Umori

di Gian Marco Griffi

La porta della percezione – Antimonio

Randolfo stava illustrando a Clara la situazione.
“Quello che stai desiderando è molto stupido, Clara. Una cosa incredibilmente sciocca, dico davvero. La vita è molto più di quanto non dicano oggigiorno, è un insieme di umori e di respiri, di battiti cardiaci, di fluidi gastrici e di movimenti spastici dei muscoli. Queste sono tutte cose che non ti sono precluse, Clara, insieme al mestruo e a molte altre attività corporali. Vi sono anche altre attività, non lo nego, che sembrerebbero esserti precluse, ma dal nostro punto di vista sono assolutamente sopravvalutate”, disse.
“Non credo proprio”, rispose Clara. I suoi pensieri erano trasmessi a un elaboratore e tradotti in parole da una voce robotica.
“Eppure è così. Non riesco nemmeno a pensare qualcuna delle attività della vita a te precluse che non sia sistematicamente sopravvalutata. È tutta propaganda”.
“Forse non ti è chiara la mia posizione”.
“La tua posizione mi è chiarissima, Clara”, disse Randolfo, “non hai cognizione del dolore, della gioia, non puoi provare emozioni, non hai sensazione né del freddo né del caldo, il che se mi è permesso non è un male a prescindere”.
“Guardami”, disse Clara.
“Lo sto facendo, Clara. Ti sto guardando”, disse Randolfo. “Hai un corpo come tutte le altre donne, le gambe, le braccia, un utero perfettamente funzionante e molte altre cose in comune con qualunque altra donna. Prendi gli umori. Tu hai umori tali quali a quelli delle donne e degli uomini di tutto il mondo; non te ne devi vergognare, Clara. Certo l’infermità ha, come dire, degenerato alcune parti del tuo corpo, eppure questo lo devi accettare, poiché è stata la natura a importelo. L’etica impone sofferenza. È il correlativo oggettivo dell’esistere. E dunque, Clara, per concludere con la tua posizione, come la chiami tu, essa non è tanto diversa da quella di molte altre persone, di molte altre donne”.
“Non credo che le cose stiano esattamente come dici”.
“Sto provando a farti ragionare”, disse Randolfo, “affinché il dubbio e l’angoscia non s’insinuino nei cuori degli altri cittadini”.
“Io vocabolo non riconosciuto il dubbio e l’ vocabolo non riconosciuto nei cuori dei cittadini?”, domandò Clara.
“Volevi domandarmi se tu insinui il dubbio e l’angoscia nei cuori dei cittadini? È questo che volevi domandarmi, Clara? Precisamente. Voglio essere molto sincero con te, Clara. Sono pagato per essere onesto e sincero con le persone come te. Tu sei un vegetale Clara, sei una donna inequivocabilmente e irrimediabilmente raccapricciante, la vista del tuo corpo può risultare ripugnante; puzzi, Clara, hai bave che ti fuoriescono dall’angolo della bocca, la tua fisionomia è stata pesantemente deformata e, per dirla tutta, da un punto di vista strettamente sociale sei quasi completamente inutile. Qualcuno sostiene perfino che sei dannosa, Clara”, disse Randolfo, e si sfregò i dorsi delle mani, compiacendosi di quell’azione così semplice e solenne. “Dannosa per il tuo ex marito, per i tuoi legali, per i dottori che ti hanno in cura”. Si accostò al letto di Clara. Il letto si trovava in una stanza ammobiliata alla periferia di Asti. Faceva freddo, ma il freddo era necessario per il funzionamento dei macchinari. “Tuttavia non sei ancora morta, Clara, e perciò il tuo corpo e la tua vita non competono a te, bensì a qualcosa di superiore; in altre parole, Clara, noi non riteniamo che tu sia dannosa, noi riteniamo che tu sia fondamentale”.
“Per l’amor del cielo, Randolfo”.
