Un posto brutto, illuminato male

di Gian Marco Griffi

Un ecomostro sul mare, la nostra gioia che muore – Julio Armenante

L’addetto si è presentato a casa nostra per riscuotere l’assegno mensile dell’assicurazione proprio nel bel mezzo di un litigio.
Non ricordo di preciso quale fosse l’oggetto della discussione, ma non doveva essere niente di che. Oppure era sempre lo stesso.
Sara ha fatto appena in tempo a tirare su il copridivano da terra ed è corsa in bagno per darsi una sistemata.
Io ho aperto la porta e ho fatto accomodare il tizio in soggiorno. Stava per fare buio, così ho acceso la luce.
Il tizio non ha detto molte parole. Ha trafficato un po’ con la sua valigetta e si è schiarito la voce come se stesse per dire qualcosa, ma poi non ha detto niente.
Comunque sembrava che filasse tutto liscio. Ho dato un’occhiata al calendario del duemilatré appeso in soggiorno; Sara aveva cerchiato con una biro blu alcuni giorni di fine mese, anche se non avevo idea del perché.
Ho guardato il tizio dell’assicurazione.
“Prende un drink?”, ho chiesto.
Lui mi ha sorriso e mi ha fatto cenno di no.
Quando è tornata, Sara si è seduta al tavolo con noi è si è messa a rovistare nella sua borsetta per cercare il libretto degli assegni. Non ha neppure salutato il tizio, che nel frattempo aveva appoggiato una cartellina nera sul tavolo e la stava sfogliando senza dire una parola.
Ho provato a fare un po’ di conversazione.
“Fa molto freddo?”, ho chiesto.
“Non particolarmente”, ha risposto il tizio senza alzare lo sguardo dalla cartellina.
“Oggi sono di riposo e non ho ancora messo piede fuori casa”, ho detto; così, per rompere il ghiaccio.
Sara stava ancora rovistando nella sua borsetta.
“Capita sempre così”, ho detto, “quando cerchi qualcosa”.
Il tizio ha smesso di sfogliare la cartellina, ha controllato il numero di polizza, ha staccato un tagliandino e ha guardato Sara alle prese con la sua borsetta.
“È colpa di questa dannata luce”, ha detto Sara.
Il tizio si è guardato un po’ intorno.
“Cosa vuoi dire?”, ho chiesto io.
“Voglio dire che questo posto è triste”, ha detto Sara. “È un posto brutto, con i riflessi di questa luce triste che rendono ogni cosa triste”.
L’addetto dell’assicurazione ha ritirato la cartellina nella sua valigetta ventiquattrore.
“Come possiamo pretendere di essere felici quando ogni cosa che tocchiamo è illuminata da questa luce orribile?” ha chiesto Sara. E poi ha aggiunto: “Quando ogni nostro gesto è illuminato da una luce tanto fredda e grigia?”.
“Non mi pare il momento di discutere del nostro lampadario, tesoro”, ho detto.
“Non è mai il momento per discutere della nostra bruttezza”, ha detto Sara.
Il tizio ha spostato leggermente la sedia all’indietro. Le gambe della sedia hanno sfregato sul pavimento. Non sembrava un rumore particolarmente fastidioso, ma in quel momento mi è parso intollerabile.
“Guardati intorno”, ha detto Sara. “C’è una ragione per cui niente di tutto ciò funziona”.
“E quale sarebbe?”, ho chiesto io. Mi sentivo un groppo in gola. “Quale sarebbe questa ragione?”, ho ribadito.
Sara è rimasta in silenzio.
Mi sono alzato per prendere un bicchiere e qualcosa da bere.
“E a cosa ti riferisci quando parli di tutto ciò? Tutto ciò cosa?”, ho chiesto mentre mi versavo un goccio.
“La ragione è il luogo in cui viviamo”, ha detto Sara.
“Nessuno potrebbe essere felice in un simile posto”.
“Non ti pare di esagerare”, ho detto.
“E tutto ciò sono le nostre vite”, ha detto Sara. “Tutto ciò di cui abbiamo sempre pensato di non poter fare a meno. Le nostre vite intrecciate insieme. Noi siamo questo soggiorno, siamo questo lampadario. Noi siamo i riflessi di quello che abbiamo pensato di essere e non siamo mai veramente stati”.
Non riuscivo a capire dove volesse andare a parare.
“D’altra parte non è colpa di nessuno”, ha detto. “Non te ne do colpa. La colpa è del caso”.
