Smaltimento cari estinti

Una storiella d’Amore all’ombra del bollitore industriale per cadaveri

di Gian Marco Griffi

Amore e Pneumatico – Julio Armenante

L’ottantasette è stato l’inizio della fine.
Dal millenovecentotrenta fino al giugno dell’ottantasette le cose marciavano che era una meraviglia.
Sai come funzionava? Intendo prima dell’ottantasette. Ma cosa diavolo vuoi sapere tu, ragazzo. Tu hai fatto la tua domandina d’assunzione e sei capitato quaggiù. Beh te lo dico io come funzionava prima dell’ottantasette. Tanto per cominciare i cadaveri si decomponevano regolarmente, secondo i ritmi naturali, come il Signore ha voluto. E non t’azzardare a contraddirmi perché sono pronto a tirarti un cazzotto sul grugno. Comunque dopo trent’anni non puzzano più. Sono quelli più recenti che ti stendono. Quello là, guarda quello, codice GMR81554HJ, tredici anni di giacenza, femmina. Scoperchiò l’ennesima bara. Una volta duravano al massimo un otto, nove anni, prima di decomporsi del tutto. Oggi apri una bara e sei capace di trovarci dentro un paio di tette in silicone perfettamente integre. Robe da matti. E pretendono che sia Isaia Wernikoff, a smaltirle. Fanculo, dico io, che vengano loro a prendere in mano queste schifo di tette ammuffite. Guarda un po’ che schifo del cazzo, ragazzo. Almeno ci dotassero di mascherine, di un paio di guanti davvero impermeabili. Passo due ore al giorno a disinfettarmi le mani. Mostrò le mani. Vedi queste mani? Sono mani da becchino. Mani infestate dai germi della morte, porcaccia boia. Tre ore di vita, mi ci vuole, per strofinarle. Indicò le protesi siliconiche col suo enorme indice, poi tornò in direzione della bara già aperta e caricò sulla carriola i resti del cadavere da smaltire. Scalciò un ratto, o qualcosa del genere. Questi fottuti ratti, disse. E non sono neppure il peggio; l’anno scorso ci siamo ritrovati muso a muso con un procione. Io e Mec. Non è vero, Mec? Finse un montante al mento di Mec, il quale si scansò senza aprire bocca. Racconta al ragazzo di quando ci è capitato il procione.
Mec non aprì bocca.
Non parla più da un anno e mezzo. Ci ha fregati tutti, questo figlio di cane. Comunica solo scrivendo su pezzi di carta rancida. Tanto per quello che c’è da dire. E comunque stavamo tirando fuori i cadaveri da smaltire e non ci salta fuori un cazzo di procione? Prova a vedere i denti di un procione, ragazzo; affilati come lame giapponesi, porcaccia schifosa. Ci abbiamo messo un’ora, per prenderlo; sembrava un demonio, che cristo, un demonio peloso e schifoso. L’ho fatto secco a badilate, ti ricordi Mec? Tre o quattro mi pare, non voleva saperne di tirare le cuoia. Mec l’ha smaltito nel bollitore insieme ai cadaveri. Ma ti assicuro, ragazzo, che un procione da queste parti non s’era mai visto. Si accese una sigaretta continuando a ripetere la parola badilate. Cos’hai combinato, tu, per ritrovarti in questo posto di merda? Non rispondere, ragazzo; a che serve rispondere? Gli agenti di Nettezza Umana hanno tutti i privilegi, l’attrezzatura, e noi cos’abbiamo? Fece una smorfia, si pulì le mani sulle braghe putride, scatarrò in terra. Noi abbiamo una carriola e un piede di porco mezzo arrugginito; e un distributore automatico di intrugli schifosi che si ostinano a chiamare bevande. Fece cenno di seguirlo verso il distributore automatico di caffè. Sai quanti cadaveri può ospitare il cimitero gestito dalla nostra Azienda? Non ne ho la minima idea, ma più dei vivi, ragazzo, questo è sicuro; eppure lo spazio non basta mai, e dopo un po’ bisogna pur smaltirne qualcuno. Del resto di questi cadaveri non gliene frega più niente a nessuno; trascorso il periodo di giacenza gli rifilano un calcio in culo e li sbriciolano come grissini, oppure li bollono come una rapa muffa. E chi glielo deve dare, il calcio in culo? Chi li deve sbriciolare come grissini o bollire come rape del cazzo? Sempre noi, ragazzo: tu, alla tua fottuta postazione computer, Mec e il sottoscritto a sporcarci le mani in mezzo alla fanghiglia. E per di più ci tocca prendere