La solitudine della Chimera

Mario Ennio Remo Bianco

Solitudine della Chimera – Mario Bianco

È da tanto tempo che mi trovo qui, un tempo e uno spazio senza nome e senza numeri, e qui è come fosse più lontano, tra quelle frasche bruciate dal sole, tanto non mi vede più nessuno, tanto sono rari gli uomini che passano tra questi costoni deserti, soltanto vedo aleggiare sullo stradone in fondo a destra tra quelle due lunghe deserte colline polveroni e fumi che segnalano il passaggio di una colonna di autocarri.
Non sono stata relegata qui da uomini o dei.
Mi sono ritirata perché circostanze esterne o la storia del pensiero e immaginazione degli umani hanno voluto che lentamente svanissi, per cui,  qualche anno fa, ho deciso di scaraventarmi in questo luogo desolato per mescolarmi anzi mimetizzarmi con una montagna di avanzi meccanici, auto scassate, vetture demolite, carri armati rugginosi, disfatti, una frantumaglia in cui emergo con le sembianze di una enorme mietitrebbia forse russa, verdastra, giallastra, rossa di ruggine.
Talora passano di qua degli vagabondi, dei poveracci che vengono a rovistare tra i rottami per raccattare viti bulloni guarnizioni da rivendere a qualche meccanico di bassa risma: mi osservano, mi bussano, cercano di strapparmi qualche pannello di lamiera, io per vendicarmi della loro indiscrezione emetto acuti e sospetti scricchiolii quasi stessi rovinandogli addosso. I disgraziati si spaventano terribilmente, poi fuggono dilaniandosi tra le carcasse, costruendo poi una favola spaventosa che diffondono nei vicini paesi: sussurrano nei bar che tra i relitti dei carri armati, squarciati da cannonate, aleggino le animacce dannate di antichi nemici e che emettano lamenti terrificanti.
Non mi dispiace questa nuova fola: in fin dei conti, parecchi secoli fa, sono nata da un‘invenzione e sono ancora viva e rumoreggiante proprio perché qualcuno parla dei miei strepiti.
Sono una chimera, sono la Chimera.
Sono una leggenda, come dice la parola, sono un essere da leggere e da mandarsi a memoria, e sono pure mito, mŷthos o parola, discorso, racconto, favola come dettavano i greci antichi, gente in vero seria. Fu anche la stirpe ellenica ad appiopparmi questo nome, di cui non vado gloriandomi, mi chiamarono infatti χίμαιρα, cioè propriamente capra, ed io sono solamente in parte capra o becco.  Comunque, capra o no, se vive il mio nome vive il mio mito, vivo io.
Sono una leggenda ma scricchiolo: questo è il bello.
Un tale, un girovago truffatore, molte migliaia di anni fa, non troppo lontano da qui, ove mi sono rifugiata, mi ha inventata: questo tipo, mezzo medicante e venditore di fandonie una volta entrò in un villaggio alzando le braccia ed urlando che non lontano, nel folto del misterioso bosco vicino al gran fiume aveva visto un mostro o dio spaventoso, con testa e gambe possenti di leone, un corpo di caprone ed un’orribile, sibilante coda di serpente, aggiunse che aveva udito dal quel muso uscire ruggiti che significavano richiesta immediata di offerte e doni per non dover sbranare l’intero villaggio. Poi il ciarlatano, ovvero l’artefice di panzane, si gettò a terra implorando dai contadini, cibi e altre cose da donare al mostro, lui stesso li avrebbe offerti al rischio della sua vita.
Andò tutto bene, ebbe ciò che voleva, consegnò reverente al mostro, mangiò e bevve come un nababbo, e vedendo che le cose erano andate assai bene, meglio del previsto, si rese mediatore tra l’inesistente mostro e il popolo.
Si fece costruire una casetta al limite del paese dove intratteneva il volgo con varie fandonie di dei e di orchi, insomma fu fatto gran sacerdote, si sposò sette o otto volte, allevò vari sacerdotini, quasi tutti esperti nel portare offerte al terribile mostro del bosco venerando, cioè a me, cioè alla Chimera, che a dire il vero non mi nutro di polli e focacce.