“È precisamente quel tipo di amore che sto cercando di porre alla tua attenzione”, disse Randolfo. “quel tipo di amore, Clara, non desidera la morte, ma la vita. Sempre e in ogni caso. Pensaci, Clara. Lo sai perché sono qui?”.
“Per via della lettera?”.
“Brava, Clara. Sono qui perché tu hai dettato una lettera al tuo avvocato affinché fosse pubblicata su tutti i quotidiani del nostro Paese. E non solo, Clara. Sono qui per farti cambiare idea, affinché tu possa diventare per tutti un esempio di giustizia, non di ingiustizia. Un esempio di moralità, non di dissoluzione”.
Randolfo osservò l’impotenza di Clara e le alzò le palpebre. Il bianco dei suoi occhi era costante, misero, eterno.
“Non voglio mentirti, Clara. Questa meravigliosa parte del tuo volto dove nascondi gli occhi è stata completamente corrotta dalla malattia. Ma non progredirà. Resterà tale e quale per anni, forse per sempre”, disse.
“Vieni al dunque”, disse Clara.
“Bene, Clara. Veniamo al dunque, in altre parole alla tua, come dire, lettera. L’abbiamo letta attentamente. Oh non ti preoccupare, non è molto lunga, non ci ha preso molto tempo. Alla fine abbiamo convenuto che è piena zeppa di imprecisioni e inesattezze”.
“Quali sarebbero queste vocabolo non riconosciuto?”, chiese Clara.
“Hai scritto un mucchio di balle, Clara”.
La breve lettera di Clara era stata pubblicata da tutti i maggiori quotidiani. Randolfo ne aprì uno di quelli che aveva portato con sé e cominciò a leggerne alcuni passi.

“Com’è che hai fatto scrivere, Clara?”, domandò Randolfo. “L’umiliazione che sono costretta a subire ogni giorno, ogni ora, ogni secondo della mia inutile vita si sta facendo sempre più insopportabile. La lucidità dei miei pensieri si affievolisce. Non sento nulla. Ho paura. Vorrei che il mio nome fosse dimenticato per sempre. A tutti voi, alle autorità, a Dio, non chiedo altro che morire velocemente, in pace, senza disturbare nessuno. È questo che hai dettato al tuo avvocato, Clara?”.

“È ciò che ho dettato”, sussurrò Clara.
“Che accozzaglia di banalità!”, disse Randolfo. “Hai elencato una serie di azioni sopravvalutate. Il cielo, Clara, è sopravvalutato. E poi questo non ti rende una difforme. Ci sono moltissime persone che il cielo non lo vedono mai. In centro ad Asti possono passare settimane tra un avvistamento del cielo e l’altro. E in campagna, Clara, debbono preoccuparsi di ben altre questioni; il cielo non sanno neppure più cos’è. Parli di mare, Clara, ma non ti rendi conto che ci sono persone che il mare non l’hanno mai visto? Non per questo chiedono di morire. Tu credi di non avere scelta, e ciò potrebbe essere vero, ma puoi immaginare quante persone su questa terra non hanno scelta? Loro non chiedono di morire. Pensa a quanto ti ho detto prima, pensa che potresti addirittura generare un figlio!”
“Vuoi per caso scopare?”.
“Non essere disgustosa, Clara”.
“E a cosa mi servirebbe vocabolo non riconosciuto un vocabolo non riconosciuto?”, chiese Clara dopo aver riflettuto.
“Non pensi alle donne che non hanno avuto la fortuna di poter generare un figlio, Clara?”, disse Randolfo, “non ti sfiorano neppure gli interessi del tuo popolo, della tua terra? Sei un’egoista. Non puoi parlare, ma puoi comunicare. Io sto comunicando con te, Clara”.
“E questo lo chiami comunicare?”.
“Certo, l’apparecchio va perfezionato. So che riconosce soltanto qualche centinaia di parole. Ma che caspita, Clara, chi usa più parole oggigiorno?”.
