A te e famiglia

di Elena Ciurli

Ordigno fine di mondo – Antimonio

L’ago iniziò a salire che avevo dieci anni: nel mio sistema qualcosa s’inceppò e cominciai a lievitare come quelle torte alla crema che mia nonna mi faceva divorare a merenda. Mia madre e mio padre erano sempre a lavoro o all’inaugurazione di qualche mostra, o magari a un convegno di cui mi vedevo bene di scordare gli argomenti.
Nonna mi riempiva del suo amore di burro e farina e io nutrivo il mio muro lipidico, che mi teneva alla giusta distanza da tutto.
Mio padre, stimato dentista e pittore per passione, si limitava a dirmi di lavarmi bene con lo spazzolino elettrico, e anche con il filo interdentale, che gli zuccheri sono nemici dei denti. Mia madre, sua fedele segretaria, mi guardava come fossi un cucciolo di foca, un essere in estinzione da proteggere, da far crescere assecondando ogni suo desiderio.
Le case di Barbie che mi venivano portate in dono erano sempre più accessoriate, i camper più spaziosi, i Ken più belli. E intanto l’ago andava su e io mi facevo tutta di panna.
Bella ciccia di nonna, sei tenera come la mollica zuppa di latte.
Ci sono stati dei momenti in cui avrei solo voluto prendere quella frase e rispedirgliela indietro fino alle corde vocali e poi all’esofago, fino a farla uscire da quel suo culo secco.
Baci e abbracci dei miei genitori venivano regalati con fatica e per le ricorrenze più importanti del calendario. Un copia e incolla sempre uguale, nessuno sbaglio, niente spazio per le esitazioni.
Quando decisi di iscrivermi al liceo artistico mio padre ci tenne a dirmi che comunque non dovevo farmi illusioni, perché di pittori ce ne sono già tanti in giro, guarda me Alessia, ho un grande talento, eppure non ho mai sfondato davvero. Fortuna che ho studiato altro, sennò come la mantenevo la mia maialina. I miei mi hanno sempre sostenuta, contrariata mai.
La mia classe era una massa informe di chiome colorate, creste, una discreta quantità di piercing e acne giovanile. Più abbozzi di donne, che schizzi di maschi.
Il primo giorno arrivai in ritardo, localizzai l’ultimo posto libero, prima fila accanto alla finestra, vicino a Filippo. Era più o meno la metà di me, sia in larghezza, che in altezza. Ci scambiammo un primo sguardo smarrito, a cui lui aggiunse un sorriso con i denti sporgenti e apparecchio in metallo.
Sentivo l’odore delle nostre paure: il sudore adolescenziale che non perdona senza un adeguato deodorante aggressivo. La nostra amicizia fiorì come un’eruzione cutanea nell’ora di ricreazione: noi due seduti sulla scala antincendio a fumare drummini, io che non sapevo rollare, lui che se ne accorse e mi porse la sua. Tutti gli altri presi con le rispettive tempeste ormonali.
Io e Filippo eravamo come due spettatori di un cinema porno, entrati di nascosto senza aver pagato il biglietto. Nessuno ci parlava, ma neanche ci scassava le palle, eravamo la tappezzeria di chewing gum masticati sulle mura del nostro liceo.
– Mi piace il tuo smalto, disse Filippo detto Pippi toccandomi l’unghia dell’indice.
– Se vuoi te lo presto, risposi. – Però ci mette molto ad asciugare, io mi aiuto col phon.
– Perché non mi inviti a casa tua e me lo metti tu Alessia?
– Andata. Facciamo domani pomeriggio dopo la scuola.
Quello fu il primo di una lunga serie di pomeriggi nella mia camera a soppalco, armadio a 4 ante, scarpiera e secrétaire con tutto il meglio per trucco e parrucco.
Io non avevo scelto neanche un paio di mutande in quel guardaroba. Aveva pensato a tutto mamma, o meglio, la sua personal shopper che per diritto d’eredità si era poi trasformata nella mia.
