Norma, lo Yantra del sogno

di Daniele Colantonio

Il grande inganno – Marta Di Giovanni

Poteva essere ieri o domani, invece è stanotte. Lei è così bella, assoluta, gli occhi puntati al soffitto, la pelle talmente candida che le lenzuola sembrano membrane del suo corpo. Dovrei accendere la 8mm, ora, e iniziare la scena, ma la commozione mi blocca. Non ricordo neanche le battute, le stesse battute scritte da me con il sangue alle mani. Mi sento inutile come chi trova le parole giuste solo quando tutto è finito e le cose sono già crollate. Sono la pellicola scartata al montaggio, il sonoro sporcato dal rumore di fondo, il temporale che fa saltare la posa… Come quella volta in cui lei dissimulava di aver pianto: cercava di sorridere, abbassava la testa, si voltava di spalle, sul viso la scia umida delle lacrime, gli occhi rossi. Io ero lì, in un angolo, spaventato dalla mia impotenza, e non le dissi nulla. Rimasi in silenzio a guardare Eunice che lei sì, la rincuorava davvero, accarezzandole la testa. Ma è giunto il momento di andare avanti, cara Faye, prendo coraggio e apro con te, dal buio, la scena finale.

*

Ogni settimana mi mandava a comprare una stecca di Dunhill, un prodotto di pregio, il tabaccaio le acquistava solo per lei. Al ritorno cercava sempre di rifilarmi la mancia, ma io non volevo soldi da lei, mi bastava il suo sorriso – o il ‘tentativo’ di un sorriso. Povera Faye, quando rideva faceva una smorfia strana, i denti serrati, le labbra contratte, come se un burattinaio le muovesse la bocca con poco mestiere, poi piegava il fianco per il dolore e chiedeva scusa. Le mani, quando mi allungava i soldi, le tremavano, ma le unghie, anche se spezzate, ancora se le smaltava di rosso. Perché lei era Faye, capite, la leggendaria Faye Miller, e lo sarebbe stata sempre, anche durante un naufragio, una tempesta, un incendio, anche senza memoria. E io potevo fare ben poco per lei: potevo solo starle vicino, guardarla vivere e deperire, o forse avrei potuto scrivere una sceneggiatura su di lei e magari leggerla insieme, ascoltando musica. Avrei potuto intitolarla Norma, lo Yantra del sogno, con lo pseudonimo che usava nelle cliniche, per non farsi riconoscere. E poi, dopo la sua morte, conservarla in un cassetto, come una reliquia.

*

«Signora Faye, devo dirle una cosa…». Era il quattro di giugno e come ogni mattina le lasciai il New York Post sul comodino. Eunice le stava razionando le pillole di Serenase e lei sbuffava; le sembravano poche, non le bastavano mai. Per lei era come affrontare la guerra imbracciando un ventaglio, attraversare l’oceano con le mani legate, spegnere il sole fra due dita. Era distrutta, gli occhi abbandonati da qualche parte, in un punto che non esiste, in una mano quelle piccole perle di pace, nell’altra il bicchiere con l’impronta di rossetto sul bordo. Poi, per un attimo, ritrovò lucidità, si girò verso di me e mi disse con garbo: «Dimmi, Kline, dimmi pure, caro mio…». E io, be’, avrei voluto descriverle i dettagli della scena che stavo scrivendo,come l’avrei truccata, come l’avrei disposta. Avrei potuto introdurre il discorso dicendole che tutti, in strada, mi chiedevano di lei: quando avrebbe girato il prossimo film, con quale attore avrebbe recitato (proprio così, cara Faye, tutto il mondo era in attesa di tornare a vedere la tua immagine scomposta in particelle luminose). Ma forse era presto per raccontarle tutto. E lo sarebbe stato sempre. Ora, Faye, rimani così, con il viso a tre quarti, le mani nascoste tra le lenzuola, la bocca semiaperta. Lascia respirare il corpo, pensa di essere al cospetto dell’ombra di Frank, di Arthur, di Joe. Tra qualche secondo mi stenderò vicino a te e faremo l’amore, poi, per il finale, sarai lo yantra definitivo. «Insomma, Kline, cosa volevi dirmi?». «Niente, signora. Ecco le sigarette. No, lasci perdere la mancia, mi basta il suo sorriso…».