in mano quelle cazzo di tette di gomma. I tempi delle tette di Sabrina Salerno sono finiti, ragazzo. Sai cosa succedeva ai tempi delle tette di Sabrina Salerno? Ma certo che non lo sai, eri ancora impegnato a scaccolarti. Di sicuro all’epoca non avresti pensato che un giorno ti saresti ritrovato in mezzo a questi zombi del cazzo indossando quella camicia a quadretti. Stai tranquillo, ragazzo, ci sono qua io. Fece una pausa per inserire la propria chiavetta all’interno del distributore di caffè. La cercò brevemente nella tasca della giacca. La estrasse e la inserì nell’apposita fessura. Sul display comparve la scritta credito residuo 2,33. Questa fottuta tecnologia, disse. Premette il pulsante del caffè nero senza zucchero e il distributore fece le sue tipiche operazioni da distributore. Prese il bicchiere di plastica e iniziò a sorseggiare il caffè. Ai tempi di Sabrina Salerno succedeva che le tette si decomponevano in quattro e quattrotto, e finché erano montate su una donna viva era un piacere palparle, che cazzo. Mec sosteneva che le tette di Sabrina Salerno erano di gomma. Porca puttana ti rendi conto di quel che sosteneva ‘sto figlio di cane? Finse di tirare un destro a Mec, che si scansò senza dire una parola. Figuriamoci. Buttò giù un sorso di caffè. Questo caffè è sempre la solita merda; ogni volta spero che come per magia durante la notte un ipotetico genio del caffè sia penetrato nel distributore aumentandone la gustosità, ma ogni volta non faccio altro che constatare che è irrimediabilmente identico al giorno precedente: una vera merda. Un caffè deve possedere alcune caratteristiche indispensabili di cremosità e viscosità. Non credo sia tanto complicato intuire che un buon caffè aumenta le capacità di concentrazione di chi lo beve; ma i vertici dell’Azienda se ne fregano. Sono stati svolti studi scientifici che provano senza ombra di dubbio che un caffè gustoso aumenta le facoltà dei dipendenti del trentuno percento. Stesso discorso vale per le tette delle colleghe: tette vere più armonia, tette di gomma più tensione. Ma tanto a me tocca bere questa brodaglia insulsa e lavorare con voi due teste di cazzo.
Fece una pausa per continuare a bere il caffè.
E vuoi saperne una, ragazzo? Il giorno dopo la faccenda del procione si presenta qui un tizio e mi chiede se abbiamo visto il suo procione. Ma non lo chiede a me, capisci, lo chiede a quell’idiota di Mec. E sai cosa fa quel troglodita di Mec? Annuisce. Capisci, ragazzo? Ammette di averlo visto, e mi costringe a raccontare la faccenda. Quella bestia demoniaca era un animale domestico, capisci? Così ci tocca passare un guaio per colpa di un procione. Ma ti pare che una persona normale possa tenersi a casa un procione? Totale, il tizio ha fatto causa all’Azienda, l’Azienda ci ha aperto il culo e trattenuto un mese di paga, io ho mollato un gancio sulla mascella a Mec, perché dico io, non si può essere tanto imbecilli, non ti pare, ragazzo?
Fece una pausa, andò nei pressi di un cespuglio di buganvillea, tirò fuori l’arnese e fece una pisciata. Sabrina Salerno con le tette finte, disse. Solo un rozzo come Mec poteva sostenere una roba del genere.
Tornò in direzione delle bare da smaltire, ne scoperchiò un’altra col piede di porco, fece una smorfia, si coprì la bocca e il naso con il lembo della camicia.
Guarda qui, ragazzo. Lesse la targa sulla bara. HJK1928G81FF, in giacenza dal millenovecentoerotti. Indicò l’interno della cassa. Quando le casse da morto sono difettose il risultato è questo. Vermi, orcoìo, vermi e larve. Ziocristo mi viene il voltastomaco. Se devi vomitare fallo lontano da me, ragazzo, che mi suggestiono. Afferrò la vanga e la introdusse nel groviglio di vermi avvoltolati sopra le ossa. Guarda qui che schifìo, si sono ciucciati fino all’ultimo cencio di tessuto.