“Voglio solo vocabolo non riconosciuto, niente altro. Senza disturbare nessuno”, disse Clara.
“Sei un’ingenua, Clara. Sei davvero convinta di non disturbare nessuno, morendo? Ti garantisco che disturberesti qualcuno. Disturberesti noi, Clara. Noi che crediamo nelle infinite possibilità di Dio e nei suoi miracoli, noi che crediamo nella Verità della Chiesa e nell’Autorità della Legge. Non pensi a noi, Clara? Noi stiamo pensando a te. Le massime autorità religiose e politiche, il Presidente in persona, sono tutti preoccupati per te, per la tua vita”.
“A loro cosa importa della mia vita?”, chiese Clara.
“Non comincerai anche tu con la storiella delle autorità politiche e religiose dipinte come persone disumane preoccupate di tutelare esclusivamente i propri interessi? Non ti sembra un tantino, come dire, banale, Clara? È quello che i mediocri vogliono farti credere. Tua madre e il tuo avvocato vogliono fartelo credere, Clara, perché loro sono dei mediocri. Ma le autorità, Clara, rappresentano la risposta alla mediocrità, altrimenti non starebbero lì a esercitare il loro potere, cosa che invece fanno. Le autorità sono preoccupate per te sinceramente. Stanno curando i tuoi interessi. Che poi i tuoi interessi, cioè tu, Clara, la tua vita, coincidano con i loro interessi, Clara, beh, Clara, possiamo forse incolparli per questa coincidenza? Non lo pensi anche tu?”, disse Randolfo.
“Non lo penso”.
“Sei una testarda, Clara. Hai raccontato un mucchio di balle alla gente comune, e questo è un male. La gente comune è suggestionabile ed eccitabile, Clara, si lascia trascinare dalle emozioni. La gente comune è mediocre, Clara. A tredici anni sei finita in caserma per uno spinello, non è vero? A diciassette anni ti hanno accusata di aver rubato in una biblioteca. Ti hanno scoperta, Clara, ma hanno chiuso un occhio. Quante volte hai barato agli esami universitari? Quante volte i professori ti hanno aiutata? Sei una bugiarda, Clara. Inoltre il vocabolo che il tuo avvocato ha tradotto dall’apparecchio, il vocabolo morire, Clara, non è riconosciuto, quindi è impossibile che tu abbia potuto dettarglielo. È stata una sua interpretazione, Clara, una truffa”, disse Randolfo.
“Sono stata chiarissima”, disse Clara.
“Chiarissima, Clara? E come? Come possiamo essere certi che tu abbia dettato il vocabolo morire?”, domandò Randolfo.
“Il vocabolo non riconosciuto sul mio comodino”, disse Clara.
“Intendi il libro? Quale libro? Questo libro, Clara?”, disse Randolfo prendendo il libro dal comodino.
“Quel vocabolo non riconosciuto”, disse Clara.
“Il Satyricon”, disse Randolfo sfogliando il libro, “di Petronio Arbitro. Una lettura inconsueta. Sono stupito. Ti piacciono i latini, Clara? Sono una cannonata, non è vero? Ma non capisco come questo possa cambiare le cose”.
“Sono stanca di questa umiliazione”.
“L’umiliazione, Clara, è una delle peculiarità di Nostro Signore. Sei forse atea Clara? No che non lo sei. So che non lo sei. Come puoi pensare di esserlo, nella tua posizione?”.
“Non sono atea. È uno dei motivi per cui voglio vocabolo non riconosciuto”.
“Certo tu ti riferisci alla fantomatica vita dopo la morte, di cui si fa un gran parlare. È questo cui ti riferisci, Clara?”.
“La possibilità di un posto migliore”.
“Ma quel tipo di posto, Clara, sarà riservato a persone che hanno lungamente sofferto e pregato, a persone che non hanno rinunciato a vivere per un capriccio. Pensavi di scamparla così, Clara? Non sai cos’è la sofferenza? La passione? Sono cose necessarie, Clara, per aspirare a quel posto migliore”.
