Albicocca

Elena Nemerov

Melodramma – Vogliamo anche le rose – Marta Di Giovanni

POMERIGGIO
“Sistemati i capelli” le dice Lorena “dovresti proprio andare dal parrucchiere”.
Insiste “Vedrai, ti farà bene”.
Dopodiché offre a Greta del caffè bollente, lo versa nella tazzina del suo servizio nuovo di zecca e, corrugando le sopracciglia, le domanda per l’ennesima volta: “Quanti cucchiaini di zucchero?”

Lorena sa dare consigli mediocri. Nonostante le piaccia leggere, sceglie comunque i libri peggiori. Si nutre di scialberia e insalatone. Non ha pathos, intuito, personalità. Greta lo sa, ma non la giudica. Si conoscono dai tempi dell’asilo. Quando erano piccole maneggiavano insieme la pasta di sale, se la lanciavano insieme alla merenda. Litigavano animosamente. Facevano pace col mignolo. Ora chiacchierano un paio di volte al mese, nient’altro. Non hanno occasioni di svago, nemmeno nel tempo libero.

“Sai, non credo basti un taglio nuovo”.
“E il colore?”
“Non mi vuole, Lori. Non mi vuole più e basta”.
“Se vivacizzassi un po’ la situazione, magari…”
“Credi che non ci abbia provato?”
“E che hai fatto?”
“Ho fatto quel che dovevo, cazzo. Lo sanno tutti come sono fatti gli uomini. Vuoi iniziare a trovare ogni colpa nelle mancanze della sottoscritta, anche tu?”

Greta manda giù. Lo fa come se fosse acqua, velocemente. Lo ha sempre fatto. È scaltra, spigliata. Ha dato a suo marito tutto quello che voleva, anche di più. Lo ha fatto e rifatto. Stupito e rianimato. È stata talmente incredibile da esaurire ogni pulsione di quell’uomo. Ogni sua potenzialità è andata. Sotto un cumulo di macerie.
Ora è rimasto l’amore. Ora non c’è più niente che possano fare.

“Una volta ho messo dell’intimo animalier e dei reggicalze a rete… ha funzionato! Pietro mi si è buttato addosso come un toro”.
“Senza offesa, ma è successo solamente perché Pietro è démodé”.
“Come?”
“Lori, a tuo marito fanno effetto anche gli stimoli più semplici”.
“Cosa vuoi dire?”
“Che gli basta un culo o un seno – non è così? Da quello che mi hai raccontato non mi sembra abbia mai navigato nella fantasia”.
“Mah, forse perché gli piaccio come il primo giorno? C’è un gran feeling tra di noi. Certo, non è da tutti… Mi dispiace se Pablo non ti tocca più, ma magari non è il caso di attaccarmi in questo modo”.
“Non ti sto attaccando, la prendi troppo sul personale”.
“L’invidia tra amiche è una brutta bestia”.
“Ma quale invidia? Ti sembro il tipo? Semplicemente ci sono uomini che funzionano in un modo, e il tuo è decisamente diverso dal mio”.
“Ma è solo questione di noia, dai”.
“Hai detto niente: la noia! Cosa c’è da svalutare nella noia? Più potente di quella…Giocaci tu con lo stesso gingillo per sette anni senza arrivare a romperti. E poi oramai ho già fatto di tutto. Ho oltrepassato da un pezzo la versione 2.0, quella 3.0, e quella 4.0. Se non te ne sei accorta”.

Lorena si sta scocciando, ma si impone di sostenere l’amica. Parlare con lei la fa sentire migliore, meritevole. Il problema non la riguarda, così è molto più facile. Lei è a posto così. Ha già un tavolo per due prenotato per le 21. Un progetto ordinario già in caldo per la serata. Lei sì, che sa tenersi stretta l’uomo. Se stessa sempre uguale. Ameba.

Greta se ne va. Per fortuna deve fare la spesa, ha trovato questa scusa. Credibile. Si avvolge il collo con un foulard di lino bianco-sporco. Ha paura di prendere l’ennesimo colpo di freddo, una nuova batosta. Entra nel supermercato che la schiaffeggia con l’aria condizionata. Lo sapeva: c’è sempre da stare attenti.

Le albicocche, finalmente è arrivata la loro stagione. Le albicocche le ricordano che ha una grandissima voglia. Una voglia che non soddisfa più da mesi, nemmeno da sola. Non riesce a toccarsi. Immaginare di provare piacere da sola, con tutta quella tristezza nel corpo, gliela amplifica solamente. Lei non ha il coraggio di farlo, venire nel dispiacere. Continua a trattenerla, è più sicuro.

