Maiale viaggiatore

di Caterina Iofrida

Maledetto tu sia, Peter Pan. Maledetta la tua isola. Maledette le sirene – Daria Pesce

Punto. Come lo ebbe messo, alzò la testa dal foglio, con l’aria disorientata di chi si è appena svegliato da un sogno. Posò la penna e si passò la mano destra sulla faccia, gli occhi chiusi, inspirò, espirò. Riaprì gli occhi e lesse quel che aveva scritto, una ventina di pagine riempite fitte, con lo stupore dipinto in faccia, come di fronte a qualcosa di estraneo, nuovo. Una volta arrivato in fondo, fissò ancora per un po’ le ultime righe, dopo di che, con poche mosse, ostentate e lente, dal tenore solenne, prese il mazzetto di foglio, lo piegò in tre parti e lo inserì in una busta bianca, che chiuse con precisione. Sempre con la stessa penna, una biro blu, scrisse l’indirizzo e il mittente; poi aprì con delicatezza la bocca del maiale, sollevò le labbra, scostò i denti, quindi ci infilò tutta la busta dentro. Poi richiuse per bene il grugno. Quel suino era fatto per grandi cose, lo aveva sempre saputo; del resto aveva le ali, non poteva essere un caso. E ora stava per partire, diretto a un indirizzo indimenticabile — o quantomeno, lui non lo aveva mai dimenticato, quell’indirizzo, in trent’anni.

(È un bel maiale, mettiamolo qua, sulla credenza.)

Il maiale era di peluche rosa, una variante particolarmente morbida, ed era nato pieno di ovatta, naturalmente; era stato lui a eviscerarlo, con le sue mani, giusto quel poco che bastava a creare lo spazio per la missiva, niente di particolarmente cruento. Sapeva che a Irene sarebbe piaciuto molto – lei adorava gli animali grassi – e che avrebbe trovato la sua collocazione in quello che in qualche modo sarebbe risultato essere un posto d’onore: che fosse sul tavolino in salotto, sul comò della sua camera da letto o sulla credenza in cucina, la scelta non sarebbe stata casuale.

(Non sembra pure a te che il maiale ci stia guardando?)

Nel maiale aveva messo tutto ciò che contava. Tanto per cominciare, non aveva mai scritto una lettera prima d’ora. E poi – questo era il punto – non aveva mai raccontato a nessuno, prima, quel che c’era scritto dentro. Ora lo stava affidando a lui. O a lei? Si soffermò per un attimo a chiedersi se fosse il caso, data l’investitura, di conferire al maiale un nome, un genere almeno. Probabilmente era una buona idea, ma non era una priorità, al momento; si appuntò mentalmente di provvedere alla faccenda e si avviò verso le Poste, in bicicletta, con il porco senza nome nello zaino. C’era stato un tempo – così lontano da esser diventato una specie di sogno, nel suo ricordo – in cui aveva percorso quel viale a piedi ogni giorno, assieme a Irene. Lei se ne ricordava? Chi sa se era diventata una di quelle persone che indugiano spesso nella nostalgia, che scavano nella memoria alla ricerca dei momenti passati, oppure no. Probabilmente no, lei non era un tipo da passato come lui. Nel presente, invece, sembrava essere estremamente a suo agio; ci si muoveva dentro come fosse il suo habitat naturale. Anche quella mattina – quella del 7 maggio del 1989 – si erano incamminati per quella strada, fino in città. Aveva lasciato lei sotto all’ufficio e si era incamminato verso il suo, al museo. Fatto qualche passo, però, aveva cambiato idea e si era diretto verso il parco. Le sette e mezza del mattino non sono un orario in cui una persona sana di mente si sogni di andarsene al parco, lui infatti si era alzato presto a causa del lavoro, finendo per scoprire per la prima volta nella sua vita che i giardini, a quell’ora, erano di una bellezza da togliere il respiro. Il verde era verde, l’azzurro era azzurro, i colori erano come preservati e messi in risalto dall’aria fresca; e il silenzio era completo, rotondo. Non ci aveva nemmeno provato, a ripromettersi di puntare la sveglia per tornare là al sabato o alla domenica, di mattina presto, nei giorni a venire: era troppo onesto con sé stesso. Proprio per questo, si era detto che quella che gli si profilava davanti era un’occasione da cogliere al volo, e se, fino a quel momento, c’era stata sullo sfondo dei suoi pensieri una volontà residua di invertire la rotta e piegarsi al dovere quotidiano, fu a quel punto che sparì. Si era seduto nell’erba, sotto a un grande platano, e si era tolto le scarpe; dopo qualche minuto era disteso, a pancia sopra, lo sguardo al cielo. Gli occhi aperti a spaziare nell’azzurro, non dormiva; eppure, nelle due ore così trascorse, riposò di più che in tutte le sue ultime notti. A interrompere quell’anteprima di paradiso era stata la testa di un bambino comparsa improvvisamente davanti alla sua faccia. – Che fai? – aveva chiesto, una domanda così da bambino, pronunciata in un tono così da bambino da farlo sembrare finto. Era un bambino vero, comunque. Non c’era motivo di interrompere il naturale flusso di eventi di quel mattino, così si era sollevato su di un fianco, gli aveva chiesto che cosa stesse facendo lui e, di lì a poco, il piccolo gli si era accovacciato accanto e avevano dissertato di vari argomenti, con una certa intensità. Avevano ipotizzato quanti anni potesse avere il platano e quante volte alla settimana, esattamente, si rendesse necessario tagliare l’erba per mantenerla sempre alta così. Poi avevano giocato a inseguirsi tra i cespugli per un po’. Col bambino non sembravano esserci una mamma, un padre, un nonno, un amico; era da solo, nel parco; da solo fatta eccezione per lui. A un certo punto aveva detto di aver sete e di aver dimenticato la sua borraccia accanto a una fontana, proprio dietro ai pini che si trovavano alla loro sinistra: – là -, aveva indicato col dito vagamente. Dopo di che, coraggioso abbastanza da andarla a recuperare da solo, si era avviato all’avventura. Mentre il bambino spariva nel verde a testa alta, compreso nella sua missione, lui era stato invaso dalla calma e, per qualche motivo, netta sensazione che non lo avrebbe mai più rivisto in vita sua; e così fu. Si era disteso nell’erba e, questa volta, aveva dormito davvero; fino a sera. Quando si era svegliato, appena si era guardato attorno, aveva notato subito qualcosa di rosso che risaltava in mezzo al verde, a pochi centimetri dalla sua gamba; scostando l’erba si era accorto che si trattava di una scatola. Era piccola, più o meno quanto quelle che contengono orecchini, o anelli, ma non sembrava trattarsi di niente del genere, infatti era di cartone e aveva una forma rettangolare. L’aveva presa in mano e con delicatezza, dopo essersi guardato attorno un po’ furtivamente, l’aveva aperta.

