L’oasi – una testimonianza dal Cile

di Andrea Bruccoleri

Il presidente Sebastián Piñera, parlando con l’emittente televisiva cilena “Mega” lo scorso 9 ottobre, ha affermato che il Cile è un’oasi.
Comparando la florida economia del paese a quella stagnante o in inflazione dell’Argentina, del Messico o del Paraguay, nonché la stabilità della democrazia cilena rispetto alle crisi politiche che di questi tempi sconvolgono la Bolivia, il Perù e la Colombia, ha detto, testualmente: nel bel mezzo di quest’America Latina convulsa, vediamo il Cile, una vera oasi.

Meno di due settimane dopo, la sera del 21 ottobre, parlando in diretta dal palazzo presidenziale della Moneda e trasmesso praticamente a reti unificate, il presidente Sebastián Piñera ha affermato che il paese è in guerra.
Siamo in guerra contro un nemico potente, implacabile, che non rispetta niente e nessuno, ha detto testualmente il presidente Piñera, dopo l’ennesima giornata segnata da massive manifestazioni, violenti scontri con le forze dell’ordine, incendi, saccheggi di negozi. Nonché altri morti – esattamente otto dall’inizio della crisi – di cui rendere conto all’opinione pubblica.
Alle 19:40 di quella stessa giornata il generale Iturriaga decreta il toque de queda, che possiamo tradurre in italiano più semplicemente con il termine “coprifuoco”. Ovverosia, militari per le strade cui è affidato d’ora in avanti il mantenimento dell’ordine pubblico; proibizione assoluta di restare fuori dal proprio domicilio tra le 22:00 e le 7:00, pena l’arresto immediato.

Come mai una simile e repentina sterzata nel giudizio del presidente Piñera? Be’, nel frattempo è scoppiato quello che i cileni hanno chiamato l’estallido social – il 19 ottobre per l’esattezza – e che in italiano potremmo tradurre come: “l’esplosione sociale”.
I telegiornali italiani riporteranno sicuramente che la causa delle proteste sia da imputare all’ennesimo aumento del prezzo del biglietto della metropolitana di Santiago. Pochi saranno invece i quotidiani che scaveranno più in profondità fra le motivazioni del malcontento e del malessere sociale e che riconosceranno, in quell’aumento di trenta pesos nel costo della metro, ventotto centesimi di euro per l’esattezza, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Non sono trenta pesos, sono trent’anni appare infatti stampato sui cartelli dei numerosi manifestanti che di questi tempi invadono pacificamente le piazze, non solo a Santiago, ma anche nel resto del paese. La gente manifesta per esigere una vita migliore, più dignitosa; scandisce slogan contro l’attuale regime pensionistico e a favore di un sistema sanitario e educativo accessibile a tutti. Batte ritmicamente pentole e padelle portatesi da casa in cortei improvvisati. Chiede a gran voce le dimissioni del presidente Piñera.

Il corteo convocato a Santiago il 25 di ottobre ha riunito insieme più di un milione e duecentomila persone: la più grande manifestazione nella storia del Cile. Era da più di trent’anni che non si vedeva una manifestazione così numerosa, per l’esattezza dalla giornata del 6 di ottobre del 1988, quando centinaia di migliaia di persone scesero in strada per festeggiare la vittoria del NO al referendum con cui Pinochet, al potere già da sedici anni, domandava se fosse il caso che restasse al vertice dello Stato ancora per un po’, protraendo le sue cariche fino al 1997. Però gli era andata male, non se l’aspettava mica potesse vincere il NO.
Anche a Osorno, città tradizionalmente ben più reazionaria e piena di gente nostalgica del periodo del governo militare, fin da subito la gente si è riversata per le vie in manifestazioni colorate e pacifiche.
Prima che venisse instaurato il coprifuoco, con Constanza abbiamo partecipato alla prima manifestazione estemporanea e non autorizzata che ha sfilato per le calles Los Carreras e Eleuterio Ramírez, per poi terminare in Plaza des Armas, proprio sotto le finestre della Gobernación, con cinque-sei carabinieri in tenuta antisommossa che ne proteggevano l’ingresso.
La gente è allegra. Famiglie, anziani, bambini. La gente canta che è una vergogna guadagnare una media di cinquecento euro al mese in un paese il cui costo della vita è fra più cari dell’America Latina. La gente scandisce slogan: è uno scandalo che un anno di università costi fino a dieci milioni di pesos – diecimilasettecentottantuno euro per l’esattezza. La gente grida che con una pensione pari al venticinque per cento dell’ultimo stipendio, non resta altro che pagare a rate e contrarre prestiti impossibili da rimborsare. La gente non ce la fa più, è alla canna del gas; “ras-le-bol” tradurrebbero i francesi un simile stato d’animo.
Poi però qualcuno comincia a fare una barricata spostando i cassonetti della spazzatura al centro della carreggiata. Qualcuno lancia un fumogeno che arriva sul balcone della Gobernación; una ventina di persone cominciano a lanciare pietre ai Carabineros. Quindi arriva il blindato verde delle forze speciali. Una pioggia di lacrimogeni. Il fuggi fuggi scomposto.

Ora hanno tolto il coprifuoco e abbiamo ripreso a lavorare normalmente. Gli scontri e le barricate però continuano ogni giorno. Quando con Constanza torniamo a casa la sera, neanche il tempo di arrivare all’altezza del centro commerciale, a quasi un chilometro da casa, che gli occhi ci cominciano a bruciare e a lacrimare a causa dei lacrimogeni. Allora ci domandiamo se questa sera riusciremo ad attraversare incolumi la piazza, o se il portiere del condominio ci aprirà il portone per farci entrare nell’androne del palazzo e così metterci in salvo. Ché di questi tempi le forze dell’ordine sparano lacrimogeni e pallini da caccia all’altezza del viso.

Dopo due settimane di indagini, il 26 novembre si è conclusa la missione di Human Rights Watch in Cile. Presentando ufficialmente le conclusioni del rapporto finale ai giornalisti riuniti in conferenza stampa, José Miguel Vivanco, direttore della divisione delle Americhe, ha affermato, testualmente: «Membri delle forze dell’ordine hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani».
Il direttore della divisione delle Americhe di Human Rights Watch, dopo avere incontrato nel corso della mattinata il presidente Piñera, ha dichiarato che ci sono prove inconfutabili che la polizia ha fatto un uso sproporzionato della forza per rispondere alle proteste e che ha ferito migliaia di manifestanti, a prescindere dal loro reale coinvolgimento in violenze o altri reati perseguibili per legge.

Dei duemilatrecentottantuno feriti nel corso delle manifestazioni, milletrecentosettanta hanno subito l’impatto di un lacrimogeno o di un proiettile al volto. Trecentocinquantanove di questi hanno riportato un trauma oculare; alcuni hanno perso la vista da un occhio. Gustavo Gatica ha perso la vista da entrambi, gli è stata diagnosticata una cecità totale a causa di due pallini da caccia sparatigli in faccia da distanza ravvicinata.

2 pensieri riguardo “L’oasi – una testimonianza dal Cile

  1. Giovanni Gervasi 30 Lug 2020 — 9:07

    Sembra di essere lì in Cile, in piazza con voi. Qui in Italia i vari TG non lo raccontano nemmeno cosa sta accadendo. Complimenti!

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    1. I complimenti sono tutti per Andrea 🙂

      "Mi piace"

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