Parassiti

Federico Bastianelli

Roberto ha dodici anni. È in quell’età in cui i problemi dell’adolescenza iniziano a travolgerti, se non l’hanno già fatto, in quell’età in cui tante cose si sfaldano, cadono nell’oceano e riemergono diverse, truccate.
Suo padre si chiama Carlo, lavora in un call center, ma da poco è stato promosso. Prima telefonava alle persone chiedendo loro se poteva aiutarle con le sue promozioni, ricevendo dai meno gentili insulti, dai più gentili un semplice silenzio. Ora lavora ancora al call center, ma a un gradino più alto, dove le persone lo chiamano per chiedere di risolvere problemi, per chiedere delle promozioni. Lavora cinque ore al giorno, poi esce, fa la spesa un giorno sì e uno no, va a prendere Roberto a scuola – fa la seconda media – poi torna a casa e inizia a pulire e rassettare.
Carlo ama le birre fatte in casa, il sushi e il sole al tramonto sulla spiaggia, d’estate e d’inverno. Odia i film di Antonioni, i topi e gli insetti. Tutti gli insetti, anche le farfalle. Sono solo parassiti.
I genitori di Roberto sono divorziati. La madre si chiama Marina, vive a un paio di comuni di distanza. Nuovo marito, nuovi figli, nuova vita. Carlo non vuole più sentir parlare di lei. Mai più.
Insieme al figlio vivono in una casa che ha costruito il nonno, due camere da letto, bagno, cucina, soggiorno, soffitta e cantina. Cento metri quadri di terreno.
La storia inizia in un giorno di pioggia qualsiasi.
Carlo con la paletta elettrica colpisce una mosca, questa riceve una scarica elettrica di 1,5 volt in un secondo, cade sul bancone della cucina, viene scaraventata a terra, calpestata, raccolta e buttata nella spazzatura. La stessa sorte tocca ad altre tre mosche e un moscerino. Nessun sopravvissuto.
Negli anni ‘90 in Italia la pratica dell’elettroshock era stata quasi abolita del tutto – lo stesso non si può dire degli altri paesi del mondo – ma nessuna legge la vieta sugli insetti. La scarica di 1,5 volt, la stessa che alimenta le pile di un telecomando, su un essere più piccolo di un centimetro quadrato equivale a quella che hanno 450 volt su un corpo umano.
Quando un ragno da cucina – e con queste parole si vuole richiamare non l’utensile comunemente noto come scolapasta, ma un vero e proprio ragno – cerca di oltrepassare velocemente lo spazio che intercorre tra le spezie e il retro del frigo, Carlo lo attacca con la stessa paletta elettrica.
A fermare il folle gesto dell’uomo è il figlio Roberto, dicendogli che è un essere vivente, ed è sbagliato ucciderlo. Carlo pone in tavola le proprie motivazioni, Roberto le sue – motivazioni che cambieranno nel giro di qualche anno, o alla semplice vista di un ragno più grosso o più spaventoso – e per quanto l’uomo faccia valere il proprio diritto di Casa mia, regole mie, il ragno da cucina riesce a mettersi in salvo grazie all’intervento del ragazzo.
Carlo odia tanto gli insetti e i topi perché vivono alle spalle delle persone. Si cibano dei loro avanzi, delle loro scorte e senza non potrebbero sopravvivere. Carlo fa di un’erba un fascio. Odia un topo d’appartamento con la stessa intensità con cui si potrebbe odiare un grillo.
Solo parassiti.
Da piccolo trascorreva interi pomeriggi in giardino, dove l’erba era più alta, finché la nonna non gli trovò due zecche addosso.
Racconta la storia di come fecero infezione ogni volta che il figlio resta troppo in giardino.
Nei giorni successivi, convinto di aver visto una ragnatela dietro al frigo, felice di ritrovare il ragno che gli era scappato, lo sposta, trovando solo qualche mosca morta avvolta in piccoli bozzi di filo.
La cosa che desta però più preoccupazione in Carlo è lo zampettare che è convinto di sentire in soffitta. Quel lieve rumore che fanno le unghie di un topo quando corrono velocemente su un pavimento liscio e sottile. I ratti mangiano tutto: dai cavi elettrici ai loro simili non c’è niente che li fermi. Questo Carlo lo sa bene perché la luce del contatore una volta è saltata proprio per questo motivo. Intorno ai fili rosicchiati c’erano tante piccole palline di escrementi colorate di verde, o di azzurro; lo stesso colore dei cavi mordicchiati.
Lo stomaco dei ratti non digerisce la guaina.
Carlo dorme da solo perché è solo. È divorziato da sei anni, e non ha ancora trovato qualcuno che lo ami.
Non c’è motivo di essere tristi per lui, è una persona orribile.
Il rumore dei ratti che l’ha svegliato si ripete qualche ora dopo; ma Carlo non è così coraggioso da andare a vedere di persona.
Lascia correre, pensando che magari un topolino può andarsene con la stessa facilità con cui è entrato.
Il problema sembra difatti sparire magicamente.
Carlo viene di nuovo promosso.
Roberto sceglie un liceo che faccia fruttare le sue qualità artistiche e sorprendentemente continua a rispettare gli altri insetti e gli altri topi, a differenza del padre che acquista una paletta elettrica per ogni stanza.
Quando Carlo sente di nuovo zampettare in soffitta non lascia correre. Aspetta che il rumore si ripeta e quando lo fa, compra una scatola di veleno.
Carlo odia i parassiti.
Ci sono vari modi per sbarazzarsi dei ratti, ognuno sceglie il metodo più conforme alla sua personalità: c’è chi prende un barile, lascia del cibo sul fondo e aspetta che i topi lo fiutino. Una volta entrati le pareti lisce rendono loro impossibile la fuga, costringendoli a mangiarsi l’un l’altro prima di morire di fame. Un altro modo è quello di cospargere delle tavolette di colla e aspettare che il topo vi cammini sopra; di certo sconsigliato, a meno che non si voglia sentirlo squittire finché con poca dignità non gli si schiaccia la testa con un sasso. Il modo meno cruento e meno efficace è il veleno. Questo Carlo lo sa, ma almeno non si sente un mostro. C’è un limite tra l’elettroshock e la morte per fame o prigionia che non vuole superare, quindi ricorre ai prodotti chimici.
Armato di coraggio si dirige in soffitta, sparge il veleno dove meglio può, e poi si ritira.
Lo zampettare contro ogni aspettativa cessa. Può tornare a uccidere ragni e zanzare con la sua paletta elettrica.
Roberto sviluppa oltre al suo talento una forte ideologia ambientalista. Sposta i suoi studi verso un filone ingegneristico e si trasferisce nel nord Italia, dove un’università ha sviluppato un ramo che si conforma alle sue richieste.
Carlo cambia lavoro e diventa responsabile del personale in una piccola azienda locale. La sera va ancora a letto da solo, a volte piange.
Mentre cucina sente grattare dalla botola della soffitta. Quando la apre non trova niente, se non qualche piccolo segno di unghie sul fondo della botola. Si lava le mani schifato e chiama la disinfestazione. Il furgone arriva il giorno dopo, un tizio grasso con una tuta perlustra tutta la soffitta. Lascia del veleno negli angoli, ma non trova topi. Carlo gli chiede se può controllare di nuovo, lo pagherà il doppio.
Lo fa. Non ci sono topi in casa. Gli chiede da quanto tempo non salga, poiché è pieno di ragnatele, lui risponde che non lo fa mai, se non è necessario, che là sopra c’è ancora della roba della sua ex moglie e non ci tiene a vederla.
L’uomo gli suggerisce di salire qualche volta a pulire. Lo fa con sfacciataggine, una sfacciataggine che non potrebbe permettersi, poi risale sul suo furgone e se ne va.
Decide di salire in soffitta a pulire, e negli stessi punti dove qualche anno prima aveva lasciato dei mucchietti di veleno, li ritrova. Sposta qualche scatola dell’ex moglie, ma ci sono veramente troppe ragnatele, si sente mancare l’aria. Inciampa su qualcosa di robusto, stramazza a terra con un tonfo. È caduto prima di arrivare all’interruttore, l’unica luce è quella che filtra da sotto. Sente uno zampettare veloce vicino a lui, lo stesso zampettare che ha sempre sentito.
Quando cerca di rialzarsi, qualcosa gli blocca le mani e i piedi. È a faccia in giù, sente solo odore di muffa.
Cerca di muoversi, ma si sente legato, immobile.
Avviene tutto così in fretta che non capisce.
Quando si ferma, la luce illumina finalmente il volto del suo aggressore.
E Carlo lo vede.