E poi pretendono di trovarci l’anima, in mezzo a questo disgusto, orcomondo lurido; l’anima è un groviglio di vermi che squartano la carne, ragazzo, prendi nota, accamaiala. Vermi onesti, vermi dotati di spirito santo: eccola qui, la vostra anima. Chiamò Mec perché venisse con l’antiparassitario. Mec ne spruzzò una quantità industriale. Spruzza, catroia, spruzza. Sto prodotto non è buono manco per i pidocchi, cristo. A noi solo prodotti di seconda scelta. Non funziona più niente, ragazzo. L’anima la estirpiamo io e Mec con l’antiparassitario, ragazzo, è per questo che in paradiso si sente profumo di pulito, porcaccia vacca schifosa. Altro che fiori, sto parlando di disinfettante al pino silvestre e gardenia nebulizzata, ristosanto.
Più segreti degli angeli sono i suicidi. E va bene, orcoìo, ma che poi finisci in questo schifo di posto mica te lo dice nessuno; mica te lo raccontano che il paradiso è un bollitore industriale che ti spedisce dritto nel culo del nulla, accaéva impestata. Mi capisci, ragazzo? Più segreti degli angeli sono i suicidi. Ma gli angeli si fanno gli affari loro ragazzo, mica possono perdere tempo con gente come noi. E allora se la gente potesse vedere lo schifo che li aspetta, malora boia, ci penserebbe due volte prima di crepare. Si mettono lì a pregare, a supplicare, ma alla fine è un buco nell’acqua. E dell’anima cosa rimane, poi? Un grumo di vermi di merda rimane, ecco cosa, risto schifoso.
Mec spruzzò il disinfettante.
Quando le cose funzionavano, in questa dannata azienda, e mi riferisco a prima del fatidico millenovecentoottantasette, c’era un archivio cartaceo sul quale si scrivevano le date di smaltimento cadaveri, così sapevamo che oggi toccava a uno, domani all’altro, eccetera. Alle volte si accumulava un po’ di lavoro, ma mai come adesso. Facevamo una telefonata in Sede e l’azienda ci confermava lo smaltimento del dato cadavere. Le cose funzionavano a meraviglia, ragazzo; fatta eccezione per il caffè, quello è sempre stato una merda.
Terminò il caffè, poi lanciò il bicchiere in direzione del cestino. Lo mancò. Disse: catroia. Si chinò per raccogliere il bicchiere, poi si accese una sigaretta.
Nel giugno del millenovecentoottantasette un tale di nome Grandét, quel figlio di buona donna, un cornuto di dipendente del Settore Informatico, propose la sua invenzione ai piani superiori. La sua invenzione, come la chiamava. Quel povero coglione. E così inventò il fottutissimo Metodo di Trasmissione Telematico che ancora oggi crea sconquassi nell’organizzazione del nostro lavoro.
In pratica dal giugno di quell’anno buono soltanto per il disco d’esordio di Sabrina Salerno uno schifido calcolatore incamera i dati e in base calcoli imbecilli ci invia i codici dei cadaveri da smaltire. Ma questo lo sai già, ragazzo, dato che sei appena stato assunto per ricevere i dati schifidi di quello schifido calcolatore. Ne sono passati tanti, di ragazzotti rincoglioniti con le camicie a quadretti, prima di te. D’altronde io non ci ho mai capito una mazza di computer, e Mec non ne parliamo. Ma te lo vedi Mec al computer? Non saprebbe neppure accendere una televisione, quel rozzo. È solo capace a scarabocchiare su quei foglietti idioti.
E comunque ogni volta che c’è un po’ di traffico pum, salta tutto. Il Computer Centrale va in tilt e noi dobbiamo sorbirci turni massacranti per ovviare alle lacune della telematica. E va a finire che ci fanno smaltire cadaveri che non erano da smaltire. Cos’era, il duemila o giù di lì. Un avvocato di grido, mi sfugge il nome, ma il caso ha fatto scalpore.
Spense la sigaretta nel portacenere del cestino, ne accese meccanicamente un’altra.
Beh, questo tizio, l’avvocato di grido, ha una moglie che si impicca. Fin qui niente di straordinario, dirai tu. Le fanno una sepoltura con i controcazzi, ragazzo, chiedi a Mec se non ti fidi, e la tumulano nella terra, come aveva chiesto. Se non fosse che dieci giorni dopo quel cazzo di calcolatore invia tredici codici per altrettanti cadaveri da smaltire. Uno dei codici era il 331B47RF, me lo ricorderò finché campo.
