Il silenzio

di Chiara Venuto

Senza titolo – Chiara Venuto

La schiena completamente rilassata contro il materasso, il piede destro sul polpaccio della gamba sinistra, piegata sul letto. Gli occhi blu fissavano il pallore del soffitto, il lampadario assente. Nemmeno quello riusciva a schiarirli. La luce forte del mattino batteva contro le fessure della portafinestra, eppure vi entrava a rilento, come il passaggio netto di una lumaca. Il suo corpo era spaccato dai raggi, per poi delinearsi in pochi violenti tratti sul vetro, che lo corteggiava di lato.

La mano si muoveva, nuda, sul lenzuolo, e ne toccava la fibra morbida. Il lettino andava spostato, oggi. Lo attendeva dall’altro lato della stanza, gabbia spoglia e silenziosa. Il filo del carillon azzurro si era incastrato a metà carica.

La vasca sembrava riflettere un cielo limpido. Vi si immerse lentamente, dai piedi al sedere cadente, e stette ad osservarsi le bruciature che rigavano il dorso dei suoi piedi. Le tracciò con la punta dell’alluce come fossero le crepe del marciapiede lungo la via di casa, con cui uno gioca al ritorno da scuola. Si toccò il membro, con un sapore metallico in bocca, quell’amaro che precede le grandi occasioni.

Con l’accappatoio pigramente allacciato si diresse verso la cucina. Lucia stava mangiando i cereali al miele molli di latte. I suoi occhietti lucidi fissavano lo schermo del televisore, dove Masha era rincorsa da Orso nel bosco. La mattina era difficile per tutti. Osservò la frangetta della figlia senza nemmeno vederla. Nel mentre, sorseggiava il caffè dalla tazzina azzurro Chefchaouen, quella spaccata.

Buongiorno, gli venne incontro Penelope, abbracciandolo da un lato. Il suo seno molle premette sul suo avambraccio. Le sorrise di sbieco, baciandole la tempia. Devo scappare, porti tu Lucia a scuola?, Ma certo. All’ingresso, la moglie tolse accuratamente le pantofole bianche, e le sostituì con un paio di stivali lunghi. La trovò attraente. La porta si chiuse alle spalle della donna.

Ripensò a suo padre, quando andava al lavoro mentre lui era ancora tra le coperte. Gli ingranaggi delle porte erano per lui rito, e per sfuggire alla divinità crudele lui stringeva gli occhi. Ma non bastava mai a scomparire del tutto. Sentì i denti grattarsi e spostò lo sguardo verso la tazza della figlia. Hai giocato di nuovo coi colori indelebili, le disse senza aspettarsi risposta. Le toccò le mani, premendo coi polpastrelli sulle tracce, cercando invano di farle andare via. Stavo colorando il cielo, gli rispose lei, con la testa piegata di lato pur di non staccare gli occhi dallo schermo.

Sentì le dita scavare nel piccolo palmo, e la bambina si lamentò per il dolore. Si risvegliò dai suoi pensieri, e la liberò dalla morsa. Scusa, amore, però ora vai in bagno a prepararti, le ordinò mentre sistemava la cucina. La spugna abrasiva grattava via i residui di cereali mentre lui, ad occhi chiusi, contava i respiri. Le mani cominciarono ad arrossarsi sotto il getto di acqua bollente. Dopo qualche secondo, saltò in aria, facendo cadere tutto sul lavello. Chiuse l’acqua. Sistemerò dopo. Premette lo straccio contro le nocche.

Si sedette sul divano. Sfogliò lentamente le pagine del quotidiano del giorno prima. Nella pagina dedicata agli annunci di lavoro, Penelope ne aveva cerchiati un paio con tratti decisi di penna blu. Chiamali!! aveva scritto, con un cuoricino accanto. Sospirò, e vide i suoi polsi definirsi per la rabbia, mentre i fogli si accartocciavano.

Aiuto, papà, urlò la figlia, e l’uomo si avvicinò con passo pesante alla porta del bagno. Che succede, Lucia, disse con un filo di voce. Ebbe paura di entrare. Si aggiustò l’accappatoio alla cintola. Papà, sangue. La bambina era caduta. Già stanco, guardò la pelle della bambina, così bianca, sulle mattonelle chiare. Qualche goccia di sangue.

La prese in braccio e la poggiò sul bordo della vasca. Lucia, ora passa tutto, ma tu non devi dire niente alla mamma né a nessuno, sussurrò. Lucia, me lo devi promettere, da brava bimba. Vedrai che questo gioco farà passare tutto.

Consumò l’inconsumabile. Poi, accompagnò la piccola alla scuola materna. Vagò per le viuzze di Vittoria a lungo. Si sentì forte, come se finalmente si fosse iniettato la droga della sua vita. Tutto ricominciò ad avere senso, in quelle ore. Uscì dalla macchina, nella foga dimenticò il portafoglio, dovette tornarvi, poi entrò nella compagnia assicurativa, fece il colloquio, Ci sentiremo nei prossimi giorni, Ma certo.

Di nuovo alla luce del sole, ritornò in macchina. Aggiustò il sedere sul sedile, tastò il volante, scrocchiò il collo. Mise la cintura di sicurezza. Mandò un messaggio alla moglie, Sono andato, pare gli sia piaciuto. A casa lo aspettava una festa. Premette la frizione, girò la chiave, il portachiavi a forma di delfino tintinnò.

Fermo al semaforo, si grattò la barba sotto il mento. Una donna attraversò la strada con un cane al guinzaglio. Forse dovremmo prendere un cane, è di compagnia. Era bello giocare con Tito, quando ero bambino. All’improvviso sentì una profonda tristezza crescergli in petto, un vuoto incolmabile. Si fermò al minimarket all’angolo sotto casa. Comprò le patatine e una bottiglia di Spritz, quello che costava meno.

Pulì le scarpe sul tappetino ed entrò in casa. Tutto sembrava così pulito, intoccato. Ogni cosa, seppur nel disordine, sembrava perfetta. Sentì il vuoto crescere di nuovo nel suo stomaco. Posò la spesa sul tavolo del salotto. Bentornato, disse Penelope, con un sorriso frizzante. Lucia continuò a guardare il tablet, seduta in un angolino del corridoio. Ma non sembrava guardarlo. Forse era lui a vedere oltre la realtà.

Buonasera, amore, disse alla moglie. La baciò sul naso. Tutto bene al lavoro, le chiese, Ma che cosa dici? Stasera devi essere tu a raccontare. Parlarono un po’, poi lui aprì la bottiglia e versò l’aperitivo in due bicchieri. Lucia, vuoi le patatine, ma nessuna risposta. Lasciò un contenitore accanto a lei, in silenzio. Raccontò ancora qualcosa alla moglie, poi pensarono fosse l’ora di riposare. Era stata una lunga giornata.

Si guardò allo specchio, e il suo volto gli apparve nuovo. I suoi occhi quasi tradirono una profondità diversa, uno strato che prima non c’era. Si lavò la faccia. Aprì la porta della stanza. La trovò nuda sul letto. Sì, ora passa tutto.

Foto di Chiara Venuto

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