penso. Le assi che percorro per raggiungere il capannone sono piene di impronte melmose. Faccio attenzione a non scivolare.
Sono quasi le cinque. Il titolare mi ha dato appuntamento a quest’ora. Spero tenga conto della mia puntualità. Mi slaccio il bottone della giacca. Forse sono vestito troppo formale.
Nella stanza c’è un distributore di caffè; non lo desidero, mamma prima di uscire me ne ha preparati due. Mi metto seduto. La sedia ha un taglio sulla cucitura di stoffa da cui fuoriesce la gommapiuma. Dietro il bancone poco distante da me, la segretaria è già al lavoro.
«Dottore, mi dispiace farla attendere, il dottore arriverà a momenti» mi dice, sorridendo per il suo gioco di parole.
La guardo sistemarsi il mollettone tra i capelli, tira su le maniche del maglioncino. Le si scoprono i peli sull’avambraccio, ne ha anche sul labbro superiore e vicino le orecchie. Le sorrido, è simpatica. Chi pretendo di trovare, presentandomi per il posto da veterinario in un allevamento di mucche? A questo punto, le guardo anche il petto: è grosso e calante nonostante si intravedano i segni del reggiseno. Giulia invece… il seno ce l’ha piccolo.

«È elegante e a me piace. Vedrai che quando sarai mamma e allatterai ti crescerà.»
«Quando?»
«Quando troverò un lavoro.»
«E quando?»

Dalla porta entra il dottore Arrigo, trench e scarponcini, jeans sporchi e felpa sbrindellata.
«Scusi il ritardo, ho fatto prima una visita al capannone» mi dice.
Sento la stretta della sua mano. La mia risposta è una presa ancora più salda.
«Venga, si accomodi.»
Entriamo in una stanza e accende la luce. Le tapparelle sono abbassate. Due mosconi iniziano a volarmi intorno. Io non puzzo, penso imbarazzato. Andate a infestare il padrone.
«Accendo il pc. Ho salvato lì il suo curriculum» mi dice il dottore Arrigo. Poi guardando il monitor, aggiunge: «È un po’ lento ad avviarsi.»
«Non c’è problema» rispondo, mentre cerco di non badare agli insetti; ora entrambi posati sulla manica della mia giacca. Aspetto…

«Ma come? Avevi detto che scendevi sabato?»
«Mi hanno spostato la data dell’esame e devo studiare.»
«Ma non puoi venire anche solo per un giorno?»
«Amore, mi piacerebbe. Ma i biglietti del treno costano. Qui a Perugia non è come in paese, la vita è cara.»
«Gliel’hai detto ai tuoi che non torni?»
«Non ancora. Anzi, se senti mia madre non dirle che mi dispiace, altrimenti finisce che insieme alle uova e ai pomodori mi fa avere anche un vaglia. Non mi va di chiederle altro.»
«Allora le dico che muori dalla voglia di vederla… così scendi.»
«Resisti. Un mese passa in fretta.»

«Alleluia, il pc ce l’ha fatta» mi dice il dottor Arrigo, sorridendo.
«Dunque, ha trentacinque anni ed è del posto» continua, mantenendo l’espressione.
«Sì, sono ritornato da Perugia lo scorso inverno.»
«E si è laureato da quattro anni, giusto?»
«Sì»
«Bene. Abbiamo bisogno di personale formato e che non abbia tante pretese.»
«Sono quello che fa per voi.» Meglio partire in quarta, penso: non voglio dargli il tempo di chiedermi con quale voto sono uscito dall’università. «Ho studiato con impegno» continuo, «e ogni cosa che faccio, la faccio con entusiasmo. Quando posso cominciare?»
«Ah – ah!» Il titolare ride. È buon segno, penso. Ho imparato: non devo parlare di soldi, mi devo far vedere convito e volenteroso e dimostrare che ho voglia di fare.
Mi guarda e gli brillano gli occhi, forse ce l’ho fatta.
«Lei giovanotto mi piace» dice. Poi si alza in piedi e mi fa segno di seguirlo.
«Indossi questi stivali. Dovrebbero essere un numero 43.»
«Che coincidenza, porto il 43.»
«Allora è proprio destino» dice.
Sono emozionato. Mi tolgo le scarpe sostenendomi al muro e infilo le calosce.
Ieri sera forse non ho commesso un errore, al pensiero non c’ho dormito, ma è stato bello non frenarmi.

«Giovanni, ma sei pazzo?»
«Scusa amore, mi sono sbagliato.»
«Non abbiamo una casa nostra. Scopiamo ancora in macchina. Non hai un lavoro e che fai? Mi vieni dentro?»
«Domani all’azienda andrà bene. Giulia, domani andrà bene…»

Ora che sono qui, ne sono convinto più che mai.
Il dottor Arrigo mi precede di pochi passi. Lo seguo, il capannone non è distante. Si volta a vedere se ci sono e io gli sorrido.
Giulia, vorrei prendere il telefono e scriverti, ma sembrerebbe scortese, lui mi guarda. C’è sintonia con il proprietario, siamo coetanei. Diventeremo suoi amici, i nostri figli giocheranno insieme. Tu farai le crostate per tutti e diranno che non ne hanno mai mangiate di così buone. Vorranno sempre stare con noi, perché Giulia, siamo come loro.
Sento i muggiti arrivare dalla struttura, deve essere piena. Aspettano me: il veterinario. Non siamo ancora entrati nello spazio grande che già la puzza mi veste il corpo, manca l’aria. Ho visitato fattorie altre volte, ma qui il tanfo è insostenibile. Voglio respirare, ma non col naso, mi entra aria alla merda se lo faccio. Socchiudo le labbra, respiro attraverso la fessura dei denti, se prendo troppo ossigeno per una boccata, vomito.
«Non si preoccupi, si abituerà all’odore» mi dice il dottore Arrigo dandomi una manata sulla spalla.
«Venga, è qui che dovrà lavorare.»
È confermato. Ha detto: È qui che dovrà lavorare. Sento di avere più aria nei polmoni e sorrido a bocca aperta. Che c’entri la merda e pure tutte le mosche: ho un lavoro.
Strisce di plastica verticali separano la riserva dallo spazio interno dove sono le mucche. Il titolare si fa un varco per entrare, faccio lo stesso. Sollevo le bande trasparenti e mi infilo nel grande atrio. La mia bocca è chiusa, gli occhi no. Vedo.
Ammassi di carne ammucchiata. Sangue e pus tra mammelle sfruttate. Braccia in tutta la loro lunghezza infilate per iniettare sperma. Puzza di bruciato di corna recise. Vitelli strappati da braccia possenti dopo la leccata del bacio di mamma.

«E se qualcosa va male?»
«Ma Giulia, non ti preoccupare; i gatti partoriscono da soli.»
«Giovanni dai, stagli vicino. Sto più tranquilla.»
«Si. Come vuoi.»

Abbasso le palpebre. Non mi vede nessuno. Penso al tuo piccolo seno e al latte che ne sgorgherà. La vita, quella contadina dei nostri genitori; la nostra, quella che forse ti porti dentro.
Mi costringo ad aprire gli occhi. Li richiudo subito dopo.
«Dottore, lei si occuperà delle punture. Come saprà alcune mucche non fanno il latte se soffrono. Dovrà somministrare loro ossitocina, per il rilascio…»

Illustrazione di Antimonio

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