Fosse stato per me sarei uscita tutti i giorni in tuta e sneakers, invece, mi vestivo come una obesa alla moda, come ci teneva a sottolineare la nostra rappresentante di classe. Lei era non solo banalmente bella, alta e magra, ma anche intelligente, simpatica, impegnata in attività sociali che non perdeva mai occasione di mettere in ottima mostra. Però aveva le caviglie grosse, sproporzionate rispetto alla coscia e ai polpacci. Sembravano posticce, e in fondo, la rendevano umana ai miei occhi. Per compensare l’invidia che provavo nei suoi confronti, ogni tanto mi mettevo a fissarle le caviglie: Luisa diventava solo quel dettaglio dissonante e la panna che avevo nelle vene si faceva meno acida. Mi disgustava e attraeva allo stesso tempo. Mi sarebbe bastato che mi avesse chiamata per nome, mi avesse invitata almeno una volta a casa sua per una merenda, o mi avesse rivolto parola in pubblico, magari di fronte alle nostre madri, per dimostrare al mondo la mia esistenza.
Io e Pippi trascorrevamo le nostre ore insieme truccandoci e vestendoci da principesse punk: ci piacevano il tulle nero e fluo, le calze a rete smagliate, le parrucche color arcobaleno. Mettevamo la musica a tutto volume e danzavamo nei nostri abiti fino a svenire per terra senza fiato. Passavamo dai Pantera, a Marylin Manson, ma nei momenti di romanticismo, ci concedevamo qualche ballata con i Goo Goo Dolls e i Cranberries.
– Posso provare a baciarti? Intendo con la lingua e tutto il resto, mi disse Pippi mettendomi la mano
moscia sulla spalla.
– Ok, risposi. Chiusi gli occhi aprendo leggermente la bocca. Il suo sapore era dolce e leggermente speziato, merito dei chewing gum alla cannella che aveva sempre tra i denti.
Le nostre lingue si intrecciarono meccanicamente per qualche minuto, io riaprii gli occhi, lui li aveva chiusi. Entrambi con le braccia immobili, stese rigide lungo il corpo. Il momento del distacco venne enfatizzato da un mio violento starnuto.
– Ti è piaciuto? – Gli chiesi
– No, rispose lui.
– Neanche a me, dissi sorridendo. – Però se vuoi qualche volta possiamo rifarlo per esercitarci per quando baceremo davvero qualcuno.
– Ok, per me nessun problema Ale.
Le vacanze di Natale di quell’anno scolastico i miei decisero di rimanere a casa. Niente fuga allo chalet di montagna dei nonni e per me più tempo libero da trascorrere con Pippi. L’argomento principale di quei giorni era la festa di compleanno di Luisa, che era anche Capodanno, giusto per farla essere ancora più unica. Anche Pippi la detestava per effetto osmosi e per qualche simpatico episodio che avevamo condiviso.
Quella mattina di fine ottobre avevo le mestruazioni e un discreto mal di testa. Trascorsi la prima ora di lezione a contorcermi sulla sedia in preda a forti dolori addominali. Cercai disperatamente nello zaino quella bustina di antidolorifico che portavo sempre con me: nulla, solo le briciole dei crackers che avevo mangiato il giorno prima. I crampi aumentavano e con essi, inesorabile, si fece largo la nausea.
– Sto per vomitare, dissi a Pippi.
Doveva aver fumato parecchio prima di entrare in classe perché mi guardò con due capocchie di spilli, affaticato dalla messa a fuoco.
Mi alzai di corsa e andai verso la porta, con la mano a coprirmi la bocca. La professoressa capì che non c’era tempo da perdere e fece un segno di assenso con la testa.
– Scusi professoressa! Non si può uscire senza prima alzare la mano e chiedere il permesso. Credo che Razzauti sia stata molto maleducata.
Avvertii la stilettata trafiggermi le spalle, per arrivarmi dritta allo stomaco. La voce di Luisa fece eco nel mio cervello e non riuscii a fare altro che spalancare la bocca e lasciar fluire il violento getto acido direttamente sulla porta, ovviamente chiusa, della mia classe.
Il muro dei che schifo si innalzò compatto, così come le risate.
– Chissà cosa avrà mangiato a colazione. Sei proprio una porcellina Alessia! – urlò Luisa nel caos generale.