“Io non posso sentire niente”.
“No, tu non puoi più provare la sofferenza. E allora perché morire, Clara? Sai quanta gente soffre? Moltissima. Ci sono diritti umani inalienabili da rispettare. La tua morte contravverrebbe inesorabilmente a questi diritti”, disse Randolfo.
“Non ho il diritto di vocabolo non riconosciuto?”, domandò Clara.
“No, Clara, morire non è un diritto, ma un dovere con cui ciascuno di noi dovrà confrontarsi, un giorno. Ma questo giorno non lo possiamo decidere noi, Clara. Nessuno può deciderlo”.
“Sono così da sette anni, pensi che non abbia avuto il tempo di decidere?”.
“Brutta mongoloide”, esclamò Randolfo, “ameba che non sei altro. Smetti immediatamente di comportarti in questo modo ottuso e immorale. Hai profondamente deluso tutti gli uomini che credono nella possibilità di una grazia, tutti gli uomini che lottano ogni giorno per tornare a casa dalle proprie famiglie. Hai deluso tutti, Clara”.
“Non ci credo”.
“Credimi, Clara. A me puoi credere. Tu devi vivere poiché il tuo momento non è giunto, Clara. È il tuo destino. Ti abbiamo letto la mano, abbiamo usato tutti i mezzi divinatori in nostro possesso. Tu credi nei nostri mezzi divinatori, Clara? Sei una buona cittadina?”.
“Lo sono stata”.
“Devi esserlo ancora, Clara, e a maggior ragione, poiché noi non ti abbandoneremo.
Guardami, Clara. So che non puoi vedermi, ma puoi immaginarmi. Come mi immagini, Clara? Io rappresento i buoni, Clara. A chi ti vuole lasciare morire, importa di te davvero, Clara?”.
“Gli importa la libertà”.
“Libertà? E che libertà c’è nella morte, Clara?”
“Mi sembra che tu sia un po’ troppo superficiale, Randolfo”.
“Certe questioni vanno affrontate con superficialità, Clara, non possiamo essere in ogni momento profondi”.
“Non mi pare”.
“Ti abbiamo forse abbandonato al tuo destino? Siamo qui, con te, per aiutarti. Per curarti, Clara, poiché tu hai bisogno di noi. Non puoi morire adesso, così. Un giorno potrai morire, ma non adesso. Adesso devi vivere, Clara, poiché questa è l’unica alternativa che hai”.
“Credo che vocabolo non riconosciuto ci sia eccome, Randolfo”.
“Non parlarmi di alternative, Clara. Il passeggero di un treno ha alternative. Queste alternative prevedono che lui possa andare in una direzione o in un’altra, perché questo prevede la rete ferroviaria, Clara. C’è in ballo la ragionevolezza. Qui stiamo parlando di vita e morte, Clara, del tuo futuro. Noi abbiamo badato a favorire condizioni ragionevoli per la tua vita, Clara, scongiurando quelle illogiche. In questi termini, la morte non è un’alternativa, te ne renderai conto”.
“Mi vocabolo non riconosciuto addosso vocabolo non riconosciuto volte al giorno”.
“Qualcuno si è mai lamentato di doverti togliere la merda di dosso?”, disse Randolfo, “le infermiere sono state scortesi? Le faremo sostituire con le migliori a nostra disposizione”.
“Le vocabolo non riconosciuto vanno bene”, disse Clara.
“E allora perché lamentarsi, Clara? Forse perché le invidi? Invidi la loro vita, i loro vestiti? Invidi le loro gambe, le loro braccia, la loro vista? Invidi le infermiere, Clara?”.
“Non le invidio”.
“Potrei portarti un vestito nuovo. Lo comprerò io stesso per te; una gonna a fiori azzurri e gialli. Stiamo andando verso la bella stagione. Ti sentiresti meglio. Dovresti truccarti, Clara. Depilarti. Ti crescono i peli, giacché questa è la vita: umori, flussi, peli che crescono, capelli che imbiancano”, disse Randolfo.
