Storia degli antagonismi di classe in Monferrato

di Gian Marco Griffi

Caro Karl ❤ – Marta Di Giovanni

Bene, avevamo questi lavoratori che nei giorni tiepidi di primavera uscivano in strada per manifestare. Faceva parte della loro educazione: protestare, disperarsi, rompere i coglioni; cose così. Vivevano in periferia, nei palazzi anni ’60, nelle case abbandonate e pronte per la demolizione. Era una bella colonia di lavoratori disoccupati e cassintegrati: di tanto in tanto pregavano e si riunivano per eleggere un capo, adoravano feticci e predicavano l’abbattimento della borghesia, prospettando la liquidazione degli antagonismi di classe. Avevano codici, attitudini e un gergo particolare; naturalmente c’erano anche alcune femmine-lavoratrici, ma erano un po’ selvagge, difficili da inquadrare in uno schema. Ad ogni modo durante le notti di primavera facevano un bel po’ di baldoria: si incontravano intorno a un fuoco (questo in effetti accadeva specialmente d’inverno, in primavera non ne avevano bisogno) e chiacchieravano del più e del meno, bevendo lattine di birra e fumando qualche spinello. Poi uscivano in macchina completamente sbronzi per dileggiare i borghesi e i cattolici, bestemmiando e disperandosi. Avevano un serio problema di etica, ma lo mascheravano piuttosto bene.

Mandammo un gruppo di antropologi a studiare i lavoratori.
“Sembrava un’esperienza così eccitante”, disse Katia, una delle antropologhe. Gli antropologi ebbero una discussione coi lavoratori.
“E per quanto riguarda il vostro modo di vivere”, disse l’antropologo responsabile della spedizione, “stavamo pensando a qualcosa di meno, come dire, intrusivo; qualcosa del tipo voi state quaggiù in periferia, lasciate in pace la brava gente del centro, e loro in cambio vi lasciano lavorare ogni tanto”. Si aspettavano una reazione da parte dei lavoratori.
“Ci lasciano lavorare?”, domandò uno dei lavoratori.
“Precisamente”, rispose l’antropologo. “D’altro canto cosa avete da rimetterci? Giù in centro preparano una lista di faccende da sbrigare, qualcosa di non troppo cerebrale, che so, ripulire un quartiere dai rifiuti, caricare e scaricare merci, spurgare fognature, roba del genere; vi invieranno anche un calcio balilla cosicché possiate divertirvi nelle pause”.
“Bellissima idea! Davvero bellissima!”, disse il rappresentante dei lavoratori, “ma non vorrei che la nostra classe sociale perdesse la propria identità, capite cosa intendo?”.
Il rappresentante dei lavoratori si chiamava Katalin.
“Potreste introdurre nella vostra cultura di base qualcosa di più creativo. Per esempio il concetto di gioco”, disse l’antropologo.
I lavoratori ripresero a manifestare, scioperare, bestemmiare; faceva parte della loro identità etnica, non avevano mai pensato di introdurre nella loro cultura di base qualcosa di più creativo.

