Il momento più bello della vita di Katia

di Gian Marco Griffi

Sfilata a Villa Minozzo – Casa protetta – Andrea Herman

Per come lo ricordo io il giorno che siamo andati all’Outlet della Sposa è finito a schifìo ancor prima di cominciare, quando facendo la retro col Fiorino di mio padre investiamo un tacchino e mio padre s’incazza come una biscia. Ma il problema del Fiorino, dice zio Cancro, è che non vedi un cazzo di niente quando fai la retro, e gli specchietti quella volta erano pure posizionati male. E così facciamo la retro e schiacciamo un tacchino e partiamo per l’Outlet della Sposa a vedere se riusciamo a trovare un vestito da sposa per me che devo sposarmi tra un mese esatto, e non un vestito qualunque, bensì un vestito coi controcazzi come quelli delle serie televisive americane sul canale 31 del digitale terrestre.

Il mio futuro marito ha una mascella fantastica e io si può dire mi sono innamorata della sua mascella, se fossi capace ve la descriverei ma mi sa che non sono capace, così vi dovete fidare del mio giudizio quando dico che il mio futuro marito ha una mascella da paura, e non solo del mio giudizio ma anche di quello delle mie amiche Gianna, Sandra e Patti, che sbavano tutte le volte che vedono la sua mascella, per non parlare del Dodi, che è un frocio fatto e finito e si masturba pensando alla quella stessa mascella che invece è solo e soltanto mia, anche se a zio Cancro gli fa schifo, il mio futuro marito, e non lo dice così tanto per dire ma gli fa proprio schifo come uomo, dice zio Cancro, da quella volta che è rimasto senza soldi e mi ha chiesto un piccolo aiuto economico e io ho pianto tre giorni di fila per chiedere i soldi a mio padre e gli ho detto pà, ma cosa vuoi che siano tre milioni per te che c’hai i milioni in banca.
E così io e lo zio Cancro siamo partiti per l’Outlet della Sposa per comprare un vestito da favola e ho dato appuntamento a Gianna, Sandra, Patti e al Dodi, che in fatto di vestiti da nozze c’ha un gusto meraviglioso.
Il Dodi si chiama Giorgio e non ho mai capito perché lo chiamano Dodi, che mi è sempre sembrato un nome di merda, ma se provi a chiamare Giorgio il Dodi quello neppure si gira, e allora se l’è voluto lui, penso, e lo chiamo con quel nome da deficiente anch’io.
Zio Cancro invece lo chiamiamo così perché ha un cancro dalle parti della prostata, dice, e deve morire o ammazzarsi da quindici anni, solo che non muore e non si ammazza mai, e abita con noi e mangia come un lupo e sembra che sta benissimo, tanto che non lo so mica se il cancro ce l’ha veramente.
Comunque sia l’abito della sposa, io credo, è importantissimo per un matrimonio. E voglio sceglierlo con i controcazzi, davvero figo, dato che sarà l’unico abito bianco da nozze che indosserò in vita mia, e lo indosserò precisamente tra un mese esatto da oggi, sempre che il nonno si decida a crepare entro domani sera, perché se non crepa entro domani sera finisce che mia madre mi costringe a un mese di lutto e mi fa saltare la data del matrimonio, che ho già prenotato la chiesa da un anno e mezzo, cribbio, mandato gli inviti e le partecipazioni, prenotato la Sala Azzurra del Ristorante Ukulele, dove hanno sette sale per sette ricevimenti in contemporanea, roba da professionisti veri, e se mi salta la data prenotata mi tocca spostare tutto di un anno o anche più.

