9 novembre 2029

di Giovanni Buttitta

Senza titolo – Daniela Montella

Hai appena finito di pisciare. Indugi, ti stiracchi, schiacci molle il pulsante consumato dello sciacquone. Muovi lo sguardo.
Dalle piastrelle, di un beige stanco, lo sposti sino a farlo sprofondare dentro al cuore del water. Rimani rapito dalla vitalità della piccola cascata d’acqua.
L’invadenza, il vortice, gli spruzzi, il risucchio.
La quiete.
Invidia, si chiama invidia quella che provi.
L’esuberanza fatua, la forza purificatrice, la capacità di ristabilire l’ordine delle cose. Pochi secondi, qualche litro d’acqua. Uno specchio limpido.
Il giallo intenso della tua urina – carico di hamburger, patatine al formaggio, wurstel, ketchup, tubetti interi di maionese, birre anonime, dita ripulite infilandole in bocca e succhiandole – spazzato via con un solo gesto.
Un sifone separa il corrotto dall’immacolato.
Pensi: “come un altro foglio di carta bianca”.
Pensi: “come la vita con ancora tutte le sue occasioni”.
Pensi: “come ripartire da zero”.
Pensi: “Io”.
La specchiera del bagno riflette la tua immagine: la pelle grigia, la barba incolta, i capelli senza governo. Ti passi una mano sul volto, accenni una smorfia.
Non ti intristisce il tuo pigiama d’ordinanza: marrone, stropicciato, deformato sul girocollo, popolato da minuscole stelline sbiadite. Però premi lo stesso in fretta l’interruttore. Il buio inghiotte la tua figura ed è come un sollievo.
Sono le cinque del pomeriggio e oggi è il tuo compleanno. I tuoi quarant’anni.

