Una madre

di Manuela Montanaro

Fame d’aria – Julio Armenante

Sempre meglio a vescica vuota. Marzia se l’era ricordata quella frase. Proprio quelle parole precise sua madre le aveva ripetute ogni volta, prima di entrare in auto. Sempre meglio a vescica vuota, che se ti vai a schiantare almeno non ti allaghi l’addome di piscio.
E quella notte, quella cantilena aveva cambiato il verso della sua vita. Era un piccolo pezzo di autostrada, piccolissimo. Non lo faceva mai, preferiva le curve morbide delle strade provinciali, gli alberi solitari a segnare confini antichi, le nuvole bigotte a coprire la luna, sfacciata e opulenta, di certe sere d’estate.
Ma quella notte aveva avuto fretta e aveva sentito la morsa alle reni che annunciava il sangue alle donne. Quella notte aveva solo desiderato essere a casa al più presto.
Era entrata in autogrill per la vescica. Doveva solo pisciare. Sette, dieci minuti al massimo e sarebbe tornata in auto. Di quella notte, di quella donna che le aveva urtato la spalla nella fretta di uscire dal bagno, Marzia si ricorderà per anni il profumo fruttato di chimico e caramelle. Uno di quei profumetti da due euro e settanta al minimarket.
E in quel metro cubo scannato, in un water a riconoscimento elettronico un neonato appena nato l’aveva trovata.
In un cesso, cosparso di acqua e placenta e sangue, un bambino si arrampicava ai respiri, tenendosi il pezzo monco del cordone tra le mani.
Marzia lo aveva afferrato senza sapere come, senza capire che quel gesto le avrebbe spazzato via la vita e l’avrebbe condannata per sempre.
La barista l’aveva guardata come si fissa il cane che ti ha sventrato il divano.
Ma che hai combinato?
Io niente.
Ma come niente, Cristo Santo, hai partorito nel cesso. Ma ti sembra normale?
Nel frattempo, aveva già chiamato il centodiciotto.
Sì per favore una donna ha partorito un bambino nel bagno. Fate presto. L’autogrill San Marzano al chilometro otto.
Sì, sembra che stiano bene.
Allora con quel bambino tra le mani, pieno di rughe e di lacrime e di riccioli umidi e neri, Maria Grazia non era più stata in grado di dire la verità. Non è che non l’avesse mai detta. Semplicemente nessuno, da quella notte, gliela aveva più chiesta. Al pronto soccorso l’aveva visitata una specializzanda al suo primo turno di notte. Le mestruazioni avevano simulato le perdite del parto. Tutto era coinciso come in puzzle senza senso e lei si era ritrovata madre senza saperlo e volendolo ancor meno.
Mamma mi dai un’altra crocchetta?
No, sei grasso e non chiamarmi mamma.
Chi sei?
Mario sono dieci anni che te lo dico. Non è importante chi sono ma chi non sono. E non sono tua madre. Credo di essere stata onesta con te.
Vabbè Mara dammi la crocchetta.
No.
In quegli anni tutte le volte che lui aveva provato, naturalmente, a chiamarla mamma lei aveva spostato quella mezza sillaba in Mara.
Mara sì, Mara andava bene.
Mario Mara Marzia sazia pazza.
Quante volte avevano sciolto la lingua in quelle cinque parole incrociate a fare un destino.
E quante volte mamma era sfuggito, scivolato di lato dalla bocca di Mario e lei che aveva fatto finta di niente un giorno, lo aveva raccattato e buttato nella spazzatura un altro giorno.
Marzia non ce l’aveva fatta.
L’accademia, i pannolini, gli album, gli omogeneizzati, i colori a olio, i body, le mostre, le creme per il culetto, le cornici, il latte in polvere, i pennelli nuovi, il passeggino, i viaggi.
I soldi non li vedeva più non li contava più. Li raccattava in pochi minuti e li dava a chi doveva. Non mangiava certe sere. O tirava avanti con un pacco di cracker e un uovo fritto.
Aveva iniziato a battere per sé più che per Mario.
Se lo diceva sempre. Lo faccio per me, Mario non centra.
Una volta in accademia conobbe uno.
Era gentile, le faceva le carezze. Le baciava le palpebre. Roba da matti. Le soffiava in bocca una calma buona che la faceva stare ferma.
Non disse niente quando lei alla fine si vestì per andare in strada ma la sera dopo gli presentò Mario e gli disse che era il tipo che viveva con lei. E il poverino, che pure era un brav’uomo, le mollò un bacio in mezzo agli occhi e scomparve per sempre.
E venne la Comunione.
Una camicia bianca alla coreana, un pantalone blu. Mario era l’unico senza giacca.
Non sei un commercialista.
Farò la figura del pezzente.
Meglio pezzente che vestito da yesman.
Ma Cristo Santo non ho una madre, un padre non me lo sogno nemmeno, vuoi farmi sembrare normale almeno il giorno della prima comunione?
Ti rendi conto che hai appena bestemmiato? La tua confessione l’hai buttata nel cesso. Game over ragazzino.
Ti odio.
Ah, mi odi. Collezioni peccati per la tua prima comunione. Non mi sembra una scelta particolarmente astuta. No proprio no.
Mario ora piangeva senza un gemito. Maria Grazia gli aveva preso un fazzoletto di stoffa coi Puffi e glielo aveva messo sul tavolo.