Fu il buio per me, scappai in bagno e mi chiusi dentro per quasi due ore. La professoressa aveva chiamato i miei genitori. Quando sentii la voce di mia madre che mi chiamava come da dentro un baule, finalmente mi decisi a riemergere.
– Tieni tesoro, ti ho portato una felpa pulita. Guarda come ti sei conciata tutta. Non vorrai mica uscire così.
Io e Pippi non parlammo mai più di quella storia, il nostro rancore verso Luisa cresceva in modo proporzionale alle mie tette e ai miei fianchi.
– Non ce la faremo mai ad entrare, disse Pippi accendendosi un drummino storto.
Nella mia testa esplose un’immagine: sentii la bocca salirmi in un ghigno fino alle tempie.
– Però potremmo divertirci lo stesso come dei discreti guardoni.
Pippi alzò un sopracciglio e mi sputò il fumo in faccia.
– Fidati di me. Ci stai?
– Non so cosa tu abbia in mente, ma se ti dico di no non mi darai tregua, quindi che altro posso fare?
Per formalizzare il nostro patto mi tolsi la Big Babol alla fragola dalla bocca e la attaccai sul palmo della mano di Pippi, poi la strinsi con forza per sigillare bene.
– Non dovrà scoprirlo nessuno, anche se in un certo senso mi dispiace che non si venga a sapere che gli autori siamo stati noi.
– Sono curioso, disse Pippi staccando la mano dalla mia con una smorfia.
– Domani dobbiamo andare a comprare alcune cose. I miei saranno fuori tutto il pomeriggio per l’inaugurazione della mostra di un amico di papà. Ho dei contanti nascosti sotto il letto, pagheremo con quelli.
– E come mai li nascondi? Tua madre ti comprerebbe anche l’intero reparto donna della Standa se ti entrasse nell’armadio!
– Ogni tanto mi piace prendere dei fumetti horror. Roba parecchio splatter. Se i miei lo sanno me li bruciano. Per loro mi diverto solo con la lettura di Cioè o al massimo Cosmopolitan.
A me e Pippi arrivò un sms contemporaneamente: era Luisa. Per un attimo sperai che ci avesse invitati alla sua festa.
“Tanti auguri di buone feste a te e famiglia dalla tua rappresentante di classe. IV B the best!”
Un fottuto invia a molti per tutti gli alunni. Il mio piano mi sembrò quanto mai geniale. Avremmo partecipato anche noi a quel party di merde, ora ne ero sicura.
Il primo sopralluogo lo facemmo il 24 dicembre: la villa di Luisa, a pochi chilometri da casa mia, era deserta perché lei trascorreva sempre il Natale con i genitori dai nonni a Firenze. Sua madre veniva dalla culla del Rinascimento, come sottolineava lei, per rimarcare la sua superiorità rispetto alla massa insulsa insieme alla quale si era trovata a vivere. Una come lei era destinata a Milano, Roma, New York, mica a un paesino della provincia di Livorno. La provincia che accudisce e vomita mostri, che rassicura e imprigiona.
C’erano due punti di accesso: il cancello principale sul lato anteriore della villa (altissimo e inespugnabile) e un piccolo cancello di ferro sul retro, nascosto nella siepe di alloro. Ci graffiammo un po’, ma fu semplice da scavalcare. Anche Dolly, il dobermann di famiglia era stato portato in ferie nel fiorentino, e le nostre chiappe erano al sicuro. Luisa non lo avrebbe mai lasciata da solo a casa. Nel caso si fosse fatta viva, avevo però nello zaino una treccia di salsicce che l’avrebbe tenuta occupata per un bel po’.
Sapevo (perché Luisa si vantava spesso della sua pseudo servitù) che aveva un custode factotum che curava il loro bellissimo giardino a la rigogliosa cascata di edera che accarezzava le pareti del casolare come un vestito su misura. Dovevamo quindi solo trovare la stanza degli attrezzi: di sicuro lì avremmo recuperato il necessario per arrampicarci fino alle grondaie.
Accanto a una quercia ingobbita, da cui pendeva il ricordo di un’altalena un tempo arancione, si ergeva traballante l’edificio della carraia, talmente malmesso rispetto a tutto il contesto da sembrare posticcio. La porta d’ingresso era chiusa a chiave da un grande lucchetto di metallo arrugginito.