In soggiorno, sul divano, davanti alla tv, i tuoi genitori seguono in loop le ultime news. Trenta minuti e poi ancora trenta minuti. Si ripetono le stesse notizie, gli stessi servizi.
Dentro il susseguirsi delle turnazioni di lavoro previste, cambia il conduttore.
Passano immagini di repertorio: mani e volti anacronistici a ridosso di un muro. Una voce commenta – ripetendo un più  volte –: “Il 9 novembre 1989…”.
«Quarant’anni fa la caduta del Muro di Berlino» dice tuo padre.
«E io, quel giorno, con le doglie in sala parto» aggiunge tua madre.
Lui dice: «Già…». E annuisce.
Lei dice: «Il mio primo e unico figlio avuto a quarantadue anni». E allarga un sorriso. Fragile, nostalgico, zavorrato.
I due si cercano, la mano rugosa e piena di macchie di tuo padre stringe quella avvizzita e scheletrica di tua madre. Sopra un vecchio plaid di lana bordeaux animato da un reticolato a maglie larghe. Linee sottili e blu.
Tu stazioni sulla soglia. Li guardi, non entri.
Nutri per loro una forma di rancore passivo, un odio sordo. Ti dispiace che sia così, in passato questa verità ti ha anche lacerato, ma li odi lo stesso. Odi il senso di compiuto che trasmettono, l’idea di lavoro finito.
Con le loro tappe della vita da mettere in fila, con la parabola completa del crescere e dell’appassire. Con il loro vissuto.
Mediocri, certo; ma, a tratti, felici. D’accordo, una felicità menzognera, mitizzata, rielaborata, narrata per eccesso. Truccata. Come il bilancio di un’azienda che se proprio non riesce chiudere l’esercizio in attivo, prova a rappresentare, in qualche modo, un pareggio.
Diversa, invece, la tua vita.
Senza traumi, senza un prima e un dopo, in una sempre più atarassica attesa, è evaporata nell’inconcludenza. Assieme alla tua laurea in Scienze della Comunicazione. Conseguita a ventisei anni. Voto finale: 98/110.
Rimboccarsi le maniche. Imparare le lingue. Darsi da fare. Sacrificarsi. Prendere l’iniziativa. La percentuale di disoccupati nelle regioni del sud. Il mal comune. La meritocrazia. Il precariato. Tua cugina a Berlino, il suo lavoro. Ti serve più grinta, più convinzione. Il mezzo gaudio. Andare via.
Sulla sedimentazione di queste parole, che ti hanno accerchiato, hai teorizzato: “il futuro si è già consumato, il passato non è mai arrivato; tutto il resto è suggestione”.
E ti sei come pacificato. L’hai chiusa così, schifato dal verbo fare, nauseato dagli indaffarati, disgustato dai laboriosi, risucchiato dalle tue speculazioni fighe.
Ma, alla fine, sospeso. Non collocabile, non collocato.
Come un ateo che dopo aver dissertato sull’inesistenza di Dio, annaspa sull’ipotesi di un’alternativa credibile. Sino al panico. Sino al pianto inconsolabile. Sino al grido: “datemi un Dio, uno qualsiasi. Anzi, no. Anzi, no…”.
Rimani sulla soglia ancora un po’, i tuoi genitori non avvertono la tua presenza. Fai due passi indietro, lenti, ovattati, morbidi come le tue ciabatte. Ti giri, rientri nella tua stanza, ti sdrai sul letto. I riferimenti tardo adolescenziali –  appesi al muro, poggiati sulle mensole, accanto ai libri, sempre gli stessi – se sovrapposti al tuo ventre molle, ai muscoli flaccidi, provocavano disorientamento.
Non hai voglia di piangere, non hai un profilo social, non hai voglia di chiamare qualcuno, non hai qualcuno da chiamare. Avevi il porno e la masturbazione; ma, anche per quello, ti manca la scintilla dell’eccitazione.
Accendi la tua tv. La voce stridula e ritmata di una presentatrice televisiva, mummificata vent’anni fa e mai più mutata, ha l’effetto di un piccolo sasso che colpisce un parabrezza. Scheggia il tuo silenzio. Pensi che quello che chiamavano progresso/futuro/ evoluzione, alla fine, è stata solo una questione di decibel e velocità impegnati a ritoccare, senza nessuna tregua, i loro picchi.
Coazione a ripetere in accelerazione.
E rimozione.

Dopo una cena con solo qualche sobria sottolineatura rievocativa, tua madre tira fuori una piccola torta, tuo padre accende una candelina piazzata tra un quattro e uno zero di plastica color celeste fissati su un piccolo supporto ovale, sempre di plastica, color bianco.
Sorpresa.
Ti sorridono entrambi. Appaiono emozionati.
È una questione di sensibilità o, forse, solo l’effetto di un crollo emotivo prolungato. Un punto di rottura, un frullato di nostalgia fuori controllo.
Soffi.
Loro gridano: «Auguri!!!». Applaudono.
Tua madre dice: «Almeno, il pigiama potevi cambiarlo».
Tu alzi le spalle, come per dire: “mamma, è uguale”.
Tuo padre taglia la torta in quattro porzioni, dice: «Giovanotto, mi sa che qualcuno dovrà fare il bis».
Giovanotto, il bis.
Dici: «Un momento, solo un momento».
Ti allontani.
Tua madre sollecita il tuo ritorno, alza la voce di un tono, dice: «ti aspetta il tappo dello spumante».
Passa qualche secondo, ripete la frase.
Tu non rispondi.
Loro si interrogano. Attendono invano.
Sul volto dei tuoi genitori si alternano espressioni.
Imbarazzate, dolci, spazientite, inquiete.
Tuo padre rompe gli indugi, si alza, trascina i piedi, imbocca il corridoio, viene a cercarti.
Bussa alla porta della tua stanza.
Tu non rispondi.
Lui la spalanca.
Rimane attonito.

Fotografia di Daniela Montella

Un pensiero riguardo “9 novembre 2029

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