Saturnalia

Lisa Malagoli

Uscite tutti, lasciatemi dormire – Chiara Casetta

Lo sbuffo di fiato esce dalle narici dell’animale e si condensa davanti agli occhi spalancati del bambino. Lui allunga le piccole dita, gli sfiora il naso. Risale il profilo del muso, segue il disegno delle corna. Braccia di legno che terminano in falangi nodose. Poi arriva un urlo, da lontano. L’animale solleva il muso e scappa, mentre la madre corre verso il bambino. Lo prende in braccio, gli scrolla la neve dai pantaloni. «Non farlo più,» grida. Ma lui ormai l’ha visto, sa che esiste. Qualcosa che prima non c’era – che era solo un bozzo coperto da uno strato spesso di neve – ora c’è. Ed è fatto di carne, colori, odori. Il bambino si gira – un braccio teso contro il petto della madre, l’altro a indicare lontano, come un equilibrista – e osserva il suo nuovo animale preferito allontanarsi. Ormai è solo un punto, ma c’è, esiste, e non sarà dimenticato.

*

Mira e Claudio camminano vicini, senza dire nulla. Mira si infila le mani nelle tasche della giacca e affonda la testa nella sciarpa per ripararsi dalle scudisciate di vento freddo. C’è odore di bruciato, ed è strano sentirlo lì, in mezzo a tutto quel ghiaccio.
«L’Islanda è gelida,» aveva detto la madre di Mira prima di partire.
In Islanda il vento è così forte che strappa le portiere delle auto come i bambini staccano le zampe ai ragni. Succede di continuo. Lo aveva detto la ragazza all’autonoleggio, ad alta voce, il primo giorno, mentre Mira sistemava gli zaini nel baule.
«Eccolo!» Mira spalanca gli occhi e indica un punto bianchissimo davanti a sé. Inizia a correre sulla sabbia nera, in direzione del mare, e i suoi stivaletti di gomma cigolano.
«Io non corro,» dice Claudio a bassa voce. Lei è già lontana. Guarda Mira rimpicciolirsi sempre più e poi fermarsi di fronte al muso lacero della carcassa di metallo. È grande come un puntino e a Claudio il respiro viene a mancare. Allunga il passo fino a che Mira riacquista le sue rassicuranti dimensioni.
«Se andiamo in Islanda c’è una cosa che devo assolutamente vedere,» aveva detto Mira, e ora ci sono per davvero.
«Allora? Avevo ragione o no?»
«Sì, è incredibile.»
Mira annuisce senza staccare gli occhi dall’aereo che si è schiantato anni prima su quella spiaggia nera, a due passi dal mare. «Che fine avrà fatto l’equipaggio?»
«Non si sa, non hanno trovato nessun corpo. Probabilmente sono sopravvissuti e se ne sono semplicemente andati.» Claudio si leva gli occhiali appannati e li strofina sulla sciarpa verde.
«Spero tanto sia così,» dice, e poi ride, di quelle risate che si fanno quando si ha qualcosa in mente. Si arrampica su una delle ali, sale in piedi sul motore destro, alza le braccia verso il cielo. Urla: «Prendimi al volo» e salta. Claudio l’afferra, la caduta viene attutita dalla neve. Lei lo bacia, con le sue labbra scure, e gli chiede: «Proverai sempre a prendermi?». Lui annuisce, dice che lo farà.

