Uccelli

Carola Maselli

Fantasmi – Antimonio

Nadia portò Milena al mare. Fecero il bagno sotto le mura e si stesero sugli scogli. Parlarono di quello che si diceva in città e Milena si strinse a Nadia. I suoi capezzoli premettero contro il braccio della ragazza. Indossava un costume intero, bianco, che spiccava sui capelli neri.
Nadia le accarezzò una coscia. «Non ci credo che i pescherecci tornano vuoti perché tu fai il bagno nuda», disse.
«Dicono che i pescatori non prendono più niente perché noi due facciamo il bagno nude», la corresse Milena.
Nadia rise. «Sciocchezze!» esclamò. Chinò la testa e avvicinò la bocca alle labbra di Milena. «Sciocchezze», sussurrò baciandola.
Lei si lasciò baciare, poi si allontanò, si vestì. «Prima me ne fottevo di quello che dicevano», disse. «Ma ora parlano anche di te.»
Nadia sollevò le spalle. «Non me ne frega niente».
Tornarono insieme a casa. Lungo la strada Milena si fermò davanti a un negozio di animali. Infilò le dita tra le sbarre di una gabbietta e un canarino blu le mordicchiò l’indice. Lo guardò con gli occhi grandi e vuoti. Per vederla di nuovo felice, Nadia glielo regalò. Milena le sorrise.
Sparì quel pomeriggio.

Nadia continuò ad aspettarla al mare nei giorni seguenti, passava sotto casa sua e fissava le imposte chiuse, poi rientrava e la chiamava al numero della casa di campagna. La prima volta le rispose la madre.
«Pronto?»
«Buongiorno, sono Nadia. Milena è lì?», chiese. Ma la donna riattaccò.
In paese si cominciò a parlare presto di quella partenza improvvisa e ci fu chi la sfruttò come pretesto per ribadire che Milena portava sfortuna. Così si diffuse la voce che da quando era andata via gli uccelli morivano. Nadia li derise tutti.
La sua sicurezza vacillò un giorno in cui sotto casa trovò un piccione morto, il collo spezzato, il sangue sotto le ali. Capì subito che era stato investito, eppure quella notte ebbe un incubo. Sognò di camminare sulla mura e che gli uccelli cadevano al suolo, curvi e pesanti, privi di vita. Finita quella pioggia, Milena compariva col suo costume bianco e insieme ballavano abbracciate tra le carcasse. Si svegliò con la febbre. Si alzò, chiamò Milena al telefono, ma rifiutarono la chiamata.

L’influenza durò una settimana. Si occupò di lei un medico che scuoteva la testa ogni volta che parlava con i suoi genitori. Li convinse che era stata Milena a farla ammalare di quella brutta febbre improvvisa. La madre le tamponava la fronte con acqua e aceto, il mento che tremava. Dalla strada intanto Nadia coglieva un fitto chiacchiericcio, sussurri contro i quali spesso suo padre urlava.
Quando, contro le aspettative del medico, la febbre passò, Nadia uscì di casa e il sole di luglio sciolse il freddo che aveva nelle ossa. Dalle mura della città seguì il mare, rotto in placide scaglie azzurrine e individuò il punto sugli scogli dove era stata l’ultima volta con Milena. Dei gabbiani svolazzavano sul pelo dell’acqua, contendendosi la colazione e agitando le ali in un disordine di becchi e piume. Trattenne il fiato. Attese che cadessero morti nel mare, ma non successe nulla.
Intanto tra i vicoli rimbalzava il suo nome, storpiato da un dialetto insistente dal quale trovò scampo solo a casa. Al tramonto il sole filtrò attraverso le tapparelle e proiettò sulla parete di fronte al letto centinaia di minuscole bocche aperte. Fuori, le donne continuavano a parlare dai balconi.

Una sera le loro voci risuonarono nella gola di suo padre. Gridò dalla cucina, nominò Milena, poi lei. «Ce l’ha quasi uccisa. È meglio che se ne sia andata e lo capirà anche lei», disse. «Se non è morta per la febbre è solo perché al posto suo marcisce la frutta, lo dicono tutti.»
Sua madre singhiozzò e lui batté il pugno sul tavolo. Nadia si chiuse in camera e non uscì neanche per cenare. Il padre la chiamò più volte, provò a forzare la maniglia, urlò. Si allontanò un istante e quando tornò le lasciò qualcosa dietro la porta.
Lei aspettò che andasse via prima di aprire. Per terra c’era un cestino e all’interno della frutta. Passò le dita tremanti sulle bucce delle pesche e dei fichi ricoperti di macchie bianche e verdi.