E allora il nonno dovrebbe crepare entro domani sera. Cioè, fermi tutti, non vorrei che crepasse, mi dispiace che crepa, sia chiaro, solo che da un mese si sa che deve crepare perché non ne può più, è malato come una merda d’uomo, col cuore mezzo andato eccetera eccetera, i tubi e l’ossigeno eccetera eccetera, e allora dico io, se deve crepare, perché tanto deve crepare, e sia chiaro, mi dispiace, mi piacerebbe se crepa entro domani sera, in modo da avere il mese di lutto che mia madre pretende e poi sposarmi due giorni dopo contenta e beata come ho sempre desiderato fare. Perché se invece metti che crepa tra una settimana, ed è un cazzo di lunghissimo mese che i medici dicono domani crepa, domani crepa, e lui non crepa mai perché, dice zio Cancro, c’ha la pellaccia tipica della nostra famiglia, dicevo metti che crepa tra una settimana/dieci giorni, allora non ci stiamo dentro neanche per il cazzo, alla data di nozze, dato che la mamma non transige con questo benedetto mese di lutto e rompe i coglioni che non vi dico; che poi chissenefrega, dico io, se mi sposo una settimana dopo che il nonno è crepato, dico, si fa una festa dopo un lutto, ma la mamma dice che non si può e comincia a piangere e mi urla addosso cose bruttissime tipo che a me non frega niente di suo padre (che è mio nonno) eccetera eccetera, mentre le altre cose ve le lascio immaginare perché non mi va di spiattellarvi le continue lagne di mia mamma, come per esempio una è quella volta che voleva accompagnassi a Lourdes zio Cancro e ci rompeva l’anima con questa storia della Madonna che fa i miracoli e che una sua amica con le gambe gonfie come un pallone è tornata da Lourdes con le gambe che sembrava Kate Moss e allora andiamoci, abbiamo detto, anche se poi non ci siamo mai andati, perché alla fine basta dirle sì, a mia mamma, poi ci andiamo, poi lo facciamo, che lei è contenta è non scassa più la minchia, e tu hai un po’ di pace e tranquillità, che se invece le dici no mamma, che palle mamma, eccetera eccetera, poi finisce che ti stressa all’inverosimile, ti si attacca come una cozza e non ti molla più con le sue raccomandazioni, commissioni, consigli, eccetera, eccetera, che poi ma che cazzo se ne fa zio Cancro di andare a Lourdes che son quindici anni che ci tira dietro con sto cancro delle palle, e sta meglio di tutti noi messi insieme.

Vabbè allora partiamo per l’Outlet della Sposa e non siamo ancora partiti che lo zio si accende una sigaretta sul Fiorino, dove mio padre si era raccomandato di non fumare perché il puzzo di fumo stantio gli fa venire il vomito, tanto che me ne accendo una anch’io e ci facciamo una bella fumata sul Fiorino di mio padre che rompe sempre le palle di non fumare ma il viaggio è lungo, dice lo zio, e uno col cancro mica si può fermare ogni dieci chilometri per fumare una sigaretta, dice, e non ha mica tutti i torti, penso.

Comunque partiamo per l’Outlet che lo zio mi sembra già un po’ brillo e arriviamo neanche a metà strada che è praticamente sbronzo, secondo me, per via di dodici soste in dodici bar, che a me infatti son sembrate un po’ troppe ma allo zio no, perché dice che col cancro si deve fermare spesso per pisciare e assumere liquidi. Col cancro che c’ha addosso, dice, gli tocca pisciare spesso, dice, anche se poi non piscia mica mai, e poi cos’è sta storia, dice, uno col cancro deve poter farsi un bicchierino quando vuole un bicchierino, non sono d’accordo? dice, e io dico certo zio, sono perfettamente d’accordo, perché rifletto e dico se uno ha il cancro, dico, deve poter bere un bicchierino quando ha voglia di un bicchierino.
Ma zio Cancro è così, sempre a stressare tutti, come quando siamo andati in campeggio l’anno scorso e tutte le sere guardiamo le stelle perché lo zio c’ha questa ossessione per le stelle che non so perché vuol sempre vedere le stelle, e dagli con ‘ste stelle, guardiamo le stelle dice, e no, cazzo, dice, fanculo alla luna piena, dice, uno col cancro non può nemmeno più guardare le stelle che ti arriva addosso questa luce di luna di merda che non basta averci un cancro, dice, non basta mica, dice, ci vuole anche questa fottuta luna che ti impedisce di guardare le stelle, oltre al cancro, che se ci pensi è un’ingiustizia, dice, non è un ingiustizia? penso sia una bella ingiustizia zio, dico, eh puoi dirlo, dice lo zio, non bastava neppure un cancro addosso perché mi potessi concedere un po’ di buio per guardare le stelle.

