Crocodiles

Sharon Vanoli

Non sono bello, sono un archetipo – Julio Armenante

Sono entrati nella stanza in camice bianco, con una cassetta degli attrezzi sotto la zampa. Il primo della fila aveva una coda sfarzosa, a squame grigio argento, che tintinnava a ogni passo. Si è accorto subito che la scrutavo. “Le piacerebbe, eh?”, ha detto. In effetti, ho sempre desiderato avere la coda. La porterei di fronte al viso, sempre. “Forza, signorina, fuori dal letto, siamo già in ritardo”, ha aggiunto. Era lui il capo dei coccodrilli.
“In ritardo per cosa?”, ho chiesto.
“Per la prima”.
Sotto il lenzuolo ero già vestita, indossavo un cappotto verde scuro lungo fino alle caviglie e le scarpe da tennis. Siamo usciti dalla camera con passo cerimonioso, io chiudevo la fila. Oltre la porta, il corridoio era inclinato verso il basso, come uno scivolo chiuso su tutti i lati, in forma di quadrato. Il capo, di fronte a me, ci ha invitato a mantenere il decoro, allora siamo scesi senza scivolare, da bravi, facendo pressione sui talloni. Ma io avevo tanta emozione all’idea della prima che le gambe mi cedevano. Cadevo contro la schiena del capo, gli urtavo la coda, ridevo.
Abbiamo raggiunto la sala dalla parte del palco, dietro le quinte. Ho picchiettato la spalla del capo: “Non andiamo a sederci?”. Mi ha osservato dal basso verso l’alto: il verde tremolava intorno alla pupilla verticale, incomprensibile e infinita come uno squarcio della terra in una distesa di prato. “Tu aspetti qui”, ha risposto.
“Non posso assistere alla prima?”.
“Sei tu, la prima”.
Se ne sono andati. Ho guardato a destra e a sinistra, senza convinzione. Le porte erano scomparse. Poi ho sentito il fruscio vellutato del sipario che si apriva. Allora ho inspirato più a lungo che potevo.
Il capo, dando le spalle alla sala, mi aspettava in fondo al palco, seduto dietro a una cattedra. Un coccodrillo nano mi ha scortato fino al centro stringendomi il polso con la sua zampa ruvida e fredda. Dalla sala, interamente in penombra, non mi arrivava nessuna sagoma distinta, ma decine di fessure verdi, in attesa. Il capo si è schiarito la voce.
“Allora, signorina, a lei la parola: ci intrattenga”.
Ho serrato le labbra per timore che ne venisse fuori un gridolino. Il cuore mi batteva contro il petto come un dolore. Intanto il capo aspettava, paziente, facendo oscillare la coda a lato della sedia, in un tintinnio ipnotico che scandiva il silenzio della sala.
“Io, veramente, sono troppo timida per dare spettacolo”, la voce mi si era come impigliata nelle corde vocali.
“Dice che è timida”, ha ripetuto forte il nano accanto a me.
Un’onda di riso si è sollevata nella sala.
“Timida!”, ha esclamato il capo, “Tutti questi signori sono qui per divertirsi, sa?”.
Ho cercato con la punta dell’occhio la complicità del coccodrillo nano: la fronte gli si è corrugata in segno di disagio. Allora ho fatto intendere di darmi qualche minuto per pensare. Ho steso il cappotto per terra e mi ci sono stesa sopra. Ho chiuso gli occhi.
Quando li ho riaperti, la sala era deserta. Mi sono alzata in piedi, sono scesa dal palco. Ho camminato tra le file vuote sfiorando il velluto delle poltrone rosse. Poi ho sentito una nota di organo. Illuminato da un cono di luce obliquo, un coccodrillo in abito bianco suonava, la schiena piegata sui tasti, in un angolo del palcoscenico. Ho risalito le scale del palco in punta di piedi, mi sono sdraiata di nuovo sopra al cappotto e da lì, guardando i bagliori del soffitto, ho ascoltato la musica grave del pianista. L’ho accompagnata canticchiando tra me e me, muovendo appena le labbra. Le note ricordavano una marcia funebre, però era bello starle a sentire. Eravamo così in comunione, io e il coccodrillo, che ho chiuso gli occhi per rendere l’emozione ancora più concentrata. Il mio cuore batteva intensamente.

“Ma che cos’è questo rumore?”
La voce del capo ha tuonato nella sala: “Signorina, si è risoluta? Si rialzi, per cortesia”.
“Si può sapere da dove viene questo baccano?”, “E basta, che faccia silenzio!”, lamentavano i coccodrilli in sala.
Il coccodrillo nano ha teso l’orecchio nella mia direzione.
“Dice bis bis”, ha riferito al capo.
“Che cosa dice?!”
“La signorina bisbiglia”.
“E a chi diavolo bisbiglia?”, ha chiesto il capo, e poi, esortando tutta la sala, “Qualcuno trovi la causa di questo fracasso, santo cielo!”
Il coccodrillo nano si è portato vicino al mio corpo. Ha sbattuto le mani esterrefatto.
“Signori, ho trovato! Signori! È il cuore della ragazza che fa questo baccano!”.
Un boato di meraviglia ha attraversato la sala. Il capo ha preso a confabulare metodicamente nell’orecchio dei suoi assistenti. Si sono chinati sulle loro cassette degli attrezzi. “Glielo dobbiamo togliere”, ha scandito qualcuno. Si sono approssimati alla mia figura con passo sobrio, tante piccole forbici tra le zampe squamate.
Qualcosa di freddo e appuntito lungo il petto mi ha fatto rabbrividire. Ho aperto gli occhi, stiracchiato le braccia. Poi ho visto il muso di un coccodrillo inclinato sopra al mio viso. “Signorina, sa, noi siamo coccodrilli”, ha mormorato, come per giustificarsi. Gli ho visto la pupilla umida, maliziosa e profonda, espandersi nel verde. E zic zac, ci sono caduta dentro.

Fotografia di Julio Armenante

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