SERA
Sua nipote Matilde l’abbraccia appendendosi al collo. Appoggia l’orecchio sinistro tra i suoi seni, si sente elettrizzata. Ha sette anni, una vita per poter imparare più volte quelle cose che nonostante il passare del tempo non entrano mai in testa. La zia la ricambia davanti all’insegnante di danza, una donna con la schiena ben dritta che le mostra il suo sorriso impeccabile per salutarla. Lei sì, che è stata furba. Lo fosse stata anche lei, probabilmente a quest’ora si troverebbe in una condizione migliore. Non rispettare i tempi è un peccato, ti si ritorce contro.

Greta porta a casa la bambina per fare un favore a sua sorella. Non le costa niente essere disponibile come se fosse sola. La ospita a cena, a dormire. Gliela riporterà domani, anche se del domani non v’è certezza.

“Allora, che hai fatto oggi?”
“Abbiamo fatto le prove per il saggio”.
“Wow, il saggio. E quand’è?”
“Non lo so. A Giugno”.
“Va bene, poi me lo faccio dire dalla mamma così vengo a vederti, eh?”

Greta apparecchia la tavola con la sua tovaglia più colorata, le cucina qualcosa di buono cercando disperatamente tra le ricette che possano piacerle. Matilde è un po’ schizzinosa, borghesina. Esattamente come Pedro. Ma Greta è abituata a inventarsi del suo meglio. Piacere. Fare la zia, l’amica, la sorella. Soprattutto, la mamma.

“Dov’è lo zio?”
“Lo sai che lo zio si sposta sempre per lavoro”.
“E dov’è?”
“Fino a Giovedì sta a Torino”.
“E dov’è Torino?”
“In Piemonte, l’hai studiato?”
“Sì”.
“Brava”.

Le viene un flash mentre serve il salmone. Fa un preciso e diretto mea culpa. Si punge per sbaglio con la forchetta. Stasera non ha abbastanza energia da poterle dedicare. Si accorge che le parla esattamente come Lorena fa con lei, si recrimina per quel dialogo scialbo che dovrebbe sostenere con più veemenza. Le aspettative dei bambini sono migliori, i loro bisogni ingenti. Cercano la sostanza nelle cose. Ma Greta, stasera, è troppo stanca.

Sono le dieci, sistema le lenzuola di flanella in cui la bambina prontamente si tuffa. Le piace moltissimo il profumo di ammorbidente che c’è a casa della zia. Le piacciono i suoi quadri, le sue lampade colorate. Il suo micio Coccola che è sempre pronto a fare le fusa. I suoi capelli mossi e lunghi sino al sedere.

“Giochiamo alla parrucchiera?”
“Ora è tardi, domani hai scuola”.
“Dai zia!”
“No, tesoro. È tardi. Ma ti prometto che la prossima volta, appena vieni a passare la notte qui, ci giochiamo prima di cena. Va bene?”
“Sì”.

Imboccare le coperte le allieva il dolore. Si lascia pervadere dalla tenerezza che è ora la sua massima aspirazione. Non ha altro per cui sperare. Forse potrebbe comprarsi un altro gatto. Lava i piatti perché non si lavano da soli, ogni volta che se li ritrova nel lavello sporchi, al mattino, subito si incupisce. La giornata inizia male. Coraggio. Qualcuno dovrà pur farlo. Ma c’è solo lei. Come sempre da quando è al mondo.

NOTTE
Greta non prende sonno. Si gira e rigira nel letto, niente. Così si alza e apre il frigo. Pensa all’avvilimento che deve provare suo marito. Probabilmente è con una puttana; non le fa rabbia, sa con certezza che neanche con lei il suo arnese funziona. Lo dimentica, torna sui suoi passi. Sciacqua un’albicocca bella matura sotto l’acqua corrente. Accende la tv tenendo basso il volume, si stende sul divano coprendosi con un panno che ha lavorato a maglia sua madre. L’addenta e si sbrodola tutta, non le importa di ripulirsi. Vuole il sapore che le manca da tempo. Compiacere la sua voglia.

Allunga la mano ancora zuppa sino alle cosce, scivolosa al punto giusto per entrar dentro senza fastidio. Si concentra per deconcentrarsi. Si prende quello che deve. Finalmente si ha in pugno. Ricorda com’è. Essere soli e star bene. Godere.

Fotografia di Marta Di Giovanni

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