*

Nominava spesso il nome di sua madre, mi diceva quanto fosse doloroso per lei  vederla malata, nonostante l’abbandono di ieri. Quando ne parlava sembrava smarrirsi in un groviglio di rami e strade chiuse, gli occhi sbarrati, le mani in cerca di una guida in un bosco buio, così, un giorno, presi l’abitudine di colmare io le lacune della sua storia. 

*

«Tua madre veniva dal laboratorio di sviluppo», le ho raccontato una domenica, sedendomi a terra, tra le sue gambe, lei mi accarezzava i capelli. «Portava con sé una serie di pizze per la moviola. Si era fermata da Molly’s per il solito caffè lungo con panna; ti teneva in braccio, eri appena nata. Attori e mestieranti le facevano i complimenti, Walter Brennan[1] era il più carino con te, ti teneva la manina, ti faceva le facce buffe. Ma c’era chi, tra di loro, metteva in giro falsità: dicevano che tua madre, da quando aveva partorito, bevesse più di prima. Dicevano che era stata lei, in un delirio alcolico, a smarrire il negativo di Thank You di John Ford. In poco tempo le fecero terra bruciata intorno e nessuno le affidò più incarichi di responsabilità. In pochi mesi finì proprio da Molly’s a fare la sguattera, prima di abbandonare per sempre gli Studios e l’ambiente del cinema. Ma era già troppo tardi, la fecero interdire. Prima della sentenza, contro il parere dei pochi amici rimasti, scappò via, insieme a te, per iniziare un’altra vita altrove, in un mondo nuovo. Ti portò in una piccola cittadina dell’Arizona dove il cinema era andato a fuoco un mese prima, dove tutto sembrava assopito e le cose rimanevano sepolte. Tu vedevi tutto questo dal finestrino di un treno in corsa, da una galleria buia all’altra…». Sospirava sempre alla fine del mio racconto, mi prendeva la mano, me la baciava, mi avvolgeva con quel profumo che adoravo – Miss Pilgrim. Mi diceva che un giorno, ne era sicura, avrei scritto io una sceneggiatura per lei… Avrei voluto dirle che le storie sono tutto ciò che ci rimane. Solo nelle storie è possibile la redenzione.

Quando venne l’ambulanza ero lì, sul marciapiede, con il suo odore ancora addosso, le luci azzurre dei lampeggianti coloravano il mondo e lo rendevano irreale. Ero lì anche prima, quando vennero gli uomini con gli occhiali scuri a portare via delle cose dal suo appartamento. Non la degnarono di uno sguardo, su quel letto, per loro, non c’era nessuno. Siamo gli inquirenti, mi dissero, ma gli ufficiali vennero dopo, quando recintarono la casa. Mentre uno di loro continuava a mentirmi, pensavo a Faye che avrebbe dovuto reincarnarsi in una creatura fantastica, un essere alato, nobile, in grado di avvelenare dolcemente, in modo che ogni vittima, prima di morire, avrebbe rivissuto la propria vita in estasi, come in un film meraviglioso. Poi il saluto glaciale di quel tizio mi riportò alla realtà e mi fece ricordare di averlo visto anche due giorni prima, sempre lì, sul viottolo del giardino. Io ero appena uscito – avevo lasciato a Faye una copia di Mad, cercava di ritrovare il sorriso ma ogni cosa ormai le marciva addosso –, l’uomo mi guardò con un’espressione gelida, tanto da farmi pensare, per istinto, al rumore di un fascicolo aperto, al click di una foto spillata. Era strano quel tizio, anche perché nessuno ormai, oltre me e Eunice, veniva più a trovarla. Joe era l’unico che la chiamava ancora, ma lei, nelle ultime settimane, chiedeva solo di Frank e non voleva vedere nessun altro. Eunice, per rincuorarla, le diceva che un produttore si era interessata a lei e che un copione, se voleva, le sarebbe arrivato entro il fine settimana, ma Faye tentennava. Certo, non voleva perdere il lavoro, ma era spaventava dall’idea di dover memorizzare le battute, la memoria, per lei, era solo un deserto arido dove disseppellire reperti spiacevoli. Da qui il suo incubo peggiore: ritrovarsi afasica davanti alla gente, senza più nulla da dire, senza memoria, come una cosa inutile.

