Non è successo niente

di Aurora Dell’Oro

Preparazione – Marta Di Giovanni

È già tardi. Pietro è confuso e un po’ emozionato. Nessuno dei due gli ha detto di andare a dormire, sembrano essersene dimenticati. Hanno parlato poco durante la cena; non gli hanno nemmeno chiesto come ha trascorso la giornata, nelle ore che ha passato lontano da loro, al podere di nonno Luigi. Lo chiamano così, invece è una stamberga tenuta insieme da quattro chiodi, il tetto in lamiera e i servizi igienici esterni. Pietro l’adora, perché lì dentro esce dalla giurisdizione della madre, Marisa, e può fare pressappoco quello che vuole. Canticchia sottovoce, respirando soddisfatto la notte agostana che entra dalla finestra spalancata. Vi riconosce il profumo del sambuco e della terra calda. Gratta distratto due punture di zanzara sul polpaccio abbronzato e rimane quieto quando tocca la ferita che si è procurato cadendo dalla bicicletta. Non vuole ricordare ai genitori che un bambino dovrebbe essere messo a letto prima della mezzanotte, anche se il giorno dopo non deve andare a scuola.

Il padre, Stefano, sta guardando uno show in televisione. La sua bocca è atteggiata in un ghigno tra lo schifato e il divertito e Pietro lo osserva in silenzio, senza capire. Non possiede un codice per decifrare quello che vede. La chimica dei suoi sentimenti opera ancora reazioni stabili, nessun elemento fuori orbita sfuma i contorni di ciò che prova. La madre, Marisa, lava i piatti. Non usa i guanti, per questo le sue mani sono sempre così secche e rovinate, i polpastrelli quasi graffiano i palmi di Pietro, quando lo toccano. Ora le sue mani nude stanno lavando via l’odore del merluzzo fritto, che si mescola a quello chimico del detersivo al limone. Arriva a zaffate insieme al rumore dell’acqua che esce violenta dal rubinetto, in un canto di disperazione che s’insinua nei condotti uditivi di Pietro e gli infila una paura sottopelle, così sottile che quasi non se ne accorge. Con un brivido cerca di scrollarsela via, ma quella rimane, infida, e affonda come uno scandaglio subacqueo.

Marisa chiude il rubinetto e l’assenza di rumore è un richiamo che fa voltare contemporaneamente le teste scure del marito e del figlio. Li guarda dalla soglia della cucina e stringe gli occhi davanti alla loro abbagliante somiglianza: gli stessi occhi grandi, lo stesso naso leggermente adunco. È lei a essere diversa, la donna bionda e esausta a cui hanno affidato la loro vita domestica, uno per abitudine, l’altro per necessità. Cerca di ricordarsi i giorni in cui si occupava di loro senza sentire la fatica, solo un nocciolo di gioia pura che le ballava davanti agli occhi. Era uno stato di grazia che non è riuscita a conservare. La consapevolezza del fallimento l’ha resa amara, ne è consapevole. Secondo il suo psicoanalista non riesce a perdonarsi perché non è scesa a compromessi, non ha conciliato realtà e ideale. Il dottor Bellomo è un sessantenne che compensa la rarità dei capelli con una barba biblica, un luminare del suo campo, dicono quelli del settore, eppure Marisa, quando esce dal suo studio, si sente pervadere da una spossatezza più vicina alla resa che alla liberazione. Si guarda nello specchio del salotto, che lei stessa ha appeso di fronte alla porta della cucina, nei suoi primi giorni da sposata. Sembra una pala d’altare, una Madonna del ventunesimo secolo, con il trucco sbiadito e il pigiama corto. Nasconde d’istinto le mani arrossate sotto il grembiule che ha legato in vita, come faceva sua nonna Matilde. Tutte le donne della sua famiglia hanno nomi che iniziano per M, è una tradizione a cui anche Marisa avrebbe obbedito, se non avesse avuto Pietro.

Stefano le passa davanti e quasi non la guarda. Conosce così bene sua moglie da sentirsi quasi imbarazzato di fronte a lei. Il suo modo di conoscerla gli ha rivelato cose di sé che non avrebbe voluto sapere. Il suo cinismo, ad esempio. E la sua viltà, che dissimula così bene. Forse è stato questo ciò che l’ha spinto ad allontanarsi; non è stato il disamore o la noia, ma la vergogna di essere se stesso. Si siede al tavolo di fronte al figlio e respira a fondo, si prepara per quello che verrà dopo. Pietro comincia a dondolare le gambe, premendo le cosce sulla sedia. Volge lo sguardo dall’occhio terragno di Marisa a quello oceanino del padre. È così assonnato che deve concentrarsi per non dormire. È così concentrato da sprizzare scintille. Le scintille cadono sulla superficie pulita del piano in fòrmica, pepite d’oro che nessuno vede, tranne lui. Pietro li conta, uno, due, tre, fino ad arrivare a sei. I suoi anni. Fa per raccoglierle, invece preme il polpastrello su una briciola sfuggita alla spugna.

Intanto il padre ha cominciato a parlare. Hanno deciso così, Marisa si è rifiutata di presentare il fatto al bambino. Del resto non è lei quella che vuole fare i bagagli, non è lei quella che può farlo. Stefano il discorso se l’è preparato di mattina, lo ha girato e rigirato nella testa, mentre Marta, la stagista con cui ha una relazione da due mesi, gli lanciava occhiate ambigue, ma non troppo, dall’altra parte dell’ufficio che condividono.

Il discorso è breve e molto schietto, senza perifrasi. Stefano ha bisogno che Pietro capisca subito come stanno le cose; che non si faccia illusioni, insomma. Non deve soffrire più del necessario. Stefano gli dice che non tornerà indietro, non esiste alcuna, sottolinea alcuna, possibilità che possa riallacciare il rapporto con Marisa.
La guarda per un istante, è un errore, ma ovviamente il rapporto con lui non cambierà in nessun modo, rimane pur sempre il suo papà e ci sarà sempre presente eppure assente, col cuore.

