Allucinazione salina

Tiziana Franzolini

Fotoromanzo – Marta Di Giovanni

Dei bambini giocano sul selciato. Li guardi ridere, rincorrersi, raccogliere le caramelle da terra. Ti chiedi quando per te le caramelle si siano trasformate in sigarette. Guardi i maschi scappare dalle femmine, i primi eccitati, le seconde confuse. Una strana sensazione di déjà-vu ti pervade. Una delle bambine, con capelli a caschetto e l’aria puntigliosa è intenta a spiegare l’importanza delle tic tac a un’altra bambina, seduta su una panchina, rivolta al muro. Immagini la sua espressione, la vedi come la tua, seminascosta dietro il libro che stai leggendo. Ti sei scelta questo scudo, per oggi, 135 capitoli di storie d’oceano, ti pare appropriato per una città di mare.

Mentre cammini lo senti pesare nella borsa, osservi le persone che passano. Un uomo in mutande su una bicicletta aspetta che scatti il verde e sei confusa, poi realizzi che non sono mutande, è un costume da bagno, poi pensi “ma siamo al porto”. Gli guardi i capelli brizzolati brillare al sole e vai avanti. Una ragazza ti passa accanto, sta parlando con un’amica. È felice, dice, di essere così creativa, poi immagini che la frase prosegua, ma non ti impunti. Sei distratta dalla luce del sole, si sta bene e c’è una bella brezza tiepida.

Ti siedi sugli scaloni e guardi l’acqua. Sorridi ai pesci che guizzano in superficie e poi scompaiono. Vicino a te una coppia canta e suona una chitarra acustica. Lei ha un cappello scuro e l’aria serena, come chi si scopre felice in un istante. Lui agita le mani sulle corde con aria fintamente disinteressata e un sorriso placido.

Ti volti e un altro sorriso cattura la tua attenzione. Un ragazzo scalcagnato cerca di impedire al suo cane di gettarsi in acqua mentre regge la birra con l’altra mano. Ha capelli neri e ricci, la pelle da marinaio e un dente mancante proprio davanti, tra gli incisivi superiori. Pensi che sia bello.

Fumi. Dopo un po’ che l’hai accesa lui ti si avvicina e ti chiede se può farsene una. Mentre gli porgi il tabacco fa una battuta sul modo in cui hai rollato la tua. Come un chirurgo, dice. Lui la chiude con una mano sola e torna alla sua birra. Pensi che oltre ad essere bello è anche gentile. Guardi l’acqua ma non ti riesce di ignorare il pesce nel sacchetto di plastica del pescatore accanto a te. È fuori dall’acqua da almeno otto minuti. Ti chiedi se anche i pesci stanno in apnea. Sicuramente sì, ma per quanto? Ripensi a un discorso di qualche giorno prima, su una spiaggia, coperta di sale. Scacci il ricordo, un gabbiano vola controluce e garrisce a tempo del pezzo che suonano i due ragazzi vicino a te. In quel momento arriva una donna con una bambina, azzardi sui tre anni, arrivano fino al limite degli scaloni, appena prima dell’acqua. La donna solleva la piccola, spalancandole le gambe verso il mare. Le osservi un po’ stupita e di colpo la bambina parte a urinare nel porto. Ti giri verso il pescatore. Ignaro. Ti rigiri verso la bambina. Sembra quasi una fontana neoclassica. Ti viene in mente quella frase infelice di una tua amica, anni e anni prima di ora: “Chissà se saranno contenti ancora i genitori quando fra qualche anno aprirà le gambe così”. Pensi che dei genitori importa poco, ma sicuramente lei lo sarà. Sempre che usi i preservativi. Ti ricordi che quelli che hai comprato sono ancora sul tavolo di camera tua e preghi che tua madre non entri in camera tua mentre non ci sei come di solito fa, poi ti ricordi che non vivi più con i tuoi genitori da un po’ e allora cominci a chiederti quand’è che sei diventata così cretina.

Nel frattempo la bambina ha smesso di pisciare e ti rimetti a leggere. In una sola frase compaiono una bara, delle lapidi e una forca. Chiudi il libro e lo posi nella borsa. Ti è venuta improvvisamente fame. Ti alzi e decidi che prima di rientrare vuoi vedere il faro al tramonto ma mentre sollevi la testa vedi qualcuno che conosci che ti guarda e per un attimo pensi che ti eri ripromessa di stare sola quella sera e ne hai ancora voglia ma quel qualcuno è bello ed è gentile, ha i capelli neri e ricci e ha tutti i denti in bocca. Così vi avviate verso il molo in silenzio mentre lui suona la chitarra che ha al collo e tu ricominci a guardare la gente attorno. Ma non ti senti più tranquilla, hai una strana sensazione addosso e non sai cosa fartene di quel disagio e quando uno sciame di corridori vi passa accanto tu sussulti e ti porti una mano al petto.

Il faro al tramonto è bello ma la parte migliore è l’oro pallido denso di luce che si scioglie sull’acqua color zaffiro. Le onde sembrano infinite catene montuose in movimento e ogni tanto ti sembra di riconoscere la vista che si vede da casa dei tuoi, ma è un baleno, e già si infrange voluttuosa sul cemento, gorgogliante e frizzante di sale.

La città sale macchiata di rosa, le prime luci nelle case e sulle strade a presagire il cielo stellato che metteranno in scena più tardi. Il tuo sguardo però rimane verso il faro, verso il mare, verso il fuori, verso l’ignoto e ti manca viaggiare. Ti ributti a scrutare le onde, pensi che vorresti dipingere con le parole, far vedere con dei versi quel colore inafferrabile , finora ti viene in mente solo qualcosa tipo “oro pallido” che non vuol dire un cazzo e comunque non è quel colore lì, quel colore lì è Kashmir dei Led Zeppelin e non è manco un colore, è una canzone, ti viene in mente “tangerine” che è pure in un’altra lingua ma suona bene, sicuramente meglio della sua traduzione, “mandarino”, ma che cos’è. Suona bene, sì, ma suona, non è quel colore, o forse sì, forse dipingere con le parole vuol dire anche questo, creare colori coi suoni, non lo sai. Anche perché suona bene a te, che ne sai che a lui tipo non suoni lo stesso colore.

Ti eri dimenticata di lui, che ha smesso di suonare e guarda anche lui il mare. Ha uno sguardo serio e come un po’ triste, gli chiedi se andate e lui ti chiede dove. Gli proponi di cenare insieme , ma lui non verrà a casa con te. Sorridi.

«Allora niente»

Mentre camminate hai il cuore leggero, vi salutate incontrandovi gli occhi e poi ti avvii verso il crepuscolo di una sfera di vetro galleggiante, come una enorme bolla di sapone che incontra la fine del giorno.

La tua vista si amplia e sul cielo viola pensi si stia preparando uno spettacolo di scheletri, scheletri di barche a vela e gru, luci liquide riflesse su un altro cielo, dove i pesci volano e si dibattono in altre buste di plastica.

Pensi che il mondo è un posto strano. Pensi anche che devi fare la minestra di funghi.

E ricominci a camminare.

Fotografia di Marta Di Giovanni

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