Madame Duvalier

di Matteo Parmigiani

Quel bisogno d’aria – Julio Armenante

Scesi dal letto, sfilai la flebo e mi trascinai fuori dalla stanza. Uno degli ultimi gesti di ribellione che mi restavano. Avevo affrontato l’ennesimo intervento ma per i medici non c’era nulla da fare. Di lì a qualche mese sarei morto.
Raggiunsi l’uscita che dava sulle scale dove trovai l’uomo delle pulizie, il senegalese dalla pelle più scura che avessi mai visto. Stava fumando.
Mi sorrise.
«L’accendino?» Estrassi una Camel.
«Dove le hai prese?»
«Sono sceso dal tabaccaio. Perché? Ti fa problema?»
«Capo, la salute è tua.»
«Alla peggio tiro le cuoia un paio di giorni prima.»
Scosse il polso facendo scivolare il rolex d’oro lungo il braccio e mi diede da accendere.
In quel momento la porta alle nostre spalle s’aprì.
«Cosa stai facendo?» Era la caposala e non ce l’aveva con me. «C’è da pulire la camera otto!»
«Con tutti i soldi che prendi, una scopata puoi darla anche tu» rispose lui. «Che poi magari ti piace» aggiunse strizzandomi l’occhio.
«Riferirò a chi di dovere.» Seccata sbatté la porta.
«Però» commentai. «Sei coraggioso.»
Sbuffò una nuvola di fumo. «Oggi è l’ultimo giorno.»
«Ah.»
«Anzi, potevo già starmene a casa ma sono venuto lo stesso. Voglio togliermi delle soddisfazioni
«Hai vinto al superenalotto?»
«Più o meno.»
«Cioè?»
«Eh, capo. È un segreto.» Guardò altrove.
«Tranquillo che me lo porto nella tomba. E anche abbastanza in fretta.»
Mi fissò per qualche istante, poi avvicinò la faccia alla mia. «C’è una donna, dev’essere del centro America. Si fa chiamare Madame Duvalier.»
«Centro America? E com’è?» chiesi con aria complice.
«Ah, no. È un cesso. Peserà centoventi chili, le restano tre denti in bocca e ha dei peli in mezzo alle tette lunghi così. Però ha qualcosa di… non so.»
«Strano?»
«Sì, praticamente se tu ci vai e ti fai vedere, lei capisce al volo e bum» schioccò le dita, «esaudisce qualsiasi desiderio.»
«Seee.»
«Credimi, è così. Io mi ero rotto di raccogliere merda qua dentro. Non volevo più lavorare. Sono stato da lei e il giorno dopo indovina che mi trovo sul conto corrente?»
«Cosa?»
«Dieci milioni di euro, ci credi? Dieci milioni
«Ma dai. E dove starebbe questa cicciona?»
«Non è facile da raggiungere. È un bel pezzo fuori città. Segui la strada che costeggia l’Adda verso sud. A un certo punto ti trovi a una cava di sabbia. Prendi un sentiero che parte da lì e dopo cinque chilometri c’è una baracca, sembra disabitata ma non puoi sbagliare. C’è solo quella.»
Annuii. «Ne ho sentite di cagate, ma questa!»
«Se non ci credi… cazzi tuoi.» Lasciò cadere la cicca e la schiacciò con la punta della scarpa. «Vado a mandare a fanculo quelli delle Risorse umane. Ciao.»
La notte non riuscii a prendere sonno. Quella storia continuava a ronzarmi in testa.
E se fosse vero? Avrei una possibilità. Ma se è una stronzata? Cos’ho da perdere tanto? Il mio cervello continuava a giare e alla fine decisi.
La mattina, dopo la solita ramanzina dell’infermiera per essermi tolto la flebo, feci colazione e mi vestii. Uscii dalla porta principale senza incontrare ostacoli.
Raggiunsi in metropolitana la stazione dei bus e presi quello che mi portava fuori città. Scesi alla fermata vicino alla cava. Il sole mi scaldava la pelle e una brezza leggera mi carezzò il viso muovendo delicatamente il ciuffo biondo. Dopo mesi di degenza respirai a pieni polmoni l’aria pulita della campagna. Anche se tutta quella faccenda si fosse rivelata una cazzata, già ne era valsa la pena.
Mi venne un capogiro e dovetti sedermi un attimo. Non ero più abituato a tutta quella vita.
Mi ripresi e mi avviai lungo il sentiero che si inoltrava nel bosco. Camminai per quasi tre ore fin quando vidi la baracca. Aveva i muri scrostati, ricoperti d’edera e il tetto in lamiera arrugginita.
Raggiunsi la porta, bussai ma non ebbi risposta. La spinsi e entrai.
Madame era ai fornelli, stava rimestando il sugo con un cucchiaio di legno. In bocca aveva un sigaro che emanava un puzzo nauseante.
Mi venne incontro. Era alta sì e no un metro e trenta. Mi fissava con gli occhi stretti, come due fessure. Notai le guance cadenti e un dente giallo che spuntava dalle labbra nonostante tenesse la bocca chiusa.
«Ti aspettavo.»
Mi condusse nel retro e ci sedemmo ad un tavolino. Era un posto da incubo, pieno di teschi umani, ma credo fossero di plastica, zampe di gallina appese al soffitto e bamboline voodoo fatte con rami secchi intrecciati.
Mi prese la mano e la carezzò. «C’è una cosa che ti scava dentro» disse. «Un malanno che ha vinto.»
Annuii.
«E vuoi guarire?»
«Beh, direi.»
