Il demone

di Francesco Patrone

Noi non ci saremo – Daria Pesce

Vivo da solo e mi tiro le pietrate in faccia. Non lo dico per vantarmi, ma ho anche un certo metodo nel farlo: scelgo pietre non troppo grandi, che sennò mi sembra di tirarmi delle padellate, o delle coperchiate di padelle, e non è questo quello che voglio fare. Scelgo pietre non troppo piccole, però, perché sarebbe come lapidarmi con la ghiaia, che oltre che molto scomodo è anche molto più doloroso che con una pietra di dimensioni rispettabili. Pietre delle dimensioni giuste, quindi, che si adattino perfettamente alla mia esigenza. Trascorro la maggior parte delle mie giornate dentro i cimiteri, perché ho scoperto che lì, agli angoli dei sentierini che dividono le lapidi dei morti, posso trovare tutte le pietre delle dimensioni giuste che mi servono. Quando ne trovo una sono molto felice, sorrido, credo, anche se non ho mai avuto uno specchio in cui guardarmi in tutte queste centinaia di anni di vita, né qualcuno mi ha mai guardato in faccia e poi me lo ha detto. Dopo aver sorriso la metto nella mia borsa, una specie di sacco di cuoio logoro che mi attacco ad una spalla ed in cui metto tutte le pietre delle dimensioni giuste. A fine giornata, senza pausa pranzo, perché non ho mai mangiato e comunque non ho mai avuto fame, me ne torno a casa. Mi siedo in cucina, una cucina che non ho mai usato, tiro fuori le pietre dalla borsa, le appoggio sul tavolo e le guardo. Dopo qualche minuto ne prendo una e me la sbatto in fronte, con tutta la forza che ho ed un bel tonfo sonoro. Sento il dolore sordo, che sale di colpo.
Questa routine tradizionale, la mia giornata in ufficio, si è sempre svolta regolarmente, giorno dopo giorno, per più di qualche secolo. Una vita lavorativa di cui essere fieri, una grande soddisfazione. Fino a ieri.
Sono appena rientrato a casa dal mio solito lavoretto con le pietre dei morti, ma già dal mattino sentivo che c’era qualcosa di strano. Non ci ho badato granché, ho raccolto le mie solite pietre e sono tornato a casa. Appena il tempo di tirare fuori dalla borsa il frutto del mio lavoro, che suonano al campanello. Strano, penso, non ho mai ricevuto nessuno, non conosco nessuno, non vedo chi possa essere. Vado ad aprire, comunque, perché il secondo trillo del campanello mi avvisa che, chiunque sia, non se n’è ancora andato.
Apro.
Mi si pianta davanti un ragazzone alto, altissimo, biondo. Camicia azzurra di lino e pantaloni beige, mi sta già sul cazzo.
“Posso entrare?” mi chiede, ma nel frattempo ha già messo un piede dentro e inizia a guardarsi intorno come un sedicenne alla prima volta in un night club.
“No” – gli rispondo – “sei già dentro, però”.
“Guarda, ti rubo solo un secondo, giuro”.
“Eh, dimmi.”
“Hai mai preso in considerazione di smettere di mangiare carne di maiale? Senti, io ti vedo tutti i giorni eh, seguo a che ora esci ed a che ora rientri a casa. Devi fare sicuramente un lavoro molto stressante, visti i tuoi orari, anche se, considerato l’arredamento di questa casa, non credo che tu guadagni molto”.
Avevo ragione, non avrei dovuto aprire.
“Chissà lo schifo che mangi in pausa pranzo, non posso pensarci. Sono qui per proporti la mia ricetta personale per una vita sana ed un’alimentazione completa: posso?”.
“Veramente no, io starei anche finendo di lavorare”. Ma niente, non sente, non mi ascolta nemmeno.
“Mangi esclusivamente pane, bianco, naturale, morbido, buono. E bevi solo vino, rosso, il frutto delle nostre colline, robusto, bello, forte. Cosa ne dici?”
Mentre parla mi sono avvicinato al tavolo. Accarezzo i bordi con le dita, cammino in circolo molto lentamente, come se fossi rapito da un pensiero fisso.
“Non sto nemmeno ad enumerarti la lunghissima lista di vantaggi che avrebbe un’alimentazione di questo tipo sul tuo corpo, credo che tu lo veda da solo” continua, indica il suo corpo con le dita lunghissime di due mani che non hanno nemmeno mai sfiorato una pietra.
“Ma non solo vantaggi per il fisico! Sono due anni, d u e a n n i che non tocco una sigaretta! HHHA!” fa tutto entusiasta, e tira fuori dal taschino della camicia una sigaretta elettronica, iniziando ad emettere densissime nuvole di fumo attraverso la barba curatissima ed i capelli biondi.
Sorrido, tastando il pacchetto di tabacco nella tasca della mia giacca.
“Ti ho convinto? Sapevo che era esattamente quello di cui avevi bisogno!” trionfa.
Allungo appena una mano, prendo una pietra dal tavolo e la tiro con tutta la mia forza verso la faccia di quell’idiota in piedi davanti a me. Lo prendo in pieno, in mezzo alla fronte. Stramazza e cade.
Poi continuo, una, due, tre, quattro pietrate in faccia, per fortuna che ha il viso più o meno delle stesse dimensioni del mio, altrimenti le pietre non sarebbero servite a nulla. Finito il lavoro, mi siedo sulla stessa sedia di tutti i giorni, nella cucina che non mi è mai servita a nulla. Sono finalmente di nuovo calmo, ed immensamente felice, pure, perché penso che ora tocca a me. Prendo una pietra, le sorrido e la bacio. Via.

Foto di Daria Pesce

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