“Bene”, disse il Sindaco, “sembra che qui abbiamo un problema con questi lavoratori disoccupati e cassintegrati”. Cercarono di costringerli a frequentare un programma di inserimento culturale e di specializzazione; scuole serali, insegnamento dell’informatica, full immersion in ingegneria idraulica e gestionale. Cose così.
I lavoratori impugnarono numerosi cartelloni di legno, vi impressero sopra alcune scritte con colori vivaci come per esempio il rosso, si riunirono per le strade e paralizzarono il traffico, bestemmiando e reclamando. Possedevano anche alcuni megafoni presi a prestito e diverse lenzuola bianche offerte dai cittadini monferrini.
Mandarono un sociologo in periferia, nei palazzi abitati dai lavoratori.
“Dovete integrarvi con la brava gente”, disse, “così non possiamo andare avanti.
Questo vostro modo di comportarvi non sta bene, è contrario alla nostra comprensione. Siamo gente evoluta ma la pazienza ha un limite. E poi, tutto questo protestare, disperarsi, bestemmiare, deve cessare una buona volta. La tolleranza ha un limite, come la pazienza”.
“Abbiamo un problema di colpa, intesa atavicamente e moralmente”, disse Katalin, “fa parte della nostra natura”.
“Ma la natura si può curare, noi possiamo guarire tutto”. Il sociologo sembrava sicuro della propria autorità. “Può darsi che dipenda da un trauma infantile archetipico”. “Se vi integrerete e smetterete di fare quello che fate il vostro senso di colpa svanirà. Avete mai pensato realmente alle implicazioni che può comportare l’atto di contestare il potere? È illogico ed eticamente scorretto”. Il sociologo si accese una sigaretta. “Abbiamo avuto un’idea”, disse. “C’è un posto, in campagna. È un bel posto, lontano dal caos della città. Questo posto ha una caratteristica davvero unica: vi si sono riuniti migliaia di professionisti-sulla-carta-ma-di-fatto-disoccupati. Stiamo parlando di docenti universitari, dentisti, avvocati, manager, eccetera”.
“Non mi pare granché come soluzione”, disse Katalin. “Non saltate alle conclusioni. L’altra particolarità risulterà più allettante: in questo momento il posto è abitato da una moltitudine di giovani disoccupate, donne”. Il sociologo sfregò il dorso della mano destra sull’altra mano, poi aggiustò il nodo alla cravatta. “Pensate alla praticità della cosa: voi vi trasferite laggiù e vi accasate con le ragazze. Potrete ribellarvi quanto vi pare”.
“Sembra stuzzicante”, disse Katalin. “Come si chiama il posto?”.
“Scurzolengo. Potreste dormire nella grande fabbrica abbandonata di eternit. Fate una settimana di prova e ne riparliamo”, disse il sociologo.
I lavoratori accettarono; si trattava di andare su, in campagna, in un paese in cui l’intera popolazione era disoccupata o cassintegrata.