In autostrada zio Cancro fuma come una ciminiera che io gli dico zio, porca troia, va bene una sigaretta ogni tanto ma tu fumi da far schifo, cazzo, poi il papà chi lo sente, ma lui se ne frega perché ha il cancro, dice, e uno col cancro ha diritto di fumare dove cazzo vuole, dice, e quanto cazzo vuole, dice, non trovi? dice, e io dico sì, mi pare, zio, dico, uno col cancro può fumare dove vuole, dico, ecco brava, dice lui, può fumare dove vuole quindi anche sul merdoso Fiorino di tuo padre, dice, e vergognati per come parli, dice, che parli come in una latrina di Scurzolengo.

Poi mi fa guidare perché uno col cancro non può mica guidare per sempre, dice, e io dico sì, zio, ma non ho la patente, dico, e lui se ne frega che non ho la patente, e dice che se ci fermano raccontiamo che lo sto portando all’ospedale perché uno col cancro, dice, mica ci faranno la multa a uno col cancro, cazzo, quei fottuti carabinieri, e così mi metto a guidare quello schifoso Fiorino impuzzato dalle sigarette e lo zio dice di non rompere le palle per un po’, dice, che vuole dormire eccetera eccetera, solo che c’è troppa luce e sbraita che minchia, sbraita, non è mica possibile che sto sole non ti faccia dormire, sbraita, e che minchia, sbraita, uno col cancro non può nemmeno farsi una dormita, uno c’ha il cancro ma no, col cancro non ti fanno dormire, dice, perché c’è sto minchia di sole, non pensi, dice, ma, zio, dico, il sole è il sole, dico, mi sa che se ne frega del tuo cancro, zio, dico, ah è così che la pensi, dice, sì è così che la penso, dico, zio, e allora vaffanculo te e il sole, dice, e poi guidi da far pena, dice, mi viene da vomitare tanto guidi da far pena, dice, e io gli dico sì zio, ma vedi anche un po’ di andare affanculo tu, zio, dico, e lui s’incazza come una biscia e comincia a menarla è questo il modo di rivolgerti a tuo zio, chi ti ha insegnato l’educazione, cristo, ti dovresti vergognare a mandare affanculo uno zio col cancro, brutta stronza, dice, e allora mi fa accostare e si rimette alla guida che mancano ancora centoventi chilometri e non ne posso già più, di questo viaggio sul Fiorino di mio padre con zio Cancro che rompe le palle come mia madre moltiplicata per sette.

Dopo un po’ chiedo quanto manca e mi dice ci siamo quasi, ma poi si ferma a una stazione di servizio e io dico che palle, cazzo, ci siamo già fermati cento volte, dico, e lui per tutta risposta s’incazza di nuovo e comincia a urlare che le macchine vanno a benzina, se non lo so, e che mica ci possiamo pisciare dentro per farle andare avanti, cristo, eccetera eccetera, così finisco per farmi una pisciata anch’io, in quel cesso profumato dell’autogrill, e compro un salame da portare a casa per il mio futuro marito, che diventa pazzo per il salame.
E comunque alla fine arriviamo all’Outlet che non mi ricordo che ore sono ma è già buio e giriamo un’ora per trovare l’albergo, che è davvero un albergo di merda, dice lo zio, e uno che sta crepando di cancro dovrebbe aver diritto a un albergo non dico a cinque stelle, dice, ma almeno a tre o quattro non ti pare, dice. Dico di sì, zio, mi pare che uno col cancro ha diritto almeno a un albergo a tre stelle, dico. Quattro, dice lui. Quattro dico io, infatti.
Così siamo all’Outlet e ci infiliamo dentro un bar per farci un bicchiere di qualcosa; eh dice lo zio, guarda questi caproni, dice, loro mica hanno il cancro, dice. Magari ce l’hanno, zio, dico. Ma quale cancro e cancro, dice.