Claudio parcheggia e spegne il motore della Toyota grigia. Il vento è sempre più forte e alcuni grossi uccelli disegnano precise circonferenze in aria, sospesi a metà fra nubi e neve.
Mira apre lo sportello, afferra le buste e tira con tutta la forza, inarcando la schiena. Dalle sporte si leva un forte odore di salmone affumicato.
«Spostati, faccio io.» Claudio la allontana toccandole un braccio, «Ti fai male così.»
Mira si slega i capelli neri e scuote la testa. «Chiediamo a Federico e Rita di cenare con noi? Abbiamo comprato un quintale di roba.»
«Magari a loro scoccia, che ne sai.»
«Va bene. Era per stare in compagnia. Contando – sai – che domani partono.»
Claudio alza lo sguardo. Uno dei grossi uccelli si è staccato dallo stormo, ora sta per conto suo. Rimane sospeso a mezz’aria, senza far nulla. «E allora? Mica sono nostri amici.»
Mira prende la chiave e la infila nella toppa. Poi, sussurrando, «Come vuoi.»
Claudio alza le sopracciglia e sposta tutto il peso del corpo sulla gamba desta, aspettando di entrare. Le buste della spesa sono pesanti e le braccia gli tremano.
Mira entra, si leva la giacca, saluta Rita che se ne sta distesa sul divano.
«Avete fatto spesa?»
«Sì, e prima siamo stati alla spiaggia di Solheimasandur. Uno spettacolo.»
«Davvero? Dillo anche a Federico che non mi ci ha voluto portare. Ceniamo insieme stasera?»
Mira gira appena lo sguardo verso Claudio che sta fissando un punto oltre le sue spalle, fuori dalla finestra. «Ma sì, perché no.»
Claudio continua a guardare fuori, la sua voce arriva bassa e lontanissima. «C’è brutto tempo, sta per venire un temporale.»
Rita si alza dal divano, guardando fuori dalla finestra. «Federico sta provando ad aggiustare la stufa, ti secca dargli una mano? Così noi ci mettiamo ai fornelli.»
«Va lei da Federico,» risponde Claudio piegando poco la testa verso Mira. «Cucino io.»
«Ma io non ci capisco niente di stufe.»
«Neanche io. Ma a differenza tua so cucinare.»
Mira fa un passo avanti e poi si ferma e si gira, come se il suo nome fosse stato pronunciato da qualcuno a voce alta. Lui le sorride, lei sistema i capelli ed esce, chiudendo la porta alle sue spalle.
«Allora chef, cosa ci cucina questa sera?» Rita si avvicina a Claudio col mestolo in mano e gli assesta un colpetto al braccio.
Claudio sorride e si tocca una guancia. Affetta il pane nero e aggiunge salmone, cetrioli e maionese, stando attento a dosare ogni ingrediente in giusta quantità. Passa poi al primo, pasta con lo scorfano e patate – una ricetta di un qualche chef, alla televisione. Non l’aveva mai preparata prima, ma lui è abile in cucina e ha l’esperienza dalla sua parte. Le patate sono facili da fare – a differenza della sfilettatura del pesce che richiede un po’ di manualità – e così le lascia a Rita, per cavalleria. In poco meno di un’ora la cena è pronta e la tavola apparecchiata. Mira e Federico ritornano, pare che la caldaia sia sistemata. Mira mostra l’anulare a Claudio. Il polpastrello è arrossato ed è comparso un cuscinetto biancastro pieno di liquido, proprio al centro. Dice che le fa male, che l’ha appoggiato sulla lamiera incandescente della stufa. Lui fa scorrere l’acqua dal rubinetto, accompagna il dito di lei, lo bagna. Dice che sa come ci si comporta con le scottature, lo sa da quella volta che sua nonna si è bruciata con l’acqua bollente. Aveva riempito la vasca d’acqua gelida e l’aveva presa e immersa dentro. Aveva solo dieci anni e sua madre, una volta tornata a casa, l’aveva abbracciato forte e baciato sulla fronte. Aveva detto: «Oggi il mio ometto ha salvato una vita.»

