Metropolitana

Maria Natoli

Città notturne – Genova – Luca Grieco

Agosto

Uscendo dall’ultimo vagone so che il gruppo di persone davanti a me deve svoltare a destra, perché non c’è altro modo per raggiungere l’uscita. E invece un uomo piccolo e magro, che cammina con movimenti scattanti e coordinati, a braccia e gambe larghe, prosegue dritto e io vedo, io da sola perché le porte si sono chiuse subito dietro di me e il treno è ripartito, che stampa un bacio sul manifesto retroilluminato dell’IGP Decaux.
«Ti amo. Teng’ sul a te!».
L’uomo ha baciato la bocca di Gesù nel Compianto sul Cristo Morto di Botticelli, in mostra a Palazzo Zevallos. Lo so perché l’ho letto mentre aspettavo il treno all’andata. Ma lui, mi chiedo, come ha fatto a riconoscere Gesù? L’uomo vende mini block-notes e penne di pessima qualità nei vagoni della metropolitana e forse per questo, o perché ha baciato con lo schiocco il vetro sporco di un manifesto pubblicitario, o perché quel quadro non lo conoscevo nemmeno io prima di questa mattina, mi sono fatta l’idea che non può saperne nulla di Botticelli e di quell’opera in particolare dove Gesù non ha nemmeno la barba.
Più che anche lui abbia letto la stessa didascalia che ho letto io, mi sembra più probabile che quel tizio sia così intimamente connesso a Gesù da percepirne subito la presenza, ovunque si trovi. Così rallento e lo osservo incuriosita. Lui si volta e mi fissa e io, per far sì che non sospetti che lo ritenga più sensitivo che capace di riconoscere un Gesù così poco iconografico, faccio una cosa precisa: lo guardo con benevolenza. Allora lui mi si affianca e dice:
«Anche a te… Ti piace… Gesù?».
Ma io me la sono mai fatta questa domanda, mi chiedo, e intanto sorrido e comincio ad allontanarmi impercettibilmente. Siccome ho la frangetta, la maglietta e righe e soprattutto non parlo, lui mi scambia per una turista e mi incalza da dietro:
«Comm’ sì bell… Ma si’ è Napul’? Vuò venì cu’mme? Te port a mangià ‘na pizz…».
Per un attimo, per un brevissimo istante, penso a questa eventualità. Il tono diventa sempre più suadente:
«Comm’ a vuò a pizza? Comm’ te piace?».
Penso anche a questo. Che pizza mi piace e comunque quale sceglierei se dovessi andare a pranzo con questo sconosciuto a cui chiederei di parlarmi ancora di Gesù?

«Te piace ‘a margherita? ‘A vuò ‘na bella margherita? O vulisse ‘na marinara?».
A questo punto il tono diventa abbastanza osceno da alludere, con margherita e marinara, a due posizioni sessuali. Così ho paura e accelero.
Il corridoio che unisce le stazioni di Museo e di Cavour del passaggio metropolitano di Napoli è molto lungo e intervallato da due serie di tappeti mobili. La prima volta che l’ho percorso ero con mia madre e avevo uno zainetto di peluche a forma di leone di cui andavo molto fiera. Mia madre mi intimò di indossarlo al contrario, sul petto anziché sulle spalle. Lei si riferiva certamente al pericolo che qualcuno potesse derubarmi; io invece pensai alla necessità di difendere lo zainetto in sé, il peluche del leone, così feci quello che mi aveva ordinato e una volta a casa riposi lo zainetto al sicuro e non me lo misi mai più. È ancora intatto da qualche parte. Ecco, su questo stesso corridoio mi sta seguendo il tizio continuando a elencare le pizze pornografiche mentre un signore anziano, affaticato, cammina davanti a me. Anche se molto distante, so che potrei raggiungerlo in un tempo brevissimo perché è molto anziano e molto affaticato. Oltrepassarlo mi sembra irrispettoso, quindi vado avanti con passi cadenzati e lenti ma finisco per raggiungerlo lo stesso. Lui si volta infastidito e allora cerco di assumere un’espressione che dica: “è vero, sono riuscita a spostarmi in breve tempo su un tratto che lei ha percorso con difficoltà, ma a questa difficoltà io porto un enorme rispetto, non faccio parte di quella generazione che supera la precedente senza voltarsi indietro ed è perciò con grande umiltà che sono costretta a dirle:”
«Permesso, mi scusi…»
Il signore anziano sembra raddolcirsi e mi fa:
«Mi sembri una cavalla da monta».
Sulle prime non capisco, poi realizzo: l’acciaio del tappeto mobile, i passi cadenzati e lenti, il rumore che fanno gli stivaletti alti senza sotto-tacchi.
Ripenso a questo episodio mentre il tizio delle pizze pornografiche si stufa e se ne va – penso pure alla prossima pizzeria del centro storico in cui finirò e a un cameriere qualsiasi con un mini block-notes che prenderà la mia ordinazione – ma una parte di me continua a chiedersi se me lo ritroverò alle spalle a piazza Cavour, se continuerà a seguirmi su via Foria e fino a casa. Il motivo per cui me lo chiedo, cioè il motivo per cui ho paura, ha molto poco a che fare con le probabilità e molto di più col fatto che a casa Pessoa non tornerà più. O almeno non tornerà stasera. O almeno non fino a quando non avremo deciso che cosa fare e allora lui tornerà per prendere le sue cose o per restare dopo che io avrò preso le mie cose. Giro la chiave nella serratura e la prima cosa che vedo è il pothos. L’ho sistemato su un vaso pensile e ho lasciato che le foglie rampicassero attorno all’orologio a muro. Rivolgo lo sguardo a tutte le disposizioni di cose che ho messo a punto io. Sono tante e mi sono costate fatica. Il motivo per cui non vorrei essere io ad andare via sta tutto qui, nelle cose, nelle disposizioni delle cose a cui mi sono affezionata, e nella fatica contenuta nell’idea di doverle portare via.

Quando torno da mia madre, lì dove Pessoa mi rinfacciava di dire ancora “a casa mia”, mi accorgo delle sue disposizioni, alla mancanza delle quali credevo di non riuscire ad abituarmi mai. La sera in cui io e Pessoa andammo ad abitare insieme mi abbandonai a un pianto disperato pensando alle mie abitudini, al mio letto, alle prime cose che vedevo al risveglio, al mattino, da anni. Ma soprattutto piangevo per mia madre, perché lei era triste e io non potevo farci nulla. Per questo motivo, adesso, mentre pranziamo e mi chiede di Pessoa, dov’è e cosa sta facendo, quando torna dal viaggio di lavoro, la detesto, vorrei rovesciare il piatto e rompere un sacco di altre disposizioni. Invece dico solo:
«Il 26».
«Che hai deciso? Non vai più a trovarlo?».
«Mò vediamo».
«Se vai col treno ti posso accompagnare fino a Torino, così vado a trovare zia Maria».
«Mò vediamo».
«Stai secca secca. Una volta tenevi delle belle zizzelle».
«Nun dicer strunzat, sono sempre state piccole, pure quando ero più chiatta».
«Ma statt’ zitt’».
«Ma statt’ zitt’ tu».
Mia madre vuole bene a Pessoa, ha intuito qualcosa ma non riesce a capire cosa sta succedendo. Un po’ la detesto e un po’ mi dispiace per lei. Ogni volta che vado a trovarla cerco di godermi il tempo passato insieme perché so che quando non ci sarà più, il dolore che proverò sarà atroce, violentissimo. So che ci saranno fiumi e fiumi di cose, vestiti, scarpe, paracalli, buste per la spesa, pillole per la pressione, divise da lavoro, salvadanai, borselli, catenine, santini, appunti che mi devasteranno. So che avvertirò la terribile mancanza di ogni giudizio, di ogni recriminazione, di ogni frase fuori luogo. So che mi sentirò sola e terrorizzata, so che il vuoto che avvertirò dentro sarà il doppio, il triplo, il quadruplo, rispetto a quello che provo adesso a causa di Pessoa e che lo sentirò per un sacco di tempo, forse per il resto dei miei giorni. So tutto questo eppure finisco sempre per alzare la voce e risponderle male.
«Comunque non vado più a Procida. Alla fine andiamo a Gaeta, a casa di Gobetti…»
«Come ci vai?».
«Col treno».
«Ma tu sola a Procida?».
«A Procida? ».
«Tu he ‘itt a Procida, andiamo a casa di Gobetti…».
«Allora hai sentito che andiamo a casa di Gobetti, perché mi chiedi se sto da sola?».
«Ahé, tu hai detto “vado da sola col treno”. No?».
«…Sì».
«Statt’ accort che ad agosto in giro sui treni ce stann’ ‘e pazz’».
Mia madre ha lavorato in ferrovia. Mi sta dicendo che è sicuro che domani sul treno ci saranno dei pazzi.

Al mare, il mio amico Gobetti mi dice una di quelle frasi che sanno essere agghiaccianti e rassicuranti insieme.
«Le relazioni, soprattutto le relazioni sentimentali, non sono meritocratiche».
«Che è come dire che non è colpa mia se ci siamo lasciati… ».
«Esatto».
«… e nello stesso tempo che non è per le mie qualità se ci siamo messi insieme».
«Appunto».
«E ora qualsiasi tattica, ogni strategia, è di fatto inutile…» .
«Sì».
«Nemmeno i consigli degli altri in questa fase hanno molto senso?».
«Nessuno».

Pessoa, nelle ultime fasi del nostro rapporto, senza farlo davvero apposta, qualche colpa me l’ha elencata. Mi ha detto:
1. che sono costantemente depressa;
2. che non sono mai riuscita a distaccarmi dalla mia famiglia;
3. che non coltivo nessun interesse al di fuori della relazione;
4. che si sente quotidianamente responsabile nei confronti del mio tempo libero;
5. che tendo a frenare ogni entusiasmo;
6. che il mio stile di vita ha reso la relazione solo abitudine;
7. che non ho nessun senso pratico;
8. che non prendo mai l’iniziativa;
9. che ho una concezione decisamente adolescenziale dell’amore;
10. che sono troppo gelosa.
Non ho molto da obiettare, a parte quello che ha detto la mia amica Tamara de Lempicka al sentire questo elenco: «Sì, è vero che tu sei un dito al culo, ma sei sempre stata un dito al culo».

