La vera storia di Luigi Solimina

David Bonanni

Se avesse avuto la possibilità di studiare, Solimina Piero sarebbe diventato un pezzo grosso di qualche importante gruppo internazionale, è fuori di dubbio.
Solimina Luigi, suo figlio, studiò per quasi trent’anni e con un discreto profitto, ma non divenne mai nessuno.
Dopo la laurea in ingegneria aerospaziale, Luigi si iscrisse a tutti i concorsi pubblici per i quali godeva dei requisiti minimi di partecipazione, senza operare discrimine alcuno, finché non risultò vincitore di quello per un posto alla biblioteca comunale di Rendina.
Aveva da poco affittato un appartamento a Monsalto, non molto spazioso ma con un suggestivo affaccio sul mare. Quando seppe di aver vinto la selezione, vi dovette rinunciare, insieme a un paio di mensilità anticipate: mancato rispetto dei termini di preavviso. Questione di pochi giorni, ma se ne rammaricò il giusto.
Raccolse pochi stracci in due borse vecchie e inadeguate, e percorse i duecentocinquanta chilometri che lo separavano da Rendina per iniziare una nuova vita. Aveva da poco compiuto ventinove anni.  
Il lavoro non gli piacque, ma capì in fretta che non c’entravano i libri e neppure la biblioteca; c’entrava, invece, il lavoro. Non gli sarebbe piaciuto fare l’insegnante, progettare aeroplani e neanche impilare palle di gelato sopra un cono. Lavorare, lo trovava inopportuno.
In quegli anni a Rendina si leggeva poco e quasi mai nessuno metteva piede nella biblioteca comunale per chiedere un libro. Capitava, invece, e neanche troppo di rado, che qualcuno entrasse per una carta di identità scaduta o uno stato di famiglia, scambiando la biblioteca per gli uffici del Comune. La pazienza a Luigi non difettava.
Durante un giorno incredibilmente piovoso per le condizioni meteorologiche medie della città di Rendina, Elena Migliacci, una giovane studentessa universitaria al terzo anno di Filosofia, entrò in biblioteca completamente bagnata, nonostante avesse con sé un ombrello ampio e di buona fattura.
La ragazza si avvicinò al bancone dei prestiti lasciandosi dietro un piccolo ruscello di acqua piovana e – senza accennare al tempo e a quella pioggia così violenta, forse senza neanche salutare – chiese a Luigi di portarle un libro della scrittrice ungherese Magda Szabò.
Lui quel libro non lo conosceva, guardò la ragazza che non lo guardava. Poi controllò negli elenchi e si sorprese di trovarlo; eppure erano molti i libri di cui non sapeva l’esistenza.
Tentennò un attimo al bancone, poi si protese verso la ragazza e le disse sottovoce che avrebbe potuto restare a ripararsi dalla pioggia senza bisogno di attivare un prestito.
Lei rinnovò allora la sua richiesta, precisando questa volta di avere una certa fretta. E in effetti, quando Luigi le porse il libro, lo avvolse veloce in una busta di plastica che ripose in una graziosa borsetta, firmò dove era indicato di firmare e poi scappò via, come se non vedesse l’ora di tornare a bagnarsi.
Dopo qualche giorno Elena Migliacci ritornò alla biblioteca per restituire il libro. Pioveva anche quella volta, ma con minore intensità. Chiese un romanzo di Domenico Starnone.
Ci vollero una dozzina di libri prima di uscire insieme. Fu lei a invitarlo e lui accettò senza pensarci neppure un secondo, sia pure alla maniera che gli era consueta, ossia privo di entusiasmo e di ogni emozione. Cenarono in un ristorante piuttosto anonimo ma che si mostrava sensibile a certe intolleranze alimentari. Fu una serata tranquilla.
Venne la volta che Elena sarebbe dovuta passare in biblioteca per restituire un libro, ma ebbe un contrattempo, per via di sua madre che si era rotta il dito di una mano. Luigi la aspettò tutto il giorno, persino qualche minuto oltre l’orario di chiusura, finché rassegnato decise di andare via.
Nel tornare a casa provò una forte sensazione di disagio, cercò a lungo di trovarne le ragioni; finì per convincersi del fatto che si era innamorato di lei. Mangiò svogliatamente qualcosa, guardò un poco di televisione, poi decise di coricarsi e maturò un proposito: l’indomani le avrebbe chiesto di sposarlo.