*

Era piena di timori ingiustificati, diceva Eunice. Sentiva l’assalto del vuoto. Non usciva mai di casa perché era convinta che davanti alla porta ci fosse una fila di persone ad aspettarla, una fila immensa. «E insomma, stringere tutte quelle mani, dispensare tutte quelle promesse… All’ultima stretta sarei solo una vecchia rimbambita che si è dimenticata tutto». Così, ogni volta che aprivo la porta, Faye si voltava dall’altra parte, inquieta. Di notte poi voleva che qualcuno rimanesse in casa con lei, anche se si imbottiva di barbiturici. Eunice glieli nascondeva ma lei ne teneva una scorta nel cuscino, me ne accorsi una volta mentre le rifacevo il letto. Faye entrò nella stanza e mi vide armeggiare con il guanciale, ma io le dissi che non doveva preoccuparsi per me, ero come un diario, per lei, il suo diario segreto. Una sera chiese a me di dormire in casa sua, anche se ero un uomo – quasi un uomo, avrei compiuto diciassette anni al trigesimo della sua morte. Mia madre sapeva di quella notte, a papà disse che dormivo da Vinnie, il mio amico degli scout. Mia madre era orgogliosa che utilizzassi il tempo libero con una star, anche se era convinta si stesse trasformando in ossessione. Ma cos’è un’ossessione, le dicevo, se non la volontà di scegliere una strada e percorrerla tutta, senza voltarsi mai? È un’estrema coerenza, ecco cos’è, l’annegamento in un mare di coraggio.

*

Ogni volta che ripenso a quella notte la rivedo come in moviola, scena dopo scena:
prima di spegnere le luci Faye, con le pasticche in mano, mi chiama nella sua stanza: «Nessun uomo deve sapere che di notte rimani qui. Promettilo». Glielo prometto e lei sorride, amaramente, toccandosi il fianco. Torno in camera mia e sento che lei non chiude la sua porta a chiave: si fida di me, penso, dovrei esserne orgoglioso. Stacco. Mi rigiro nel letto, per ore. Voglio andare di là a osservarla dormire, a sentirla respirare… No, non posso farlo, mi dico, così rovino tutto… Cerco di calmarmi e penso a una scena. Penso a Faye che posa per me, inconsapevole, per tutta la notte. Mi sembra una scena bellissima, il giorno dopo comincio a scriverla.

Da quel giorno le cose tra di noi andarono meglio, anche se lei continuava a sfiorire. Io facevo di tutto per darle una mano, cercavo di tenermi libero almeno quattro giorni a settimana, che poi diventarono sei. Ho lasciato gli scout, le attività extra scolastiche, gli amici, e lei, quando poteva, ripagava questa mia dedizione. Una volta mi confessò che da anni soffriva di calcoli, ma che da quando lavoravo per lei i dolori le erano cessati. Capite di cosa parlo? Mentiva per farmi piacere, e questo lo trovavo commovente. Immaginai allora di essere io uno di quei sassolini e di accarezzarla dentro, dove nessuno l’avrebbe mai toccata.

*

C’era un’indubbia complicità tra noi due. Mi raccontava dei suoi amori come se fossi un amico di vecchia data, anche se mi irrigidivo sentendo certe storie. Parlava di uomini di spettacolo, di colossi dell’industria cinematografica, parlava del presidente degli Stati Uniti… Infatti, dopo la sua morte e il fattaccio di Dallas, mi successe una cosa strana: sulla decappottabile, ogni volta che riproponevano la sequenza, vedevo Faye al posto di Jackie, con il platino scintillante dei suoi capelli, a raccogliere la materia cerebrale del presidente sul cofano posteriore. Ancora oggi, prima di dormire, la vedo in piedi, vicino al mio letto, che si porta una mano alla bocca per assaggiare quei resti, ma qualcuno, dietro di lei, glielo impedisce – forse sua madre, forse il padre mai conosciuto.

