Scorrere

Tiziana Franzolini

Andando a Monaco di Baviera – Julio Armenante

Sento chiaramente la musica a palla da una macchina che sta passando in strada. Cantano.

Come è arrivato il suono se ne va.

Rimango solo. Chiudo gli occhi ma so già che non riuscirò a dormire. Rimango disteso.

Apro gli occhi, sembra essere passato un tempo infinito ma la sveglia dice che sono passati solo pochi minuti. Mi alzo, prendo il bicchiere, vado al tavolo, lo riempio. Vado alla finestra. Dei ragazzi passano, chiacchierando.

Vado in cucina, apro il frigo, lo guardo. Lo chiudo senza prendere nulla.

Torno in camera, prendo la giacca.

Esco.

L’aria fredda sferza sulla mia faccia come una secchiata d’acqua.

Alzo il bavero, mi incammino per i vicoli. Solo spacciatori e prostitute popolano – poco – i sottili varchi tra le case, i ponteggi limitano ulteriormente la vista del cielo. Non che ci fosse molto da vedere, tutto il giorno è stato solo un tappeto di nuvole. Continuo a camminare, lascio che le gambe mi portino da solo.

Arrivo al porto. Non c’è nessuno. Solo il vento, e anche quello oggi è calmo. Mi siedo su una panchina, fumo mentre guardo le luci delle navi, lo sciabordio che fanno contro le onde.

Aspiro, respiro.

Mi giro. C’è rumore di passi. Una ragazza, sta camminando poco distante da me. È bionda, tiene il capo in avanti, a testa bassa contro il vento. Si tiene la giacca con le dita, la artiglia a sé. Si ferma.

La sto fissando, non dovrei. La gonna segue il vento come impazzita, le gambe ferme, immobili, rigide. Non so se si è accorta di me. Si porta le mani al volto, sta… sta piangendo. Mi alzo, non so nemmeno perché. Mi ha sentito, ora, si è voltata verso di me. Ha il volto rigato di trucco.

È bellissima.

Devo dire qualcosa, non ci riesco. Torno a sedermi, ma continuo a guardarla. Lei non sa che fare. Cerca di asciugarsi il viso, si gira. Afferra la ringhiera di metallo e sta lì, come se stesse per rigettare l’anima tra le onde sporche del porto.

Mi alzo di nuovo, ora non si gira. Mi avvicino e le sorrido. Lei non mi vede, e io non so cosa dire. Rimaniamo in piedi, vicini, a guardare l’acqua.

Non so quando se ne sia andata. Ho sentito solo un fruscio accanto a me. Quando mi sono girato, non so quanto tempo dopo, era già sparita.

Mi stacco dalla ringhiera, un ultimo sguardo al porto e ricomincio a camminare. Entro nei vicoli, l’odore nauseante di putridume e piscio. Poi l’aria cambia, si fa più pulita. Entro in un locale pieno di gente, mi faccio strada fino al bancone. Un amaro. Lo bevo fuori, in silenzio. Dei ragazzini fumano poco lontano da me, chiedo una sigaretta. Quello che me la porge ha un’espressione mista di paura e disgusto. Una ragazza tira fuori l’accendino e me la fa accendere. Mi guarda negli occhi mentre la ringrazio. Sono verde chiaro, chiarissimo. Ha l’aria seria, mi sorride. Voglio restare ancora, parlare con lei, ma non posso, sembrerebbe strano. Mi allontano di pochi passi, quando alzo lo sguardo lei mi sta ancora guardando, poi distoglie gli occhi. Ritorno a fumare appoggiandomi al muro. Si avvicina un uomo chiedendomi se mi serve un accendino, delle cartine, dei braccialetti. Lo guardo, scuoto la testa. Dietro di lui la ragazza mi sta guardando di nuovo. Le sorrido. Si avvicina, mi chiede come mi chiamo, mi ha già visto, dice. Non credo, dico io, sono un tipo piuttosto invisibile. Ha una scintilla negli occhi, mi chiedo come sarebbe la sensazione della sua pelle sulla mia. Ci guardiamo in silenzio, lei sta aspettando il mio nome. Le chiedo il suo, fingendo di aver dimenticato la sua domanda. Anna. Un nome tremendamente semplice. Mi chiedo se anche lei sia una persona semplice come il suo nome. Torna a domandarmi il mio. Mento. Marco, le dico, siamo come la canzone di Lucio Dalla. Ride, ma lancia uno sguardo ai suoi amici. Abbasso lo sguardo. Lei mi chiede se le offro da bere. Alzo la testa, la guardo ancora, a lungo, in silenzio. Guardo il suo bicchiere vuoto, le chiedo cosa stesse bevendo. Gin tonic, risponde. Le porgo la mia sigaretta ed entro senza dire una parola, al barista chiedo il gin migliore che ha. Torno fuori, lei sta fumando. Mi torna la sigaretta, le porgo il bicchiere. Mi sfiora le mani. Le sue sono calde. Asciutte. Per un attimo guardo le mie, così diverse dalle sue. Grandi, pesanti, mal curate, graffiate. Scopro che le sta guardando anche lei. Mi dice che le piacciono. Perché, le chiedo. Sono mani che non stanno ferme. Mi chiede che lavoro faccio. Mento ancora, lavoro in porto, le dico. Si accende di curiosità. Scarico merci, principalmente. Annuisce. Non sa cosa chiedermi. Le chiedo lei, cosa fa. L’insegnante. Anna. Anna l’insegnante. Sorrido. Lei mi chiede perché. Mento di nuovo. Mia madre faceva l’insegnante, dico. Si chiamava Annamaria, dico. Il mio secondo nome è Maria, dice.