Poi gli aveva gli lisciato i ricci, li aveva costretti all’indietro, contro senso e contro natura, li aveva racimolati in una palla ruvida di fusilli neri e lo aveva trasformato in un ballerino di flamenco.
E ora, danza per me.
Che scema. A Mario gli si era acceso un sorriso.
Tu ragazzo mio sarai il più grande ballerino di tutti i tempi e io venderò i miei quadri a migliaia di euro sfruttando il tuo nome.
E starai in prima fila senza pagare il biglietto.
E starò in prima fila senza pagare il biglietto.
Così quella volta si abbracciarono, ma di lato, quasi a disagio per la troppa tenerezza. Quasi ad aver paura di tutto quel bene.
E venne la volta delle mazzate.
Maria Grazia, dopo, si intonacò la faccia con una colata spessa di fondotinta, ma mezzo labbro le sporgeva e l’occhio di quel lato proprio non riusciva a tenerlo aperto.
Paralisi a frigore. Può succedere dopo un raffreddore.
Mario non alzò neanche la testa dal quaderno di matematica ma il mattino seguente, dopo essersi infilato lo zaino, entrò in camera da letto dove lei dormiva da un’ora. E vide tutto il viola che marezzava lo zigomo e un bubbone di dolore, lucido e sanguinolento sulle sue labbra rotonde. A Mario gli venne da gridare, strizzò i denti fino a sentire le mandibole dure e le guance che quasi gli scoppiavano, si mangiò le linguette di pelle morta intorno al pollice, si fece sanguinare il dito che ora gli bruciava e le lasciò solo un biglietto enorme su un foglio a righe, doppio, strappato dal centro del quaderno.
Dimmi solo chi è stato. Non gli faccio niente.
Fu l’unica dichiarazione d’amore che lei avesse mai ricevuto.
Non ne parlarono più e quando lei prese ad andare e venire dalla caserma, quando la vide vestita bene per il processo, quando, in classe spinto all’angolo, tua madre ha ammazzato a uno, Mario si limitò a mangiarsi ancora una volta le pellicine ma ora era diventato bravo e prima che sanguinassero passava all’altro dito.
E venne Lucrezia che era bella e dura come una mela cotogna e il suo odore aspro tra il collo e l’orecchio e la voglia di morderle appena le labbra.
Tua madre è una puttana. Non ci sto col figlio di una di quelle.
E Mario si sorprese a non sentire il dolore ma tutto il pomeriggio lo passò a chiedersi se parlava di Mara o di sua madre vera.
Poi la sera fece un giro oltre il parcheggio di Via Solferino, raggiunse il campo dell’oratorio, fece venti passi oltre il confine del marciapiede, oltrepassò l’erba ingiallita dal piscio dei cani, i pezzi di vetro verdi degli ubriachi morti d’amore, i coperchi tristi dei cappuccini da asporto, i mozziconi ambiziosi crepati senza incendiare quel ben di Dio di erba alta un paio di spanne. Si fermò dove il campo sembrava ancora lontano dalle vicende umane e fece un mucchio di ambrette. In effetti non era proprio un mazzolino ma una fascina di fiorellini spugnosi e viola che mise in una busta della coop.
Sotto casa sua buttò via la busta e li tirò su, cercando di dargli un’aria dignitosa.
Devo dire qualcosa a Lucrezia?
No signora, grazie, gli dica solo che sono da parte di un figlio di puttana.
E vennero gli anni con la barba a pezzetti e un pacco di profilattici trovati in un paio di jeans, senza un biglietto che non c’era bisogno di parole.
E venne il treno e se lo portò in terra di Spagna con l’attrito della pece e lo specchio e la sbarra e poi, dopo, l’odore del velluto mischiato alla polvere del Teatro Real e una lettera a settimana, non una in meno e sì sto bene ma mandami una foto che voglio ricordami di quanto è bella mia madre.
E per Marzia venne lo smalto scuro sulle unghie fragili e sbeccate e un vestito nuovo, accollato, e un biglietto per l’aereo che chi lo aveva preso mai e i capelli raccolti, alla maniera spagnola e sì tingiamoli va, che quelle strisce argento sono volgari.
Marzia si mise la camicia di seta e si annodò il fiocco sul collo. Si poggiò lo spolverino sul braccio e si infilò le scarpe lucide in un pomeriggio di fine inverno. Chiamò il tassì come una signora perbene, tirò fuori il rossetto e si ripassò le labbra. Volò da sola sul mare e da sola cercò quel posto in un teatro enorme.
Reservado.
E venne un uomo a prenderle la mano a spettacolo finito, a lei giovane artista con le rughe disegnate troppo in fretta da un figlio mai partorito. Venne un uomo a stringerle i fianchi e a bagnarle il petto di lacrime accumulate in mille anni di vite slegate strette.
Venne un uomo e venne a dire all’aria di Spagna: questa è mia madre, sopra ogni cosa.

Foto di Julio Armenante

3 pensieri riguardo “Una madre

  1. Mara Chiarelli 20 Nov 2020 — 17:04

    Letto, tutto d’un fiato, con la necessità bulimica di leggere ancora, fino alla fine. Alle lacrime di una mamma soddisfatta, e grata per tanta poesia nel quotidiano duro. Grazie al cuore che ha partorito queste parole, grazie del regalo.

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    1. Grazie a te di questa condivisione.

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