Carlo si sveglia tre giorni dopo in ospedale. Ha la testa fasciata, così come le mani e il petto.
Roberto è al suo capezzale.
Dice di non salire in soffitta per nessun motivo al mondo. Gli racconta concitato cosa è successo, ma Roberto è confuso, non capisce. La signora Guidotti che viene ogni martedì per il bucato l’ha trovato in soffitta, privo di sensi.
Carlo fa di nuovo cenno a un ragno gigante, ma Roberto dice che l’hanno trovato avvolto in una vecchia rete da pesca del nonno e aveva la pelle piena di vecchi ami. La testa era in una pozza di sangue, un leggero trauma cranico; gli hanno dato sei punti per ricucire un taglio e qualche puntura per scongiurare l’avvelenamento da tetano.
Nessun ragno. Solo vecchi scatoloni, alcuni rotti, pieni di vecchie foto e alcune foto sporcate di sangue. Questo è tutto.
Carlo ricorda gli scatoloni, ma niente di tutto il resto.
Roberto tira fuori le foto di Marina e il padre da giovani macchiate di rosso.
Carlo sente di nuovo quello zampettare di cui non si è mai liberato, sente i topi correre sul pavimento dell’ospedale, agitarsi sotto il cuscino, le ragnatele stringerlo all’altezza delle bende, le zecche alle gambe.
Urla con tutto il fiato che ha in corpo, e prima di sentire di nuovo quell’enorme ragno arrampicarsi su di lui, sviene.

Copertina di Chiara Casetta – Senza titolo

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