E allora io e Mec cosa facciamo, secondo te? Diede una lunga boccata alla sigaretta. E cosa vuoi che facciamo, abbiamo preso il piede di porco, i guanti, la vanga e siamo andati a scoperchiare le bare per smaltire i cadaveri. E secondo te a quale cadavere corrispondeva il codice 331B47RF? Hai già capito, ragazzo. Proprio alla fottuta moglie del fottuto avvocato. Appena scoperchiamo la bara me ne accorgo subito, per la puttana, mica siamo idioti; bestemmio un quarto d’ora, poi mi attacco al telefono. Dico qui ci deve essere un errore cristo, il codice 331B47RF è stato seppellito dodici giorni fa. E lo sai cosa mi rispondono in Sede? Catroia maledetta, sai cosa mi rispondono? No che non lo sai. Si bloccò. Te lo dico io; mi rispondono primo veda di non bestemmiare, secondo moderi il linguaggio, terzo pensi a fare il suo lavoro. Orcoìo ragazzo, ti rendi conto cosa mi rispondono? Pensi a fare il suo lavoro. E io gli dico se volete venire a smaltire un cadavere seppellito da quindici giorni prendete un paio di guanti e venite voi, accamaònna di una eva sfondata. Dico proprio così. Chiedi a Mec se non ho usato precisamente queste dannate parole. Vide un paio di nutrie. Queste nutrie fottute. E comunque quello della Sede, intendo quello al telefono, mi risponde può attendere in linea, e io attendo in linea. Ascolto musica per ragazzi strafatti all’incirca per un quarto d’ora, che avevo l’orecchio destro in fiamme. Poi mi risponde una voce femminile e mi dice qual è il problema. Voleva sapere qual era il problema, capisci ragazzo? Il problema è che c’è un cadavere di quindici giorni che il vostro cervellone del cazzo ha indicato come da smaltire, vacca boia, ecco qual è il problema. Sai cosa mi risponde la voce femminile? Mi risponde primo moderi il linguaggio, secondo il calcolatore centrale non può sbagliare, controllate che il codice inviato dal calcolatore centrale coincida con quello riportato sulla bara in questione e, se coincidente, procedete allo smaltimento. Se coincidente? Ragazzo, cosa potevo rispondere a una che ti parla di codici coincidenti? A una che come minimo avrà avuto le tette di plastica, altro che Sabrina Salerno. Secondo te cosa potevo rispondere? Le ho risposto di fottersi, che venisse lei a controllare i codici, e, se coincidenti, venisse lei a smaltire un cadavere seppellito da neanche quindici giorni. Ho riattaccato e mi sono fatto un panino con Mec; quel vecchio cavernicolo prepara dei panini che sono la fine del mondo. E così ci siamo mangiati i panini e abbiamo riflettuto su quel calcolatore del cazzo. Mec ha anche controllato per scrupolo che i codici fossero coincidenti. E coincidevano, accamaònna, coincidevano come due gocce d’acqua. Così ci siamo messi a smaltire gli altri dodici cadaveri, e mentre smaltivamo il penultimo sentiamo il telefono squillare.
C’era una voce maschile. Dice lei è il signor Wernikoff? Dico sì, sono io. Ci è stato comunicato che c’è un problema inerente lo smaltimento di un cadavere, precisamente del cadavere 331B47RF; il 331B47RF dai nostri archivi risulta femmina, in giacenza da trentanove anni e sei mesi, per cui da smaltire entro oggi mediante bollitore industriale per cadaveri.
Merda secca, rispondo, statemi bene a sentire, caproni elettronici: il 331B47RF risulta femmina anche a me, ma è in giacenza da due settimane, cristo. Praticamente è ancora caldo, catroia maledetta.
Le informazioni a nostra disposizione presso l’archivio telematico indicano che il cadavere codice 331B47RF è in giacenza da trentanove anni e sei mesi. Ora, dice quel calibano imbecille, se la targa posta in basso a sinistra della bara riporta il codice 331B47RF significa che il cadavere contenuto in quella bara è da smaltire entro oggi, senza ulteriori discussioni. Le chiedo, mi chiede quello stronzetto, la targa posta in basso a sinistra della bara riporta il codice 331B47RF? Che cosa avrei dovuto rispondergli, ragazzo? Il codice corrispondeva, così ho risposto sì, catroia maledetta, la targa posta in basso a sinistra della bara riporta il codice 331B47RF. E sai cosa mi sento ribattere dall’altra parte? Primo, dice lo stronzetto, moderi il linguaggio; secondo, aggiunge lo stronzetto, procedete allo smaltimento. Hai capito cosa mi dice quel collo di bue? Procedete allo smaltimento.