Ha provato ad accendersi una sigaretta, ma non ci è riuscita. Quel suo accendino dava sempre delle noie.
“Sarebbe meglio pagare l’assicurazione”, ho detto io.
“Adesso ti interessi della mia assicurazione. Ma quando mi hai umiliata davanti ai miei amici non ti interessava nient’altro che te stesso, come sempre”, ha detto Sara.
“Tesoro, di cosa stai parlando?”, ho chiesto.
“Credevi che me ne sarei dimenticata?” ha detto lei; “c’era questa stessa luce orribile. Una luce che ti entra nel midollo del cuore, ti trafigge la carne. Eravamo seduti qui. E mi hai umiliata proprio di fronte ai nostri amici, ingoiando una tartina, bevendo quello stupido vino. Sul bicchiere c’erano i riflessi di questa stessa schifosa luce”.
Il tizio dell’assicurazione ha guardato in direzione del lampadario. Un’occhiata fuggevole, per non farsi vedere. Poi è rimasto con lo sguardo incollato al tagliandino che aveva appoggiato sul tavolo. Si vedeva che stava provando a far finta di niente.
“Il fatto è che qui dentro è tutto orribile. Mi metto un chilo di trucco per sembrare ancora un essere umano, ma non ci riesco, questa casa mi imbruttisce. Lo specchio mi deforma”, ha continuato Sara.
“Non sarà la casa che avresti voluto”, ho detto, “ma è pur sempre una casa. E posso comperare uno specchio nuovo”.
“Il problema non è nella superficie di quel cazzo di specchio”, ha detto Sara.
“E allora qual è?”, ho chiesto.
“Mi vergogno a far venire mia madre”, ha detto Sara. Poi ha guardato il tizio dell’assicurazione e ha provato di nuovo ad accendersi la sigaretta.
“Una volta ero talmente sciocca che questo soggiorno mi sembrava accogliente”, ha detto, “e si guardi un po’ in giro adesso: sembra la corsia di un ospedale, o la sala d’aspetto di un pronto soccorso. Non mi viene in mente un solo posto accogliente sulla faccia della terra che potrebbe essere illuminato da una simile luce”.
Il tizio dell’assicurazione non ha detto niente. Ha annuito, per cortesia, senza proferire parola.
“Tesoro”, ho detto.
“Non chiamarmi tesoro”, ha detto Sara. “Guarda il soffitto, cazzo”.
Finalmente è riuscita ad accendersi la sigaretta. Mi sembrava le tremasse la mano.
“Che cos’ha il nostro soffitto?”, ho chiesto.
“Non lo vedi? È marcio. La luce lo rende marcio. L’umidità ci sta consumando il colore. Perfino la mia voce è roca, con questa luce del cazzo”.
“Adesso calmati”, ho detto.
“Non mi calmo per niente”, ha detto lei. “Cosa ne pensa di questa luce?”, ha poi chiesto al tizio dell’assicurazione.
Si vedeva benissimo che il tizio non aveva neppure un’opinione, sulla nostra luce. Lì per lì ho perfino creduto che volesse alzarsi e andarsene. Avrebbe fatto bene. Invece si è di nuovo schiarito la gola, poi ha detto: “Forse non è proprio il massimo”.
Fino a quel punto non avevo notato quanto fosse giovane. Cristo santo, avrà avuto vent’anni. Ho cominciato a pensare cosa potesse passare nel cervello di un giovane di vent’anni alle prese con quella discussione assurda sulla luce del nostro soggiorno.
Sara ha fatto un lungo tiro di sigaretta, poi ha ricominciato a rovistare nella borsetta. Sembrava che volesse piangere, e forse sarebbe stata la cosa più conveniente.
“In che modo ti avrei umiliata?”, ho chiesto a Sara.
“Ormai non te ne rendi più nemmeno conto”, ha detto lei. “È questa luce. Ogni cosa che ci diciamo è avvolta dalla sua bruttezza; è come se la luce si attaccasse alle parole per renderle pesanti”.
Il tizio dell’assicurazione ci stava guardando. Non sembrava particolarmente turbato dalla nostra conversazione. Ogni tanto alzava lo sguardo e ogni tanto lo abbassava. Aveva cominciato a giocherellare con una penna a sfera che aveva tirato fuori dal taschino della giacca.
Mi sono acceso una sigaretta e ho buttato giù un bel po’ di scotch.
Sara aveva cominciato a svuotare la sua borsetta sul tavolo.
“Ci vorrebbe così poco”, ha detto.
