Coccodrilli

di Valeria Temeroli

Senza titolo – Daria Pesce

Se potessi distendere il braccio e allungare un dito, loro rimarrebbero a qualche millimetro dalla punta della mia unghia.
Li vedo sempre. Sono arrivati in silenzio e non invitati, strisciando all’interno della stanza senza essere passati prima dall’accettazione. Si sono presentati al tramonto, nella camera illuminata di arancione, ma non proiettavano ombre sui muri asettici. È come se fossero nati da un incubo.
Non si avvicinano mai. Rimangono lontani quanto basta perché io non possa toccarli, per non permettermi di tastare le loro pelli screpolate. Non li sfiorerei nemmeno se potessi, ma questo loro non lo sanno. Entrano ed escono dal mio campo visivo, prima gli uni e poi gli altri, dandosi il cambio come le infermiere nel corridoio qui fuori.
Ormai ho imparato a riconoscerli anche al buio.
Ci sono gli scorpioni con le loro code velenose, lucidi e duri come frammenti di onice. Ci sono i ragni, le cui zampe lunghe e sottili si contorcono quando lottano tra loro. I vermi che divorano i corpi dei caduti. Le mantidi, che in silenzio si accoppiano e si uccidono in un ciclo continuo. Ma i peggiori sono i coccodrilli. Rimangono sempre ai margini, come se non volessero che io veda quanto grandi sono i loro corpi. Leggo la fame in quegli occhi gialli, mentre i denti scattano verso di me senza toccarmi mai. Sento la puzza della loro saliva che cade a terra mentre mi guardano, l’odore dolciastro di fiume proveniente dalle loro scaglie ruvide. Mi osservano chiedendosi quando potranno affondare gli incisivi nella mia carne, e io osservo loro chiedendomi la stessa cosa.
I medici mi dicono di ignorarli. «Faccia finta di niente, Carmela, vedrà che se ne andranno.» Ma loro, da lì, non si muovono. Arrivano puntuali, la sera alle nove, e rimangono con me per tutta la notte fino a quando non sopraggiungono gli scorpioni.
Mi dicono che prima o poi spariranno. Che smetterò di vederli. Eppure ce ne sono sempre di più.
«Deve rilassarsi, stiamo facendo tutto il possibile per aiutarla.»
Mentono, i medici. Non dicono che i coccodrilli sono qui perché sto morendo. Fingono soltanto che non ci siano, pensandomi pazza. Non lo sono. Quelle bestie sono reali tanto quanto il bambino che ho in grembo, e più lui si ammala, più loro si fortificano.
Il mio sangue è avvelenato. Li ho sentiti sussurrare che aspettano un aborto spontaneo, ma so che non accadrà. Questo feto non se ne andrà senza di me, non vuole morire da solo. Sta attendendo di potercene andare insieme. Anche lui ha paura dei coccodrilli. Lo sento scalciare quando arrivano, e ogni volta è più debole.
«Il caso è critico», hanno annunciato a Nadia, mia cognata. A me non dicono che sono in punto di morte, ma a lei sì, come se qualcun altro avesse diritto a sapere le mie condizioni di salute più della sottoscritta. Le raccontano che non dovrei vedere i coccodrilli, e nemmeno gli scorpioni e i ragni e i vermi che ne divorano i corpi.
Le suore che visitano la clinica vengono a pregare per me, supplicando Dio di fermare le allucinazioni, ma mentre sono chine ai lati del mio letto io vedo i pesci.
Veloci, colorati, allegri. Nuotano sui loro capi, come se l’aria fosse una corrente d’acqua che li costringe a muoversi in circolo attorno alle teste velate. È l’unico momento in cui vedo cose belle. Fino a quando non aprono le loro bocche mute e non rivelano i denti gialli e appuntiti dei coccodrilli. Allora comincio a urlare, e la morfina mi fa sprofondare nel mondo dei sogni.
Lì possono toccarmi. Lì li vedo tutti insieme, mi circondano e si avventano su di me come se io fossi un ragno morto e loro i vermi. Mi divorano, dall’interno e dall’esterno, fino a che non sono più nulla e mi sveglio.
I medici pensano di non poter più fare nulla per me, nonostante dicano che mi stanno curando. Ho sentito una Suora raccomandare a mia cognata di telefonare a mio marito e alla mia bambina. Per permettere loro di dirmi addio.
Ma io non sono pronta a morire. Non mi importa se il bambino mi vuole con sé, io non voglio andare. Non voglio lasciarli e non voglio dire addio. Non voglio vedere i coccodrilli.
Nadia porta dei trucchi, a volte. Tenta di rendermi bella, ma ho le guance solcate dai segni delle mie unghie, lasciati le poche volte che si sono arrischiati a non legarmi. Mi pettina, mentre io guardo gli scorpioni e le racconto di quanto siano lucide e dure le loro code di onice. Cerco di ignorarli solo quando c’è Fulvia, la mia bambina. Non voglio che sappia di loro. Dentro di me sento che, se evito di parlargliene, se riesco a lasciarla nell’ignoranza di ciò che mi accade, anche loro ignoreranno lei. È troppo piccola per i coccodrilli, non devono vederla.
È me che vogliono.
Si avvicinano sempre di più. I giorni passano, loro aumentano, non si danno il cambio. Adesso sono tutti insieme, come nei miei sogni. Se potessi distendere il braccio e allungare un dito, riuscirei a toccarli.

Foto di Daria Pesce

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