«Quindi Mira, stai facendo un dottorato?» chiede Rita, indicando col dito i sottaceti. Mira glieli allunga.
«Sì, Filologia e Storia del Mondo Antico. A Bologna.»
«Che roba è?» chiede Federico.
«Studio testi classici, dell’antica Roma, per lo più. La mia tesi riguarda i Saturnali. Li conoscete?»
«Ecco, fai i conti che io ho fatto il professionale e ora monto antenne,» risponde Federico.
Mira sorride e drizza la schiena «Ok, dunque, immagina un carnevale ma molto più sentito, più vivo. La gente mangiava, si travestiva, e c’erano regali e balli. Ma non era una festa qualsiasi, si sovvertiva l’ordine sociale. Gli schiavi potevano considerarsi persone libere. E avevano libertà di parola.»
«Cioè?»
«Cioè, potevano dire ciò che volevano, anche sui padroni. Tutti i loro difetti e gli altarini. E a tavola venivano serviti. Era un mondo alla rovescia.»
«Non me lo immagino» dice Federico.
«Hai mai visto Il gobbo di Notre Dame?»
«Sì.»
«Ok, allora ascolta. Se ti ricordi c’è una scena, all’inizio, l’unico momento in cui il gobbo decide di uscire fra la gente, in cui Parigi è in festa, e quella festa si chiama Festa dei folli. Ti ricordi cosa dice la canzone? Dice: “Tutto quanto è sottosopra.” Ecco, quella è una tradizione che deriva dai saturnali. Un giorno in cui si può fare ciò che si vuole, e gli ultimi sono al comando.»
Federico si allunga per prendere una tartina. «Sai che non me li facevo così marxisti?»
«Saturnali, il nuovo oppio del popolo,» dice Claudio a bassa voce e aggiustandosi gli occhiali con l’indice.
«Quelle sono le vacanze estive,» dice Rita.
«Mi sa che state interpretando male. Non era solo una rivalsa popolare. In realtà era la festa di tutti. I patrizi non erano da meno.»
Rita guarda Mira, si sfrega un occhio con il dorso della mano. «In che senso?»
«Be’ feste, gioco d’azzardo. Orge.»
«Però, hai capito amore?» dice Rita rivolta a Federico.
«Eh, ho capito» dice Federico. «Be’ dai, una volta l’anno si può fare. Giusto per tirare fiato.»
«Ma quanto sei scemo.»
«Perché?» risponde Federico ridendo. «Lo pensano anche loro, vero? Vero Mira? Secondo te perché l’hanno raccontato?»
Rita appallottola un pezzo di carta e lo lancia a Federico che si ripara con un braccio e ride.
«Ma piantala.»
Claudio si alza in piedi e si avvicina all’isola della cucina. Prende la scatola di frittelline dolci. «Fate spazio signori, è arrivato il dolce.»
«Come si chiamano?» chiede Mira.
«Astar-qualcosa.»
Nel silenzio della stanza, il rumore del vento che si infila nelle grondaie diventa solido. Una folata di bufera spalanca la finestra della cucina. Federico si alza per chiuderla. «Cazzo, che neve. L’auto domani sarà coperta.»
«Ho scaricato un’App cretina, ci volete giocare?» propone Rita. «Si chiama Drunkin’.»
«Vi prego dite di no, è una cazzata unica.» Federico sbuffa e si copre le mani col viso.
Claudio chiede cos’è, Rita risponde, ridendo: «Adesso vedrete.» Inserisce i quattro nomi nella barra in alto e clicca su gioca ora. Piazza il telefono al centro del tavolo e legge la scritta che compare sullo schermo: Bevi quattro sorsi se hai pianto quando è morto Mufasa. Claudio porta il bicchiere alla bocca.
«Solo io? Che cazzo di bugiardi.»
Rita ride e clicca ancora. Rita, bevi in un solo colpo il bicchiere di Claudio.
«Ti va anche bene, è mezzo vuoto,» dice Claudio passandole il bicchiere.
Federico, bevi un bicchiere per ogni persona qui presente che trovi attraente.