(Potresti spostare il maiale, per favore? Mi mette ansia.)

Solo qualche giorno dopo se ne andava di casa, mentre Irene era fuori. Non le aveva detto niente, quando al mattino lei lo aveva baciato distrattamente, prima di uscire; e non le aveva lasciato nessuna lettera. Aveva avvolto la scatola in più buste e l’aveva posizionata in fondo allo zaino; una volta arrivato a casa – quella dei suoi genitori – l’aveva tirata fuori e riposta con cura nel cassetto del suo comodino, quello della sua cameretta di bambino. Ogni tanto, quando era sicuro che nessuno lo avrebbe visto, l’apriva e ci guardava dentro per un po’. Era rimasto là, dai suoi, per due anni, poi – la scatola di nuovo in fondo allo zaino – era partito per Parigi e ci aveva vissuto per quasi vent’anni. Soltanto dopo era tornato in città.

(Ti dico che il maiale mi conosce, sa qualcosa di me.)

Irene non era mai riuscita a incontrarlo di nuovo, figuriamoci avere una conversazione con lui. Non che non ci avesse provato, lei, e a lungo; ma lui era stato fermo, incredibilmente irremovibile nel suo essere sfuggente. E più il tempo passava, più quella che era nata come un’attitudine di fuga passeggera assomigliava a quello che stava diventando il suo modo di essere al mondo. Non che non avesse pensato a lei; lo aveva fatto, anzi, fin troppo. Solo non voleva parlarle; tutte le parole sembravano inutili, inadatte, aliene a ciò che sentiva accadere nel suo animo. Ogni volta che ci si provava, che cominciava a comporre il suo numero di telefono, giusto un attimo prima di digitarne l’ultima cifra, rinunciava. Allora, appena poteva, si precipitava ad aprire la scatola. Bastavano pochi minuti. Tra lui e la scatola non erano necessarie parole.

(Chiamami matta, ma quel maiale vuole parlarmi.)

Poi era successo. In quel tempo, la scatola non si trovava più nel cassetto di un comodino, ma in quello della scrivania del suo studio, lo studio della sua prima casa di proprietà, nella sua città natale. Anche se in quell’appartamento non viveva nessun altro, subito dopo averci guardato dentro lui la rimetteva precisamente al suo posto, con la consueta delicatezza nei gesti. Ormai non capitava quasi più che digitasse il numero di Irene, in genere si muniva di una penna e di un foglio di carta da lettere grigio chiaro, prima di arrendersi e buttarsi sulla scatola. Una mattina, dopo essersi bloccato con la penna soltanto a un millimetro dal foglio, come ebbe aperto il cassetto della scrivania per poco non gli venne un colpo: era vuoto. Cercò da ogni parte, conciando la casa peggio di come avrebbero fatto dei ladri, ma la scatola non saltò fuori. Allora – ormai si erano fatte le undici di sera – impugnò di nuovo la penna e scrisse. Scrisse tanto da riempire non soltanto le due facce del primo foglio ma tanti altri fogli successivi. Scrisse per tutta la notte, e all’alba mise il punto.

(Ma che cos’ha il maiale in gola? Fammi controllare.)

Fotografia di Daria Pesce

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