Pippi si accorse che una delle finestre era aperta: peccato che fosse a quasi due metri di altezza da terra.
– Prendimi in groppa Alessia, disse Pippi con gli occhi puntati verso la nostra unica possibilità di salvezza.
– Ma io non ce la faccio, le mie gambe sono pappa.
– Dai Ale, pensa alla faccia che faranno.
Iniziai a saltellare sul posto per sciogliere i muscoli addormentati sotto ai miei strati di panna carnivora. Mi piegai sulle ginocchia e me lo caricai sulle spalle: lo alzai come fosse un bastoncino dello Shangai. Pippi era magro, è vero, ma io non sapevo di avere tutto quel vigore. Volò dentro la finestra come un gatto. Lo sentii far cadere cose e imprecare.
– Cerco di aprirti la porta. L’entrata è piccola, non ci passi.
Sedute dell’autobus troppo strette, sedie scolastiche scomode, poltrone singole inadatte: niente riusciva a contenere bene il mio culo, nucleo del mio essere o non essere dentro, moneta di accesso a quegli spicchi di mondo che volevo abitare col mio corpo per intero, le mie lacrime, il mio sangue.
– Ho trovato un mazzo di chiavi. Te lo lancio, stai pronta.
Pippi lo tirò a un passo dalla mia testa.
– Cazzo stai attento, per poco non mi ammazzi!
Presi il pesante groviglio di metallo e mi avvicinai con passi veloci verso il lucchetto. Dopo parecchie prove e altrettante offese in onore di divinità più o meno cattoliche, finalmente il click.
Sei fuori, sei dentro.
– Vieni Ale, guarda che scala! Con questa arriviamo fino al tetto.
Prendemmo la scala e in silenzio la appoggiammo al muro del casolare. Pippi sapeva che toccava a lui salire.
– Le grondaie sono pulite, disse col pollice alzato. – Potremmo tranquillamente riempirle fino all’orlo, non si accorgeranno di nulla, tanto il liquido è trasparente e inodore. Per il tetto possiamo buttare altro materiale chimico come hai detto tu Ale.
– Facciamo una copia delle chiavi e rimettiamo tutto al suo posto. Dobbiamo tornare qui ad allestire la notte del 30. Io dirò che dormo da te e tu da me.
Luisa aveva detto a scuola che sarebbe rientrata il 31 mattina e che sarebbe arrivata addirittura un’agenzia di event planner per dare la festa più bella della provincia. I suoi 16 anni erano importanti: non se li sarebbe scordati mai più.
I genitori le lasciavano la villa e ci sarebbero stati fiumi di alcool: ne parlava da mesi, la perfetta alunna modello Luisa.
Trascorsi i giorni seguenti in uno stato di trance: immaginavo ogni singolo istante della nostra opera. Sentivo la musica dentro la casa, le risate, l’odore di fumo del grande camino acceso nel salotto della festa.
Avevamo acquistato l’occorrente per il nostro ultimo dell’anno dalla rappresentante di classe. Il 2003 sarebbe iniziato nel migliore dei modi. Stavolta i registi saremmo stati noi.
Eravamo fuori, ma dentro ogni attimo di quella festa. Solo noi sapevamo come sarebbe andata a finire. Tutta la fibrillazione di Luisa: la ricerca del vestito più sfarzoso, l’acconciatura, il trucco, il profumo spruzzato nei punti strategici, la scelta della giusta playlist. Ogni cosa sarebbe servita solo per arrivare a quel momento, il cosa e il quando glielo avremmo donato noi. Un regalo unico per il suo compleanno.
Il set alla villa era stato allestito la notte del 30 dicembre come programmato: mettere quella nevicata di cubetti bianchi sul tetto era stato un lavoro lungo, ma Pippi era un tipo in gamba e aveva eseguito il suo compito in totale silenzio e con precisione maniacale.
– Li ho messi vicino al bordo, tutti bene allineati. Così uniamo l’effetto scenico grondaie–tetto. Sai che figata!