Federico beve due volte, Mira infila lo sguardo nel bicchiere. Rita scoppia in una risata che si confonde con l’ululato della bufera. Poi, rivolta a Claudio: «Non essere geloso, potresti benissimo essere tu la seconda persona, chi può dirlo. Vero amore?»
«Certo, tutto può essere.»
Federico completa la frase: Io non ho mai… e bevi.
«…fatto un gioco più scemo.» Federico finisce il suo bicchiere e dice una cosa nell’orecchio a Rita che gli dà uno schiaffetto sulla guancia.
Mira, fai tre affermazioni su Federico. Federico bevi un bicchiere per ogni affermazione vera.
«Va bene, allora. Numero uno, fai l’antennista.»
«Buona memoria.»
«Due, la tua fidanzata si chiama Rita.»
«Sì, te lo concedo.»
«Ok, Tre. Vediamo… sei scappato di casa quando eri piccolo,» dice a bassa voce.
Federico sorride fra sé e alza il bicchiere. Claudio si aggiusta gli occhiali sul naso e si appoggia allo schienale.
«Me lo ha detto prima, mentre aggiustavamo la caldaia,» dice Mira, sfiorandogli una gamba.
«Ma sì, cazzate che si fanno. Ultimo giro poi letto? Domattina noi due abbiamo la sveglia alle 6.»
Le ragazze annuiscono. Rita fa scivolare il dito sul pulsante al centro.
Mira, dai un bacio a tutti i presenti o paga pegno. Bevi tre bicchieri.
Mira legge la scritta sul monitor, in silenzio, poi guarda Claudio che ha ripreso a fissare i mulinelli di vento e neve, fuori dalla finestra. «Dai, bevo e andiamo a letto.»
Claudio si volta. «Che sciocchezza, starai male.»
Mira socchiude la bocca e poi accenna un sorriso. «Preferisco bere.»
«Ma smettila. Non lo facevi il gioco della bottiglia, da bambina?»
«Che? No, io…»
«Non era così timida quando l’ho conosciuta, sapete? Ci credereste che mi ha baciato lei per prima?»
Mira sorride e accavalla le gambe. «Eravamo al Giostrà.»
«Eri venuta con quel tuo ragazzo, quella sera.»
Rita e Federico palleggiano con lo sguardo da Claudio a Mira, mentre il vento riempie la stanza. «E dì loro che giorno era. Era il 23 dicembre, l’ultimo giorno dei Saturnali.»
Mira apre la bocca per rispondere ma poi la richiude. Alza lo sguardo in direzione della portafinestra scorrevole che copre la parete a est e scatta in piedi.
«Una renna!» dice, camminando verso la porta.
Federico e Rita la raggiungono, appoggiano i palmi contro al vetro. Il loro sguardo si sposta veloce, in tutte le direzioni.
«Vi giuro, ragazzi, è passata qui davanti. Ma non l’avete vista? Era gigantesca, con delle corna enormi e…!»
«Non vedo nulla,» dice Federico.
Per qualche secondo rimangono tutti in silenzio e Mira fissa la neve che cade. Rita e Federico si scambiano uno sguardo.
«Che dite, andiamo tutti a letto?» dice Rita.
Claudio raggiunge Mira e la prende per un braccio. Prova a sollevarla. «Vieni.»
«Claudio, ti giuro, c’era una renna lì fuori. Sembrava che mi guardasse.»
«Cos’è, il vino t’ha preso male?»
«Claudio, te lo giuro,» mugola, e poi riprende, a voce bassissima. «Secondo gli antichi era di cattivo auspicio, sai?»
«Cosa?»
Mira gira il viso ma i suoi occhi rimangono fissi sulla neve. «Vedere un animale selvatico vicino a casa. Era un avvertimento. Perché gli animali lo sanno che non devono avvicinarsi agli esseri umani, che è pericoloso. E se lo fanno è perché sono spinti da una forza. Tu ci credi?»
«No, non ci credo. Hai solo bevuto troppo.» Claudio lancia un’ultima occhiata in direzione della finestra. Ci sono solo ombre, là fuori.

