Sulla strada

Antonio Fidel Mereu

Corri corri ragazzo, corri – Daria Pesce

Una strada sterrata di fossi e pozze impietrite.
Interamente rovinata dalla spietata insistenza delle piogge e dal calore che durante i mesi estivi prosegue ostinato il suo continuo, lento lavoro di deterioramento, la strada sterrata, dura e secca, disossata come una carcassa presa di mira da un branco di iene, il riso sornione, i denti aguzzi, l’orlo rosa delle fauci aperte, sopraffatte dalla fame e dall’arsura, è ora percorribile come la parete perfettamente liscia di un prefabbricato a causa delle molte buche, dei fossi profondi un baratro scavati dai piedi e dalle ruote e dallo schianto violento delle gocce d’acqua, accolti dalla natura come un cazzotto dritto al ventre. Buona parte di essa è stata cancellata dal fieno incolto, ora schiacciato a terra dai pneumatici dei furgoni rossi che trasportano le merci, e qua e là, dove il palo eretto trafigge il suolo, coperta dall’ombra delle reti di ferro spanciate, in continua caduta, ma dal precluso impatto, come Iperione in perpetua sospensione nel vuoto tra il cielo e la terra, crocefisse come il Cristo.
Lungo la strada sono passati due bambini dall’aspetto vago, con maglie monocromatiche color pastello e le scarpe allacciate a strappo, in compagnia di una gioiosa risata. Seguivano con gli occhi la lontana macchia scura che era una vacca recintata, al cui ininterrotto lamento di sofferenza, il collo alzato verso il cielo, ha fatto seguito un tonfo sordo, la caduta di un brick ancora pieno dal cui beccuccio colava caldo il latte sulla terra. Come la vacca anche la risata si era estinta, strappata o abbandonata, comunque morta. Un momento. È bastato un nulla a quell’allegria, tanto isterica quanto facile e falsa, per essere messa a tacere dentro una stanza ora impenetrabile, sigillata da un tonfo tronco, lo scacco del ferro penetrato nella scanalatura della porta adesso ben serrata. Loro, i bambini, non erano troppo piccoli, ma ancora non proprio ragazzi, certo non uomini. Non camminavano in modo spedito, non camminavano senza fretta; camminavano uno di fianco all’altro: ora piano, ora meno piano, prima un piede, poi l’altro, in maniera naturale, un’andatura completamente artefatta. Avevano un aspetto cosciente e rilassato; avevano l’aria di chi, dopo un lungo cammino, viene sopraffatto da un’inestinguibile stanchezza, a un punto tale da non sentirsi più stremato, da non riconoscere estenuante quel cammino, incapace di distinguere un’ora da un giorno, un metro da un kilometro.
Era una partenza o era un ritorno?
Uno svago? Una fuga?
Hanno superato alcuni alberi dal legno marcio e i rami secchi senza frutti e senza foglie, spogli, nudi e soli dopo aver fatto i conti con il gelo dell’inverno ed esserne usciti sconfitti, riportando sul corpo profonde macchie, cicatrici, che ora, fustigati dal vento, sudano resina limacciosa, vengono messi a dura prova dal calore che li irrigidisce e li svuota da ogni linfa residua. Più che alberi, tubi.
Il bambino sulla destra ha tirato fuori una carta dalla tasca del pantalone e l’ha guardata per un momento e, dopo averla accartocciata con sorprendente brutalità, di cui lui stesso è sembrato stupirsi, l’ha gettata via con aggressività innecessaria, quasi sprezzandola; un velo senz’anima che sibila in un mare di vento fermo e poi cade a terra, coprendo un ciuffo di erba morta.
Uno di fianco all’altro fissano un punto. Si va avanti. Quello sulla sinistra porta la mano alla bocca dello stomaco contratto, quando gli occhi dell’altro, inaccessibili, cadono sulla bozza di un palazzo all’interno del recinto; una casamatta, all’apparenza, o lo scheletro di un capodoglio arenato, abbandonata a se stessa in mezzo a tante altre mal verniciate, mai terminate. L’oblio di una costruzione nata rovina. Il cartello storto sulla strada, su un’insegna scolorita, indica …km. Non è dato sapere quanti, né per dove. Un sapere inaccessibile, come gli occhi del bambino, incavati dentro al volto come un buco nel terreno scavato con le dita.
Sul sentiero, i bambini, hanno incontrato una rana. È riemersa da una fossa con un saltello breve, seguito da un secondo appena più lungo, poi si è fermata al centro della strada guardando verso il bosco. Il bambino di sinistra si è accovacciato a terra con un movimento quasi lussurioso: a gambe aperte, retto dai piedi per le punte, le braccia calate sull’interno coscia come funi di paglia e le mani nel terreno, è simile a una rana. L’altro si è solo chinato e arcuando lo scheletro l’ha raccolta. La rana è rimasta immobile nella sua mano; di tanto in tanto uno spasmo faceva allungare la sua gamba verso terra. L’hanno osservata per diverso tempo, senza però mostrarsi interessati. Gli occhi della rana si sono mossi come la mezza luna di un radar, da destra a sinistra, un anello giallo in una sfera nera, con una lama verticale stirata al centro; impavida, sembrava naufragare nella perduta beatitudine o prendere coscienza di un passaggio di stato, di un’avvenuta metamorfosi.