Dopo un’ora è già fritto dal gin e attacca bottone con una coppia di signori per bene seduti al bar, lei sulla sedia a rotelle, che io dico zio, andiamo a letto, dico, ma non rompere le palle, dice lo zio, uno col cancro deve vivere ogni attimo che il merdoso cancro gli concede, dice, concordi? sì che concordo zio, dico, e lo guardo mentre offre un giro di gin alla coppia seduta al bar, solo che poi sono sfinita e me ne vado per i fatti miei, chissenefrega di zio Cancro, me ne vado in stanza e m’attacco al telefono col mio futuro marito e ci diciamo un po’ di porcate, che mi tocco anche nelle parti intime pensando alla sua mascella da sesso che quasi vengo, e fumo una quantità industriale di sigarette e bevo una quantità imbarazzante di mignon di whisky pensando al mio vestito del giorno dopo, che alla fine crollo sul letto e mi sveglio alla mattina con la testa che mi esplode.

Incontro Gianna, Sandra, Patti e il Dodi a colazione e ci facciamo qualche urlettino, oh mio dio Katia si sposa con quel pezzo di figo, cinguettano, quel pezzo di figo, starnazzano, che io mi scaldo e dico datevi una calmata o lascerete una pozzanghera di bave sul pavimento, dico, mentre zio Cancro ci raggiunge ancora mezzo sbronzo dalla notte prima, secondo me, tanto che quando vede il Dodi gli stringe perfino la mano, cosa che lui i finocchi li brucerebbe tutti, come anche gli ebrei, dice, soprattutto i vicini di casa, dice sempre guardali lì, gli ebrei, sono felici perché hanno patito la scioà, dice, felici come delle pasque, dice, e io dico sempre zio ma che cazzo dici, e lui dice sempre muta tu, che senza Hitler gli ebrei cosa sarebbero, dice, eh? Cosa sarebbero? non sei convinta, dice sempre, no zio, dico sempre, non sono mica convinta, dico, e dice sempre che l’unica cosa che invidia agli ebrei è questa scioà e che per quel che ne sa lui potrebbero andare tutti affanculo, gli ebrei, perché i nostri vicini sono ebrei e sa di cosa parla, dice, quei fottuti, sempre a piagnucolare e a scrivere dei forni crematori e dice me l’hanno fatto a fette con queste storie, mi hanno rotto i coglioni, hai capito, dice sempre, e dico sempre sì, zio, ho capito, anche se devo ancora capire bene cos’è sta scioà.

