La pace

di Fabio Massimo Franceschelli

Fine pena mai – Julio Armenante

Nel momento stesso in cui il prete pronunciò l’odioso invito lui si alzò di scatto e si avviò indignato verso l’uscita, seguito dagli sguardi perplessi dei parenti. Il segno di pace no! Non la stringo la mano a quei serpenti. Dopo una dozzina di energici passi giunse a ridosso del portone, afferrò il maniglione metallico della massiccia anta in noce e fece l’atto di spalancarla con veemenza. Ma lui non era Mike Tyson né quel portone un sacco da boxe, semmai il contrario e il risultato fu che il suo vigoroso slancio si accartocciò sulla statuaria solidità del manufatto in massello e una fitta lancinante gli perforò la spalla destra. Trattenne tra i denti l’imprecazione peccaminosa ed ebbe la sensazione che tutti alle sue spalle, i parenti, i fedeli, il sacerdote, lo stessero fissando. Non si girò, fece finta di nulla per qualche secondo e infine affrontò il secondo tentativo. Ma gli venne un dubbio: e se quella fosse un’uscita chiusa? Se si potesse aprire solo nel senso di ingresso e per andarsene occorresse utilizzare l’altra anta, opposta alla prima e da quella distante un paio di metri? Non poteva permettersi un secondo tentativo errato: decise di scuotere in modo sussultorio la maniglia per testare i versi di apertura della porta. Memore della precedente esperienza la afferrò con entrambe le mani mentre nell’ambiente echeggiava il canto dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo e dona a noi la pace. La pace… appena esco da qui. Poi diede inizio allo scuotimento sincopato ma si rese conto che la maniglia era malferma, che una delle viti stava cedendo o forse era il legno vetusto del portone che non permetteva assemblaggi di adeguata qualità. Lo capì – e si fermò – solo quando aveva scosso la maniglia sei o sette volte causando uno sfacciato fragore, un minestrone sonoro di sbattimenti sordi e cigolii acuti, così chiassoso e penetrante che quando terminò cedette il campo all’ingresso subitaneo di un silenzio esteso, denso, la cui pesantezza se la sentì gravare interamente nell’intersezione vertebrale di C7 con T1. Stavolta non resistette alla tentazione di girarsi e dopo averlo fatto se ne pentì: l’intera comunità dei fedeli era volta su di lui e lo fissava, un po’ come si può fissare un gorilla che passeggia in pieno centro o un cammelliere sahariano alla prima della Scala. Sentì salirgli su la vergogna e questa trascinare con sé rabbia, indignazione, un orgoglio vilipeso, un moto di rivolta. Di scatto tornò sul portone e vi si gettò addosso con l’energia di una sedizione fuori controllo. Ma un attimo prima che la sua azione si abbattesse sull’anta, questa venne spinta verso l’interno della chiesa dalla mano ignara, eppur vigorosa, del solito tabagista che dopo aver soddisfatto il proprio vizio rientrava per il gran finale liturgico. Lo scontro frontale tra l’anta che si apriva e l’atto di fuga che si slanciava si risolse con una classica e rovinosa “portonata” in faccia che lo fece cadere all’indietro e travolgere alcuni fedeli che assistevano in piedi alla messa. Lo aiutarono a rialzarsi e tra un goffo grazie e uno scusi bofonchiato incrociò il distante ma tagliente sguardo del parroco che lo trafisse inchiodandolo alle proprie vergognose responsabilità. Quando i due sguardi si incontrarono ebbe, per un istante, la chiara sensazione che stesse guardando sé stesso, il viso del parroco era il suo viso, gli occhi del prete i suoi occhi. Si scosse turbato. Doveva uscire! Immediatamente! Subito! Non c’era un istante da perdere. Si voltò verso il portone e ci si gettò sopra, spingendolo con tutta la rabbiosa