Ciò che tiene incollato il mondo, l’universo intero

Francesco Ceffa

Retablo messicano

Parte #1

Il giramento, forse. La cosa che più mi colpì dell’essere un albero fu il giramento. Non il giramento di testa, ovvio, anche perché una testa non ce l’avevo più, era rimasta attaccata al cadavere, il mio cadavere, attaccata per modo di dire, questione di centimetri e pelle e lembi di pelle, e giaceva abbandonata contro il tronco, il mio tronco, la chioma scura che asciugava il sangue e le lacrime, che copriva la sofferenza del volto e la crudeltà della gola squarciata, una chioma così scura e così nera da risultare nera anche all’alba, sotto la luce gialla e rosa e rossa dell’alba. La chioma, forse. Ciò che più mi colpì fu il giramento di chioma.
Che poi non sapevo se il giramento fosse dovuto davvero alla chioma, alle fronde, fronde che si estendevano in avanti a coprire la piccola radura e indietro a stringere i rami delle betulle e in alto sopra il bosco, a dominare il bosco, a contemplare il vicino fiume e il poco distante villaggio e le montagne lontane, e il vicinissimo Sole; o se fosse dovuto alle radici, ancore nodose immerse nella terra, fra cunicoli di talpe e strati d’argilla e tunnel di lombrichi, spesse e intrecciate ad altre radici e tutt’une con la Terra; o se fosse dovuto al tempo, a com’era cambiato il tempo, a come scorreva ora veloce e ora lento, lento ma veloce, a come il tempo si comportava ora che ero nell’albero, parte dell’albero, ora che ero l’albero. No, non lo sapevo. Ciò che sapevo era che sentivo di muovermi, di girare verso l’alto e anche verso il basso, verso ovest, in una sorta di movimento circolare e antiorario, un roteare dolce insieme al resto del bosco.
In principio, a dire il vero, pensai di essere solo un po’ scombussolata, e d’altronde lo ero, scombussolata, chi non lo sarebbe stata, un istante ero una ragazza di quindici anni che moriva dissanguata e l’istante successivo un castagno alto ventotto metri e vecchio duecentoventotto anni. Poi capii. Quello che sentivo era il mondo intero, l’universo, o meglio la gravità che teneva incollato l’universo, semplice gravità, un pianeta che ruotava su se stesso e attorno a cui ruotava un satellite e che girando si muoveva nello spazio, tra i meteoriti e gli altri pianeti e le stelle, e che ruotava intorno alla sua stella. Il Sole. Il sole sorse e all’ombra dei miei rami i due uomini litigarono. Il più acerbo tentò la fuga, il più maturo alzò la voce e lo prese per le spalle e lo calmò. Si occuparono di me. Chiusero le mie gambe, mi rivestirono, mi nascosero sotto legni e foglie e nascosero il coltello e se ne andarono. Tornarono molto dopo. Poco dopo. Il sole conquistò il cielo e tramontò e spuntò la luna e sotto la luna due squallide figure emersero dal bosco e scavarono una fossa, una tomba. La mia tomba. Li vedevo muoversi furtivi come topi, lavorare nervosi come insetti, gesticolare e grugnire come bestie.
Quando la fossa fu pronta ero morta da diciannove ore. L’uomo riposava, seduto sul bordo. Il ragazzo dava gli ultimi colpi di pala e piangeva. In silenzio mi chiedeva scusa. Ricordai che chiedeva scusa anche mentre entrava dentro di me, mentre mi bloccava le braccia nel fango e il complice premeva la sua mano sudata contro le mie labbra, bloccando le urla, aspettando il suo turno. Fu la prima volta per me come per lui. Il pensiero non mi provocò rabbia né tristezza. Mi limitai a osservare, come la Luna e le stelle e le nuvole. Il ragazzo terminò di scavare e guardò la fossa e lanciò la pala fuori dalla fossa. La fossa era profonda un metro e mezzo. Tese una mano verso l’uomo. L’uomo lo guardò, guardò la pala, si chinò. Lo aiutò a risalire. Mi presero per i polsi e per le caviglie e gettarono le mie spoglie mortali nell’oscurità. Il ragazzo guardò il mio cadavere e chiuse gli occhi. Cercò delle parole da dire o forse una preghiera da recitare. La lama della pala lo colpì sulla nuca, dietro le orecchie, come un fulmine di ferro. Gli fracassò il cranio. Era ancora vivo quando il suo complice cominciò a seppellirlo, quando fu seppellito insieme a me. La terra gli entrò nei polmoni e morì soffocato e morì chiedendomi scusa. Non lo perdonai.