È un episodio di qualche tempo fa. Io e Pessoa siamo a casa del nostro amico Jiménez. A un certo punto Pessoa e Jiménez se ne vanno fuori a fumare. Io resto in cucina, sul tavolo c’è il telefono di Jiménez. Mi avvicino al tavolo, prendo il telefono. Non ha nessun blocco schermo. So esattamente che cosa voglio fare. Riconosco la sensazione, è quella che mi prende tutte le volte che provo a spiare Pessoa. Trovo la chat di WhatsApp tra Pessoa e Jimènez e la apro. C’è uno scambio in particolare che colpisce la mia attenzione.
Jiménez: Ma la vuoi finire di fare il rattuso con @winnie_cupcake?
Jiménez: Bona…
Jiménez: Ma chi è?
Pessoa: Hahaha
Pessoa: Era un mipiace-mangiacazzo quello
Pessoa: È una a cui ho dato un palo al liceo.

Ora, c’è una cosa che mi tormenta, una cosa che non riesco a togliermi dalla testa, e riguarda Pessoa e Jiménez. Mi sembra che l’uno serva all’altro per provare di riflesso uno stimolo sessuale, che i loro desideri si eccitino a vicenda e si concentrino su un oggetto che però è uno solo. Visualizzo l’immagine di due uomini e una ragazza. Di due uomini sopra a una ragazza. Di un uomo sopra e un uomo sotto una ragazza. Di un uomo dietro e un altro davanti a una ragazza. Le immagini che mi si formano nella mente sono molteplici, sono tutte tratte dalla pornografia o dalla cronaca nera e trasfigurano Pessoa con una forza incredibile, Pessoa che si mangia il cazzo, che si pente, per aver dato un palo a una che è diventata bona e che comunica tutto questo pubblicamente, con un’evidenza che ha colpito subito Jiménez e quindi tutti gli altri.
«Esistono degli stimoli esterni alla relazione, esiste la possibilità che a me possa piacere qualcun altro e tu non hai nessun modo per controllarlo, anche se spii le mie conversazioni private. Per cui o ammetti questa possibilità, come l’ammetto io, e ti concentri sul nostro stare insieme ora, nel presente, o decidiamo di lasciarci perché tu non riesci ad accettare questo pensiero».
Non è questo pensiero che non riesco ad accettare; o meglio, è questo pensiero e insieme il fatto che Pessoa non sia l’incarnazione di un risarcimento totale, assoluto, per me, rispetto a tutto quanto di ingiusto, di doloroso, c’è nel mondo. Un peso terribile da sopportare, me ne rendo conto.

Il mio amico Anacleto ha fatto un post su Facebook. È una foto dove sta molto bene, con un suo commento dove dice di stare molto bene. Tra i commenti c’è quello di Pessoa. Sono tre goccioline rivolte verso l’alto, come un piccolo spruzzo. Pensavo fosse una cosa nostra per indicare l’orgasmo, per manifestare entusiastica ammirazione con una punta di malizia. Mi chiedo dunque se il mio amico Anacleto ne sappia qualcosa o se le tre goccioline non siano sdoganate a livello internazionale come icona dello sperma. Dopo un po’ il commento di Pessoa riceve un mi piace. Questo mi piace gliel’ha messo qualcuno che io sono convinta piaccia a Pessoa, come sanno piacere tutti quelli che sono in grado di lusingare la vanità. Io ho conosciuto un sacco di persone che hanno lusingato la mia vanità, e almeno un po’ mi sono piaciute tutte. Perciò mi fa un po’ male.

Stasera la mia amica Fedora mi racconta di quando ha fronteggiato un’invasione di formiche che, muovendosi in file compatte, sono arrivate al piano cottura e hanno finito per espugnare la macchinetta automatica per il caffè Lavazza A modo mio.
Succede che, dopo aver percepito la tipica afflizione delle persone ossessivo-compulsive e maniache del controllo in generale, Fedora, cercando su internet, trova il modo per disinfettare la macchinetta del caffè. Spruzza uno spray disinfestante all’esterno e all’interno dell’elettrodomestico, dopodiché ripone il tutto in una busta di plastica che annoda e lascia fuori al balcone tutto il giorno. Più tardi, Gobetti la raggiunge. Cenano, guardano un film insieme, Fedora si addormenta e, cercando Gobetti di non svegliarla del tutto, al momento di salutarsi tra i due pare essersi svolto all’incirca questo dialogo:
«Aspetta, scendo con te, devo buttare la spazzatura».
«Dalla a me, la butto io».
«No, devo prendere la busta che sta nel bidoncino fuori al balcone e poi non sai dove sono i bidoni dell’immondizia…».
«Dai, vado io, dove sono i bidoni?».
«Affianco al garage».
«E la busta della spazzatura?».
«Fuori, nel bidone…».
«I bidoni vicino al garage, spazzatura fuori, capito. Ciao Ciuciù…».
«Ghn-ghn…».
La mattina dopo Fedora va ad annaffiare le piante e nota subito qualcosa di strano, ma fatica a comprendere cosa. A un certo punto guarda il bidoncino dell’indifferenziata, istintivamente lo apre e scopre che la spazzatura è ancora lì; allora si gira verso il tavolo da esterni dove aveva appoggiato la macchinetta e si accorge della mancanza della busta di plastica. Essendo una persona ossessivo-compulsiva e maniaca del controllo in generale, quando prende il telefono per chiamare Gobetti, non lo so con certezza, ma deve avergli detto più o meno questo:
«Sei un cretino! Non posso chiederti di fare nulla, non sai fare nulla, sei un idiota! Hai buttato la macchinetta del caffè! Ma come hai fatto a non accorgertene, come si fa essere così stupidi! Vaffanculo!».
Dopodiché Fedora attacca e chiama i genitori in vacanza i quali, al sentire tutta la storia, non riescono a smettere di ridere e si passano il telefono a vicenda per farsi raccontare la storia da capo, e Fedora la racconta a l’uno e all’altra almeno un paio di volte, e quello che ascolta la storia ride e la commenta con l’altra che non riesce a trattenere le lacrime dalle risate, e a Fedora questa cosa che lei si era preoccupata di fare tutta ‘sta fatica per disinfestare la macchinetta e che quello l’aveva buttata e che questi ora si schiattano dalle risate la fa proprio incazzare, ma in qualche modo la calma pure e allora richiama Gobetti e, non lo so con certezza, ma deve avergli detto più o meno: «Gobetti, scusami se ti ho urlato addosso in quel modo, però mi sono proprio incazzata perché questa storia delle formiche mi ha esaurita e per disinfettare la macchinetta ho fatto una faticata, poi te l’avevo pure detto di prendere il sacchetto dal bidoncino…».
A questo punto però Gobetti, che è una persona mite e premurosa in generale ma anche dotata di amor proprio nella giusta misura, si arrabbia a sua volta; il suo monologo non lo posso improvvisare, un po’ perché Gobetti lo conosco meno di Fedora e un po’ perché questa storia io l’ho sentita raccontare un paio di volte, ma sempre da Fedora. In sostanza deve averle detto che lui sa di aver sbagliato ma che lei, che lo conosce, dovrebbe sapere che lui è ben capace di mortificarsi da solo. Inoltre, lui non si sognerebbe mai di chiamarla urlando e insultandola, nonostante ci siano state delle volte in cui se lo sarebbe meritato, perché lui l’ama e la rispetta. Così ricominciano a litigare.
Dopo qualche ora, Gobetti telefona a Fedora e le dice «Ho la tua macchinetta del caffè». Fedora pensa che sia andato a comprare un modello identico, come lui aveva giurato di voler fare, nonostante le proteste di Fedora perché non era quello il punto; invece Gobetti aveva proprio la macchinetta del caffè di Fedora, quella della sera prima.
Era successo questo: quando Gobetti è sceso da casa di Fedora, il camion dell’immondizia aveva già ritirato la spazzatura, allora lui si è messo la busta con la macchinetta del caffè nel cofano dell’auto e se l’è portata a casa, dove l’ha buttata nel suo bidone dell’indifferenziata. Fatto sta che, poco dopo, la madre di Gobetti, sapendo che il camion dell’immondizia in realtà era già passato anche a casa loro, è scesa per rimettere il bidone dentro il cortile e si è accorta che non era vuoto; allora l’ha aperto e ci ha trovato una macchinetta automatica per il caffè Lavazza A modo mio che sbucava da una busta di plastica. Incredula e indignata dal fatto che un estraneo fosse venuto a buttare l’immondizia nel suo bidone, l’ha tirata fuori e l’ha lasciata sul muretto dalla parte esterna del cortile. E così, quando Gobetti è sceso per andare a comprare la macchinetta del caffè nuova, ha trovato quella vecchia incredibilmente lì.

Il punto è che Fedora e Gobetti nel frattempo se ne erano dette davvero di tutti i colori e non potevano fingere di non essersi detti tutte quelle cose brutte, di essersi svelati tutte quelle verità l’uno sul conto dell’altra. Non potevano nemmeno fingere però che il ritrovamento della macchinetta del caffè non azzerasse in qualche modo tutto quanto, oltre alla difficoltà riscontrata nel tralasciare l’aspetto comico della cosa – i genitori di Fedora, al sentire il seguito della vicenda, avevano rischiato di sentirsi male tanto gli veniva da ridere e il padre di Fedora si era pure un po’ dispiaciuto perché era da tempo che avrebbe voluto cambiare la macchinetta del caffè.
Io so solo che Fedora e Gobetti hanno trascorso il giorno successivo ancora arrabbiati l’uno con l’altra, che non si sono parlati anche quando, a Ferragosto, sono andati fuori a pranzo con la famiglia di Gobetti; so che Fedora, per la prima volta dopo aver smesso da qualche anno, in quei giorni si è comprata un pacchetto di sigarette; e poi so che in qualche modo la cosa è rientrata, e questo non perché Fedora me l’abbia detto esplicitamente, ma perché è passato più di un anno e loro sono ancora insieme.

Mi viene in mente lo sguardo di Pessoa prima di andare via. Penso che un giorno potrei scendere di casa e trovarlo sul muretto dalla parte esterna del cortile, come la macchinetta del caffè di Fedora; penso alla possibilità, a quel punto, di dover decidere se dare peso a tutto quello che è successo tra la sua sparizione e il suo ritrovamento o abbandonarmi all’ilarità della cosa.
D’altra parte però penso pure che Pessoa potrebbe fare in tempo a finirci davvero nel camion dell’immondizia.