Avevamo completato l’operazione alle 5 del mattino e io avevo una fame primordiale. Prima delle 9 non potevo rientrare a casa o i miei si sarebbero insospettiti, io che ero la dormigliona pasticciona (ogni volta che mia madre lo diceva immaginavo di romperle l’osso del collo per poi farglielo ingoiare).
Andammo a fare colazione nel bar sulla via Aurelia, quellodeicamionistidovenonbisognavaandare: aperto 24h e con le paste più grosse e buone che avessi mai mangiato.
C’era poca gente, solo un paio di clienti piegati sul bancone, intenti a bere caffè e guardare la tv che trasmetteva video musicali. Uno dei due aveva i capelli talmente unti da poter lucidare l’intero locale, l’altro, con la faccia paonazza e gli occhi semichiusi, sbuffava a cadenza regolare come un delfino che riemerge dall’acqua per respirare.
Io presi una brioche alla crema e un cappuccino, Pippi spremuta e girella all’uvetta.– Che tristezza, dissi.
– A me piace molto. Adoro l’uvetta, è così tenera e dolce.
– Fai come ti pare, io mi godo questa cremina.
Con lo stomaco pieno il sonno si faceva sempre più pesante. Volevo solo andare a casa a dormire fino all’ora di pranzo. Io e Pippi ci salutammo con un abbraccio.
– E non mi stringere così, disse lui. – Lo sai che non mi piace.
– Scusami, mi staccai e lo guardai negli occhi. – Ho paura.
Lui mi prese il viso tra le mani e mi accarezzò una guancia.
– Sarà la nostra festa. Andrà tutto bene, come hai sempre detto tu Ale. Stasera alle 10 ti vengo a prendere. Useremo l’auto elettrica di mio nonno. Ho detto ai miei che andiamo in discoteca e che ti do un passaggio.
– Grazie. Ci divertiremo, dissi più per convincere me, che lui.
– Dress code impeccabile, mi raccomando.
– Ovvio. Porto pure una bottiglia di champagne e due calici. I miei hanno parecchi pacchi natalizi ancora da aprire: troverò sicuramente delle bollicine.

Scelsi la gonna di tulle viola che mi arrivava alle caviglie, camicia di seta in pizzo nero e pellicciotto corto nero. Ai piedi i miei consumati anfibi; con i tacchi non avrei potuto scappare in caso di necessità.
Una parte di me desiderava che ci beccassero: sarei stata in mezzo a ogni conversazione dell’intera scuola per un bel pezzo, e non come Alessialaciccionatrippona, ma come colei che aveva commesso un simile reato. La figliagrassadeldentista, sempre calma, invisibile, insospettabile.
Sei fuori, sei dentro.
Forse non mi sarebbe bastato farla franca e godermi lo spettacolo: lo sgomento di Luisa e dei suoi migliori amici, gli articoli di giornale; probabilmente il fatto sarebbe anche finito su una tv locale, nazionale magari, in un programma spazzatura tipo Pomeriggio 5, con la D’Urso che porge i fazzoletti alla bella Luisa, che racconta quanto è stata orribile la sua festa di compleanno, dei danni da pagare. Qualcuno li voleva rovinare. Il mascara colato, gli occhi gonfi, il rossetto ciliegia a sporcarle gli incisivi perfetti.
Recuperai una bottiglia di Dom Pérignon nello studio di mio padre: il regalo di qualche paziente che probabilmente si scopava. Il bravo marito che curava bocche e allietava le clienti con metodi più o meno scientifici.
Pippi arrivò con un ritardo di 15 minuti, ma io ero calma, avevo preso qualche goccia di Xanax: mia madre ne prendeva uno shot ogni sera, prima di sprofondare nel letto padronale, con la sua ridicola mascherina rosa e i tappi nelle orecchie.
– Dai Ale, salta su.
Mi sedetti in auto senza ribattere, avevo le mani sudate e per poco la bottiglia non mi cadde per terra.
Durante il tragitto non dicemmo una parola, mentre Ian Curtis cantava di amori che ti spezzano. Entrammo nel viale alberato che portava alle campagne, sotto la dolce collina dove riposava il casolare di Luisa.