*

Sì, le cose tra di noi andarono meglio da quando Eunice la abbandonò, in quell’ultima settimana, lasciandola sola con me – un gesto da vigliacchi, io non l’avrei mai fatto, neanche con la casa in fiamme. Solamente al cimitero smisi di andarla a trovare, ma lì era diverso, era una tortura, per me, leggere il suo nome su una targhetta di bronzo, per lei che era pura immagine, mi sembrava di spiarla in una toeletta buia, a truccarsi con la cenere del ricordo. Mi faceva pensare agli ultimi giorni, in quella casa che sapeva di cipria e Bourbon, in cui lei era sempre più consapevole di esistere solo nell’immagine cristallizzata della memoria collettiva. Infatti, quando la fissavi, si rendeva minuta per dare alla luce la minor superficie possibile. Cercava di scomparire. «Dovrebbero stamparmi in sequenza», diceva, cercando di allentare la tensione, «solo così, forse, troverei la pace…». Già, ognuno con un simulacro personalizzato di Faye, un feticcio da modificare secondo il proprio gusto, da rendere schiava regina amante amica padrona… Nella mia cameretta, in quelle ultime notti, la immaginavo su uno specchio d’acqua nero, stilizzata e preziosa, come un’infiorescenza nivea. Poi si animava e danzava lenta, in un alfabeto intimo, commovente, e la sua immagine si sdoppiava in un fiore composto: eccola, mi dicevo, l’inquadratura finale del film, l’immagine che ho cercato per tutto questo tempo. Se un Weegee[2], pensavo, l’avesse immortalata nell’ultima posa, il mondo avrebbe avuto da lei, questa volta per davvero, una firma indimenticabile, un’opera immortale. Ma c’era un’idea migliore da portare avanti, e riguardava solo me e lei.  

*

No, nessuno avrebbe potuto salvarla, non esiste una cura per il mito. Quando ho appoggiato l’orecchio alla sua bocca, quella notte, per capire se fosse finita davvero, ho sentito il silenzio di una statua che ha riposato millenni in un fondale. E io, filmando la scena d’amore, sono entrato con lei in questo spazio privato, senza tempo. Poi, quando ho finito di girare, ho nascosto la pellicola nello zaino e non ho sentito più nulla per tutta la giornata, neanche le domande degli inquirenti, in centrale. Mentre Faye veniva portata fuori in barella, mentre accorreva la gente, mentre le luci la modellavano un’ultima volta davanti al suo pubblico, continuavo a pensare a come due storie tanto diverse a volte collidono. Come ci si cerca, come ci si trova. Ripenso a tutte quelle ore, con la piccola moviola, a tagliare la pellicola e trasformare così la sua figura, moltiplicata e sovrapposta, in un amuleto inestimabile, in uno yantra leggendario. Forse avrei dovuto distribuire il filmino in tutto il mondo, proiettarlo su ogni schermo, ma sarebbe stato come disattendere una promessa, dare alle fiamme la propria intimità, distruggere un tempio. Ancora oggi, che ho settantacinque anni, ogni fine settimana chiudo le imposte, srotolo lo schermo, e do luce al nostro segreto. La pellicola finisce con l’immagine di quel simulacro e solo allora ritrovo la pace. Ora non ho più nulla da aggiungere, c’è solo da spegnere il proiettore e riposare tra le ombre.

1 Uno dei più grandi caratteristi della storia, vincitore di tre Premi Oscar come Miglior attore non protagonista. Indimenticabile nel film “Un dollaro d’onore” di Howard Hawks.
2 Pseudonimo di Arthur Fellig, fotoreporter, fece fortuna negli anni ’30 con scoop fotografici sulle scene del crimine. Il suo libro The Naked City ispirò fotografi e registi, tra cui Stanley Kubrick. 

Illustrazione di Marta Di Giovanni tratta da un fotogramma di Viale del tramonto di Billy Wilder

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