Parte #2

Retablo messicano

Passarono settimane, mesi, anni. Non che io scandissi il tempo in anni o mesi o settimane. E neppure in giorni o stagioni. Per me il tempo era la foglia che ingialliva, l’erba che cresceva nella radura, la castagna che maturava e cadeva protetta dal suo riccio, le tele tessute dal ragno e la tana scavata del tasso, i cuccioli dello scoiattolo rosso e le uova dell’airone cenerino, i resti che si decomponevano e i frutti che dolcemente ammuffivano e il cibo che diventava escrementi che diventavano concime. La nebbia e la neve e ancora la nebbia e l’afa. E poi lo zampettare delle formiche, degli scarabei, delle lucertole, lo sciamare di mosche e tafani, lo strisciare dei vermi, delle vipere, dei millepiedi, dei bruchi che si chiudevano in bozzoli e si scoprivano svolazzanti farfalle. L’universo che girava e quel piccolo universo che girava intorno a me. Tutto girava e tutto passava, o quasi. Non passava il Sole, e non passava la Luna. Loro erano sempre lì. Come il fiume e le ossa. Il vento passava, certo, ma poi ritornava sempre.
Una notte ci fu un incendio. Colpa di un temporale, o della disattenzione di un uomo, o dell’interesse di alcuni uomini. Le fiamme avvamparono nel bosco come panico tra la folla. O come rabbia. Arsero alberi e cespugli, bruciarono gli arbusti, scacciarono gli uccelli e arrostirono gli insetti e soffocarono rettili e anfibi e mammiferi. Giunsero fino alla radura. Mi salvarono la radura e la presenza del fiume e il girare del vento. L’incendio si calmò, il fumo scappò verso il cielo formando lunghe nuvole nere simili a tentacoli, il bosco si riprese. Il villaggio si prese parte del bosco. Lo fece con braccia e mani, con carri e buoi. Lo fece con rispetto e con un po’ d’imbarazzo. Dove c’erano gli alberi crebbe l’erba e dove c’era l’erba crebbe il riso. Avevo amato lo starnazzare degli erli e il picchiettare dei picchi. Amai il gracidare delle rane e i canti delle mondine.
Non mi chiesi mai perché fossi diventata un albero. Forse accadeva a ogni essere umano. Forse ognuno di loro, ognuno di noi, dopo essere morto diventava una pianta, un fiore, un cespuglio di rovi, un’alga. Forse il mio papà, che s’era accasciato all’improvviso ed era morto d’infarto pochi mesi prima di me, era ancora là ad aspettarmi, vicino alla nostra cascina, nel ciliegio che lui stesso aveva piantato, e la mia mamma era diventata una delle rose che tanto amava innaffiare. Forse, quando il vento faceva ondeggiare i miei rami contro i rami delle vicine betulle, e le mie foglie seghettate si intrecciavano alle loro foglie triangolari, due o più anime si sfioravano. Mi sfioravano. Forse il ragazzo le cui ossa abbracciavano le mie dimorava in qualche tronco accanto a me. Forse ero unica.