Camminiamo insieme, zitti. Ogni tanto si appoggia a me, senza dire una parola. Usciamo dai vicoli, camminiamo lungo il porto. A un certo punto entra in un molo, la seguo. Alla fine del molo una piattaforma galleggiante, stiamo in piedi a guardare il faro, lei si appoggia a me, mi guarda. Mi chino su di lei.

Ha il sapore della primavera.

Chiamami, mi dice, prima di scomparire dietro la porta di casa sua. Addio, Anna.

Passo davanti a una chiesa, degli uomini dormono su panche di pietra. Sento un campanile, lontano. Continuo a camminare. C’è un vecchio con la barba bianca appoggiato al muro, all’angolo della strada. Mi guarda. Mi fermo davanti a lui. Prende il bastone e si appoggia al mio braccio. Camminiamo, dice. Non la conosco. Lo so, dice lui, io non conosco lei. Questo mi zittisce, camminiamo insieme. Non ha importanza dove, mi dice. Lo so, dico io. Camminiamo per qualche decina di minuti, poi si ferma davanti a una porta. Mi blocca, mi fa segno di tacere. Vorrei dirgli che non ce n’è bisogno. Apre la porta, mi fa cenno di entrare. Richiude la porta dietro di lui e accende la luce. Un lampadario coloratissimo, in vetro, pende dal soffitto, giocando con la sua luce con tutti gli oggetti della stanza. Si sente una voce di donna, una voce calda e profonda, assomiglia al rumore della brace di una sigaretta. Sta cantando. Il vecchio mi precede, entriamo in un’altra stanza, la donna è seduta al tavolo. Ricama.

Mi offre del vino. È caldo, dice, con chiodi di garofano. Ne prendo un bicchiere, non ho ancora detto nulla. La donna si rivolge al vecchio. Perché, gli chiede. Nient’altro. Gli serviva, risponde. Nient’altro. La donna ricomincia a cantare e ricamare. Le chiedo cosa stia ricamando. San Giorgio e il drago, risponde. Ma stavolta è il drago a vincere. È il vecchio a sussurrare maliziosamente questa frase, la donna lo spintona bonariamente. Il drago ha sempre vinto, dice. Mi chiedo cosa ci faccio lì. Il vecchio mi guarda. Si alza, prende una statuetta dalla credenza. L’appoggia davanti a me. Cosa vedi, mi chiede. Un serpente, dico. La donna smette di ricamare e guarda il vecchio. Poi si alza, cambia stanza, torna dopo qualche minuto. Ha una boccetta in mano, piena di polvere rossa. Le chiedo cos’è, lei me ne versa un po’ nel vino. Ha importanza?

Quando torno in strada sono solo. Non c’è un’anima, in giro. Ho in bocca il sapore di ferro del vino. E una sensazione strana nella testa, come tante piccole scintille. Cammino verso casa, per lo meno l’idea è quella. Non so più dove sono. Cammino a caso, non riconosco la città. Poi, senza riconoscere la via, i palazzi, i negozi, riconosco la porta di casa. Entro, ancora confuso.

Mi stendo sul letto, sul soffitto mille stelle mai viste in continuo movimento. Senza motivo la confusione nella mia testa scompare, non sento più il mio corpo. Sul soffitto ora le stelle sono scomparse, ma mi ritrovo a guardare immagini della mia vita, come proiettate davanti ai miei occhi, su un soffitto che prima di ora era sempre stato solamente bianco.

Mio padre, il fantino, che da piccolo mi portava a cavalcare. La caduta, le lacrime di mia madre. Mia madre, il suo sorriso, le sue amiche con le gonne corte, la sua minestra di fagioli. La mia sorellastra, quant’era piccola. E Alessandro, che mi guardava sempre come un cane bastonato perché a scuola tenevo testa alle maestre. E Giulia, e Valeria, e Sabrina, Luna, Sara, Martina, Alice, Rebecca. Tutte loro, e i loro sorrisi. E andare a 300 km/h per la prima volta e sentirmi quasi libero.

A parte la caduta non c’era niente di brutto. Tutta la parte brutta era stata dimenticata, quasi tralasciata, per far tornare i conti del tempo. Ci sono sempre dei tagli, in post-produzione.

Mi sono addormentato, ho dormito a lungo.

La mattina mi sono alzato e sono uscito. Non sono mai più tornato in quell’appartamento. Ora mi chiamo Marco. Ora lavoro al porto. Ci sono solo cose belle nel mio passato, solo quella caduta rimane a lacerarmi un po’ il cuore.

Un po’ di dolore serve, immagino.

Fotografia di Julio Armenante

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