“Ci vorrebbe così poco per cosa”, ho chiesto.
“Ci vorrebbe così poco”, ha ripetuto. “O almeno è ciò che pensavo. Ma sono i particolari più banali a essere i più difficili da aggiustare”.
“Non ti ho chiesto io di venire a vivere in questa casa”, ho detto.
“No”, ha detto lei, “è questa casa che ci ha inghiottiti”.
Ha spento la sigaretta in una tazzina da caffè.
“Questo incessante riverbero smorto si è mangiato la nostra vita”.
Ci siamo messi a guardare le cose che uscivano dalla borsetta di Sara.
Sul tavolo c’erano un set di trucchi, una spazzola, uno specchietto, il portafoglio, dei kleenex, un pacchetto di fazzoletti, il tubetto del burrocacao, le chiavi della macchina.
Ho fatto per fermarla, ma non c’è stato verso.
Ha continuato a svuotare quella dannata borsetta sul tavolo, proprio davanti al naso del tizio.
“Si può sapere cosa stai facendo?”, le ho chiesto.
“Mi svuoto”, ha risposto.
C’è stato un momento di silenzio piuttosto lungo. Ho sentito il cane dei vicini guaire, l’ascensore mettersi in funzione. Poi ho cominciato a fissare il lampadario.
“L’unica cosa che è davvero illuminata è la nostra ombra”, ha detto Sara.
Non ne potevo davvero più di questa storia.
“Se preferite posso passare un’altra volta”, ha detto il tizio dell’assicurazione.
Lo ha detto in maniera molto delicata, come se fosse molto imbarazzato.
“Certo che no”, ho risposto io.
“Guardami le mani”, ha detto Sara. “Avanti, guardatemi le mani”.
Le ha messe in bella mostra, tenendo le braccia distese sul tavolo con i palmi sul ripiano.
Sia io che il tizio abbiamo guardato il dorso delle sue mani.
“Sono mani consumate dalla bruttezza. La mia pelle fa schifo. Non c’è un solo lembo del mio corpo che non sia invaso dalla banalità di questa luce bianca e sporca”.
“Adesso falla finita”, ho detto io.
Lei non ha detto niente. Si è versata qualcosa da bere, ha acceso un’altra sigaretta.
Sono andato in camera a prendere il mio libretto degli assegni; avevo una cosa da dire ma non riuscivo a trovare le parole adatte per dirla.
Quando sono tornato mi sono fermato a osservare il tavolo del soggiorno, il tizio dell’assicurazione che giocherellava con la penna a sfera, mia moglie che aveva cominciato a piangere. Su di loro gravava il peso di quella stramaledetta luce opaca, ospedaliera, che era rimasta la stessa dal giorno in cui avevamo trovato questo appartamento in affitto; il fumo della sigaretta aveva formato un secondo soffitto morbido e malleabile, e il nostro soggiorno non mi era mai sembrato così tranquillo e gelido.
“Quanto fa?”, ho chiesto al tizio.
“Non voglio che paghi la mia assicurazione”, ha detto Sara.
“Vuoi far restare qui questo ragazzo per cena?”, ho chiesto. “E magari anche per la notte? Credo che abbia voglia di andarsene”.
Lei si è alzata, ha aperto il cassetto della credenza, ha tirato fuori il suo libretto degli assegni.
L’abbiamo guardata mentre scriveva la data, la cifra, mentre firmava l’assegno.
“Adesso vorrei stare un po’ per i fatti miei”, ha detto.
Il tizio dell’assicurazione ha preso l’assegno e l’ha messo nella valigetta.
Siamo usciti insieme.
Mentre eravamo in ascensore ho intravisto il mio volto nello specchio. Non era il volto di un uomo infelice, ma ogni volta che mi vedevo riflesso in una vetrina o in un vetro non potevo fare a meno di pensare alla massima secondo la quale gli specchi e la copula sono abominevoli, giacché moltiplicano il numero degli uomini.
Il tizio mi ha chiesto se conoscessi la strada più breve per tornare in centro, e io ho pensato di andare con lui per comperare un lampadario con le lampadine calde e confortevoli.
Se fossi tornato a casa con un nuovo lampadario, forse da un certo punto di vista le cose sarebbero cambiate, ma da un altro punto di vista non sarebbero cambiate affatto.

Foto di Julio Armenante

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