Iperyque

di Mario Bianco

Fossilizzazione – Julio Armenante

Fu anche l’ultima frase dell’anziana signora Ortolani Ersilia, fedelissima e avveduta cliente, a buttarlo giù: – Lo sa, lei, signor Iperyque? Lei sembra uscito da un romanzo di Garcia Marquez… Non glie l’avevo mai detto, ma oggi, non so, scusi, ha una faccia così stranita e perplessa…”
E lui, Garcia Marquez, non l’aveva retto mai.
Si era sforzato, sì, come di dovere, perché il rivenditore deve garantire ed elogiare la merce che propone: però ora era più propenso al verbo “propina” piuttosto che “propone”. Altro che realismo magico! Proprio in quel momento avrebbe avuto bisogno di un solido realismo di mattoni sesquipedali e massi megalitici, colonne d’acciaio, pilastri di bronzo.
Una stretta allo stomaco, lenta e fonda, pareva lo stesse consumando, si propagava sulla faccia, gliela rigava, gli strizzava gli occhi, rendeva le sopracciglia simili a due barre scure inclinate, cadute verso il basso: come le vendite de-cadute, precipitate. La recessione stava facendo sentire i suoi morsi, da parecchio tempo; i libri  da vendere, quasi unica sua fonte di reddito parevano la cosa meno solida esistente sotto i suoi piedi.
Aveva pure dovuto “sganciare” i suoi due venditori, definiti, fino a tre anni prima, pomposamente agenti, i disperati Dimitri e Romualdo, un rumeno e un ecuadoriano, che sarebbero andati a sbattere testa e cassa in qualche parrocchia, mah…
Già a malapena sopravvivevano. Avevano fatto certe facce…
“Venditore di opere di cultura” o meglio carta stampata, porta a porta, pressoché in nero, con collaboratori esterni, suonava ora malissimo.
Anche il suo cognome inconsueto gli risultava ributtante, già non l’aveva mai digerito perché era il nome di nessuna famiglia, forse roba affibbiatagli da suora missionaria con nostalgie erboristiche latino/americane.
Era nato presumibilmente a Collegno (TO) da m.i. e n.n. e si teneva addosso quell’Iperyque del cazzo come una cappa di pesanti girasoli appassiti, nati magari in Perù e fetenti di rancido.
E gli erano calate le vendite vertiginosamente, e i suoi fondi erano andati giù di brutto, ché per cretina, irrazionale simpatia aveva acquistato quelli argentini. Virginia, la seconda moglie lo perseguitava, per via legale e con innumerevoli, merdose telefonate, reclamando gli alimenti evasi furbescamente.
Ecco, ci voleva forse un angelo colombiano, un cherubino delle Ande che precipitasse giù, lì vicino a lui, con una sporta di dollari in oro, o una cicogna recante appiccato al lungo becco  un fagottone di euro.
Perciò il realismo magico gli stava sulle palle, perché non cascano mai celestiali creature, ti cadono i testicoli magari, ti si seccano gli occhi, la lingua, la gola, ti viene voglia di spararti e non hai neanche più voglia di piangere.
Invece di pioggia di angeli, c’erano offerte a diluvio di piccole case editrici che gli proponevano cataloghi, interi magazzini a prezzi ridicoli, da svendere a domicilio, ma il mercato suo era quasi crollato, miseramente.
Iperyque si guardava le mani come non fossero più sue.
Avrebbe voluto che non gli appartenessero più, avrebbe desiderato che si muovessero da sole a fare, a cercare, a forgiare, a inventare, a scavare un tesoro, a scovare la tomba d’un faraone, d’un lucumone, magari d’un lumacone tutto aureo, una gigantesca chiocciola che rilasciava nel suo sterile cortile bave preziose di smeraldi, topazi, zaffiri: roba solida, molto in rialzo, beni rifugio, già.
Le mani istintivamente si muovevano, invece, per cacciare le ultime due mosche meschine e ottobrine che lo tormentavano in cucina; si posavano sulla forchetta unta e poi sul suo naso, sul mento, sul collo, sulle sopracciglia boscose per cercarvi forse funghi o misteriosi miceli.
Le mani del sig. Iperyque febbrilmente si agitavano e avrebbero voluto, poi, proprio loro, simmetricamente avanzare valicando spazi temporali per afferrare il collo, numerose strozze, gole, cannarozzi di personaggi ben noti: presidenti di stati, direttori di banche, affaristi diabolici e vampiri succhiasangue, quei maledetti yuppies, i brokers che con i loro schifosi hedge funds: quei cosi, detti derivati, i mutui subprime, lo avevano mandato in rovina.
Le sue mani tastavano carni floride, guance ben rasate, baveri di ricche giacche, colletti di finissimo cotone americano, cravatte di gran firma, orologi di Bulgari & Cartier, lisciavano figure immobili, quasi statuarie, simili a monumenti di condottieri romani, poi si chiudevano a tenaglia e strappavano, strozzavano, stracciavano, martellavano e minuzzavano in mille frammenti i gloriosi cortigiani e servi del capitale mondiale.
Quindi scendevano lente le sue mani, stanche di tanta fatica e strazio, e ritornavano alle sue guance. Avevano ritrovato mestamente il loro padrone e agente, e gli davano uno schiaffetto, così, d’incoraggiamento.

Iperyque, a tal punto, si fermò, lì, in cucina: appoggiò quelle sue mani al telaio della finestra, e guardò più in là, oltre i rivoli che scorrevano sui vetri e vide il cortile, e nel cortile gli stentati quattro pioppi, e scendere pioggia tanta, e vento che l’agitava, con essa un turbine di foglie gialle lucenti spiccate da un albero, dorate come un fiore d’iperico: iperico come il suo detestato cognome.
E la sua rabbia gradualmente si mutò in una grande tristezza, e la furia divenne meno trafiggente, infestante.
Intravide quei barbagli dorati in un barlume di strana coscienza, e se li immaginò come l’anime o presenze dei genitori suoi sconosciuti, che scendevano come frange a vilupparlo, a nasconderlo, a medicarlo, forse a proteggerlo.

Foto di Julio Armenante

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