Fuori piove e domani dovrò tornare al lavoro. So che non è giusto scambiare l’amore con il bisogno di protezione e allora mi dico di cogliere l’occasione per fare un pezzo di strada in più sul cammino dell’evoluzione. Mi sa che a questo punto dovrò prendere la metropolitana.

Settembre

Città (quasi) notturne – Ferrara – Silvia Tebaldi

Era di giugno, il tredici, di mattina. Ho visto i camion delle attrezzature cinematografiche, erano in città da un po’ di tempo per le riprese di Martin Eden, quindi non mi è sembrata una cosa particolarmente sorprendente. Però chissà, mi sono detta, magari se mi guardo bene attorno vedo Luca Marinelli e la frase mentale finisce mentre lui sta scendendo il gradino di un bar alla mia destra. Si ferma, è in attesa. È questione di secondi, lo guardo, sto per superarlo, faccio un passo indietro, lui mi guarda, io:   
«Scusa, ma ti devo abbracciare…»   
Un po’ interdetto, lui:
«Oh… Grazie.»          
È un abbraccio velocissimo – ma ricordo di aver sentito distintamente sotto le mani, in un rapido strofinio, il tessuto della sua giacca di scena -, così, contemporaneamente al suo grazie io dico il mio:
«Grazie mille… Ciao!»          
Mi volto e proseguo dritta per la mia strada con in faccia un sorriso che faticherà ad andare via per almeno un minuto e mezzo e farà innervosire più di un passante.

Ora, dopo un fatto del genere (e cioè l’incontro con un attore famoso e, tra gli attori famosi, quello su cui hai avuto fantasie del genere «Io nella mia vita di attore famoso non avevo mai conosciuto nessuno come te, Maria; adesso posso dire di essermi finalmente innamorato: ti prego seguimi ovunque la mia vita da attore famoso mi costringa ad andare ma senza complessi perché in questa zona a-temporale della tua fantasia in cui ci siamo incontrati tu sei una donna completamente realizzata e noi ritardiamo il momento del nostro primo bacio fino a quando non avremo trovato quello perfetto») sono tante le cose che ti possono venire in mente, cose che avresti potuto fare e non hai fatto.   
Nel mio caso, sono cose del tipo 1. avrei potuto stringerlo più forte, per una frazione di secondo in più o 2. avrei potuto fargli i complimenti per il suo lavoro, dirgli che non ho visto mica solo Lo chiamavano Jeeg Robot, così da fargli capire che sono capace di riconoscere un talento quando lo vedo.          
Tutto sommato però, mi dico alla fine, è stato meglio così. In questo modo si ricorderà per sempre di quella ragazza che non ha tirato fuori lo smartphone, non gli ha chiesto un autografo e non gli ha detto nemmeno il suo nome: voleva solo un abbraccio.
Non potevo fare di meglio, mi sto dicendo, quando mi rendo conto di indossare gli occhiali da sole. Sono occhiali da sole ancora alla moda ma hanno le lenti consumate, il che significa che quando sono anche un po’ sporchi io ormai non ci faccio più caso perché mi sono abituata a sopportare le piccole opacità dei graffi.        
Me li tolgo d’istinto e controllo le lenti. Ci sono i soliti graffi e ci sono i segni di piccole gocce d’acqua rapprese, come se in casa gli occhiali fossero stati esposti a un rubinetto aperto a pochi centimetri da loro o se ne fossero rimasti sopra la mia testa, inutili se non per trattenermi i capelli, durante un acquazzone improvviso.
E così le cose che avrei voluto fare e non ho fatto diventano 3. togliermi gli occhiali da sole; ripenso poi a quell’espressione interdetta di Luca Marinelli e non mi sembra più l’espressione di uno che resta un po’ così perché una sconosciuta sta chiedendogli un abbraccio e lui, che magari non ci è ancora tanto abituato, ne è profondamente riconoscente, ma mi sembra piuttosto l’espressione un po’ schifata di uno che vede arrivargli un faccione con gli occhiali sporchi pericolosamente vicino e davvero, lo giuro, ancora oggi gli occhiali sporchi mi sembrano l’unico motivo per cui Luca Marinelli un po’ di tempo fa non mi è corso dietro gridando «Aspetta!» per dar inizio alla nostra storia d’amore.
Del resto, la cosa, e cioè l’insistenza di Marinelli nei miei confronti, mi avrebbe creato ben più di un dilemma morale perché all’epoca stavo con Pessoa, al quale, una volta a casa, confessai tutte le emozioni che quell’incontro aveva suscitato e gli dissi, credendoci davvero, che le sensazioni liberatesi incrociando lo sguardo di Marinelli erano la cosa più vicina al tradimento che avessi mai sperimentato. Lui socchiuse le palpebre in modo da poter dare a vedere che la cosa lo stesse toccando e nello stesso tempo formulare pensieri del tipo: «QUESTA è la cosa più vicina al tradimento che lei abbia mai sperimentato? Sul serio?». Io, pensando che quelle palpebre socchiuse mi stessero chiedendo di dirgli la verità fui fiera di quella confessione, ma tenni per me quella terza cosa che avrei voluto fare e non ho fatto.   
E così, quando l’altra sera sono andata a vedere Martin Eden al cinema ed è comparso Luca Marinelli, bellissimo, con indosso gli abiti di scena di quella mattina in cui ci siamo abbracciati, io gliel’avrei proprio voluto dire a Pessoa che se io e Marinelli non ci siamo messi insieme quella volta è stato solo perché avevo indosso gli occhiali da sole.  
Gliel’avrei voluto dire, ma non l’ho fatto.

Quando la scuola ricomincia, a settembre, l’estate sta finendo e a volte, anche se l’autunno non è ancora iniziato, piove, e piove proprio forte, poi smette subito. Ora io ho un paio di decolleté di cuoio, alti abbastanza ma non troppo, che sono adatti a questo tipo di giornate. In più mi slanciano e sono comodi. L’altra mattina volevo mettere questo pantalone blu che stava benissimo con una blusa azzurrina molto elegante e il tutto si abbinava perfettamente con i decolleté. Il risultato, nel complesso, era sobrio, ma il pantalone aderente abbinato alle scarpe alte richiedeva comunque un certo coraggio, un certo «Mbeh?» da impostare con tutta la figura.
C’è da dire che io l’altra mattina mi sentivo molto coraggiosa perché vivo da sola in un appartamento nel cuore di Napoli già da due mesi e pur soffrendo terribilmente per amore non tralascio di assumermi le mie responsabilità andando a lavoro.     
Così mi sono messa il pantalone aderente, la blusa azzurrina e le scarpe col tacco e ho camminato fino a scuola dicendo «Mbeh?» con tutta la figura. Ho detto «Mbeh?» al tabaccaio dove ho fatto l’abbonamento Anm di settembre, ho detto «Mbeh?» ai turisti tedeschi, ho detto «Mbeh?» alle bidelle e agli alunni venuti a fare gli esami di recupero e ho detto «Mbeh?» anche alle mie colleghe Pia Serbelloni-Mazzanti e Gloriana quando, incrociandole sulle scale, le ho salutate con cordialità. Pia Serbelloni-Mazzanti mi ha salutato come fa di solito, ovvero non dicendo nulla ma allungandosi sulle labbra strette un sorriso che le fa chiudere quasi completamente gli occhi. Fatto sta che non appena le supero, la sento distintamente sussurrare con sarcasmo a Gloriana «… Miss Italia».  
C’è da dire una cosa: io lo sapevo di essere Miss Italia. Cioè, non decidi di metterti a fare la fatica di dire tutti quei «Mbeh?» a tutti quelli che incontri se non con la consapevolezza che la cosa riassuma una conversazione del tipo:         
«Ma chi ti credi di essere? Miss Italia?»      
«Eh, so’ Miss Italia, embeh? Che cazz’ vuo’?»         
Per l’appunto, io volevo proprio essere Miss Italia l’altra mattina. Magari di queste del nuovo millennio che devono dimostrare di essere intelligenti e forti oltre che belle, ma che comunque stanno lì per diventare Miss Italia, e cioè per ricordare a tutte quelle che sono forti e intelligenti che loro sono anche belle. E però quando Pia Serbelloni-Mazzanti ha detto «… Miss Italia», pure se lo so che è una grandissima stronza che dice sempre un sacco di cattiverie, io ho incurvato le spalle e ho capito che neanche quella volta ero bella, intelligente e forte abbastanza.

A casa del mio amico Esenin, l’altra sera, abbiamo fatto un gioco che è partito dal nostro amico Bojack che a un certo punto ha detto: «Facciamo che ognuno di noi, a turno, racconta una storia triste e una divertente». Ha iniziato lui e ha raccontato una storia veramente triste, la storia di un ragazzo che frequentava il suo stesso liceo e che dopo un litigio col padre si è lanciato dal balcone ma è riuscito ad afferrare la ringhiera con la mano per un tempo sufficiente a permettere al padre di raggiungerlo e afferrarlo a sua volta. 
Ma poi al padre il ragazzo è scappato.         
A nessuno riesce a venire in mente una storia divertente e dopo un po’ il nostro amico Gončarov ha raccontato la storia di un pazzo che opponeva resistenza al personale del T.S.O. perché prima di lasciarsi portare via voleva accarezzare un cane.  I paramedici hanno bussato alla porta della vicina e le hanno chiesto il favore di prestargli un attimo il cane. La vicina ha detto che andava bene, quelli lo hanno portato al pazzo, il pazzo lo ha preso in braccio, si è calmato, lo ha accarezzato con dolcezza e poi ha buttato il cane dal balcone.
Io ho raccontato la storia di Semola.
Semola ha fatto con me le elementari e io ne sono sempre stata un po’ innamorata perché era carino ma soprattutto perché era divertente – più che divertente era esilarante, comico, rocambolesco – ed era gentile con me. Una sera di qualche anno fa, mia madre mi è venuta a prendere alla stazione al ritorno dall’università e mi ha detto:        
«Ti devo dire una cosa un po’ brutta…»      
«Che cosa?»  
«Il figlio di quello dei detersivi, quello che stava a scuola con te, come si chiamava?»    
«Ma chi, Semola?»   
«Prima ho letto un manifesto…»