E allora siamo dentro al negozio, io le mie amiche con zio Cancro e fa un caldo porco, dice lo zio, uno col cancro non ha neppure diritto a un po’ d’aria condizionata, cristo, e la commessa dice spiacente l’impianto è guasto, dice, e lo zio dà di matto ed esce subito in strada che non lo vedo più fino a sera, e meno male, però fa un caldo porco veramente, dico, eh, dice la commessa, eh, dico io, e mi provo il mio primo abito da sposa della mia vita, che però è davvero una merda, penso, e così ne provo altri nove finché il decimo è perfetto, cazzo, che costerebbe settemila euro ma mi fanno duemilacento per via di una bruciatura di sigaretta sulla coda che manco si vede, penso, ma l’abito è davvero una figata pazzesca, non trovate anche voi, chiedo quando esco per farmi vedere dalle mie amiche e aspetto gli urlettini, anche se quelle quattro stronze non urlano mica, cristo, che infatti chiedo com’è sta storia che non fate gli urlettini, chiedo, e loro sempre zitte, cristo, che alla fine m’incazzo di brutto e loro sputano l’osso facendo parlare il Dodi, che da buona checca non ha peli sulla lingua, e così vengo a scoprire che secondo loro l’abito perfetto non mi sta bene, cazzo, così mando tutti affanculo e chiedo alla commessa un altro abito, poi un altro e un altro ancora che alla fine ci stiamo sette ore, merdaccia, e zio Cancro sarà già cotto fino agli occhi in qualche bar, e in più sto in apprensione per il nonno che se crepa bene, altrimenti sono cazzi acidi, penso, e così è quasi buio che finalmente esco con un abito da seimilacinquecento euro che mi fanno millenovecento per una macchia di vernice che ci metto poi su qualcosa, tipo un fiore e che ne so, e quelle quattro stronze finalmente cominciano a urlettare, ad abbracciarmi, a dare fuori, eccetera eccetera fino a quando qualcuno dice s’è fatto tardi, cazzo, ed è tardi davvero, così mi sbrigo a cercare zio Cancro tra i bar dell’Outlet e lo trovo dopo mezz’ora che si sgola una pinta di birra, cotto come una pera mentre spara minchiate a raffica con dei tipi grassi e puzzolenti che appena arrivo uno fa per toccarmi il culo, ‘sto porco, e io gli rifilo una pizza col dorso della mano dove tengo l’anello di fidanzamento, non ti azzardare, dico, testa di un cazzo, e zio Cancro mi guarda con una faccia che mi viene voglia di prendere a schiaffi anche lui, poi ricomincia a blaterare di guerra e militari e che cazzo ne so, e dopo un quarto d’ora sono stufa marcia e gli dico andiamo, zio, che è tardi, porca troia, ma lui niente devo finire il concetto, dice, che uno col cancro deve finire i concetti prima che sia troppo tardi, dice, e poi vomita anche l’anima sul pavimento del bar, tanto che il barista ci fa smammare e io lo ringrazio, porco giuda, anche se al ritorno mi tocca guidare; ci mettiamo sul Fiorino e zio Cancro ricomincia a rompere le palle che guido da far pena e gli torna il vomito eccetera eccetera, e infatti mi fermo tremila volte per farlo sboccare a bordo strada, e lui è lì che si lamenta perfino mentre sbocca, cazzo, sputa e si lamenta che non c’è la corsia d’emergenza perché quelli col cancro, dice, dovrebbero sempre avere una corsia d’emergenza, sputa e si lamenta che le donne non dovrebbero dargli la patente, dice mentre sputacchia, le donne non sono gente, dice, che il suo cancro peggiora ogni volta che incontra una femminista, io dico sempre sì, zio Cancro, sì, lui dice brava, quando ti sposi vedi di non rompere le palle e di camminare, che solo a sentirgli dire ‘ste cose mi viene il vomito pure a me, però dico sì, zio Cancro, sì, lui dice falla finita di dire sì, dice, gli uomini andrebbero presi a calci nei denti dal primo all’ultimo, dice, io lo guardo stupita, lui dice guarda avanti, malora impestata, che mi viene da vomitare, guidi da schifo, io dico sì, zio Cancro, sì, lui dice a calci nei denti dal primo all’ultimo, dice, ovviamente a parte quelli che hanno il cancro, quelli vanno tenuti con cura, che già fanno una vita di merda per via del cancro, basta solo che arrivi una femmina a rompergli le palle, dice, ma tutti gli altri, dice, tutti gli altri vanno presi a calci nei denti, specialmente i mariti, quei fannulloni, specialmente se sono teste di cazzo come il tuo fidanzato, dice, io dico sì, zio Cancro, lo farò, poi lui dice che tanto il nonno c’ha la pelle dura come il cuoio, dice, che il matrimonio col testa di cazzo me lo devo scordare proprio, dice, che a me mi prende una depressione da paura, vi giuro, sono in paranoia totale pensando di dover rimandare il giorno e mi prende un groppo in gola che mi accendo una sigaretta dietro l’altra, merda, almeno fin quando non ricevo la telefonata della mamma disperata che il nonno è crepato e son già venute le pompe funebri per le pratiche, dice, sembrava dormisse, dice, e invece era proprio morto stecchito, dice, e quello lì è stato il momento più bello della mia vita.

Fotografia di Andrea Herman

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