Quando arrivarono a Scurzolengo furono accolti dalla corale della chiesa di San Giovanni il Precursore e da una delegazione della pro-loco. Ci tenevano a fare bella figura. La piazza principale traboccò emotività, esplodendo in una moltitudine di suoni e colori.
“Questa sì che è un’accoglienza come si deve”, disse Katalin.
Numerosi lavoratori si stupirono dell’accoglienza.
“Vi piace il nostro paese?”, domandò il sindaco di Scurzolengo.
“Siamo appena arrivati”, disse Katalin.
Il sindaco fece una smorfia di delusione che Katalin notò. “Ma le premesse sono buone”, disse.
“Pensiamo al futuro”, disse il sindaco, “cerchiamo di organizzarci: per cominciare siete tutti invitati alla riunione annuale dei dottori-in-filosofia-disoccupati-in-attesa-di-suicidio che si terrà questa sera presso il Centro Culturale Polivalente”, disse il Sindaco.
“Non bisogna essere dottori-in-filosofia-disoccupati-in-attesa-di-suicidio per partecipare alla riunione annuale dei dottori-in-filosofia-disoccupati-in-attesa-di-suicidio?” domandò Katalin.
“Neanche per sogno! È sufficiente indossare la maglietta dell’Associazione Monferrina Professionisti & Dottori in Attesa di Suicidio. Ne troverete all’ingresso, di cinque colori diversi: bianche, gialle, rosse, verdi e grigie, ciascuna con un simpatico slogan davanti e dietro; le magliette con un aforisma di Nietzsche davanti riportano un aforisma di Schopenhauer sul retro, quelle con un aforisma di Schopenhauer davanti riportano un aforisma di Hegel sul retro, e così via. Ci saranno tartine al salmone e uova di storione; inoltre i dottori-in-filosofia-disoccupati-in-attesa-di-suicidio sono rimasti in tre, e un po’ di compagnia non gli dispiacerà affatto”.
“Vedremo di esserci”, disse Katalin facendosi largo tra la gente gioiosa. La gente era composta da una percentuale molto elevata di cassintegrate.
“Abbiamo un bel po’ di ragazze single, da queste parti”, disse il presidente della pro-loco; “il professor Ferraro ha due gemelle illibate, il dottor Calvi ha una figlia sui venticinque. Non saprei dire con certezza se sia illibata o no, ma guardatela, è una cannonata: boccoli rossi e un culo da cinema”.
I giovani lavoratori cominciarono a interessarsi della questione. “E poi ci sono le nostre cassintegrate. Molti sostengono che siano le più belle del Monferrato. Certamente sono le più giovani”.
Le cassintegrate di Scurzolengo gridarono: “Siate i benvenuti! Benvenuti! Benvenuti!”, erano la personificazione dell’eccitamento.
“Qualcuna di loro è illibata”, disse il presidente della pro-loco.
“Ci state prendendo in giro?”, domandò uno dei lavoratori.
“Di questi tempi è dura per una giovane cassintegrata trovare marito. Sono tempi molto problematici”, disse il presidente della pro-loco.
Katalin disse: “Bellissimo! E vorranno donare la loro verginità a noi? Lo faranno? Chi lo sa! Ma adoriamo le sfide!”.
L’atmosfera si fece pesante, nell’aria c’era una carica intraducibile ma esplicitamente sessuale.
“Questo è il posto che fa per voi”, disse il presidente della pro-loco.
“Ma cosa fate per vivere?”, domandò Katalin.
“Scopriamo di giorno in giorno il piacere di non fare niente; ci annoiamo, costruiamo edifici di parole e li distruggiamo, li riassembliamo, li scomponiamo un’altra volta; vaghiamo per le strade, incontriamo i nostri simili, li coinvolgiamo in conversazioni ontologiche; ci corichiamo nell’erba per leggere libri o ascoltare musica, prendiamo il sole, ci abbronziamo, spargiamo il seme della cultura nel grembo della terra”, rispose il presidente della pro-loco; “del resto col sussidio di disoccupazione riusciamo a salariare un manipolo di negri per lavorarci i campi e fare qualche lavoretto nelle case, tipo aggiustare tubi che perdono o roba del genere. Abbiamo rimediato anche qualche albanese per la raccolta dei rifiuti”.
“Non potreste farlo voi?”, domandò Katalin. Qualcuno si mise a ridere. Qualcun’altro tossì. “Era così per dire”, continuò Katalin.
“Qui siamo tutti laureati”, disse un altro.
Seguì un momento di imbarazzo, rotto dalla musica di una fisarmonica.
“Non temete che la nostra classe sociale possa infestare la vostra classe sociale, brutalizzando la vostra noia, stuprando la vostra cultura, demonizzando i vostri ideali?”, domandò Katalin.
“Ci rifacciamo all’alta parola di Betrand Russel”, rispose uno degli abitanti di Scurzolengo.
“Chi?”, domandò Katalin.
“Lasciamo perdere”, disse il presidente della pro-loco, “il punto è che noi non abbiamo nulla da temere, poiché l’ozio è troppo superiore rispetto alla fatica”.
Katalin non comprese queste ultime parole, ma finse molto bene. Qualcuno dei lavoratori si esercitò compiendo alcuni esercizi ginnici.
“Sento odore di maschio!”, urlò una delle cassintegrate. Un debole spettro di virilità si trascinava ancora per le strade del paese, ma i maschi erano quasi tutti emigrati in cerca di lavoro, non restavano che bambini disarmati e un manipolo di operai pensionati con le orecchie sporche di grasso appoggiati all’amplificatore in disuso di un macchinario per la produzione di radioline a transistor. Iniziò un lungo periodo di corteggiamenti e lusinghe vicendevoli. Le cassintegrate si raccoglievano all’ufficio di collocamento una volta al giorno, al tramonto, per trovare un lavoro che si confacesse alla loro classe sociale. Erano state occupate nella fabbrica di eternit per pochi mesi, poi erano state messe in cassa integrazione. Poi la fabbrica aveva chiuso, ma loro erano rimaste in cassa integrazione.
A Scurzolengo nessuno lavorava; qualcuno formulava teorie frenologiche o scriveva poesie, ma questo non era propriamente lavorare.
I lavoratori si radunavano nella piazza accanto alla fontanella e parlottavano di cassintegrate: “Vorranno donare la loro verginità a noi?”, “Lo faranno?”, “Chi lo sa!”, “Ma adoriamo le sfide!”. Convocarono una riunione per discutere dei loro costumi. Le abitudini, dissero, come i costumi, possono cambiare, ed è giunto il momento che le nostre cambino. Emanarono alcune leggi che proibivano la violenza sulle donne. Era permesso loro protestare e bestemmiare. Questi lavoratori avevano la necessità improrogabile di spargere il proprio seme all’interno di un corpo femminile. La paternità faceva parte della loro natura, dissero.
Le cassintegrate si radunarono per discutere. Erano tutte, o quasi tutte, stanche di penetrarsi a vicenda in qualche modo. Chiacchierarono un bel po’, a proposito dei lavoratori, davanti a tazze di caffè e pasticcini.
“Sembrano dei maschioni niente male”, disse Anna.
“Anche se il loro background estetico mi fa sospettare che non posseggano neppure lo straccio di una laurea”, sentenziò Monica.
“Ma nemmeno un diploma universitario”, disse Silvia.
“Non mi stupirei se qualcuno di loro avesse a malapena la licenza media”, lamentò Cinzia.
“Meglio di niente”, tagliò corto Barbara.
Barbara era la più saggia delle cassintegrate di Scurzolengo, e anche la più sensuale.
Venne notte e qualcuno si lamentò per la sospetta scivolosità della pista da ballo. I tre dottori-in-filosofia-disoccupati-in-attesa-di-suicidio erano appartati in un angolo, completamente sbronzi, ai piedi di uno striscione riportante la scritta: chi è amico di tutti non è amico di nessuno. Un giovane lavoratore di nome Aldo stava ballando un brano di Bob Marley con Sonia, cassintegrata. Quelle ciglia brune, quei capelli lucidi. Katalin, indossata una maglietta rossa dell’Associazione (fronte: Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi; retro: Desiderare l’immortalità è desiderare la perpetuazione in eterno di un grande errore), confermò che la pista era piuttosto scivolosa, anche se ciò non gli impedì di stringere Barbara a sé in un ballo lento (che molti riconobbero: si trattava di un brano di Cyndi Lauper).
La serata trascorse così, piacevolmente, tra balli e karaoke, culminando nel suicidio dei tre dottori-in-filosofia-disoccupati-in-attesa-di-suicidio, desiderosi di cambiare aria piuttosto in fretta. “Ho sempre preferito l’impiccagione alla precipitazione”, disse Sandra, cassintegrata.
Katalin protese la mano per accarezzare Barbara, poi decise di no.

