Come tutte le domeniche

Irene Rossi

Luna strapiena – Julio Armenante

«La macchia è come la fica di una bella donna. È umida e accogliente, ma può diventare molto pericolosa».
Sospeso nel silenzio nebbioso che precede l’alba, Graziano pensa a suo padre. Per tutta la vita aveva coltivato due grande passioni: la caccia e le donne. Per nessun motivo al mondo avrebbe mai rinunciato a nessuna delle due.
Me ne vado. Tra una scopata e l’altra vedi se riesci almeno ad aver cura dei ragazzi, aveva lasciato scritto sua madre su un biglietto, il giorno in cui aveva deciso di averne abbastanza dei continui tradimenti. Graziano e suo fratello Davide erano ancora adolescenti.
Erano rimasti solo loro tre. Il padre, dopo un primo momento di sconcerto, era tornato a fare la stessa vita di prima, come se niente fosse. Poi era morto da solo, all’improvviso.
Un infarto lo aveva colto mentre era a caccia. Quando lo avevano trovato, uno dei soccorritori aveva vomitato. Gli animali gli avevano masticato la faccia, lasciando al suo posto una maschera di poltiglia rossastra.
Suo padre portava i figli con sé fin da quando erano piccoli, anche se la madre aveva paura che succedesse qualche disgrazia.
«Sciocchezze» rispondeva lui, e li portava alla sua postazione, dove la macchia era più fitta. Saliva sul palchetto di legno a quattro metri di altezza che aveva costruito con le sue mani, e si metteva in attesa. Loro giocavano nella radura vicina, sempre senza allontanarsi. Quando si sentiva uno sparo, Graziano si copriva le orecchie.
«Che paura hai? Io non vedo l’ora di poter sparare come papà», lo prendeva in giro Davide.
Ma a lui sparare non piaceva, come non gli piacevano gli animali morti. Gli facevano impressione e pena. Suo fratello lo sapeva, e quando il padre li chiamava per fargli riporre gli animali morti nella cesta faceva andare sempre lui.
«Un, due, tre… questa volta tocca a te» cantilenava facendo tornare la conta sempre a proprio vantaggio. «Hai perso ancora» sentenziava con aria grave.
E così Graziano con l’ingenuità dei suoi otto anni andava sotto il palchetto, dove il cane aveva depositato la preda, e la prendeva cercando di non guardarla. Che si trattasse di un tordo o di una lepre, i corpicini erano sempre caldi, talvolta ancora attraversati da un sussulto di vita ostinata. Gli occhi vitrei come quelli dello scoiattolo impagliato che stava nell’ingresso. Il muco rossastro che colava fuori dalla bocca, spesso anche da altre parti.
L’odore pungente del selvatico misto a quello più vago della morte.
Sentiva addosso gli occhi del padre e del fratello, così simili tra loro, e per compiacerli ostentava un’aria sicura, ignorando i conati di vomito.
«Scendo a pisciare» dice Davide riscuotendolo dai ricordi. Graziano non commenta. Mentre lo osserva, per un attimo gli sembra di vedere suo padre. Lo stesso collo taurino, le spalle larghe e leggermente ricurve. Lo stesso modo di muoversi, sinuoso come quello di un gatto, nonostante la stazza imponente. Stesso carattere, stesse passioni, stesso orgoglio testardo.
Davide la sera prima si è stupito quando Graziano lo ha chiamato.
«Vai a caccia, domani?»
«Come tutte le domeniche»
«Vorrei venire con te»
«Hai battuto la testa?»
Finché c’era stato suo padre, Graziano era andato ogni tanto con loro. Non prendeva mai niente, suscitando la loro ilarità. Ma lui non andava lì per cacciare, anzi non prendeva neanche bene la mira, di proposito. Ci andava per stare con loro, come quando era piccolo. Ogni tanto aveva voglia di sentire l’odore della macchia, di stare immobile nel fitto della vegetazione, godendosi i giochi di luce tra le foglie.
Dopo suo padre, però, non c’è più tornato.
«Domani è l’anniversario della morte di papà. Vorrei rivedere i suoi posti».
«Io parto alle quattro e mezzo» aveva tagliato corto Davide, «fatti trovare qui fuori».
Erano partiti che era buio pesto.
Salendo in macchina Graziano aveva notato Roberta, sua cognata, in piedi davanti alla finestra della cucina. Si erano salutati con un cenno della mano. Sicuramente si era alzata per preparare il caffè a Davide. Lei non aveva avuto il coraggio di andarsene, accettando un destino fatto di umiliazioni e tradimenti. Non se lo meritava, era una brava ragazza, sempre gentile.
Laura, la figlia di Graziano, la adorava, cosa che non andava giù a sua moglie Viviana.
«Tuo fratello sarà come sarà, ma stare con quella lì deve essere una bella condanna» borbottava sempre a mezza voce.
«Nessuno l’ha obbligato a sposarla» replicava lui infastidito.
Viviana non era stata sempre così velenosa.
La loro storia era iniziata per caso, in spiaggia. Lei era una diciottenne in vacanza al mare, lui all’epoca venticinquenne, dopo il turno mattutino in fabbrica aveva deciso di andare a fare un bagno. Dopo la nuotata stava riposando steso sull’asciugamano, quando una pallonata l’aveva colpito sui reni.
Si era drizzato a sedere con aria minacciosa. E si era trovato davanti lei, una visione in costume di pailettes azzurre e l’aria spaurita che la faceva somigliare a una sirena in licenza tra i mortali per un giorno.
Sorride al ricordo, godendosi il silenzio della macchia, interrotto solo da qualche cinguettio. La cappa di umidità si sta diradando. Comincia ad albeggiare.
Il cielo da una tenda scura si sta lentamente trasformando in una colata di miele dorato.
Dopo un anno scandito da fine settimana di passione, una domenica sera prima di ripartire Viviana gli aveva annunciato di essere incinta.
Tre mesi dopo erano marito e moglie. Lei aveva lasciato l’università senza pensarci troppo sopra, e si era trasferita a casa di Graziano. E dopo altri quattro mesi aveva dato alla luce Laura.
Poi però qualcosa era andato storto. A Viviana la vita di provincia andava stretta. Detestava il lavoro da impiegata part-time in un call center, essere la moglie di un operaio e dover fare i salti mortali per arrivare a fine mese.
Il suo amore per lui si era perso nel tempo come pioggia nel terriccio.
Graziano questo lo aveva intuito, ma l’aveva negato a se stesso fino a un paio di sere prima.
Stava lavando i piatti quando aveva sentito il bip del cellulare. Distrattamente lo aveva preso dal tavolo e vedendo il mittente aveva aperto il messaggio, chiedendosi perplesso cosa volesse. Solo dopo aver letto si era accorto che quello era il cellulare di Viviana.
Aveva sbattuto più volte le palpebre.
Aveva letto di nuovo.
Poi aveva sentito i passi di lei per le scale, e lo aveva rimesso al suo posto.
«Ah, lo avevo lasciato qui» aveva commentato lei rientrando in cucina. Lui non aveva risposto.
Un rumore di frasche lo riscuote dai pensieri.
Prende la mira, e stavolta non manca il bersaglio.
Con le orecchie che gli fischiano scende dal palchetto.
«A-aiuto».
Suo fratello è a terra supino. La chiazza di sangue si sta allargando sulla camicia, al centro del petto. Si avvicina e si accorge che si è pisciato addosso.
L’odore di urina è mischiato con quello della morte ma stavolta non prova disgusto, né pena. Non prova niente.

Fotografia di Julio Armenante

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