Si voltò e prese delle erbe. Le mise in un piccolo mortaio e cominciò a pestare. «Oh Loa, oh Loa, oh Loa» iniziò a ripetere con gli occhi al cielo. «Invoco gli spiriti» disse appena s’accorse che la guardavo esterrefatto. «Oh Loa, oh Loa.» Intanto pestava. Poi prese da una cesta un serpente tutto bianco.
«Cazzo!» Scattai indietro schifato.
«Lo spirito è dentro di lui, e ti guarda.» Pose l’animale sul tavolo e si rimise a lavorare col mortaio.
Finita la cerimonia versò il contenuto in un bicchiere d’acqua e me lo fece bere. Sapeva di merda ma lo mandai giù tutto.
Mi risvegliò un’infermiera. Ero in ospedale e il primario voleva vedermi. La seguii.
«Il corpo umano!» sospirò il dottore guardando le carte. «Che macchina meravigliosa.» Alzò gli occhi. «Certo, una roba del genere… non l’avevo mai vista.»
«Eh?»
«Lei non ha più nulla.»
«Ma cosa dice?»
«Deve credermi. Guardi qui.» Allungò sulla scrivania lastre e analisi. «È più sano di me.»
«Ossanta Madonna!»
«Non cominci anche lei per favore. Ne ho già due reparti pieni!»
«Di cosa?»
«Madonnari, miracolati, mistici. Quando le cose vanno male ci fate scrivere dagli avvocati, ma quando vanno bene mica ci ringraziate. No, tutto il merito a Padre Pio o a Medjugorje.»
«Posso andare quindi?»
«Vada pure.»
Non potevo crederci.
Fuori di me lasciai l’ospedale e tornai a casa. Appena dentro mi accorsi di quanto spoglio fosse il mio appartamento.
Ma sì. Chi se ne fotte, pensai.
Uscii deciso a dare fondo a quei pochi soldi che mi rimanevano. Mi sarei preoccupato domani di come riguadagnarli.
Domani! Che bel pensiero.
Scelsi il ristorante più caro e divorai due primi, due secondi e dolce. Ma non era abbastanza. Volevo spendere tutto e godermela. Tornai a casa e aprii il computer. Mi misi a cercare la escort più lussuosa che c’era sulla piazza:
Luna, mulatta tutto pepe. Non potrai più farne a meno.
Niente da fare. Cambiai pagina.
Roxy, ungherese sexy. Novità a Milano. Chiamami.
Mm… poco convincente. Altra pagina.
Natasha, Top Class. No perditempo, no sveltine. Ricevo in ambiente pulito e riservato, zona centro.
Andata. La chiamai e ci demmo appuntamento la sera.
Il resto del pomeriggio passeggiai su e giù per la città spipacchiando un sigaro Cohiba. Passai davanti al Cimitero Monumentale e mostrai il dito medio verso l’ingresso.
«È per un’altra volta» dissi.
Un turista mi guardò a bocca aperta. Rivolsi il medio anche a lui e me ne andai.
Raggiunsi l’appartamento di Natasha. Mi aprì in reggiseno e mutandine neri. Era una vera sventola: alta uno e ottanta, bionda e con gli occhi grigi.
«Diamoci da fare.» Mi sfregai le mani.
«Tesoro, prima il mio regalo.»
Presi mille euro e li poggiai sul comodino. Mentre mi spogliavo li contò. Mi sdraiai e cominciai a carezzarla. Andai avanti un pezzo ma niente. Il mio coso non saliva.
«Tesoro, tutto bene?»
«Scusa un attimo.» Andai in bagno. Me lo massaggiai ma non c’era verso di farlo diventare duro. Tornai da lei e riprovammo. Anche il secondo tentativo fu un fiasco.
«Tesoro, magari è lo stress.»
Mi rivestii e le mostrai il palmo della mano.
«E no. Questi sono miei adesso. Per il disturbo, tesoro
Tornai a casa pensieroso. Magari la puttana aveva ragione; troppe emozioni nello stesso giorno.
Mi misi a letto e mi addormentai. Non so come mi ritrovai nudo, in fila con altri nudi come me. La coda terminava nella baracca di Madame Duvalier e avanzavamo un passo alla volta.
La luna era bella piena e alta nel cielo. Sentivo anche un fortissimo odore di gelsomino.
Cercai di coprirmi gli zebedei ma il corpo non rispondeva ai comandi.
Davanti a me un ragazzino stava piangendo.
«Cosa succede?» chiesi.
«Io volevo solo… Sigh! Volevo solo essere amato da lei, sigh! Adesso mi ama, ma non potremo mai… oddio!»
«Ehi, alla fine sei venuto.» Mi sentii chiamare da dietro.
Voltai la testa più che potei e vidi, con la coda dell’occhio, il senegalese delle pulizie. «Mi spieghi cosa sta succedendo?»
«Dobbiamo timbrare il cartellino.»
Diversi nella fila risero. Poi avanzammo di un passo.
«Spiegati meglio.»
«Dentro la capanna c’è Madame che ci aspetta a gambe aperte, uno per volta. Tutte le notti.»
«Tutte le notti? Non scherziamo, dai.»
«È proprio così» commentò un altro più indietro.
Avanzammo di un altro passo.
«Per me non c’è pericolo» dissi. «Oggi sono stato con una russa da copertina ma non si è rizzato. Figurati con Madame.»
«Vedrai che con lei funziona. La magia è proprio questa, ti ha dato quello che desideravi e in cambio si è presa il controllo totale del tuo coso.»
«Totale?»
«Totale.»
«Sì ma… porca troia! La seconda parte mica me l’avevi raccontata.»
Il senegalese scoppiò a ridere.
Altro passo.
«Se te la raccontavo che facevi? Non ci venivi?»
Pensai a quello che era successo durante il giorno.
Poi mi preparai, era quasi arrivato il mio turno.

Foto di Julio Armenante

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