Il tetto era addobbato, dovevamo solo salire e accendere la miccia. Quello toccava a Pippi, io avrei posizionato i miei regali sul prato antistante la villa, così che li potessero vedere bene di botto.
Parcheggiammo l’auto dietro a un enorme pino con il tronco tutto inciso da scritte tenere di coppiette in calore, densi di promesse (sicuramente tradite).
Eravamo carichi e quelle poche centinaia di metri che ci separavano dalla casa mi distrussero le gambe, ero molle di sudore.
– Ale, stai bene?
– Sì, tranquillo, vai avanti. Prendi la chiave e vai a posizionare la scala.
La villa era illuminata a giorno e potevo sentire nitidamente la musica che sparavano le costose casse di Luisa: una disco commerciale da vomitarle addosso tutti i pasti delle vacanze natalizie.
Pippi entrò nello stanzino degli attrezzi e appoggiò la scala al muro senza fare alcun minimo rumore. Aveva davanti una carriera da ladro professionista.
Erano quasi le 23,30: ancora un quarto d’ora di attesa in cui andai ad allestire la mia installazione fronte villa.
Alle 23,45 Pippi sarebbe salito e avrebbe acceso tutto. Io lo avrei aspettato davanti, pronta a sparare le mie cartucce e stappare lo champagne per il brindisi di mezzanotte.
Vedevo i corpi dei miei compagni dietro i vetri delle grandi finestre del salotto. Erano uniti in un amalgama di carne e sudore, ormoni e peli. Luisa danzava da sola, al centro della pista, la testa inclinata all’indietro, forse aveva gli occhi chiusi, per un effetto scenico più marcato.
Indossava un abito di paillettes blu scuro, con uno scollo sulla schiena che le arrivava al culo. Era lungo e le copriva quei due tronchi di polpacci.
Mi sedetti sull’erba umida e mi bagnai la gonna di tulle, che si sgonfiò come un bigné senza ripieno. Avevo freddo e mi strinsi nel pellicciotto.
Era l’ora: il bagliore sul tetto si faceva sempre più intenso. Le lingue di fuoco si stavano diffondendo in modo omogeneo su tutta la superficie. Pippi arrivò di corsa, aveva il fiatone.
– Che botta, cazzo!
– Sei stato bravissimo.
Mancavano pochi minuti a mezzanotte: ci piazzammo davanti ai fuochi d’artificio. Era tutto pronto.
10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1: boom, luce, sipario.
Luisa non fu la prima a correre fuori, arrivarono tutti in massa solo dopo il secondo scoppio.
– Lu’ sei una grande! Che figata! Pure i fuochi!
Gli ospiti gridavano e applaudivano. Luisa guardò i suoi amici e poi si voltò a osservare la casa, si mise una mano davanti alla bocca per trattenere un urlo.
Il tetto era completamente avvolto dalle fiamme: l’isoparaffina e i cubetti di diavolina avevano fatto il loro dovere.
Luisa cadde sulle ginocchia, scossa dai gemiti del pianto.
– Chiamate i pompieri, disse qualcuno.
Io e Pippi stappammo la bottiglia di spumante e brindammo a noi, illuminati dalla luce del fuoco.
Bevemmo con calma il nostro champagne, mano nella mano.
Gustammo l’arrivo dei pompieri, Luisa che vomitava sulla soglia di casa sua. Gli invitati che scappavano come ratti appena liberati da una trappola.
– Andiamo ora, sono stanca.
Ci sorridemmo e facemmo il tragitto di ritorno cullati dallo stesso silenzio. Lo avevamo fatto davvero. Eravamo dentro.
Arrivai a casa all’alba, mia madre mi aspettava sveglia.
– Ti sembra questa l’ora? Io e tuo padre eravamo molto preoccupati!
Del mio babbo nemmeno l’ombra dietro di lei.
Non dissi niente, la ignorai e mi chiusi a chiave in camera mia. Lei batteva i pugni sulla porta.
– Apri subito! Non ti permettere signorina!
Mi buttai sul letto vestita, indossai le cuffie e misi i Pixies a tutto volume.
Buonanotte Alessia.

Illustrazione di Antimonio

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