Terrore

di Gabriele Esposito

Venezia – Andrea Herman

 E quindi apro ancora una volta gli occhi. Strofino piano il viso, la barba è cresciuta. La percepisco subito quella fragranza: avere le mani che puzzano è una delle grandi scocciature della vita. È quasi come ascoltare Maria Callas cantare la Traviata dall’interno di rozze casse di un telefono, con la distorsione, i missaggi tutti sballati e tutte quelle spiacevoli cose là. L’odore è sempre quello, ogni mattina. Il messaggio vocale, pure: “Amami, Alfredo”. Sono sempre le sei e quaranta: è questo, da trentacinque anni, che solletica il mio ridestare. Con me, nell’altra piazza del letto, nessuna. Accarezzo a braccio pieno il lenzuolo, per verificare. Due, forse tre, i secondi di speranza, ma è freddo: delusione quotidiana: tempra nel cuore.
Ritardo la colazione il tempo d’una sega, necessaria, mai sufficiente a placare la rabbia – risultato che comunque non bramo, intendiamoci, ché farebbe di me il più sfibrato tra i colleghi.
Esco apatico. Come tutte le mattine.
Fino alla piazza sono neanche cinque minuti, l’oscurità che mi avviluppa aiuta: uno allo spettacolo non è mai pronto, nemmeno dopo trentacinque anni. Nemmeno io.
Eppure non posso evitare le suole bagnate, il fango ancora non del tutto secco, rosso RAL 3009, un colore frutto sia del poco ossigeno che ancora ci è dato da respirare che della sabbia che le cisterne riversano di continuo sugli antichi sampietrini.
Anni fa il management ci valutava stimando la quantità di fango prodotta da ognuno di noi e riversata nella piazza. Invece, di recente, il controllo del personale si è fatto pragmatico, opera dei più giovani, pigri ma con anni di studio alle spalle. E si è passati alla più semplice conta del numero di colli spezzati in un giorno.  
C’è anche da dire che il lavoro oggi è più facile, la fatica è molto limitata, con i tool che abbiamo a disposizione. È l’innovazione tecnologica. Anni fa i colleghi avevano avuto paura. Erano andati anche a parlare con i sindacati. Uno, due, tre giorni di sciopero. I cortei. A cosa sarebbe più servita la nostra ammirata catena muscolare posteriore? Il gluteus maximus così allenato, tanto da essere capace di innescare da solo il movimento necessario alla frantumazione completa del cranio del condannato. Prima, c’era solo la grande mazza. Mi scende una lacrima al suo ricordo, ero giovane. Ero bello. Ancora adesso ogni sera la tiro fuori dall’armadio, le do una lucidata, e anche un bacino, quando scappa. È un retaggio dei miei anni da tirocinante. Se frugo nei cassetti trovo ancora le monete d’oro, il mio tesoro: mi venivano date spesso dal poveretto di turno, in cambio di un colpo assestato con perizia, uno scatto d’anca, niente braccia, pura accelerazione, morte istantanea. Un’altra epoca. Sorrido vedendo le chiavette USB vicino al metallo prezioso. Valuta digitale di qualche anno fa, non saprei nemmeno come utilizzarla. Rimane il ricordo di chi, prima di morire, premeva qualche tasto per trasferirmi questa roba tramite la rete. E la mazzata che terminava la loro vita, però, non era mai virtuale: è sempre rimasta di metallo. Mazzetta buona, mazzata ottima. Era il motto di noi vecchi. 
Salgo sul piccolo palco in legno al centro della piazza. Inizio il turno, e con un solo scatto d’interruttore due signorine indosseranno gramaglie per sempre. Una è la moglie del giustiziato, che come sempre piange e sviene. L’altra è il nuovo attrezzo tecnologico, anche lui piange. Certo: la lama si è appena messa il rossetto e gocciola lacrime rosse: è una ghigliottina mai utilizzata prima, una “signorina”, intonsa, la si vede di rado, oggi tocca a me inaugurarla. Il suo primo uomo lo divora in un secondo. Quando il corpo viene portato via, diventa vedova fino all’obsolescenza. La Vedova: il nostro unico utensile.
Un uomo ucciso in questo modo fa circa sette litri di sangue. In coda ci sono cinquanta persone: quattro vasche da bagno di questa fanghiglia, quotidianamente riversate in pubblica piazza. Uno schifo. Continuo a lavorare, la pausa caffè deve aspettare ancora qualche ora.
Finalmente mi siedo, e respiro. Claudio come sempre mi porta il ristretto color petrolio, dall’odore potente. Fa da contrasto al rosso e al suo fetore, almeno per un paio di minuti. Leggo il giornale. La solita roba. Spesso appaio in foto, come oggi: a volte in prima pagina, se mi capita di dover ammazzare un maggiorente. E sì: capita.
Vedo che ho la pancetta, e anche la barba troppo lunga. Evito la palestra da qualche settimana: forse dovrei tornarci, saltare la corda, fare i burpees,  ruotare il busto per potenziare gli obliqui, tirare su una di quelle ragazze che saltellano a ripetizione sopra un metro quadro, con le cuffiette, e convincerla a venire da me, convincerla a saltellare sopra di me. 