Il villaggio crebbe. Anch’io crescevo, ma io crescevo lenta, un cerchio in più nel tronco, un ramo alla volta, foglia dopo foglia dopo foglia, mentre il villaggio cresceva veloce. Molto veloce. Strade e case si moltiplicarono, le strade si coprirono d’asfalto, i tetti delle case si coprirono d’antenne. I cieli sopra le case e sopra le strade si colorarono di grigio, di nuvole grigie che il sole non disperdeva e che non trasportavano acqua. Il villaggio mutò e diventò una cittadina. I campi aumentarono, i trattori presero il posto dei buoi, le mietitrebbie pensionarono le mondine. Intorno alla radura proliferarono zanzare e garzette e canali d’acqua, fino alla radura giungeva un piccolo sentiero poco battuto. Le mie castagne rotolavano in solitudine fuori dai ricci, nessuno a raccoglierle a parte una vicina famiglia di ghiri.
Il mio assassino tornò che era un vecchio, un giorno in cui le mie foglie erano gialle e arancio e marroni. Aveva la faccia gialla, e aveva la faccia cadente, e aveva il collo e le braccia molli di chi negli anni è ingrassato molto e in settimane è molto dimagrito. Era solo. In mano aveva un cesto di vimini, colmo di castagne. Entrò nella radura e si guardò intorno. Mi appoggiò una mano sudata sul tronco, una suola sporca di fango sopra le radici. Uno dei miei ricci cadde dal ramo e picchiò contro la sua testa. Il vecchio si massaggiò il cranio pelato, sudato. Un altro riccio lo colpì su un piede, e un terzo cadde e gli graffiò il braccio. Il vecchio imprecò, si allontanò da sotto i rami, dal cesto caddero delle castagne. Non le raccolse. So cosa state pensando, ma non fu rancore e non fu rabbia. Non provavo rabbia né rancore. Fu semplice gravità. La voce di un bimbo chiamò Nonno, vieni. Il vecchio se ne andò. Prima che le foglie lo inghiottissero si girò e fissò il punto in cui mi aveva stuprato e poi sgozzato e poi seppellito. Sorrise. O meglio, il vecchio mosse i muscoli della faccia formando quello che aveva sempre pensato essere un sorriso, e che per tutta la vita aveva sfoggiato nelle occasioni in cui gli era richiesto un sorriso, e che la moglie e i figli e le nuore e ora anche il nipotino avevano sempre considerato un sorriso un po’ strano, e che in realtà non era mai stato un sorriso ma solo un altro modo con cui il vecchio esprimeva la collera che per tutta la vita l’aveva posseduto e che ora lo stava divorando dall’interno. Capii che presto sarebbe morto. Non ne fui felice. Non ne fui triste.