Dopo averla perlustrata a lungo, con sempre uguale espressione, seguiti dal fremito intermittente delle vacche, i bambini hanno levato dalle tasche una confezione di fiammiferi e preso dal cassetto un paio di cerini ciascuno. Il bambino con la rana in mano, intanto, faceva scorrere verso il basso il pollice sulla pancia della rana. La solleticava. La sollecitava. Poi un fiammifero si è rotto e lo hanno buttato nel fieno. Si sono seduti a terra e, dopo alcuni tentativi, il bambino con la rana in mano, tracciando una rapida virgola di scaglie gracidanti lungo il lato della scatola, è riuscito ad accendere la punta bruna dello stecco, dando forma a una lama di ardore e fiamme. Stimolata dal massaggio del bimbo, la rana ha schiuso le sue labbra sottili; una, quella di sopra, verde, l’altra appena più pallida, quasi una luce fioca. Si è sentito uno sfrigolio umido, come uno strofinamento veloce di nylon su nylon, quando i bambini le hanno spento il fiammifero in gola. Poi, un secondo, sopra la testa. Le hanno carbonizzato un occhio e questo si è ritirato in se stesso, assumendo le sembianze di un ano, suscitando il riso dei bambini. All’inizio son sembrati impressionati, e allora hanno continuato, quasi che l’estinzione del cerino, spento dentro la gola della rana, non fosse altro che un caso fortuito cui dovevano aggiungersi ulteriori test, prima di poter affermare con certezza la presenza di una corrispondenza tra causa ed effetto; o era, forse, la ricerca del primo stupore provato, ora perduto in un angolo dietro la porta. Durante le prove successive hanno ritrovato l’espressione abituale. Si sono rialzati, quasi insieme e, allo stesso tempo, separati e distanti in quella che là, sulla strada sterrata, in piena luce sotto il sole, le ombre assenti sulla terra, tra i lamenti meccanici delle vacche e gli spruzzi impotenti di grigi densi delle fabbriche, ai piedi di una foresta di ossa, aveva tutta l’aria di essere il risultato di una solitudine raddoppiata. I bambini hanno gettato via la rana. La sorpresa era finita. L’hanno scagliata con non troppa forza, come un qualcosa di rotto, e questa è piombata dritta in mezzo al folto di erba morta, anch’essa bruciata, risucchiata dai capelli ispidi del fieno che l’avrebbe accolta, ingoiandola, e lasciata poi cadere sul fondo tra la polvere e i vermi e il pietrisco adombrato. Piena di grinze e tumefatta, lacera, muta, ha subìto. Un occhio le era svanito dentro la testa come il suo corpo nel fieno; la bocca era aperta e il labbro spaccato; la gola era di colore nero e pregna di bolle rigonfie scoppiate come palloni pieni di aria bucati dall’ago; la testa bruna del cerino, simile a una chiave, aveva aperto la porta dello stomaco e parte dell’intestino; alcuni organi, le viscere, ora liberi dalla prigionia del corpo, erano sgattaiolati fuori in cerca di una nuova casa, pronti a conoscere il mondo. Ma non sono riusciti ad andare lontano. Abbacinati dal sole, si sono spenti chi appeso a un filo d’erba; chi tra la cenere sulla strada; chi nella fossa da cui era uscita la rana; chi ancora era rimasto affacciato nell’apertura del ventre, come chi guarda a riposo il paesaggio da una finestra o come alla corda un morto impiccato.
Prima di proseguire, il bambino sulla destra si è accasciato sul ciglio della strada, verso il bosco, e ha acceso un ultimo fiammifero. Lo ha poggiato sul fieno e questo ha preso fuoco; si era riaccesa in lui la meraviglia. Ancora una volta è sembrato stupirsi, seppure in un modo diverso, più per una constatazione che per una nuova scoperta, e, una volta rialzato, ha pestato il fieno col piede, quell’erba giallo-bianca diventata nera, piena di un fumo voluminoso e lento che brulicava in segreto tra le luci dei fili di paglia ancora accesi, una sinfonia di luminarie bicromatiche. Anche quello poteva prendere fuoco. Sì. Persino quello poteva essere bruciato, come ogni cosa.
Poi, si sono avviati, uno di fianco all’altro; hanno ripreso a camminare, sempre dritti, fissando il punto manifesto a loro in fronte. Lungo la strada hanno schiacciato alcuni insetti con i piedi, alcuni anche per sbaglio, e hanno tagliato la coda a un gatto incontrato vicino a un ponteggio con un pezzo di ferro arrugginito trovato nel fieno, perché ormai erano finiti i cerini. Anche questo, con nuovo stupore, è stato possibile farlo: è bastato avere giusto un po’ più di pazienza.

Fotografia di Daria Pesce

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