Dopo pranzo avrò il pomeriggio libero, e però stasera cominciano i turni di notte, i miei preferiti: il lavoro è più creativo, posso allenare soprattutto l’emisfero destro del cervello, ché altrimenti a furia di schiacciare un pulsante tutto il giorno si atrofizza.
Dovrei andare a dormire, prepararmi, e invece vado al cinema.
Tenere gli occhi aperti al buio mi conforta. Dura pochi secondi, poi l’orgasmo è interrotto. Un primo schermo si accende due file più in là. Un ragazzotto si scatta il selfie con la tipa. Alla mia destra una signora legge le mail. Un tale registra qualche secondo del film. Poi smanetta con i pollici sullo schermo, sembra lo stia condividendo con gli amici. Poi, pace. Dura due minuti, e il tipo accende ancora il telefono, gli vedo il volto illuminato in blu, sorride, è la reazione al primo cuore ottenuto nella rete virtuale delle sue conoscenze.
Nel film una ragazza suona il violino. Riconosco il tema del brano, è di Jules Massenet, una melodia fluida, si sente ogni corda che scivola, pochi graffi elegantissimi, e poi l’odore del legno, lo vedo e lo sento, ma io ripenso a quello del sangue. L’arpa lo accompagna con poche note fondamentali. La violinista ha gli occhi chiusi, sta arrivando lì dove deve. E allora un telefono squilla in sala: è qualcuno che riceve un potente SMS. Ancora una luce si accende, ancora un naso brilla al buio. Il coito è interrotto. Il film lo vedo comunque fino alla fine, con le palle gonfie, è una sensazione sgradevole che spero riuscirò a sfogare un po’ sui miei clienti notturni.
Vado a cena al ristorante. Le sole battute della giornata le scambio con la cameriera, ha il seno grosso e un sorriso che poco si addice all’epoca. Sembra che ci stia provando con me, ma forse è solo brava a fare il suo lavoro. Chiedo il conto. Guardo lo scontrino: operatore: SB.
Esco, sono poche centinaia di metri per arrivare in ufficio. Tiro fuori il telefono, cerco nel social network il profilo del locale. Guardo tutti i like di tutti i post, a uno a uno, sono troppi, cerco SB, la cameriera. Non la trovo. SB… Silvia Brunello? Sara Bassi? Sandra Bruni? Cerco tutte e tre le combinazioni nel motore di ricerca, le trovo, ma non abitano in questa città. Quindi non sono lei. Forse dovrei semplicemente chiederle come si chiama. Lo farò la prossima volta. Forse.
L’edificio dove entro non è antico, ma è vecchio. Prendo l’ascensore, mi servono tutte le energie. La stanza è pulita. Mi spoglio, metto il grembiule, leggo la lista pronta sul tavolo per me: sono nomi per lo più maschili, e, a una lettura disattenta, nessuno di famoso. Meglio: posso andare oltre con i miei istinti, nessuno avrà il potere domani di accendere un barlume di polemica. Faccio un cenno alla segretaria: che si accomodi il primo.
È un ragazzo mingherlino, ha fatto cose che di questi tempi non sono tollerate per niente. Sbuffo: compatisco gli ingenui. Gli indico dove deve stendersi, lo fa senza discutere, ma è bianco in volto, suda. Evito il suo sguardo diretto, perché entrambi avremo un brutto ricordo l’uno dell’altro. La legge infatti prevede che ora io gli laceri l’intestino crasso con una pera in metallo, oggetto che inserisco con molta perizia nel buco e che opero da esperto. Faccio girare una vite, la pera si divide in quattro petali, si distaccano piano piano. Urla: molte. Io chiudo gli occhi, continuo a ruotare il polso ma ripenso a Massenet, a quel suono di legno, le ciglia lunghe della violinista, le tette della cameriera, e mi rammento ora del titolo del brano, Meditazione, appropriato: riesco a concentrarmi e a non pensare più a nulla. Nessun cellulare accesso potrà torturarmi, ora, la segretaria sa di doverlo tenere silenziato, e per controllarlo esce dalla stanza. Sento l’arpa che accompagna l’inesorabile movimento dei piccoli petali. L’uomo è svenuto, perde tanto sangue dal culo: io non credo che sopravviverà alla notte.
La donna rientra con dei tizi, impartisce ordini, portano dentro una barella, poi se ne vanno via lesti insieme a questo corpo straziato.
Al numero due spetta il supplizio di Sant’Erasmo, non lo gradisco, lascia sempre disordine dappertutto. Un nome sofisticato per quello che in realtà sarebbe solo la pratica di tirare fuori tutto il budello da una pancia e arrotolarlo per bene attorno a un argano.
Faccio la mia pausa notturna. Mi siedo al vecchio pianoforte, che – chissà perché – teniamo nell’atrio. È scordato, ma ci suono lo stesso il tema di Per Elisa: non so improvvisare altro, mi rilassa, queste ore sono lunghe e faticose.  
Devo fare quei bonifici in banca. Ci andrò domattina, non me ne dimenticherò?
Sorseggio una limonata, pura, acre, e poi torno di là, a prendere un appunto da infilare in tasca.
Stanno ancora pulendo, alzo la voce, siamo in ritardo, ho delle statistiche da rispettare, degli standard. Saremo tutti valutati. Presto andrò in pensione con il massimo. E tutto questo finirà.

Foto di Andrea Herman

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