Qualche tempo dopo, in metropolitana, ho incontrato un altro mio compagno delle elementari e abbiamo parlato della morte di Semola:         
«Tu ti ricordi che lui abitava al secondo piano, no?»         
«Sì»
«In pratica, lui si è buttato dal secondo piano e non è morto… E allora si è alzato ed è risalito…»
«Per buttarsi di nuovo dal secondo piano?»
«No, dal tetto.»         
«Ma come si fa a sapere questa cosa, scusa?»         
«C’erano delle macchie di sangue a terra in un punto diverso da dove l’hanno trovato e c’era una scia di sangue fino alle scale che portavano al terrazzo…»

Achille è uno dei ragazzi più popolari del liceo.      
Da qualche tempo, mentre faccio lezione, mi accorgo che mi guarda con intensità. Ha occhi neri, molto profondi. Provo un lieve disagio, ma reggo lo sguardo con disinvoltura, come farebbe un adulto, e a volte, mentre continuo a spiegare, gli faccio addirittura segno di togliersi il cappello o mimo il gesto dello scrivere con la mano per intimargli di prendere appunti. Lui esegue, senza mai battere ciglio – è un ragazzo molto educato.        
Cerco di sforzare la memoria dello scorso anno, ma mi sembra di ricordare uno sguardo più ingenuo, leggermente intontito e comunque, il più delle volte, distratto. Cosa è successo, mi chiedo. Ammettiamo pure che Achille stia fantasticando di sedurre la sua professoressa di italiano, perché un alunno dovrebbe decidere di punto in bianco di mettere a disagio un’insegnante la cui presenza e le cui lezioni l’anno prima lo avevano lasciato del tutto indifferente? La risposta, improvvisamente, arriva.
Alla fine dell’anno scorso ad Achille ho messo il debito. L’ho costretto a studiare tutta l’estate, a interrompere le sue vacanze prima del tempo e a tornare a settembre. Come se non bastasse, all’esame di riparazione gli ho fatto anche tanti complimenti, del tipo «Si vede che hai lavorato, si sente che sei molto cresciuto», complimenti che un ragazzo non registra mai come «Lo vedi che il debito è una cosa che serve, che ti può far bene?» – che è esattamente la storia che l’insegnante si vuole raccontare – ma che respinge mentalmente con un «E allora che cazzo me l’hai messo a fare il debito, bucchina?». E così adesso Achille sta recitando una parte, la parte del ragazzo profondo che ha capito che studiare è importante, ed è il senso di questa sfida ad essere intenso nei suoi occhi, la coscienza di questa provocazione a provocarmi disagio. Questa, la forma nuova che ha assunto la nostra relazione.

Decisi di ignorare la Carfagna tanto tempo fa, quando la vidi per la prima volta, al primo anno di università. Da allora sono passati più di dieci anni e lei resta la ragazza più bella che io abbia mai visto dal vivo, talmente bella da essere intollerabile.  
Ignorare una persona che frequenta l’università con te e con la tua stessa frequenza è difficilissimo, ma io sono stata bravissima: l’ho ignorata quando ci incrociavamo nei corridoi dei dipartimenti, l’ho ignorata quando si sedeva vicino a me durante i corsi, l’ho ignorata quando ci incontravamo allo stesso appello d’esame, l’ho ignorata durante i seminari, ho ignorato la notizia che avesse passato il concorso per l’abilitazione all’insegnamento, ho ignorato che avesse un dottorato, ho ignorato che fosse di ruolo in un importante liceo statale cittadino.   
Così, quando l’altra sera me la sono ritrovata a cena in una compagnia piccola abbastanza da rendere la decisione di ignorarla evidente a tutti, ho dovuto scegliere tra il difendere me e il difendere l’immagine che voglio le persone abbiano di me. Così ho scoperto che la Carfagna aveva letto gli stessi libri, aveva visto gli stessi film e aveva conosciuto le stesse persone che hanno riempito il mio curriculum in questi anni.   
«La cosa più dolorosa», dico al mio amico Socrate «è fare i conti col fatto di aver deciso che la Carfagna era stupida solo perché bellissima.»      
«La cosa più dolorosa», mi dice il mio amico Socrate «è non aver risolto i problemi che anni fa ti hanno fatto fare questa equazione anche adesso che ne hai coscienza.»

Mio fratello sta chiedendo a zio Vanja se gli piace il nome che ha scelto per sua figlia. Zio Vanja è in un letto d’ospedale, debole, magrissimo, lucido ma tremendamente in difficoltà ogni volta che prova a parlare, e tuttavia la tentazione di stimolarlo è fortissima. Zio Vanja prova a rispondere ma una smorfia di dolore gli impedisce di continuare, mia zia e mio padre accorrono, lui fa capire di voler essere tirato su con la schiena. Mi viene in mente che quando ho raccontato la storia di Semola a casa di Esenin e sono arrivata al punto in cui Semola, dopo essersi buttato dal secondo piano, si è rialzato per andare a buttarsi dal tetto, sono scoppiata a ridere. E dopo tutti sono scoppiati a ridere insieme a me.      
«Che dici Marì, ce ne vogliamo andare?»   
«Eh, mò ce ne andiamo…»   
«Tutto sommato…», sentiamo dire a zio Vanja      
«Ue zio…»                 
«Oh zio, dici, ti sentiamo…» 
«Tutto sommato… Può anche andare bene.»

Ottobre

Genova – Simone Fresi

La mamma di Fedora, prima di partire, aveva preparato i cavolfiori al gratin e li aveva lasciati in forno. Nelle sue intenzioni le figlie avrebbero dovuto mangiarli mentre lei e il papà di Fedora erano via, fatto sta che dimentica di dire alle ragazze che dentro il forno ci sono dei cavolfiori al gratin. Lo dimentica e dimentica di averlo dimenticato. Quando i genitori di Fedora tornano a casa, la sorella di Fedora era rimasta da sola già da qualche giorno. Siccome sentono una puzza strana e sconosciuta, la mamma di Fedora pensa: «Dev’essere questo il famoso odore di canna!» – più o meno – e tutti e due, la mamma di Fedora e suo padre, avviano un consulto molto preoccupato sul da farsi.     
Dopo averne parlato a lungo, decidono di non aggredire la sorella di Fedora. La convocano in sala da pranzo, la fanno sedere, e la mamma di Fedora comincia a chiederle pacatamente:         
«C’è qualche problema?»     
«No, mamma, perché?»       
«Non devi dirci nulla?»        
La sorella di Fedora si sforza di ricordare che cosa ha rotto, chi doveva telefonare, che cosa ha fatto quando è uscita, se è tornata troppo tardi e chi ha potuto riferirlo ai genitori.         
«No, mamma, perché?»       
«Tu lo sai che se c’è qualcosa che non va puoi venirne a parlare con noi, che ci siamo sempre, ma sai anche che non ci piace che approfitti della nostra assenza per fare cose che in questa casa non sono tollerate…»  
«Lo so, mamma, ma perché?»         
La cosa va avanti così per un po’, fino a quando la mamma di Fedora, spazientita, non accusa chiaramente la sorella di Fedora di farsi le canne e fino a quando questa non le risponde tipo ma-che-cazzo-vuoi-sei-pazza (e dentro di sé tira un sospiro di sollievo) e a quando non scoprono i cavolfiori dentro il forno e a quando la mamma di Fedora non rilancia con «Ma che cazzo, ma quando te ne accorgi dei cavolfiori dentro il forno, ma non lo vedi come puzzano?» e quindi alla fine discutono davvero, ma questa volta è tutto chiaro, è tutto evidente, è tutto fuori e si sentono tutte e due molto meglio.

L’altra sera sono uscita con un ragazzo di nome Turgenev ed è stato bello, è stato come quando dicono che non ti importa dove sei, come quando questo dove ti sembra irrilevante, perché tutte le cose, le persone, gli oggetti tutto attorno in qualche modo arretrano, si dissolvono, si riducono a macchie di colore e vedi solo l’altro e ascolti solo quello che dice lui e pure se non succede niente, pure se non vi baciate tu torni a casa e dici al telefono all’amico tuo Esenin «Hai presente quando non succede niente, hai presente quando non vi baciate perché tutte e due sapete che state solo rimandando quel momento?» e siccome Esenin risponde di sì, siccome dice «Ua sì» allora tu ti convinci che era una cosa vera, che era proprio così, che stavate solo rimandando, che lui dentro di sé sapeva esattamente quello che sapevi tu.          
E invece da quella sera non l’ho più sentito, nel senso che ho aspettato un giorno tutto intero e lui niente e il giorno dopo allora, anche se la mia amica La Figlia del Capitano diceva «Ma Maria, ma perché, ma che fretta hai?», gli ho scritto io, gli ho chiesto se aveva letto un certo libro fondamentale e lui mi ha detto, come Esenin, «Ua sì», ma poi non mi ha detto più niente e allora io gli ho detto una cosina da nulla e lui mi ha risposto con una cosina da nulla e ogni tanto lo ricontatto e continuiamo a dirci cosine da nulla e quindi è come la mamma e la sorella di Fedora, come loro prima di scoprire i cavolfiori dentro il forno, come se uno di noi due sentisse puzza di qualcosa e l’altro non sapesse di che cazzo stiamo parlando.   
E io non so chi è l’uno e chi è l’altro.

Briseide è una mia alunna molto bella, molto popolare e molto triste. Non riesce ad andare oltre la sufficienza, quando la interrogo balbetta, quando le faccio i discorsi motivazionali annuisce, abbassa gli occhi e si tira le maniche della felpa. L’altro giorno, nel brusio del cambio dell’ora, mentre sistemavo le mie cose nella borsa prima di lasciare l’aula, Briseide si è accostata alla cattedra e mi ha detto «Arrivederci prof!» e io le ho detto «Ciao Briseide, a domani!» ma lei è rimasta lì e poi mi ha detto «Come sta prof?» e io l’ho guardata e l’ho vista in attesa di una risposta e ho sentito una sensazione di dolcezza, qualcosa di vago e indefinito dentro di me ma poi ho capito di non sapere bene come gestire questo particolare tipo di situazione.     
Con un sorriso pieno di riconoscenza ho risposto a Briseide:        
«Bene», e non era vero, e «Grazie», ed era vero, e poi «E tu?» e lei mi ha detto: 
«Tutto bene» e mi è rimasto il dubbio che non fosse vero. 
Così mi è venuta in mente una cosa che mi ha raccontato una volta il mio amico Angelo Mozzillo, di un pomeriggio in cui la sua dermatologa gli aveva aperto la porta del suo studio e lui quel pomeriggio era talmente confuso che si era andato a sedere dalla parte della scrivania occupata dalla dottoressa senza rendersene conto fino a quando quella non si era messa a ridere e gli aveva detto: «Si segga pure lì. E auguri».