Claudio si siede sul pavimento in legno della sala, di fronte all’enorme portafinestra che copre l’intera parete. Nevica. Non c’è nulla all’esterno, solo una distesa bianca sterminata e un cielo senza luci e senza luna. Si avvolge la coperta intorno, appoggiando la fronte al vetro gelido. Saranno le quattro passate e lui è l’unica persona sveglia in casa. Le porte delle camere sono chiuse ma se solo si concentrasse potrebbe sentire i loro respiri pesanti e il calore dei loro aliti. Anche quella notte di tre anni fa la porta era chiusa. La baita in montagna di Giulio era perfetta per le vacanze invernali, anzi ottima, una via di fuga da orrende cene coi parenti e orrendi regali comprati all’ultimo secondo in altrettanto orrendi centri commerciali. Erano fidanzati da poco, Claudio e Mira, lei aveva appena lasciato il suo ex. Mira e Chiara, invece, erano amiche da sempre e quell’anno frequentavano un corso di improvvisazione teatrale. Era diversa Mira allora; rideva ancora forte quando si trovava in mezzo alla gente e portava i capelli slegati, alle spalle. Quella sera, a cena, si era discusso parecchio di teatro – di Seneca in particolare – e Mira aveva iniziato a parlare della diciottesima epistola a Lucilio, quella dedicata ai Saturnali.
«Semel in anno licet insanire.»
«Eh? Prego tradurre,» aveva detto Giulio.
«Una volta l’anno è lecito impazzire,» aveva risposto Mira.
Claudio l’aveva guardata serio, scrutando il suo viso, come se l’avesse vista per la prima volta. «Addirittura – impazzire».
Mira aveva riso forte. «Sapete cosa significa la parola catarsi?» Aveva fatto l’occhiolino a Claudio e Giulio si era detto d’accordo con lei. L’aveva stretta per un polso. «E brava Mira che ci insegna cose nuove.» Poi si era alzato in piedi, in modo teatrale, e aveva dichiarato l’inizio dei Saturnali, chiedendo a Claudio di seguirlo in camera, e le due ragazze si erano coperta la bocca ed erano scoppiate a ridere.
Quella notte il freddo l’ha svegliato. Mira non era al suo fianco; il letto era sfatto, le lenzuola appallottolate. L’orologio lampeggiava le 2.00. Claudio è scattato a sedere e ha appoggiato i piedi sulle piastrelle di ceramica che erano lisce e gelide. Ha controllato il comodino di Mira e poi il sacchetto dei medicinali. È andato prima in cucina – vuota – e poi in salotto e in bagno. Si è infilato di nuovo nel corridoio ed è passato davanti alla porta della camera di Giulio e Chiara. C’era solo un’altra stanza all’interno della casa, lo studio del padre di Giulio. Ha afferrato la maniglia e l’ha girata verso il basso, cercando di non fare rumore, ma la porta non si è aperta poiché era stata chiusa a chiave. È rimasto fermo qualche istante, con i muscoli del braccio in tensione, e infine si è deciso a lasciare andare la maniglia, lentamente. Ha appoggiato l’orecchio e il palmo della mano destra contro la porta di legno e gli è parso di udire dei rumori, come delle risatine o dei bisbigli. Più ascoltava e più gli sembrava di sentire la voce di Mira confondersi con quella di qualcun altro; una voce profonda, da uomo, che la faceva ridere. È rimasto lì qualche istante, ad ascoltare. Poi ha sollevato il piede destro, e poi quello sinistro, e si è incamminato verso la sua stanza. La mattina dopo Mira era di fianco a lui.
«Stanotte mi sono svegliato e non c’eri,» ha detto lui, infilandosi il calzino di lana.
«Stanotte? Sì, mi sono alzata per andare a fumare.»
Claudio si è tolto il pigiama. «Ho fatto un giro per la casa e non c’eri.»
«Sul balcone della sala c’è una piccola scaletta che porta sul tetto. Mi sono messa lì col telefono e ho fumato. Ho dimenticato a casa le gocce per dormire.»
«Sul tetto?»
«Sul tetto.»
«E se fossi caduta?»
«C’è un metro di neve, Claudio,» ha risposto Mira avvicinandosi e provando ad abbracciarlo. Poi il suo viso si è aperto in una risata e i suoi occhi si sono accesi. «Ci proviamo stasera? Io mi butto e tu mi prendi al volo.»
Ma Claudio non ha risposto. Si è infilato la tuta pesante, quella per sciare, e nient’altro.
Sono andati tutti e quattro a sciare quel giorno; hanno bevuto cioccolata in una baita e hanno parlato di cosa avrebbero fatto una volta tornati a casa. Sarebbero andati a teatro una sera. Avrebbero visto Notre-Dame de Paris. Mira giurava che era davvero un gran spettacolo, quella Festa dei folli.