“Vorrei solo vocabolo non riconosciuto”, disse Clara.
“Morire, Clara, non ti farà stare meglio. Inoltre farà stare molto peggio tutti noi. Pensa al tuo avvocato, ai dottori. Saranno tutti indagati, Clara. Accusati e incarcerati. Sei sicura di volerlo, Clara?”
“È per questo che ho scritto la lettera. Per cambiare le cose”.
“Cambiare le cose, Clara?”, disse Randolfo, “andando contro i diritti umani? Andando contro la nostra morale, accettata ed esercitata dalla maggior parte delle brave persone? È questo che vuoi, Clara? Cambiare le cose in peggio? Vuoi promulgare l’assassinio, Clara? Vuoi diffondere la pratica del suicidio abusivo e selvaggio?”.
Vocabolo non riconosciuto”, disse Clara fermamente.
“Sei ingiusta, Clara. Tu devi vivere poiché sei un simbolo, questo lo comprendi? I simboli stanno perdendo valore. Sono alleggeriti, insufficienti, controproducenti. Per le persone normali la vita è solo vita. La morte, quando li coglierà, sarà solo morte. Ma per te, Clara, la vita può ancora simboleggiare qualcosa, un’incarnazione di significati, una metafora profonda, limpida. Tu non ti appartieni, Clara, tu appartieni a noi. Appartieni a Dio, questo è certo, ma appartieni anche a noi”.
Clara tentò di parlare, ma si sentiva stanca.
Randolfo si alzò in piedi e appoggiò una mano sul macchinario. Accarezzò il traduttore di parole con quella preziosa parte della mano che contiene il palmo.
“Te lo toglieremo, Clara. Entro tre giorni. Abbiamo ritenuto che tu non debba più affaticarti inutilmente. Inoltre le tue parole sono state ritenute, come dire, inopportune. Hai bisogno di riposare, Clara”, disse Randolfo.
Clara sembrò più stupita che affranta.
“Vorresti piangere, Clara? Puoi farlo, come tutte le altre donne. E lo fai spesso, anche se non te ne rendi conto. Non sono proprio lacrime, Clara, sono più umori. Sono umori giallicci che solcano quella splendida parte del tuo volto in cui hai le gote”.
Ci fu un lungo silenzio, durante il quale uno degli assistenti di Clara si accese una sigaretta e provò a dire qualcosa, ma fu fatto tacere immediatamente.
“Tra l’altro, Clara”, disse Randolfo, “ti ho portato un regalo. Un paio di scarpe. Ti piacerebbe indossare un paio di Nike, Clara? Sarebbe qualcosa di, come dire, innovativo, non credi? Non pretendiamo certo che tu riesca a camminare, Clara, è impossibile, ma abbiamo pensato che un po’ di comunanza col resto dei cittadini non possa che farti bene”.
Clara non disse nulla.
Entrò un’infermiera; estrasse da una busta di plastica un paio di Nike Revolution 5 da runner blu e rosse, poi con estrema precisione infilò prima la scarpa destra, poi la scarpa sinistra ai piedi varicosi di Clara.
“Stai benissimo, Clara”, disse Randolfo. “Dovresti vederti”.
Clara provò a immaginarsi intenta a piangere, ma non ci riuscì.
“Arrivederci, Clara”, disse Randolfo.
Clara non disse nulla.
Prima di uscire dalla stanza, Randolfo la guardò distrattamente negli occhi, quella splendida parte del volto in cui alle altre donne crescono le iridi.

Questo racconto è tratto dalla raccolta di racconti di Gian Marco Griffi “Più segreti degli angeli sono i suicidi”. Sono presenti delle minime variazioni rispetto al testo edito. In particolare, la versione presente qui è la prima scritta dall’autore.

La foto è di Antimonio.

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