Col mio amico Angelo Mozzillo, nel periodo in cui ho lavorato a Milano, che è la città dove ancora abita lui, è successa una cosa che ha dell’incredibile. Io ero lì già da un paio di mesi e da un paio di mesi andavamo avanti a dirci che prima o poi avremmo dovuto vederci, che prima o poi avremmo dovuto prendere un appuntamento. Un pomeriggio di dicembre (che a Milano è come dire che faceva freddo, era umido ed era già buio) sono andata a vedere una stanza nella zona di Villapizzone, che era vicino alla scuola dove insegnavo io, perché avevo deciso che da mia zia non ci potevo più stare. Era una stanza in un appartamento nuovo e molto pulito con una coinquilina sobria e molto gentile. Mentre me ne sto andando, uscendo dall’ascensore, oltre la porta a vetri dell’ingresso del palazzo, vedo il mio amico Angelo Mozzillo e per un attimo la cosa mi sembra molto ovvia perché in fondo io lo sapevo che Angelo Mozzillo era a Milano e Milano nella mia coscienza doveva essere diventata una specie di mega appartamento dove se io stavo in soggiorno e il mio amico Angelo Mozzillo nella sala da pranzo e quindi prima o poi doveva succedere di incontrarsi nel corridoio.         
Ora sarebbe davvero bello se questa storia finisse col mio trasferimento in quell’appartamento molto pulito e nuovo, quantomeno sarebbe stimolante provare a tracciare un legame simbolico tra l’incontro casuale col mio amico Angelo Mozzillo – che, ho scoperto dopo, in un appartamento dello stesso palazzo di quella stessa zona periferica guarda un po’ in quel periodo stava seguendo un workshop molto interessante – e il concetto di casa.  
Ma le cose andarono diversamente.            
In quello stesso pomeriggio andai a vedere un’altra stanza, al pian terreno, in un appartamento non molto distante da lì e qualcosa che stava nei colori e nell’odore dell’appartamento, pure se più vecchio e meno pulito, mi convinse che quello doveva essere il posto, e così io e mia zia ci abbracciammo a lungo, feci la valigia e raggiunsi l’appartamento un lunedì mattina in cui scoprii che degli operai stavano montando le impalcature fuori la finestra di quella mia stanza al pian terreno, che a breve sarebbero iniziati dei lavori di ristrutturazione, che quelle impalcature sarebbero rimaste lì per i successivi sei mesi, durante i quali avrei dovuto tenere la finestra sempre chiusa. Così scrissi a quella coinquilina sobria e molto gentile dell’appartamento di Villapizzone e quella non mi rispose. Allora ripresi la valigia, tornai da mia zia e ci rimasi fino alla fine del contratto.

Prima di trasferirsi a Milano, il mio amico Angelo Mozzillo abitava in un paesino che è nemico giurato del paesino in cui sono cresciuta io, rispetto al quale il paesino dove è cresciuta la mia amica La Figlia del Capitano credo abbia qualcosa da ridire. La cittadina poco distante dove è cresciuta la mia amica Fedora, piscia addosso a tutti e tre questi paesini più i paesi dove sono cresciuti il mio amico Esenin e la mia amica Tamara de Lempicka. Napoli, che è la città dove abito adesso, non ci vede proprio.        
L’altro giorno, tornando da scuola, vedo passare Marco o’ foll’, che è il pazzo del mio paesino da quando ero piccola, e penso «Uh, guarda là, Marco o’ foll’» e penso pure che il fatto che il soprannome di un pazzo del mio paese sia il folle, e non o’ pazz, dice qualcosa, qualcosina lo dice, sul mio paese. Penso questo quindi, e non penso, non subito, «Che ci fa Marco ‘o foll a via Duomo?».

Quando quell’appartamento non lontano da Villapizzone mi convinse più di quello di Villapizzone che il mio posto doveva essere lì, fui molto felice. Mi ricordo che immaginai come sarebbe stata quella stanza spoglia e vuota una volta arredata da me, come sarebbe stato più semplice arrivare a scuola e quindi dormire un po’ di più e poi decidere da sola cosa mangiare e a che ora e uscire senza dare spiegazioni eccetera. Questi pensieri riempirono di senso i miei bagagli, fecero bellissimo il tram numero 12, resero entusiasmante il tragitto verso quella che pensavo sarebbe stata la mia casa. Non so se glielo direi, alla me stessa di allora, mi chiedo. Se ne è valsa la pena comunque, dico, di essere felice per un po’.

Novembre

Luce incomprensibile a Valparaiso – Julio Armenante

Sono uscita per vedere uno spettacolo con la mia classe, l’appuntamento è fuori dal teatro, il Mercadante. Da due giorni piove ininterrottamente, così ho pensato a quanto sarebbe stato fastidioso camminare a piedi sotto la pioggia, a quanto la mia nuova frangetta si sarebbe inumidita e a quanto si sarebbero bagnati i miei pantaloni nuovi. E invece improvvisamente ha smesso, l’aria è diventata fresca e pulita ed io sono diventata proprio contenta, proprio felice di fare quella passeggiata a piedi insieme a pochi altri passanti increduli come me. A un certo punto, a Port’Alba, ho visto una testa con una leggera stempiatura e mi sono detta “Quella potrebbe essere la testa di Turgenev, ma faccio così, adesso non la guardo, la guardo dopo, quando sarà più vicina, così se non è lui non ci resto male e se è lui non mi creo aspettative e sollevando gli occhi all’ultimo momento posso sorprendermi e rendere il mio saluto più naturale”. Quando mi rendo conto di stare per incrociare la testa, alzo gli occhi e mi accorgo che è proprio la testa di Turgenev e non sono per niente sorpresa, quindi è una fortuna che lui non mi noti pure se ci sfioriamo quasi.

Al Mercadante abbiamo visto La Tempesta. All’uscita penso che non mi rimarrà niente, che non mi ricorderò nulla di questo spettacolo. Non lo dico ai ragazzi, chiedo solo se gli è piaciuto, dicono tutti sì. Che bravi ragazzi sono.

Per tornare a casa faccio la via più lunga. Mi piace camminare e poi l’aria è ancora più limpida e fresca. E poi magari incontro di nuovo Turgenev. Mi fermo a piazza Dante per controllarmi la frangetta nello specchio dello smartphone: si è un po’ inumidita ma non mi sta malissimo. Mi viene in mente Alcesti, una mia alunna che si è diplomata l’anno scorso e a cui la frangetta ogni tanto veniva un po’ storta e io pensavo “Ma com’è bella Alcesti, pure con la frangetta storta” e mi dicevo che forse Alcesti non si sentiva così bella e che gli altri forse ci vedono sempre un po’ più belli di come ci vediamo noi e così a piazza Dante metto via il telefono e spero che Turgenev, se lo incontro, mi veda un po’ più bella di come mi vedo e alla fine lo vedo, all’incrocio tra Port’Alba e piazza Bellini. Vedo che ha lo sguardo fisso davanti a sé e penso “Cazzo, com’è bello” e sento una fitta allo stomaco e abbasso lo sguardo e cammino con lo sguardo abbassato e le braccia incrociate cercando di apparire persa nei miei pensieri e sperando di sembrare bellissima e alla fine arrivo in quel punto in cui i paletti dissuasori ti costringono o a seguire una specie di corridoio o a scavalcare la catena e io non posso seguire il corridoio perché un gruppo di gente si è fermato davanti a me e lui è oltre la catena e quindi devo alzare gli occhi e credo, mi sembra, che lui mi stia già osservando da un po’ e faccio «Ohi» e lui fa «Ue cia’ Mari’, comme staj?», cordiale, ma pure un po’ freddo e distante, come, mi viene da dire, come uno che non vuole problemi. E poi mi attraversa. Cioè, subito dopo avermi salutata, scavalca la catena, come a dire “Guarda che io stavo per proseguire e proseguirò nonostante questo incontro” e la stessa cosa fa Raskolnikov, che sta con lui, e che è il migliore amico suo e che quasi faccio fatica a salutare e che mi sembra mi reputi un’idiota e che mi dice una frase di circostanza alla quale io rispondo con una battuta idiota e lui non fa la faccia che si fa di solito alle battute idiote, quella faccia che dice “Vabbeh, me ne vado, questa battuta era troppo idiota”, lui veramente fa la faccia di uno che se ne vuole andare perché la battuta era troppo idiota, questo Raskolnikov; Turgenev non lo so che sta facendo, non lo riesco nemmeno a guardare da quando mi ha attraversata.