Da quel giorno Nadia riemerse dalla sua camera solo all’ora dei pasti e nel primo pomeriggio, quando chiamava Milena. Ormai il telefono squillava ma nessuno le rispondeva. Soltanto una volta, al settimo squillo, la voce della madre urlò attraverso la cornetta: «Devi smetterla! Lei non vuole parlare con te.»

Il giorno dopo Nadia chiamò ma scoprì che il numero era inesistente. Non riusciva a credere che Milena non ne volesse sapere più nulla di lei, la immaginava sorvegliata notte e giorno dai genitori, che le facevano il lavaggio del cervello, le parlavano degli uccelli morti e della frutta ammuffita, le dicevano che lei era morta per la febbre, la tenevano lontana dal telefono. Ma spesso si scopriva a credere il contrario. Sapeva che nessuno poteva costringerla a fare qualcosa.
Un mese dopo la sua partenza, Nadia aprì la finestra e scoprì che la strada taceva. Le donne si salutavano con cenni muti sporgendosi sui vasi per innaffiare il basilico, poi rientravano, ascoltavano la messa in tv e la voce del prete risuonava per le strade. La gente aveva perso la parola perché lei non usciva più, si diceva Nadia prima di addormentarsi. Sognava ancora i capelli di Milena.
In uno di quei giorni muti sua madre bussò e mormorò dall’altra parte della porta: «È tornata».
Nadia corse fuori e, risvegliati dal ticchettio dei sandali, nelle vie tornarono i rumori. Dalle finestre incassate spuntarono colli e teste, le voci la rincorsero. Un uomo gracchiò al suo passaggio: «Il pane non lievita più». Nadia lo ignorò. Sopra di lei il cielo era un corridoio stretto tra i cornicioni sbeccati dei terrazzi, orlato dalle braccia delle donne.
Aveva il fiatone quando raggiunse la casa di Milena. Si fermò prima del portone, le mani sulle ginocchia, l’aria che le raschiava la gola. Due donne venivano verso di lei ma fu una ad attirare la sua attenzione.
Milena sembrava più grande e più vecchia. Indossava un abito nero, accollato, e i suoi lunghi capelli erano arrotolati sulla testa e mantenuti con una grande pinza. Camminava lenta e ingobbita, appesantita dalle buste della spesa, trascinando i piedi. Non era tanto diversa dalle vecchie di paese: era fredda e scura come loro, raggrinzita dentro. Sua madre accanto a lei reggeva un sacchetto di pane e intanto le teneva una mano contro la schiena.
Quella non era la ragazza del costume bianco e del pareo colorato. Ciò che Milena era stata l’aveva portato con sé quando era partita ma l’aveva lasciato indietro prima di tornare, come un cappello dimenticato sul letto di un albergo. Si era fatta strappare di dosso la vita che aveva prima per una della quale nessuno avrebbe più parlato.
Fu mentre le passava davanti che si accorse finalmente di Nadia. Qualcosa guizzò nei suoi occhi castani, una luce improvvisa che si spense troppo presto. La madre la spinse. Tenendo la bocca vicino all’orecchio della figlia, ma guardando Nadia, la donna sibilò: «Cammina».
Milena distolse lo sguardo da lei e continuò a camminare verso casa; Nadia rimase immobile a fissarla. Cercò la ragazza che aveva amato sotto quel vestito pesante.
Madre e figlia entrarono in casa e si chiusero la porta alle spalle. Subito dopo una finestra si aprì cigolando.
Le persiane verdi incorniciarono il busto magro di Milena, che posò una gabbietta sulla balaustra. Dentro c’era un uccellino blu. Cantava e il suo cinguettio riempiva la strada. Lei si tolse la pinza e i capelli le caddero sulle spalle come alghe nere. Si appoggiò sul davanzale, arricciò le labbra, fischiò e il canarino le rispose allegro. Si irrigidì quando vide che Nadia era ancora in strada. Esitò prima di sollevare una mano. Agitò le dita in un cenno di saluto.
Nadia rispose con un movimento della testa, stordita dal sollievo di rivederla.
L’uccellino continuava a cantare.

Fotografia di Antimonio

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