Però il bello è che la leggenda si è diffusa e di chimere ne furono viste qua e là, nei dintorni e poi più lontano, la tradizione locale migrò ed io ho preso corpo più bello e vigoroso, anzi mi sento onorata che a parecchi artisti sia stato dato il compito di raffigurarmi e io ne sono andata fiera. Mentre certi bravi pittori di ceramiche greche mi raffiguravano io stavo loro dietro, e suggerivo: e metti la coda un po’ più su, la testa serpentesca ha da essere snella, e non fare un ghigno così brutto, e, dai, fai le zampe anteriori più agili, il dorso più flessuoso, ecco, così: una curva più dolce verso il basso…
Sì, una vera soddisfazione lavorare con gli artisti, eccetto alcuni un poco testardi. Poi ho trovato uno scultore etrusco formidabile che mi ha raffigurato in maniera eccellente, lavoravamo in sintonia  assoluta, me lo sarei davvero baciato, mangiato, gli suggerivo tutto dolcemente nel padiglione dell’orecchio. Che momenti!…
Ormai la vera Chimera è quella millenaria, di bronzo: la Chimera di Arezzo sono io, cioè non proprio, ma quasi; ce n’è poi una di Jacopo Ligozzi che mi piace parecchio, ma è un disegno su carta.
Altri tempi, altre soddisfazioni, altri artisti, leggende più corpose, più interessanti, più avvincenti, cioè che ti stringono, ti strizzano, ti abbracciano, ti si avvinghiano fortissimamente come io sono solita fare con le mie vittime, si fa per dire vittime, perché io di vittima non ne ho fatta mai nessuna, sono soltanto una fenomenale leggenda.
Già, a proposito di fenomeni: ad un certo punto della storia era funzionale al mio mito che essendo io medesima un mostro orrendo, una di quelle creature, (sì, creature perché io sono stata creata dall’umano intelletto) che ti atterriscono nei sogni, a volte sbranano, divorano le vittime, ne fanno di tutti i colori, insomma era necessario il cosiddetto contrappasso ovvero che io venissi distrutta, disfatta.
Come spesso avviene ci sono dei creativi, degli intrattenitori, dei letterati, dei poeti che inventano nuove storie per cui è saltata fuori dalla amata Grecia la vicenda di Bellerofonte da Corinto, il vendicatore delle ferocie della Chimera. Questo eroe, che viene rappresentato mentre monta il magnifico cavallo alato Pegaso, mi avrebbe piantato una lancia nelle fauci, secondo altri mitografi, quel maledetto sadico, mi avrebbe colato del piombo fuso in gola.
Come dice mio fratello Cerbero, la specie umana ha necessità assoluta di immaginare eroi bestiali, mostri e dei per giustificare le proprie magagne e crudeltà, infatti il bel Bellerofonte fu narrato, sì come eroe, ma pure come assassino e gran superbo al cospetto degli dei che per le sue ambizioni sfrenate lo fecero cadere dal sublime cavallo e morire come mortale.
Ben gli sta o gli stette.
La mia sopravvivenza è assicurata per ora da certi oratori, da politici che si trastullano ancora con la parola chimere, per criticare certe aspettative, magari giuste, di elettori, quasi fossi sinonimo di illusione o fantasticheria. Ancora ci sono pregevoli poeti, il che non mi spiace affatto, che mi citano; ricordo un poeta piemontese che quasi immortalò parlando di sue chimere vane. Non mi è sgradito, per quanto sappia che io non sono mai vana: io sono e basta!
Mi guardo intorno, mi trascino lentamente e scricchiolo come una vecchia spingarda, ma vedo lontano ed ascolto mille nuove leggende, ho visto anche recenti disegnatori, pittori che schizzano Chimere per giornalacci o films orrendi.
Non vedo nulla della classica mostruosità, di linee eleganti, soltanto bizzarrie senza senso o sostegno, a volte vengo presa da tale furia che mi catapulterei su questi indegni figli dell’Arte per triturarli, macinarli ma non posso farlo: sono opera di fantasia e faccio fantasie, sono creatura e creo sottili terremoti, folate impregnate di oli industriali esausti, sbatacchio lamiere, faccio scricchiolare ruderi di autoblinde arrugginite, quindi spavento i girovaghi, lucertole, cani e gatti randagi. 

Acquerello di Mario Bianco

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