«Come sei dura… Ma non ti interessa anche solo come oggetto di studio?»         
Chiedo alla mia amica Melanie Klein.         
«No, non mi interessa. Ho capito che ti piace questo suo modo di fare. Cerco, sapendo che non ci riuscirò, di farti desistere. Penso che ti farebbe soffrire.»         
«Ma è lo stesso che con Pessoa. È lo stesso motivo per cui adesso non sono arrabbiata con lui. Se resto cosciente quel tanto che basta a non farmi manipolare, sono capace di vederlo per quello che è realmente e mi difendo come posso.»
«Non lo so. Mi dispiacerebbe se dovessi farne le spese. Sembri molto sicura di gestire il suo essere evanescente, quindi se la cosa andrà in porto mi interesserà sicuramente ma non me la sento di spingerti tra le sue braccia.»         
«Ma che deve andare in porto?! Questo mi ha pisciata dai…»       
«Voglio dire, adesso sai come funziona. E se la prima cosa a cui pensi è che sapresti come difenderti mi chiedo come mai sei attratta da persone che implicano un doversi organizzare per difendersi da loro.»
«Mmh… Papà?»       
«… E allora se non contatti prima la rabbia o il dolore che provi, prima per tuo padre e poi per Pessoa, rischi di fare la fine di quelle donne che si mettono esclusivamente con uomini che le pestano a sangue…»   
«E jaaa! Maronna mia!»      
«Non dico che ti metterai con uomini che ti picchiano ma con uomini dai quali devi difenderti e dai quali hai imparato molto bene a difenderti.» 
«Ma…»          
«Il che è anche comodo, perché è una strada che conosci e sapresti percorrere a occhi chiusi ma che ti consente anche di impedire loro di conoscerti realmente e a fondo…»

«Ma come sto in questa foto?»        
«Mmmh…»   
«Forse non è il mio profilo migliore…»       
«Non è il tuo profilo peggiore… Di base non stai male. Il problema è che stai un po’ troppo impostata.»          
«Che faccio, la tolgo?»         
«Non stai male… Puoi aspettare fino a fine settimana. Ti ho detto, il problema è solo che stai un po’ troppo impostata…»

Ho paura che i ragazzi di prima capiscano che non mi piace fare grammatica e che si rendano conto che non mi piace fare grammatica soprattutto perché ho paura che capiscano che la grammatica italiana io non la capisco. Non memorizzo le regole, mi sfugge il nesso tra le varie applicazioni, non riesco a incasellare le eccezioni. In pratica provo un senso di rifiuto nei confronti del tradizionale metodo di insegnamento della grammatica ma non ho sviluppato un mio metodo di insegnamento della stessa. Credo basti farli leggere e farli esercitare a scrivere, o meglio, con me è bastato, ma questo non dice necessariamente qualcosa sul fatto che basterà col resto del mondo. Così, quando la mia alunna Nausicaa mi chiede «Prof, ma non facciamo grammatica?», io le dico «Dopo» – che è una cosa che non ha nessun senso visto che manca un quarto d’ora al suono della campanella – e quando la mia alunna Calipso mi chiede «Prof, ma non possiamo offrirci in grammatica?», io le dico «Decido io. E comunque se ne parla venerdì!», tirando fuori un autoritarismo del tutto illogico.
Esco dalla classe con quel tipico senso di angoscia che si trascinano dietro le relazioni che si basano sui non detti. Mi piacerebbe confessare tutto, dire ai miei alunni «Guardate ragazzi, anche oggi ho finto che l’antologia ci stesse occupando troppo tempo perché non ho nessuna voglia di fare grammatica e perché ho dimenticato il libro con le soluzioni degli esercizi. Cercate di capirmi, la grammatica, di nessuna lingua, non mi è mai piaciuta, eppure vedete, sono qui davanti a voi, ce l’ho fatta, mi faccio capire. Fidatevi di me: continuando a leggere, finirete per interiorizzare per osmosi le strutture logico-sintattiche più appropriate della nostra lingua», ma non sarebbe giusto far pagare ai miei alunni le conseguenze di questo tipo di confessione. Se rivelassi loro cosa c’è alla base dei tratti reazionari che il timore della grammatica fa venire fuori, diventerei un’insegnante meno affidabile. Insomma, non posso lasciare che loro sperimentino l’ennesima insicurezza solo perché invece di mettermi a studiare seriamente la grammatica, magari su testi aggiornati, magari trovando una maniera per sentirla mia e per renderla trasferibile, ho deciso di fare dei tentativi a ogni nuova lezione.        
Poi ci ragiono ancora un po’ nel corso della giornata e mi rendo conto di una cosa. Quando gli ho sistemato l’orario interno, ho stabilito, il lunedì avendo due ore, di fare sia grammatica che antologia. Questo per loro significa più compiti e più libri in cartella, motivo per cui, quando Nausicaa mi ha chiesto «Prof, ma non facciamo grammatica?» è probabile volesse dire «E allora che sfaccimma me l’hai fatto portare a fare il libro, né stronza?», che è un messaggio un po’ duro, ma comunque diverso da «Crede non ci siamo accorti che sta procrastinando apposta il tempo per la grammatica perché in realtà non ha alcuna intenzione di farla?», e quando Calipso mi ha chiesto «Prof, ma non possiamo offrirci in grammatica?» forse voleva dire semplicemente «Ho studiato i verbi transitivi e intransitivi e l’ho trovato anche molto appagante e vorrei condividere questa cosa con lei».     
Insomma, io devo imparare sul serio ad ascoltare i miei alunni. E i miei alunni stanno dicendo «Prof, ma chi cazzo se ne fotte della sua foto del profilo?»

Dopo che Pessoa è passato a riprendersi le ultime cose, vedere l’armadio e i cassetti svuotati mi ha fatto un po’ male. Mi è sembrato il risveglio da uno di quei sogni dove, pure se lo so che nonna è morta da anni, a me sembra normale vederla e parlarle e pure parlarle del fatto che è morta, dirle tipo «Ue, guarda che sei morta, lo sai?» e di sentirmi rispondere «Eh, o sacce che so’ morta, me l’aviva dicere tu…» e penso che questa cosa un pochino mi prepari al risveglio e invece al risveglio ci resto di merda comunque.

Oggi, in metropolitana, intendo proprio nel treno della metropolitana, faceva un caldo tremendo. Io avevo addosso un maglione e mi sono ricordata di una cosa che ho imparato alle scuole medie e cioè che le fibre di lana impediscono di sudare. Mi ricordo che questa cosa mi colpì talmente tanto che al test di fine quadrimestre risposi falso a un’affermazione che sembrava del tutto logica, e cioè «Indossando in estate un maglione di lana si suda». Da allora sono passati più di quindici anni e non ho mai approfondito la questione, almeno non più di quanto sia bastato a farmi passare quel test. Voglio dire che non ho mai capito perché le fibre di lana impediscano di sudare. Mi ricordo la scheda di approfondimento del libro dove c’era scritta questa cosa e la foto di un tizio con un maglione di lana e subito dopo mi ricordo della professoressa che spiega la scheda di approfondimento e io che colgo solo questa cosa stupefacente, e cioè che la lana non fa sudare, e lo stupore che colpisce tutta la classe tranne quelli che sbagliarono la risposta al test e che presero un voto più basso rispetto al mio che comunque dopo più di quindici anni non lo so perché la lana non faccia sudare e che oggi sudavo lo stesso perché il mio maglione era 80% acrilico e 20% poliestere.

Sono passata davanti al mio amico Lermontov (che non mi ha vista) senza salutarlo e poi gliel’ho pure detto e lui si è dispiaciuto perché non ci riusciamo a vedere mai e perché tra poco lui avrà un bambino e sarà ancora più difficile incontrarlo per caso, così, fuori da un bar. Io, passando passando, ho pure cercato di incrociare il suo sguardo mai poi ho visto che non mi aveva vista e ho tirato dritto e l’ho fatto perché lui stava fuori da un bar dove ogni tanto va Pessoa e dove di solito ci sono gli amici di Pessoa e io temevo di incontrare Pessoa o gli amici di Pessoa. Allora ho pensato che, se per timore di incontrare Pessoa o i suoi amici passo davanti al mio amico Lermontov che non vedo quasi mai senza salutarlo, forse ho ancora un problema con Pessoa.

Adesso La Fornarina è un po’ più di una collega. Io e lei siamo persone molto diverse, con due storie molto diverse, con dei gusti diversi (anche se non molto diversi), ma abbiamo le stesse apprensioni, le stesse paure, gli stessi picchi/barra/crolli emotivi: insomma ci crediamo tutte e due, e allo stesso modo, il cazzo di centro dell’universo del collegio docenti. Ce ne siamo accorte, ce lo siamo dette, e da allora io e La Fornarina siamo diventate amiche, il che vuol dire che passiamo del tempo insieme fuori dall’orario di lavoro e che durante quel tempo tendiamo a dirci vicendevolmente alcune verità. Però una cosa io non l’ho ancora detta a La Fornarina, una cosa che riguarda la nostra collega La Duse.         
Io e La Duse ci conosciamo dai tempi dell’università e da allora ci guardiamo con sospetto e questo per un modo diverso che abbiamo di intendere la materia – la stessa – che insegniamo, o almeno io sono convinta che sia per questo, che lei si ritenga migliore di me, o meglio che ritenga di avere un punto di vista superiore al mio rispetto alla materia che insegniamo, e lei penserà lo stesso di me (del resto io penso davvero di avere un punto di vista superiore al suo rispetto alla materia – la stessa – che insegniamo). Insomma, a scuola ci evitiamo il più possibile ed è un fatto che se tentassi di stabilire un contatto con La Duse, se provassi ad andare oltre il mio pregiudizio nei suoi confronti forse il mondo, almeno quello lavorativo, sarebbe un posto migliore perché avrei contribuito ad abbattere certe barriere che impediscono una sincera e profonda collaborazione tra colleghi che poi nel nostro caso è la premessa necessaria per la formazione dei cittadini del domani. Ma io e La Duse ci detestiamo, e questo non è meno un fatto.     
Ora, La Duse e la mia amica La Fornarina ogni tanto si frequentano e quando hanno cominciato a frequentarsi la mia amica La Fornarina mi ha chiesto se mi stava bene e io le ho detto che mi stava bene (perché poi alla fine che cazzo le vuoi dire, “Non mi sta bene”?), però c’è una cosa che mi tormenta ed è se si può essere amici davvero di qualcuno che un qualche piacere lo deve pur ricavare dal frequentare La Duse mentre a me, quando mi capita di incontrarla in metropolitana e di doverci fare un pezzetto di strada insieme, succede che me ne torno a casa con un senso di morte nel cuore.
Ho paura che se usassi un po’ del tempo che passiamo insieme fuori dall’orario di lavoro per dire questa cosa che ho pensato alla mia amica La Fornarina, è probabile che per farla sentire meglio, per farla contenta, camufferei il giudizio nei suoi confronti («Se frequenti La Duse, un po’ sei scema») in gelosia; passerei dall’omettere un pensiero al mentirle esplicitamente e finiremo per non essere più amiche.

«Sai, credo che il pensiero ossessivo sia sparito.», dico alla mia amica Melanie Klein.    
«Quale? Quello in cui eri oggetto di sbeffeggiamenti da parte sua?»        
«Nnnho. Quello in cui io devo scavalcare a tutti i costi il muro di indifferenza.» 
«Ah! È una cosa che credono di poter fare tutti quelli ai quali da piccoli è stato fatto credere di essere speciali… Riapparirà.» 
«Non ho capito niente…»     
«L’ossessione di voler abbattere a ogni costo l’indifferenza da parte degli altri è un “difetto” che hanno tutti quelli ai quali è stato detto: “Tu non sei come gli altri bambini, sei speciale”. Se poi quel bambino cresce e diventa una persona in grado di ottenere quasi sempre l’attenzione che desidera da parte di quelli che sceglie, se anche una sola persona ignora quei tentativi di ottenere l’attenzione desiderata, ne risponde l’autostima. Per questo è importante fare i conti anche con la propria mediocrità.»
«Mh.»

