Terza guerra mondiale

di Leo Ruberto

Berlino – Andrea Herman

Mi sembra di impazzire, se solo ne fossi capace. Ma mio padre, che impazzito lo era davvero, aveva ragione quando diceva che la nostra generazione non è nemmeno in grado di impazzire.
Tutto ci scivola addosso, diceva, che è una cosa molto utile nella vita di tutti i giorni, con l’unico problema che poi non c’è più niente per cui arrabbiarsi o emozionarsi, niente di cui appassionarsi, nessuno con cui prendersela.
Ma se mi vedesse ora, con quel suo modo un po’ strano sarebbe fiero di me. E devo ammettere che i suoi insegnamenti, e la sua insistenza, oggi, mi tornano utili.
È lui che mi ha insegnato a scrivere a mano. Questa, insieme a un po’ di altre che mi ha inculcato da bambino, quando ero troppo piccolo per rifiutarmi di imparare cose inutili, è una di quelle cose che mi sono costate qualche presa in giro o sgambetto di troppo. Finché non sono riuscito a dimostrare che ero perfettamente normale, che non portavo penne a inchiostro, quaderni di carta, né tantomeno quei giganteschi e pesanti dischi neri, dai quali con strani maneggi e attrezzature complicate fare uscire della musica come per opera del demonio.
Ma anche se ho fatto finta di non saperlo fare più (e credevo pure di averlo dimenticato), a quanto pare questo lo so fare ancora. Sono solo un po’ impacciato, ma già mi sto sciogliendo e la penna scivola sui fogli.
Sto scrivendo su uno dei suoi quaderni, già parzialmente usato; l’ennesimo tentativo di mio padre di scrivere un romanzo. Nell’ultimo periodo, quando la pazzia si era fatta più forte, me lo ricordo urlare: gli avevano rovinato pure questo, il romanzo non esisteva più, dopo secoli e secoli proprio ora doveva accadere.
Io non capivo bene cosa volesse dire. Tutti hanno i loro romanzi, i loro libri. Tutti li scrivono, hanno i loro profili.
Ma lui si riferiva a Il romanzo, uno per tutti gli uomini, riconosciuto dall’umanità: quelli che noi chiamiamo i grandi classici, insomma, da Dante a Shakespeare, Tolstoj, Maupassant, fino a Fante, Auster e Stephen King.
A me è sempre sembrata una bella cosa che ognuno possa scrivere il suo libro e condividerlo; a qualcuno, almeno tra gli amici, è sicuro che interessa. Almeno era così prima della guerra.
Eccomi al punto. Non so quanto e cosa si sappia di quello che è successo, non so qual è l’opinione pubblica, tutti gli schermi sono fuori uso. Non credo che queste cose che sto scrivendo possano servire un giorno come testimonianza, ma mi sento spinto a farlo, forse da quel po’ di pazzia ereditata da mio padre.
Non so a chi parlo, non so se siete voi, uomini del futuro, ma io sono uno dei testimoni di quella che è stata la terza guerra mondiale.
Non è una guerra che si è combattuta come quelle studiate a scuola, non ci sono state armi da fuoco, uomini che uccidono altri uomini. Ci sono stati dei morti causati dalla guerra e forse ce ne saranno sempre di più andando avanti, forse il peggio deve ancora venire, l’apocalisse è solo innescata. Mi fa pensare ai vecchi film che mi faceva vedere mio padre, in cui la terza guerra mondiale era una guerra nucleare che distruggeva la civiltà umana.
Questa guerra è stata combattuta con l’informatica. Come per tutte le guerre, lo scopo era colpire e distruggere l’economia dei propri nemici. È  stata fatta con computer ed eserciti di pochi hacker. E un po’ assomiglia a quella fantascientifica guerra nucleare dove un uomo premeva per primo il pulsante, perché anche i vincitori hanno finito per distruggersi tra di loro.
Alla mia nazione non è rimasto più niente, tutto è stato cancellato, solo montagne di oggetti muti e inutili, come quelli che mio padre ha raccolto in questa sua casa.
Lui diceva che i suoi oggetti erano diversi, e quando ci sarebbe stata la guerra (e in questo caso aveva ragione) sarebbero stati il patrimonio che ci avrebbe salvato.
Io so solo che ho fatto una fatica tremenda a entrare in casa sua, forse le case di una volta erano dimensionate per questo, ma non le nostre. Capisco perché mia madre è fuggita. Per farci entrare tutti questi libri e questi dischi, mio padre ha costruito una specie di struttura a tutta altezza in legno, un labirinto tridimensionale in cui muoversi e su cui arrampicarsi. In alto ha creato un piano su cui ha posizionato il suo amato giradischi, che ha bisogno di uno spazio orizzontale non più previsto da anni. I pesantissimi dischi sono infilati in scaffalature appese ovunque, che si reggono l’una sull’altra, le pareti e i soffitti in cartongesso non lo permetterebbero.
Non ci capisco molto, ma è riuscito a far reggere tutto; almeno in questo gli studi in architettura gli sono tornati utili, come direbbe lui con sarcasmo.
Guardo le copertine dei dischi, quei nomi che ha cercato in tutti i modi di farmi entrare in testa, ma continuo a non riconoscerli. Perché io ho avuto la mia musica, a cui lego i miei ricordi, per quanto brutta e ridicola possa essere secondo i parametri del glorioso Novecento da cui veniva lui. E ora non c’è più. Tutta cancellata, e mi sembra di sentire mio padre ridere da una specie di inferno che ho nella mente.
Non è vero che non proviamo emozioni, noi. È che non sappiamo dove metterle, abbiamo perso la capacità e ormai non siamo più in grado di recuperarla.
Io un po’ ce l’ho grazie a mio padre.
Grazie papà. Per quel che può servire oggi, avevi ragione.

Fotografia di Andrea Herman

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