Parte #3

Retablo messicano

Cadde la pioggia. Cadde così tanta pioggia che il fiume fuoriuscì dagli argini e portò via pietre e arbusti e due case vuote e un’automobile con sopra una famiglia di tre persone. Ritrovarono solo il corpo del padre. L’acqua sommerse la radura e lambì il mio tronco e impregnò d’acqua i miei resti. Non sentii freddo. Non sentii umido. La pioggia si placò, tornò il sole, il fiume tornò a scorrere placido dentro gli argini. Il rapporto che avevo con il fiume non cambiò. Il rapporto che il bosco aveva con il fiume non cambiò. Il rapporto che il villaggio aveva con il fiume cambiò. Decine di persone vennero nel bosco e andarono sulle rive del fiume, armati di pale e accette e falci, a sistemare le rive del fiume e il bosco e le radure. Vennero anche nella mia radura. La sistemarono, e mentre la sistemavano trovarono qualcosa. Un oggetto bianco e duro e antico. Un osso. Ancora non lo sapevano, ma era il terzo osso metacarpale della mia mano destra.
Mi avevano seppellito di notte, mi disseppellirono con il sole. Sudarono e scavarono e riportarono alla luce i miei resti e i resti del ragazzo, le ossa unite dalla terra e nella decomposizione. Separarono le ossa e le ricomposero, fotografarono le ossa e la fossa che era la nostra tomba e anche me, il mio tronco, i rami e le foglie e le radici. Fotografarono la radura. Esaminarono le ossa e cercarono di capire com’eravamo morti e cercarono di ricostruire la nostra storia. Scrissero di noi. Scrissero che eravamo i due giovani scomparsi dal villaggio ottant’anni prima, ed era vero, e scrissero che eravamo stati amanti, e in un certo senso era vero, e scrissero che a causa di questo fummo uccisi, ed era vero. Scrissero molti articoli di giornale e qualche brutta poesia e anche una malinconica canzone che non era affatto male. Lasciarono mazzi di fiori e lettere e disegni. Li lasciarono nella radura, sull’erba, vicino al mio tronco. La nostra storia diventò quella di un infausto, ed era vero, amore. Questo era falso.
Ci seppellirono nel cimitero del villaggio, in tombe non distanti ma neppure vicine quanto volevano i romantici. Le salme furono reclamate dalle nostre rispettive famiglie. Da chi restava delle nostre famiglie. Ad assistere alla tumulazione c’era la mia sorellina, circondata da figlia e figlio e nipoti e una pronipote, parenti sconosciuti per i quali ero stata un prima drammatico e poi ripetitivo e infine noioso racconto. Mia sorella ascoltava le parole del prete aggrappata ai braccioli della sedia a rotelle, la chioma non più nera ma argentea, gli occhi verdi e lucidi come lo erano stati i miei. Le rughe le rigavano la faccia come tante file di soldati, combattenti uniti contro la sua bellezza, vincenti ogni battaglia, perdenti la guerra. Era ancora bella, mia sorella, bellissima. Come lo ero stata io. Il vento mi recapitò un suo umido singhiozzo. Sentivo il mondo girare veloce, quel giorno, e lento. Cessai di crescere. Non mi sentivo stanca ma presto ebbi un aspetto stanco. Uggioso. I miei rami si ingobbirono, le foglie diminuirono. Le mie foglie in primavera crescevano meno verdi e d’autunno cadevano più grigie. Le castagne cadevano. In tanti vennero a raccoglierle.
La radura diventò un’attrazione, una meta turistica, un sito di pellegrinaggio per giovani innamorati e vecchi innamorati e innamorati che erano stati giovani e non erano ancora vecchi. Arrivavano mano nella mano o abbracciati, all’alba o al mattino e nel pomeriggio e al tramonto. A volte si portavano dietro una coperta e dei panini o delle focacce e si fermavano per un pic-nic. Altre volte venivano di notte e facevano l’amore sotto i miei rami. Il mio tronco si coprì di incisioni, di cuori e frecce e iniziali e date e nomi interi. La cosa non mi dava fastidio e non mi provocava piacere. Una mattina, un uomo in pantaloncini corti si inginocchiò nell’erba, tirò fuori dalla tasca una piccola scatola nera e tirò fuori dalla scatola un anello. L’anello rifletteva la luce del sole e brillava. L’uomo chiese alla donna che era con lui di sposarlo. Lei disse Sì. L’uomo le infilò l’anello al dito e l’anello era un po’ stretto e le baciò la mano e si alzò e la baciò sulle labbra. Aveva gli occhi brillanti e un ginocchio sporco d’erba. Non mi commossi. Un altro giorno venne un’altra coppia.

5 pensieri riguardo “Ciò che tiene incollato il mondo, l’universo intero

  1. Bel racconto, complimenti

    Piace a 1 persona

    1. E non finisce qui! Ci sono altre tre puntate ❤

      Piace a 1 persona

    2. Francesco Ceffa 8 Apr 2021 — 16:39

      Ti ringrazio!

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  2. Pasquale D'Urso 10 Apr 2021 — 0:44

    Racconto sincero e profondo, aggettivi che rispecchiano in pieno la personalità dell’autore, un Uomo gentile e cristallino. I miei più sinceri complimenti Fra.

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  3. Giovanna 51 12 Apr 2021 — 13:56

    Bellissimo racconto, interessante e ben scritto. Non vedo l’ora di leggere le altre puntate. Bravo Francesco!

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