«Ho preso la taglia più grande, così se lo può mettere quando si fa un po’ più grande» e «Poi se non va bene potete cambiarlo e prendere qualche altra cosina che vi serve di più», con pochissime variazioni, sono le due frasi che mio fratello e sua moglie si stanno sentendo ripetere di più da quando sono diventati genitori.

Quando sabato sera sono uscita per andare a prendere Fedora erano già quasi le undici e prima di arrivare a casa sua sono rimasta ferma mezz’ora nel traffico. Così, quando lei è scesa, tutta assonnata, non sapevamo più cosa fare. «Hai voglia di dolce?», le faccio io, e lei mi propone di andare a una Bakery che ha aperto non lontano da casa sua. Quando arriviamo in questo posto, che è rosa, rosso, verde acqua, azzurro, viola, un po’ shabby chic e un po’ serie tv (americane) anni novanta, è quasi mezzanotte, ci sono pochi tavoli occupati e su tutti c’è il peluche di un unicorno, luci soffuse e il solo proprietario a prendere e a servire le ordinazioni. Questo proprietario è gay, ed è un dato che mi serve a marcarne in un modo preciso i movimenti festosi e il tono confidenziale. Io e Fedora ci prendiamo un french toast diviso in due che non riusciamo a finire perché il sapore del burro fuso a un certo punto ci disgusta. Nel ripulire il nostro tavolo, il proprietario ci chiede:         
«Domani che fate ragazze?»
«Eh?», domandiamo entrambe.      
«Domani che fate?»  
Non capiamo lo stesso.         
«Vabbeh, ho capito, nun’ facit’ nient!»       
«Eeeeeh…!»  
«Maronn, io sto un’altra volta qua, dalle nove a mezzanotte!»      
«Ah! Siete aperti pure di mattina!», dice Fedora.   
«Eh, per forza, quelli vengono gli americani a fare colazione…»   
«Ah!», faccio io, «Ma posso chiederti a cosa ti sei ispirato per aprire il locale?»  
«Io so’ americano, ragazze!»
«Veramente?», facciamo noi.          
«Si-iì! Quella la gente – non voi eh, per carità – si pensa che io mi sono aperto la “Bakery”», fa le virgolette con le dita, «così, pcché nun tenev nient a fa! Questo era un progetto dei miei genitori…»
«Ah, e di dove siete?», faccio io.       
«I miei genitori sono nati qua, i miei nonni venivano dalla Louisiana…» 
Quando ci ho ripensato, il giorno dopo, sarà stato il sonno, le luci, gli unicorni, ma sul serio, mi è sembrato tutto un sogno. È stato strano, mi ha preso pure un po’ di paura e gliel’ho detto a Fedora, l’ho contattata per dirle: «Fedo’, io non sono sicura di averlo vissuto davvero» e quando lei mi ha risposto «Ahahahah», io ho aggiunto un altro significato all’amicizia.

Io ho deciso che non voglio attribuire significati a tutto ciò che riguarda Turgenev. Che l’altro giorno l’appuntamento fosse tra i lupi di Rouwang a Piazza Municipio, che la pioggia scendesse senza dare troppo fastidio e che un attimo prima di arrivare mi abbia scritto «Ti vedo», sono solo fatti.
E poi i miei amici Melanie Klein e Esenin mi hanno voluta mettere in guardia. Mi hanno detto di stare attenta perché, non molto tempo fa, Turgenev ha provato a riprendersi la sua ex-ragazza. Io penso che è carino, che è veramente dolce, quello che stanno facendo i miei amici per me e glielo rimando commuovendomi quando rispondo loro che è carino, che è dolce, quello che Turgenev ha fatto per la sua ex-ragazza.       
La mia amica Melanie Klein stringe i denti, socchiude gli occhi e scuote la testa e io ho voglia di prenderle le mani e farmi capire e ci provo:         
«E daii, voglio dire che in quello che  ha fatto c’è del coraggio e c’è pure un po’ di romanticismo!»
«Io invece penso che se fai una cosa del genere corri il rischio di fare una grossa cazzata…»
«Ma è proprio correre il rischio di fare una cazzata, di affrontare un rifiuto, tentando il tutto per il tutto, che è coraggioso e romantico. Lo dico anche un po’ come un’auto-critica… Io non ho avuto il coraggio di andarmi a riprendere Pessoa.»  
«Tu non ti sei andata a riprendere Pessoa perché probabilmente sei più lucida. Il rischio di fare una cazzata sta nel promettere una cosa che in realtà non hai nessuna intenzione di fare pur di ottenere quello di cui credi di aver bisogno in quel momento.»  
A me questa frase di Melanie Klein fa venire in mente una storia di me da piccola che mia zia mi racconta ogni tanto.     
Era estate, faceva caldo, io dormivo nella culla con addosso soltanto il pannolino. Quando mia zia, che badava da sola a me e doveva avere meno dell’età che ho io adesso, venne a controllare se stessi dormendo, mi trovò che ero tutta sporca di cacca e piangevo disperata.
Era successo che mi ero tolta il pannolino e avevo fatto cacca. Lì, nella culla. Poi avevo provato ad alzarmi più volte, ma oltre a imprimere a fondo la cacca nel materassino con i piedi e a sporcarmi anche le mani nel tentativo di rialzarmi non riuscivo a far altro che a rotolarmi nella cacca.
Ora, ogni volta che mia zia racconta questa storia, premette sempre che i miei avevano da poco cominciato a farmi togliere il pannolino per fare pipì, quindi io avevo in qualche modo assimilato il concetto che quando si prova l’impulso a espellere qualcosa bisogna togliersi il pannolino; quindi, se la supposizione di mia zia è corretta, vuol dire che prima di ritrovarmi a rotolare nella cacca io ero convinta che quella di togliermi il pannolino fosse la cosa giusta da fare e che quindi in quasi tutte le cose che decidiamo di fare c’è questa percentuale di rischio, quella di ritrovarci nostro malgrado a rotolare nella nostra stessa cacca.

«Questa è una città piena di perdigiorno, nessuno va mai di fretta, oh ma quando piove, i perdigiorno stanno a casa e quelli che escono sono tutti maleducati».     
Ha detto così La Duse.          
E poi si è fermata a fare una foto a un cumulo di immondizia.

Qualche sera fa, mi sono accorta che dal soffitto del bagno, attraverso le fessure di uno dei faretti della luce applicati alla controsoffittatura, cadevano gocce d’acqua a intervalli regolari. Dopo essermi detta che era necessario andare a vedere cosa ci fosse sul tetto, ho messo un secchio all’altezza del faretto, mi sono preparata e sono uscita.
Sono andata a un concerto nell’auditorium di un centro sociale di questa città coi miei amici Esenin e Melanie Klein. Sapevo ci fosse anche un ragazzo amico di Esenin del quale Esenin mi aveva detto che una sera, dopo avermi vista, l’aveva contattato per chiedergli di me e l’aveva fatto con un tono particolarmente entusiasta. È un ragazzo carino, gentile e simpatico, quindi io mi sono detta «Ma sì». Fatto sta che quando il concerto è finito e siamo rimasti in pochi a gironzolare vicino al palco e tra questi pochi c’era anche il ragazzo carino, gentile e simpatico ma lui, dopo avermi vista e avermi aggirata, se ne è uscito dall’auditorium ed è sparito. Io, che alla fine mi ero detta soltanto un «Ma sì», ho reagito con un «Vabbeh» e me ne sono tornata a casa, dove dal soffitto del bagno le gocce continuavano a scendere.          
La mattina dopo salgo sul tetto per vedere cosa stesse facendo piovere nel mio bagno e mi rendo conto che dalla parete di una specie di rudere abbandonato e sopraelevato abusivamente, fuoriesce un tubo che perde acqua a fiotti. Allora telefono subito al mio proprietario, che mi dice di telefonare all’amministratore. Quando chiamo l’amministratore, questo mi dice che avrebbe preso contatti con un operaio. Siccome l’operaio non viene, io richiamo l’amministratore, il quale mi passa il numero dell’operaio. Così io chiamo l’operaio, il quale si fa spiegare da capo tutta la situazione e mi dice che su quel rudere lui non può intervenire perché non appartiene al condominio. Perciò io chiamo l’amministratore e gli spiego quello che mi ha detto l’operaio e l’amministratore mi dice di contattare il mio proprietario per dirgli di accordarsi con il proprietario del rudere. Il mio proprietario allora si incazza e mi dice che l’amministratore è pagato per fare l’amministratore e per scoprire lui di chi è il rudere abbandonato. Dopo ciò, io chiedo aiuto alla mia portinaia e lei mi dice che il rudere è del proprietario del condominio e che quindi spetta all’amministratore provvedere, dunque io chiamo l’amministratore e glielo dico e lui mi passa il numero del proprietario del condominio. Nel frattempo trascorre tutto il fine settimana e domenica sera una macchia d’umidità bella grande si forma pure in camera da letto: quindi io mi preparo il letto nel soggiorno. Quando il giorno dopo chiamo il proprietario del condominio lui mi dice che non crede che gli operai interverranno subito perché nei prossimi giorni è prevista pioggia e che lui vorrebbe venire a vedere com’è la situazione ma è impegnato fuori tutto il pomeriggio, ma mi promette che non sottovaluterà la questione. Intanto cominciano a piovere gocce anche in camera da letto, così io sposto il letto e metto un secchio anche lì e intanto chiamo l’amministratore e gli dico di fare pressioni sul proprietario del condominio e allora lui mi consiglia di dirgli di venire comunque a vedere che tipo di situazione si è creata tra il bagno e la camera da letto, indipendentemente dall’orario in cui sarebbe tornato a casa. Dunque io chiamo il proprietario del condominio e gli dico di venire a vedere le gocce che scendono dal soffitto, indipendentemente dall’orario in cui sarebbe tornato a casa. Quando quello viene sono le nove di sera. È un signore anziano che, mentre gli parlo, ogni tanto sgrana gli occhi e cambia luce nello sguardo e che, in sostanza, mi ripete quello che mi ha detto al telefono.                        
Qualche ora dopo, mentre mi preparo per passare un’altra notte in soggiorno, sento aumentare d’intensità il rumore delle gocce, lo sento farsi sempre più forte e non so che fare, davvero non so che fare, resto lì a guardare l’acqua che scende dal soffitto, rimbalza dai secchi e si allarga sul pavimento. È tardi, busso alla portinaia, lei mi dice di chiamare i vigili del fuoco e allora io li chiamo e in un attimo mi ritrovo in pigiama a casa mia con cinque uomini nella mia camera da letto che mi bucano il soffitto come se fosse una cosa qualunque e non il soffitto della mia camera da letto e io finisco per pensare a tutta una serie di ovvietà, produco simbologie – mentre favorisco i documenti ai vigili – faccio tutta una serie di rimandi alle volte in cui l’incuria, il disinteresse, il perdere il controllo sugli eventi fa crollare, rompere, cambiare l’aspetto delle cose a cui tieni, e a quel punto succede, comincio ad autocommiserarmi, non mi riesco a dire più «Vabbeh», mi dico «Ma che cazzo, ma veramente, ma che cazzo».