È stata Marta a convincerlo a fare il grande passo, a parlare con Marisa che, ovviamente, aveva già indovinato tutto. Probabilmente, se fosse stato per lui, sarebbe andato avanti facendo finta di niente. Avrebbe mantenuto le sue due vite traghettandosi placidamente da un ruolo all’altro, scegliendo di volta in volta a quale versione di se stesso dare sostanza.

Tiene lo sguardo puntato sopra la testa del figlio, così non vede la linea che divide a metà la fronte di Pietro. Non lo vede mentre stringe la testa tra le spalle ossute, le clavicole arpionate dalle parole che sono appena state lanciate nello spazio tra di loro. Parole che adesso esistono e che predispongono un futuro a cui Pietro non avrebbe mai pensato di doversi adeguare. Non si sente pronto. Le cose nuove lo atterriscono. Trattiene il fiato, per non lasciare entrare il veleno sprigionato dai suoni. La pelle, però, assorbe tutto, il corpo non è un confine, è una porta che non si riesce più a chiudere. Vorrebbe tanto avere l’epidermide di un elefante, per proteggere le viscere. Lancia gli incantesimi che lo salvano quando non sa come uscire da un guaio: gatto cane bosco gelato riviera nonno Luigi. Le cose che gli piacciono e che domani lo faranno sopravvivere.

Marisa allunga un braccio verso di lui, senza raggiungerlo, perché il tavolo è l’Atlantico e i bicchieri che ci sono posati sopra sono scialuppe in cui nessuno dei tre ha voglia di entrare, visto che non c’è più niente da mettere in salvo. Così, mentre Pietro va alla deriva abbracciato ai suoi salvagenti (gatto cane bosco gelato riviera nonno Luigi, ripete), Marisa e Stefano definiscono gli ultimi dettagli del naufragio.

Il Titanic è affondato, eppure nessuno di loro è morto.

Quanti giorni a testa, quanti al mese, chiede lei.
Pensavo fossimo d’accordo, dice lui. Ogni fine settimana.
Non è possibile, risponde lei.
Perché no. Sono suo padre, ne ho il diritto, ribatte lui. Stacca l’etichetta dell’acqua minerale. La riduce in quadrati minuscoli. Con metodo.

Sobbalza appena quando incontra lo sguardo del figlio, che non ha più sei anni, ma sedici e intorno a loro non c’è la cucina, bensì il salotto di un’altra casa, fuori il rumore di un’altra città. Stefano va a trovare Pietro raramente. Il figlio si sta trasformando in un adulto che ha un’agenda più impegnata della sua. Marta non c’è più da un pezzo, l’ha mollato dopo un mese dalla separazione, non pensava che l’avrebbe fatto per davvero, sebbene fosse stata lei a chiederglielo. Le dispiaceva, moltissimo, ma era troppo giovane per mettersi con uno che aveva quasi il doppio della sua età e un figlio. Dopo di lei ce n’erano state altre, naturalmente, tuttavia Stefano si è stancato di essere così libero e disponibile. Vorrebbe passare più tempo con suo figlio, che invece di tempo per lui sembra non averne più.

Chiude e apre gli occhi, l’adrenalina sta lasciando il posto al torpore. Stefano si dice che nulla è prevedibile. Pietro ha ancora sei anni, ha ancora la testa inchiodata alle spalle. Marta non l’ha lasciato, non lo lascerà.

Marisa guarda il figlio con una pena che le incide le guance. A lei pare di sapere come andrà a finire. Già lo sente, Pietro che mugugna

Esco, ma’.
Dove vai.
Lo chiede senza metterci il punto di domanda, conosce già la risposta, che in ogni caso non riceve. Pietro vorrebbe essere più gentile con sua madre, ci prova e non ci riesce, è pensieroso mentre esce dal portone e un po’ si sente in colpa, ma sta andando al suo primo appuntamento e non c’è spazio per nient’altro. Lo sta aspettando la ragazza che sposerà dopo la laurea. Lei è un miracolo che non ha intenzione di lasciarsi sfuggire.

Pietro ha quarant’anni, è sposato con Laura da venti, anni che sgrana tra le dita, mentre va all’ospedale dove è ricoverato il padre. Le sue condizioni sono gravi, il male è senza cura. Non si vedono da moltissimo tempo, da quando Marisa è morta e Stefano non si è presentato al funerale. Era in vacanza con la sua terza moglie, l’ultima. Quando trova la stanza, un cubicolo asettico con la stampa di un Monet appesa alla parete di fronte al letto, Pietro riconosce solo l’azzurro degli occhi, tutto il resto gli è estraneo. Finge di non riconoscere la donna minuscola che sta accanto a Stefano, di cui conosce il nome e a cui non sa volere bene.

Pietro inspira e espira lentamente, lo ha imparato da Marisa quando la vede fare meditazione, dopo il lavoro. Si sente strano, come se il suo cervello avesse fatto una capovolta. Scioglie i muscoli delle spalle e ferma il movimento delle gambe. A un certo punto avverte uno strappo sotto lo sterno, un dolore acuto e breve che lo intontisce. Passa quasi subito. Vuole andare a letto, nonno Luigi ha promesso che gli insegnerà a pescare nel fiume. Dovrà alzarsi presto.

Un nugolo di zanzare è entrato sciamando dalla finestra aperta, vortica nero attorno alla lampada della cucina. Un gatto miagola in giardino. I genitori lo guardano, sono esausti.
Non è successo niente.

Fotografia di Marta Di Giovanni

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