Le nozze si celebrarono a distanza di qualche mese. Scelsero il rito civile perché Goffredo Migliacci, il padre di Elena, conosceva le persone giuste in Comune. Gli riservarono, infatti, le sale migliori; gli invitati, almeno su questo, furono tutti d’accordo.
Elena sembrò contenta, anche se si rammaricò moltissimo del fatto che non piovve. Non che fosse scaramantica, ma era sicura che la pioggia rappresentasse l’elemento chiave della loro unione. Anche Luigi parve sereno, benché quel giorno provò una strana sensazione di solitudine.
Dopo il matrimonio, Luigi lasciò l’appartamento che aveva preso in affitto il giorno che era arrivato a Rendina. Con la moglie andò a vivere in una casa in collina che il suocero si era aggiudicato a un’asta giudiziaria, un affare di cui si era vantato spesso in famiglia.
Tornare a dividere gli spazi con qualcuno non gli piacque. Chiese persino di fare qualche ora di straordinario in biblioteca ma l’amministrazione non glielo consentì e ci fu poco da stupirsi. Era già tanto che il Comune mantenesse ancora aperte le sale.
Elena portò a termine i suoi studi universitari, mentre Luigi continuò a fare quello che gli chiedevano di fare: sistemare negli scaffali le nuove acquisizioni, altri libri che nessuno avrebbe mai letto. Dopo la laurea a lei sembrò naturale avere un figlio e lui non trovò nulla da obiettare alla decisione che lo avrebbe reso padre.
Rimase incinta qualche mese più tardi. Fu una gravidanza difficile, non solo per via delle nausee. Elena non tollerava l’espansione volumetrica del suo corpo, non tanto per motivi estetici quanto per le limitazioni funzionali che le comportava. Quando cominciò ad avere difficoltà nel vestirsi sembrò sul punto di un esaurimento nervoso.
Il bambino nacque leggermente prematuro, circostanza che indusse la madre a preoccuparsi più del dovuto, benché in ospedale le avessero assicurato che il piccolo godeva di ottima salute. Elena volle chiamarlo Piero, come il suocero che non aveva mai conosciuto, e Luigi non ebbe nulla in contrario.
Poi venne un autunno che non smetteva mai di piovere. Luigi stava sfogliando con aria annoiata alcuni cataloghi di rubinetteria quando vide la porta della biblioteca aprirsi ed Elena, fradicia dalla testa ai piedi, avanzare. Ebbe un sussulto e un poco si sorprese, ma lei questa volta non aveva bisogno di letture, voleva solo dirgli che si sarebbero separati, che era la cosa più giusta da fare. Piero aveva appena cominciato la scuola materna.
Tre settimane più tardi Luigi aveva già lasciato la casa in collina. Trovò un appartamento in affitto proprio sopra le sale della biblioteca comunale: un vero colpo di fortuna.
Il vecchio che ci viveva era morto di infarto. Luigi lo conosceva perché, una mattina di qualche anno prima, era sceso a prendere in prestito un libro di Simenon e, nonostante i numerosi solleciti, non era più tornato a restituirlo.
La casa aveva pochi arredi, roba da quattro soldi, per lo più rovinata dal tempo e dalle termiti. Luigi non se ne era curato la prima volta che la figlia del vecchio gli aveva mostrato l’appartamento e non lo fece neanche quando vi tornò per restarci. Posò le sue borse all’ingresso e si guardò attorno; aveva lo sguardo attento di chi cerca qualcosa.
Quella notte, la prima che Luigi trascorse nella sua nuova casa, la ricordano a Rendina come “la notte dell’incendio”. Le fiamme partirono da una sala della biblioteca, forse per via di un corto circuito. Il fuoco, alimentato dalle pagine intonse di migliaia di libri, distrusse tutto quello che c’era da distruggere e poi, non ancora pago, si accanì contro il legno antico, le termiti, e un libro consumato della saga di Maigret.
Luigi capì tardi ciò che stava succedendo ma molti dissero che capirlo prima non avrebbe fatto alcuna differenza.

Copertina di Julio Armenante – Autoritratto

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