Nel nebbioso tramonto collinare le ossa cricchiarono e il sole tossì deboli raggi autunnali. I lavoratori attendevano le cassintegrate all’uscita dell’ufficio di collocamento.
“Vorranno donare la loro verginità a noi?”, “Si lasceranno corteggiare?”, “Chi lo sa!”, “Ma adoriamo le sfide!”.
Si corteggiarono a lungo. Seguì un profondo silenzio carico di endorfine.
I bambini, sconcertati, sbeffeggiarono l’idea stessa dell’Amore con i loro pensieri da bambini. Erano pensieri denigratori, fragorosi, sarcastici.
All’improvviso una folata di vento spazzò alcune foglie sulla piazza principale di Scurzolengo, e le cassintegrate furono preda di un ragionevole dubbio.
“Ci sarà intesa sessuale?”, si domandarono.
Concordarono sul fatto che l’intesa sessuale sarebbe stata fondamentale, poiché spia di altre sottili intese relazionali. La frequenza, la lunghezza d’onda e la misura dei campi elettrici emanati dai lavoratori indicarono una travolgente carica procreativa.
Katalin osservò Barbara. Si trovava all’incirca sulla porta dell’ufficio di collocamento, fasciata in un paio di jeans strettissimi. Lui rimase in silenzio. Lei fissò attentamente il suo volto.
Barbara chiese: riuscirai ad appassionarti di shopping, di marketing relazionale, di filosofia della storia?
Katalin rispose: non ho mai seriamente valutato il problema.
Lei guardò l’orizzonte e disse: la vita di una cassintegrata può risultare davvero crudele. Ho bisogno di un uomo che sappia ricoprirmi di tenerezze, che mi garantisca solidità economica, che dimostri la propria competenza tramite distintivi classisti quali biglietti da visita o autoveicoli.
Lui disse: il mio solo desiderio è quello di fare un pupo e mettere su famiglia.

Tornarono a casa pensierosi, mano nella mano, scambiandosi reciproche effusioni.
Lei infilò la mano nella tasca dietro dei jeans di lui, mentre il tramonto raggelava le foglie dei tigli lungo la piazza di Scurzolengo.
Avrebbero potuto essere felici, suppongo.

Illustrazione di Marta Di Giovanni

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