È quasi mezzogiorno ora e Claudio è seduto sulla neve, davanti alla casa, con le gambe incrociate. Federico e Rita sono partiti presto questa mattina. Claudio li ha aiutati a caricare le valige ed è tornato in casa. Si è vestito e si è lavato i denti, stando attento a non svegliare Mira che dormiva mezza nuda nonostante il freddo, e la sua pelle scura profumava di borotalco. C’era qualcosa di selvatico in lei, nella sua bellezza, di non addomesticato, qualcosa che se ne andava via quando lui la toccava. Una sera lei ha insistito per guardare Il gobbo di Notre Dame insieme e ha iniziato a piangere solo alla fine, quando la ragazza viene acchiappata al volo dal gobbo. Ha detto che è così che la gente merita di essere presa – al volo – quando è il momento giusto.
«E quando è il momento giusto?» ha chiesto Claudio.
Lei si è avvicinata al suo orecchio: «Nei giorni che tutto è permesso e si aprono le finestre su ciò che si può avere. È come sulle giostre. Basta alzare il braccio, staccare la codina e il premio è tuo.»
Claudio non le ha mai detto che, da quando stanno insieme, ogni tanto, quel film se lo guarda da solo. C’è una scena che lo colpisce più di tutte, ed è quando la zingara viene legata al palo e il vecchio sacerdote le dice: «Scegli: o me o il fuoco». Lei aveva ballato per lui alla Festa dei folli, e subito era diventata un pensiero, la possibilità che prima non esisteva e che d’improvviso era proprio lì, a portata di mano. Claudio si era chiesto se lui l’avrebbe fatto – mostrare ai bambini una cosa del genere. È un po’ come dire: ecco, guardate fin dove si può arrivare con l’amore. In quella scena, il mostro si lancia nel vuoto, sopra a tutti i parigini e le loro torce accese, e afferra la zingara per portarla via; ed è lì che il vecchio prete li insegue fin sulla balconata, combatte e perde. Cade giù dalla cattedrale, muore in una pozza di rame fuso. Claudio si è domandato cosa avrebbe fatto lui per trattenere la zingara. Avrebbe dato la cattedrale alle fiamme, ne è sicuro.
È quasi mezzogiorno ora e Claudio è seduto sulla neve di fronte a quel cubo perfetto di vetro, acciaio e legno che è la sua casa in Islanda. Tocca la neve, senza guanto, se ne porta un po’ alla bocca; poi soffia e una nuvoletta bianca si condensa davanti al suo viso. I suoi occhiali si appannano. Immagina il tepore del fuoco e l’odore del fumo. Immagina le assi del tetto e dei pavimenti squittire come topi. I vetri delle finestre esplosi in mille pezzi, le lingue arancioni puntare verso il cielo. Si sdraia sulla neve, rimane a guardare il cielo di sassi e i gabbiani che compiono cerchi immensi sopra di lui. Pensa che oggi è il 23, l’ultimo giorno dei Saturnali. Respira a fondo, sente i muscoli sciogliersi nel tepore della giacca. Si ripete che manca poco, che da domani tutto tornerà alla normalità, che le possibilità emerse verranno celate dalla coltre di neve che le copre abitualmente e ritorneranno a essere solo forme bianche, incolori, insapori. Già ora, il vento sta calando.

*

Da lontano, sopra una piccola collinetta innevata, una renna scuote la testa ritmicamente, a destra e a sinistra, immergendo di tanto in tanto il muso nella neve. Si spaventa udendo un crepitio lontano – forse un incendio fra i boschi – e si accovaccia. Riprende coraggio, alza la testa, guarda il piccolo paese ai suoi piedi, e infine si gira e inizia a correre veloce. Corre verso una distesa di neve intatta che nessuno ha mai osato scrutare.

Fotografia di Chiara Casetta

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