Ci sono notti in cui perfino questo campo cadaverico puzzolente sembra immagazzinare l’energia della bellezza. La notte in cui abbiamo prelevato il 331B47RF e lo abbiamo ficcato nel bollitore cadaverico era una notte fantastica, ragazzo. Mec ci ha pure scritto una poesia. Come l’hai chiamata, Mec, la poesia? Amore all’ombra del bollitore industriale per cadaveri. Il titolo è da perfetti idioti, ma la poesia non era malaccio. È crepuscolare, come dice Mec, qualunque cosa significhi. Parla di due ragazzini che vengono a fare le loro zozzerie qui, al cimitero, proprio sotto al Bollitore. Ci pensi, ragazzo? Scopano nel campo di decomposizione, accanto al bollitore. E la cosa peggiore è che si tratta di una storia vera: sai quanti ne becchiamo, di questi pervertiti? Un’infinità. Diglielo, Mec, quanti ne hai già beccati. Ma mica solo ragazzini eh; porco cazzo abbiamo beccato anche donne e uomini sposati, se capisci cosa intendo. Ma cosa vuoi capire, ragazzo, tu ti rinchiudi ancora in bagno per farti seghe dalla mattina alla sera; chiudi a chiave la porta, quando ti smanetti qui a lavoro, non voglio sorprenderti con il pisello in mano. Sarebbe imbarazzante, ragazzo, capisci?
Accese una sigaretta, si avvicinò al distributore automatico di bevande. Voglio offrirti un caffè, ragazzo.
La verità è che nessuno ha rispetto del nostro lavoro, disse. Credono sia facile ramazzare il marcio da sotto il tappeto.
E comunque quando il marito del 331B47RF venne quaggiù per cambiare i fiori sulla tomba e al posto della fotografia della moglie ci trovò quella di un camionista di Scandeluzza morto il giorno prima, prima chiese spiegazioni, poi, quando vuotai il sacco, si incacchiò di brutto. Dovevi vederlo, ragazzo. Non toccare mai i morti ai cattolici. Toccare i morti dei cattolici è una gran brutta faccenda. Io lo sapevo, e anche Mec lo sapeva. Non so quanti soldi è costato all’azienda lo smaltimento di quella povera donna; ben gli sta, ragazzo, per quanto sono imbecilli gliene avrei fatti spendere anche di più.
Spense la sigaretta, fissò il ragazzo negli occhi, gli porse il bicchierino col caffè. Ma tu sei troppo giovane, ragazzo. Tu certe cose non puoi mica capirle. Si avvicinò a una bara, notò qualcosa che fuoriusciva dall’intercapedine del coperchio, lì per lì non comprese di cosa si trattasse. Che cazzo è sta roba? Sembra…sembra…un germoglio. Cristosanto, guarda queste bare schifose comprate per due soldi, ragazzo, gli cresce dentro perfino l’erbaccia. Chiamò Mec perché venisse con il disinfestante. Questa non si era mai vista, un germoglio che spunta da una bara. Fece cenno a Mec affinché cominciasse a spruzzare il disinfestante. Spruzza, orcoìo, spruzza. Fanculo all’erbaccia. Fece per accendere un’altra sigaretta, poi decise di no. E fanculo alle tette di plastica. Prese il caffè del ragazzo, bevve un sorso.
Ma come fai a bere questo caffè merdoso?
Lanciò il bicchiere in direzione del cestino. Lo mancò, e dovette chinarsi per raccoglierlo. Fanculo, disse, torniamo a lavoro, e accese una sigaretta.

AMORE ALL’OMBRA DEL BOLLITORE INDUSTRIALE PER CADAVERI


Seguiremo le mura
del cimitero
dove Cassiopea declina
e l’azzurro del cielo
si confonde nei tuoi occhi
e la tua bocca
sarà quel fiore chiamato
orchidea
il suo profumo
sarà cenere
di tibie e denti
o spermi epilettici
di gelsomino

e dissacrando il morbido
silenzio
seguiremo il sentiero
tra le fosse dissanguate
oltre la ciminiera
dove il buio penetra le ossa
e precipita
nei tuoi occhi
violentando la notte
di un dolce stupro
figlio della tua bellezza.

Il fiore chiamato orchidea
seccherà tra le mie mani
e faremo l’amore
all’ombra lunare
del bollitore industriale
dove la corruzione dei corpi
incede dal nulla
a un nulla
più profondo,
definitivo.

3 pensieri riguardo “Smaltimento cari estinti

  1. Fantastico dall’inizio alla fine, dico davvero! 👏👏👏

    Piace a 1 persona

    1. Il buon vecchio Griffi non sbaglia un colpo.

      Piace a 1 persona

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