energia che lo possedeva, ma stavolta lo trovò sorprendentemente morbido, di una resistenza quasi inconsistente. Da fuori, ritratta dalla mano ignara di uno sconosciuto penitente che voleva entrare, l’anta si apriva liberando l’uscita da qualsiasi ostacolo e in quell’inaspettato pertugio lui si lanciava, volando ai piedi dello sconosciuto con entrambe le braccia tese, un po’ come Dino Zoff aveva volato sulla linea di porta a bloccare il colpo di testa di Oscar durante il minuto finale di Brasile-Italia ai mondiali di calcio del 1982. Cadde slanciato sul mattonato di grigi marmittoni da esterno che ricopriva il pavimento antistante l’ingresso della chiesa. Alla fine era uscito. Guancia sinistra a terra, aprì gli occhi e restò abbagliato dalla luce bianca del sole estivo di mezzodì che sembrava felice di accoglierlo. Godette per alcuni istanti del calore dell’astro sul viso, poi lo sguardo si adattò alla luce e mise a fuoco alcune grandi formiche nere che a circa venti centimetri dal suo naso entravano e uscivano da un foro nel terreno, scavato sull’intersezione tra due marmittoni verdi. Verdi? Ma non erano grigi? Strizzò più volte gli occhi e ammise che sì, erano verdi e che anzi, a ben guardare non erano nemmeno marmittoni ma zolle, zolle di morbida e umida erbetta. Allora allungò lo sguardo e rimase incredulo perché davanti a sé si spalancò alla vista un ampio prato inglese perfettamente rasato, ondulato da leggeri saliscendi, ombreggiato qua e là da oasi di betulle e salici, macchiato a caso da cespi di tulipani bianchi, rovi di rose rosse, ciuffi di gerbere gialle, attraversato in lontananza da un ruscello protetto nel suo percorso da una staccionata di legno. Oh mio Dio, esclamò sollevandosi in piedi, e quell’esclamazione sbocciata tra i terreni fertili dello stupore diede il là alla sfrontata esibizione che Madre Natura gli dedicò nei secondi a venire: l’odore esaltante di erba appena tagliata lo fece sentire leggero e scattante, i raggi del sole gli sciolsero contratture e indolenzimenti, i colori intensi gli acuirono la potenza dello sguardo, una danza di farfalle – cedronelle gialle, aglaie arancio, vanesse del cardo – gli innalzò il tono dell’umore. Si tolse scarpe e calzini e iniziò a correre a perdifiato lungo il pendio, corse con larghe falcate, con l’andatura di un saltatore di triplo e tra un salto e l’altro aprì la bocca preso dalla voglia di bere il vento che lo colpiva in faccia, di mangiarsi tutto quel verde, di ingoiarselo, di abbuffarsi di humus e zolle. Arrivò alla massima velocità in prossimità di un leggero avvallamento e lì si staccò da terra sfuggendo alla gravità e alla compostezza borghese. Ed urlò. Nel punto più alto del suo balzo, giunto al vertice della parabola della sua sfida urlò rabbia compressa da decenni, urlò sì tanto che la bocca sì spalancò di un’ampiezza mai raggiunta e l’articolazione temporo-mandibolare si inceppò e si bloccò e mentre ricadeva giù un tafano da 25 mm gli sbatté sul palato e tramortito gli rotolò in gola. Cadde tossendo a bocca aperta, cadde scomposto sbattendo prima i glutei e poi il fianco sinistro e la spalla; rotolò due tre volte e infine ogni dinamica si spense lasciandolo lì a terra, con la bocca aperta e bloccata e con la tosse incontrollabile che eruttava conati di nulla cercando di espellere il misterioso corpo estraneo che gli albergava in gola. Una fanciulla in fiore lo vide e accorse. Lo aiutò a sollevarsi con sorprendente vigore e poi gli chiese: Signore, se l’Arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescostantinopolizzasse, si disarcivescostantinopolizzerebbe anche lei? E fuggì ridendo, come fuggono le inaspettate