Attraverso il buco s’intravede quello che doveva essere una volta il soffitto della camera da letto. C’è della vernice verde scrostata e un fascio di fili della corrente che indicano il punto dove doveva esserci il lampadario.            
Il proprietario del condominio, quando ha saputo che cosa era successo, mi ha assicurato che gli operai sarebbero venuti l’indomani mattina. Io non volevo prendere un giorno di festa a scuola, così ho chiamato mia madre, le ho chiesto se poteva esserci lei, qui, in casa, l’indomani mattina. Mia madre ha voluto venire subito, ché era notte, ero da sola e con un buco nel soffitto. Io ho lasciato fare. Ho preparato un altro letto nel soggiorno.

Sento i rumori di mia madre che si prepara per andare a dormire provenire dal bagno. Faccio caso alla costa di un libro su uno degli scaffali del soggiorno. Leo Spitzer, L’armonia del mondo. È un libro che Pessoa consultava spesso. Mi chiedo quante volte mi sarà capitato di stare in una stanza, sentire la presenza di Pessoa in un’altra e contemporaneamente coprire con lo sguardo una visuale che comprendeva quel libro di Spitzer.       
Non riesco a dormire. Penso a come doveva essere questa casa prima dei lavori, prima che la controsoffittatura si chiudesse su quella vernice scrostata e su quel fascio di fili della corrente e prima ancora, quando su quel soffitto verde c’era un lampadario. Poi penso al mio proprietario, il mio amico Zolla, e alla vita che ha fatto qui, prima da solo, poi con la sua compagna, poi di nuovo da solo. Poi penso a Zolla che va a Barcellona e che lascia la casa ai vecchi inquilini e a loro che vivono qui per due anni prima di comprare casa. Poi penso alle cose vissute qui insieme con Pessoa. Penso a questo svolgersi del tempo e al trascorrere di tutte queste persone in qualche maniera legate alla mia, la sola di cui percepisco la presenza. Tendo la mano per cercare quella di mia madre. Dorme già.

Questo è stato il mese più piovoso degli ultimi trent’anni. Non è una mia impressione: l’ho letto sul giornale di questa mattina, lo hanno detto i climatologi. Sto andando alla stazione, cammino sotto la pioggia su via della Maddalena facendo attenzione a dove metto piedi per non perdere l’equilibrio a causa dell’asfalto bagnato e degli stivaletti alti. Mi accorgo troppo tardi che il mio ombrello e quello di un signore di mezza età stanno per andare in rotta di collisione. Lui, seccato, mi urla: 
«Alza la testa!»         
Tutto sommato è un buon consiglio.

  Dicembre

Genova – Luca Grieco

Da piccola mi mangiavo le caccole del naso. Ci provavo proprio gusto, mi piacevano.

In seconda elementare ero seduta vicina a questo mio compagno di classe biondo con gli occhi azzurri. Era carino, ma da quando la maestra ci aveva fatti sedere vicino avevo scoperto che il suo alito mi dava la nausea: sapeva di acido. Lo sopportavo però, perché era carino ed era ben voluto e stare seduta accanto a lui era una sorta di privilegio.
Una mattina, sulla pagina bianca del quaderno, noto una caccola appallottolata. Che strano, mi dico, io non le appallottolo mai le caccole, di solito e le raccolgo direttamente con la punta della lingua dalla punta dell’indice dopo essermele staccate con l’unghia dalla narice. Dev’essersi ridotta così perché mi è caduta senza che me ne accorgessi e magari ci ho poggiato sopra il braccio. Così la prendo e me la metto in bocca. In quel momento, il mio compagno di banco, che aveva appallottolato una sua caccola, me l’aveva lanciata sul quaderno senza che io me ne rendessi conto e poi era rimasto a osservare la mia reazione, si mette a gridare:
«Che schif’! Ma faj propr’ schif’!?»
Sento l’odore del suo alito e mi viene da vomitare. Mentre il mio compagno di banco racconta quello che ha visto a tutti i miei compagni di classe, l’unica cosa che provo a dire per difendermi è: «Non avete capito, pensavo fosse la mia!».

Ogni volta che vado a buttare il vetro nelle campane del vetro e poi metto la busta di plastica dove stava il vetro nella campana di plastica che sta vicino alla campana del vetro, penso con sollievo “Ogni cosa al posto giusto”.

Quando io e Pessoa ci siamo lasciati, in piena estate, io ho cercato di riempire le mie giornate in città come ho potuto e spesso sono uscita di casa per fare lunghe passeggiate. C’è stato un pomeriggio in cui sono andata sul lungomare e mi sono seduta sul molo di Castel dell’Ovo e ho ascoltato un po’ di musica dal telefono. Tirava un vento molto piacevole e il cielo in quella parte della città si era fatto più limpido. A un certo punto, dalla riproduzione casuale di Spotify è venuta fuori Un giorno dopo l’altro e Luigi Tenco ha cantato «La nave ha già salpato il porto e dalla riva sembra un punto lontano» e io ho guardato le barche in lontananza e mi sono detta «Toh, però!» e poi subito dopo Luigi Tenco ha cantato «Qualcuno anche questa sera torna deluso a casa piano piano» e io ho creduto di aver avuto ragione ad autocommiserarmi. Poi mi sono allontanata dal molo, ho cominciato a passeggiare sul lungomare e ho fatto partire Un giorno dopo l’altro, una volta, due, e mi sono messa a girare questo videoclip nella testa di me sul lungomare in un pomeriggio d’estate con un po’ di freddo nel cuore.
Ecco, l’altro pomeriggio, io e Turgenev stavamo ridendo e io ero felice quando a un tratto mi sono ricordata che «gli occhi intorno cercano quell’avvenire che avevano sognato, ma che i sogni sono ancora sogni e l’avvenire è ormai quasi passato», e me ne sono ricordata perché, anche se il cielo era torbido, il mare era in tempesta e il vento quasi ci impediva di camminare, siamo passati proprio in quel punto della città dove avevo girato quel videoclip nella testa ed è per colpa di quel videoclip che adesso il ricordo di un pomeriggio brutto contiene una promessa di felicità e quello di un pomeriggio bello un presagio di sventura.

Ho detto al mio amico Bojack che ogni Capodanno penso a lui, ed è vero. Mi ricordo che tanto tempo fa mi inviò un racconto che aveva scritto sulla notte in cui lui e Son’ja si erano innamorati e quella notte era proprio la notte di Capodanno. Bojack e Son’ja si sono lasciati sette anni fa e tutti quanti ancora crediamo di poter attribuire a questo fatto tutto quello che non ci piace vedere in Bojack. Il modo in cui strabuzza gli occhi quando beve, il modo in cui infama le persone quando beve, il modo in cui barcolla e si appoggia alle serrande quando beve, il fatto che beve.
L’altro giorno, il mio amico Bojack mi ha detto che sono ossessionata dall’idea di dover stare in coppia perché dentro di me covo la paura di restare sola. Nemmeno mi è sembrata una rivelazione all’inizio però poi ho capito che il punto non era tanto la paura di restare sola ma l’ossessione di stare in coppia. Il mio amico Bojack, da quando si è lasciato con Son’ja, non è più ossessionato dall’idea di stare in coppia.

Io ogni Capodanno penso a lui perché quel racconto era proprio bello.

Al cenone di Capodanno stiamo tutti a casa di mia nonna morta. Mia zia ha visto una falena girare intorno al lampadario del salone e ha detto a mia madre: «Che dici Rosa’… ‘Sta palummella putess essere mammà?».
Mamma ha detto di no.

Dopo il brindisi di mezzanotte penso alle cose dell’anno appena finito che non avrei potuto sapere l’anno scorso: Pessoa che dopo l’ennesimo rimprovero su come ne sfilava via uno quando gli serviva, avrebbe bestemmiato e scaraventato per terra dal mobile l’intera pila di panni da cucina puliti, stirati e piegati da me; mamma che avrebbe detto «Guarda che io sono più intelligente di te» e che poi avrebbe aggiunto un argomento: «Tu sei mia figlia»; io che in un momento di distrazione avrei detto a una delle mie alunne: «Ma sei scema?»; io che avrei deciso di ignorare i messaggi di un mio amico perché convinta mi portasse sfortuna; Turgenev che, dopo aver definitivamente chiarito la sua posizione, prima di andarsene, mi avrebbe strofinato la spalla augurandomi «Buona giornata!»; venticinque diciottenni che mi avrebbero fatto arrabbiare e io che per dispetto non li avrei salutati e non gli avrei fatto gli auguri di Natale; il mio amico Gončarov che mi avrebbe raccontato di suo padre con l’Alzheimer che lo sveglia ogni mattina con lo strascichio dei suoi piedi e un «Che bello!»; io che avrei usato ancora un sacco di volte le vite degli altri per fare conversazione.

Il mio amico Lermontov sta camminando per una strada del Vomero e ascolta una signora dire: «Se tu sapessi, quando riesco a captare quello che dice sotto i baffi! Rimango sconvolta!».
È una storia che non conosceremo mai.

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