meteore che attraversano le nostre lente vite e mentre si allontanano lasciano una scia di luce che accende desideri e rimpianti. La osservò correr via, con la bocca aperta, non per lo stupore ma per il blocco articolare temporo-mandibolare che persisteva, poi sopraggiunse il colpo di tosse definitivo, il padre di tutti i colpi di tosse che gli gonfiò il collo e il viso e gliel’infuocò e gli fece sputar fuori un grumo di catarro ambrato avvolgente l’insetto nero. Cadde a circa un metro dai suoi piedi, si avvicinò e si chinò per osservarlo, lo vide dibattersi, muovere le minuscole zampette per liberarsi dal muco vischioso. Ebbe l’istinto di schiacciarlo ma si ricordò che era scalzo. Allora si girò e si incamminò in direzione opposta per recuperare scarpe e calzini e mentre risaliva il pendio che lo portava in direzione della chiesa incrociò gruppi di fedeli che si allontanavano. Avevano tutti capelli rossi e ricci e lo osservavano turbati per l’espressione che lui aveva assunto a seguito del blocco articolare. Gli fecero le condoglianze a cui lui rispose con un cenno del capo. Vide suo cugino avvicinarsi e dirgli Ehi, tutto ok? Stai bene? Lui rispose Certo, grazie, tutto ok, carini i tuoi capelli rossi, ma gli uscì una cosa tipo Eheho, ahihe, uhoo ohei, ahihih ohi ahehii ohiih. Poi notò scarpe e calzini a poca distanza, sorrise all’esterrefatto parente e si allontanò verso le calzature. Una volta indossate riprese il precedente cammino, ridiscese il pendio questa volta con estrema calma ma sempre a bocca spalancata e giunto là dove prima era caduto fece in modo che uno dei suoi passi calpestasse con precisione (direi) cinico-chirurgica il tafano che ancora si dibatteva tra ciuffi di erbetta. Ebbe l’impressione che l’insetto urlasse. Gli venne da ridere e capì che la mandibola si era finalmente sbloccata. Ripartì sollevato e per alcune centinaia di metri seguì il percorso del ruscello che segnava l’orografia del prato come una frastagliata ruga d’espressione. Ebbe l’immagine di se stesso che camminava sul viso della terra. Poi guardò l’acqua scorrere veloce, vide un’insolita trasparenza mostrare ogni dettaglio del fondale, sentì su di sé una serenità sconosciuta. Si poggiò alla staccionata ad ammirare lo sfarzo floreale del corso d’acqua, segnato verso i bordi da saggine spagnole, calle, tife e canne, e poi deliziose ninfee e avvolgenti salici e fasci di giunchi. Percepì il gracidare delle rane, osservò felice gruppi di girini neri. Più in là, sulla destra, notò un rudere ricoperto d’edera e vite americana; abbandonò il ruscello e vi si avvicinò. I rampicanti avevano conquistato ogni centimetro delle pareti impedendo all’occhio esterno di valutare caratteristiche ed età della costruzione. Anche il grado di stabilità sembrava molto dubbio. Individuò un ingresso privo di porta ed entrò con cautela. L‘ambiente era freddo e semibuio, poca luce filtrava da una finestrella parzialmente ricoperta dai tralci dei rampicanti, vi era puzza di escrementi e umidità. Poi lo sguardo si abituò alla penombra e iniziò a registrare particolari fino a quel momento nascosti: il pavimento di terra battuta, cartacce sparse, in un angolo un vagabondo seduto a terra che lo osservava, piatti di plastica e immondizie varie qua e là. L’uomo si sollevò con qualche difficoltà e nel farlo liberò il fetore degli escrementi che gli imbrattavano i pantaloni. Poi mosse un paio di incerti passi e fu davanti a lui. Gli disse Lo so che mi invidi, e lo abbracciò. Lui si divincolò bruscamente e scappò via, fuori dal rudere, inseguito dalla voce roca del clochard che gli urlava dietro Ormai sei mio, sono dentro te! Corse come un folle per minuti e minuti, senza mai voltarsi, ignorando sentieri e orientamento, gettandosi dentro gli anfratti più scuri e impenetrabili. Corse con la sensazione che il vagabondo fosse sempre dietro a lui, che le sue mani luride stessero per afferrargli il collo, corse sbattendo addosso a tronchi, lottando contro arbusti spinosi che gli tagliavano le gambe, corse finché non inciampò finendo a terra tra lacrime, sangue, la propria urina che sgorgava libera da ogni costrizione, liquidi di varia trasparenza che irroravano la terra dove giaceva. Gli occhi si chiusero. Quando tornò in sé camminava probabilmente da molte ore e il sole era allo zenit, camminava e il sole tramontava, camminava e il sole non c’era più e poi di nuovo sorgeva vigoroso a illuminargli il cammino. Camminò tanto che le scarpe gli si sfaldarono e la barba gli arrivò allo sterno e i denti gli si fecero gialli di fame e pazzia. Un giorno notò che la vegetazione intorno a sé stava cambiando, gli alberi si facevano radi ed entrava in scena la macchia mediterranea: gruppi di arbusti bassi, ginestre, eriche e caprifogli, pungitopo, ginepri, mirti e cisti marini. Raggiunse la spiaggia e si nascose dietro una duna ad osservare due giovani che amoreggiavano sul bagnasciuga, forse ventenni o poco più. Lei aveva spinto lui ed era scappata in mare urlando e ridendo e ora lui la rincorreva con la falcata dell’atleta, scalciando acqua e spruzzando schiuma. La raggiunse, o forse lei si fece raggiungere e si fece baciare. Un’onda li travolse e caddero in acqua abbracciati. Diede le spalle a tutta quella gioia e iniziò l’anabasi, il progetto di un ritorno. E da allora furono passi e sole, passi e vento, passi e pioggia e passi e buio, il buio rumoroso dei cinghiali a cui tagliava la strada, il buio stellato di un’estate che celava i fantasmi quale lui sapeva di esser diventato, fantasma con barba, fantasma con puzza, fantasma per l’appetito di altri orrori disincarnati. Fu picchiato duro da colleghi alticci, arso da una febbre ottenebrante, inseguito dai guardiani urlanti di un qualche ordine metallizzato, uno dei tanti della Nazione, si accodò per lunghi tratti a bande musicali di paese che sfilavano per il Patrono e la vendemmia. Una mattina scorse una grande costruzione in cima ad una piccola collina, ne vide il retro, era un’alta abside, vi si diresse. Lì giunto si scoprì a toccare con foga i mattoni di tufo marrone che innalzavano le pareti sacre. Ne leccò qualcuno. Tra l’abside e il transetto vide una porticina socchiusa, la aprì, entrò dentro e percorse un breve corridoio oscuro al cui termine vi era la sagrestia. Due chierichetti lo aspettavano vicino ad un tavolo dove era steso in tutta la sua ampiezza un abito talare bianco con alcuni paramenti. Lo spogliarono e con un panno bagnato dentro una tinozza lo lavarono accuratamente, poi lo fecero sedere, gli spuntarono i capelli e gli rasero la barba. Infine gli fecero indossare l’abito e i paramenti sacri. Cosa abbiamo oggi, domandò. Messa esequiale, risposero in sincrono i due ragazzi. Entrò in chiesa e si avviò lentamente verso l’altare osservando con fermezza e serenità i tanti congiunti che lo attendevano in piedi. Poi posò lo sguardo sul feretro e lì assorto rimase diversi secondi, infine iniziò la liturgia invocando su tutti la Grazia del Signore. Circa mezz’ora più tardi si rivolse alla comunità invitandoli a scambiarsi un segno di pace. Vide un uomo, il figlio del defunto, alzarsi di scatto e dirigersi velocemente, con fare indignato, verso l’uscita.

Rielaborazione di Julio Armenante da un fotogramma di Convict 13 di Buster Keaton

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